«Tortuga»: l’economia politica dei pirati

Bucanieri, gesuiti, cannibali, pomate d’aloe («che cresce in ogni angolo della Tortuga») per guarire ferite tremende, ebrei, bottini, assalti di massa e privati delitti per conquistare la più bella schiava. Si inizia con il ponte d’una nave che somiglia a un mattatoio per finire – dopo 300 pagine appassionanti – con la bandiera dei pirati a sventolare minacciosa, pur se destinata a perdere. Uno degli scrittori italiani viventi più popolare nel mondo, Valerio Evangelisti, dopo essere passato dalla fantascienza e dall’Inquisizione al Messico e agli Stati uniti del XX secolo, ci trasporta nel 1685 … per soli 16 euro. Non vi pentirete di viaggiare su «Tortuga» (Mondadori) con lui al timone. Se cercate sangue e avventure qui ne zampillano a josa. E se volete, fra le righe, capire «l’economia politica» della pirateria qui è tutto documentato. Proprio a partire dalla bandiera sventolante che è sì quella con il teschio che sovrasta due tibie incrociate ma la stoffa di solito è rossa (e infatti per i francesi è la Jolie Rouge)  e sotto spicca una piccola clessidra per dire «badate, il vostro tempo è venuto».

Rogerio de Campos, «portoghese, 32 anni compiuti da un mese» è catturato dai Fratelli della Costa che gli propongono questa scelta: finire in mare o fare il nostromo con loro. Si arruola, è ovvio. Un avviso ai naviganti: per andare avanti buttate nel secchio Johnny Deep e il Corsaro Nero, «15 uomini sulla cassa del morto e una bottiglia di Rhum». Qui si parla di guerra e politica. La prima divisione – talvolta teorica – è fra corsari e pirati. I primi furono al servizio dei governi, avendo una «lettera di corsa» che li autorizzava a ogni delitto e di fatto li rendeva impunibili. I secondi fecero razzie in modo autonomo, talora dandosi regole quasi democratiche, se – come mostra Evangelisti – l’elezione dei capitani, le punizioni o i premi, persino la spartizione delle donne andavano approvati all’unanimità. Ma attenti: «chi fa guerre di rapina dice sempre di avere qualche oppresso da liberare».  Alcuni fra loro – pochi e confusi – vagheggiano una società più libera, «la nostra parvenza di contro-società, repubblica dei rifiutati dagli Stato civili»; molti sono invece consapevoli che la loro ferocia è l’altra faccia dei delitti di Stato. E infatti i filibustieri dei Caraibi che qui incontriamo sono assai legati al re di Francia. «Il miglior soldato è quello che ha abolito ogni regola morale. Vale per i Fratelli della Costa come per qualsiasi armigero di un esercito europeo». Chiaro?

L’inferno qui non è quello delle prediche ma il nome dato a una macchina di tortura; purgatorio è il nome della prigione della Tortuga; quanto alla misericordia qui l’unica che si conosca è un pugnale dalla lama lunga e sottile, così soprannominato dagli spagnoli.

Non ha senso rovinare il piacere della lettura svelando trama, colpi di scena, il crudelissimo finale che si apre su un esile spiraglio di speranza. Forse vale la pena fermarsi su alcune frasi-chiave, a esempio l’idea che i pirati siano il futuro: «credono di essere paria e invece sono gli embrioni della società a venire»; visto che il 1600 della grande accumulazione annuncia il trionfo del capitalismo… difficile dar torto a Evangelisti. A libro chiuso ci si potrebbe chiedere perché oggi tornino i pirati, non tanto su Internet quanto all’assalto di certe navi. Una buona domanda anche se per rispondere bisognerebbe sapere se davvero tutti i pirati somali vogliano saccheggiare… o invece fermare chi scarica scorie tossiche sulle loro coste. Ma questa naturalmente è tutt’un’altra storia che finora non ha trovato il suo Evangelisti.

Questa mia recensione è uscita sul quotidiano “L’Unione sarda” il 18 maggio 2009

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