Triste Nicaragua socialista

Il socialismo di Ortega non è lo stesso che sognavano i sandinisti nel 1979 all’epoca del trionfo della Rivoluzione e della presa di Managua.

di Bái Qiú’ēn

Certamente se tutto va bene, tutto va bene nell’Eldorado, e non già in tutto il resto della Terra (Voltaire).

La libertà, riservata ai partigiani del governo, ai soli membri di un unico partito – siano pure numerosi quanto si vuole – non è libertà. La libertà è sempre soltanto la libertà di chi pensa diversamente. Non per fanatismo per la «giustizia», ma perché tutto quanto vi è di istruttivo, di salutare, di purificatore nella libertà politica dipende da questo modo di essere e perde la sua efficacia quando la «libertà» diventa privilegio (Rosa Luxemburg).

Una sera di fine Ottocento nella vecchia Inghilterra vittoriana, dopo aver partecipato a un’accesa assemblea nei locali della Lega socialista di Hammersmith, sobborgo popolare di Londra, il libertario William Guest torna a casa e si addormenta beatamente nel proprio giaciglio. Il mattino seguente, quando apre gli occhi sul nuovo giorno, si trova catapultato nel 2003, in una società basata sul collettivismo, nella quale non esiste più la proprietà privata dei mezzi di produzione bensì il loro controllo democratico, sono scomparsi sia il denaro sia i tribunali e le galere, non ci sono più le classi sociali e nessuna autorità dice cosa poter e cosa non poter fare. È il mondo del Pueblo Presidente.

“News from Nowhere” di William Morris è collocabile nel filone della letteratura utopistica e visionaria. Pubblicato a Londra nel 1891, fu tradotto inizialmente in Italia con il titolo “La terra promessa” e in seguito con “Notizie da Nessun Luogo”. Del resto nowhere è una possibile traduzione inglese di utopia: «non potete diventare uno di noi. Appartenete così completamente ai dolori del passato, che la nostra felicità finirebbe per stancarvi. Tornate indietro, ora che ci avete conosciuto, ora che avete visto con i vostri occhi che, nonostante le teorie infallibili del vostro tempo, c’è ancora un’era di pace in serbo per il mondo: essa si avvererà quando la sopraffazione sarà trasformata in comunanza, non prima».

A quanto pare, in questo inizio di terzo millennio egoista ed edonista c’è ancora chi ama scrivere opere di questo genere chimerico e fantapolitico. Affascinanti, ma del tutto irreali. Ovviamente, trova lettori convinti che esista davvero l’isola che non c’è: «Seconda stella a destra, questo è il cammino. / E poi dritto fino al mattino».

Uno di questi scrittori, alcuni mesi fa aveva pubblicato in rete una vera perla di saggezza: «Strana, stranissima dittatura quella del Nicaragua e della “famigerata” coppia presidenziale formata da Daniel Ortega e Rosario Murillo. Una dittatura che costruisce ospedali, strade, case popolari, reti elettriche e di comunicazione, luoghi di socialità e pubblici servizi» («La lezione di storia del Nicaragua», 8 novembre 2021). Non avendo altri argomenti più succosi a sua disposizione, per questo sognatore, ciò equivale al socialismo realizzato. O, quanto meno, in corso di realizzazione, secondo la sua stessa definizione: «la via al socialismo proposta da Daniel Ortega». Una via al socialismo che, dopo aver riflettuto sulle miniere e sulle zone franche, ci fa tornare in mente le parole di una vecchia canzone di Luigi Tenco: «Guardare ogni giorno se piove o c’è il sole, per saper se domani si vive o si muore. E un bel giorno dire “Basta!” e andare via».

Dal canto suo, Gramsci si limiterebbe a definirlo «masticabrodo» a condannare politicamente le sue frasi «superficialmente scarlatte» e a chiarire che i metodi e i sistemi utilizzati in Nicaragua dal 2018 a oggi hanno una certa somiglianza con quelli descritti da Marx ne “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”.

Invece, in noi riaffiora il ricordo delle parole di Anastasio Somoza Debayle, fuggito a gambe levate dal Paese il 17 luglio 1979: «Le notizie mostravano un Nicaragua controllato, un Nicaragua represso, un Nicaragua senza libertà. Com’era strana questa immagine che veniva divulgata. Se qualcosa ha accelerato la situazione in cui si sarebbe poi ritrovato il governo nicaraguense, è stato un eccesso di libertà. Per questo eccesso, mi assumo la piena responsabilità» (Nicaragua traicionada, 1980, p. 29). Il sardo di cui sopra avrebbe affermato che è dovere di un rivoluzionario conoscere il pensiero dell’avversario di classe, al fine di meglio combatterlo. Noi, nel nostro piccolo, aggiungiamo: e anche per evitare di ripetere concetti già espressi proprio da chi si vuole combattere.

Nel romanzo di William Morris, un londinese del 2003 dice al protagonista: «Che terribile tirannia il nostro comunismo, vero? La gente veniva spesso messa in guardia rispetto a questa infelicità in passato, quando per ogni persona felice e ben nutrita se ne vedevano centinaia che morivano di fame e soffrivano. Per quanto riguarda noi, ci piace questa nostra tirannia; una tirannia, a dire la verità, invisibile a qualunque microscopio che io conosca». Utopia, termine coniato nel 1516 da Thomas More, con le voci greche ū «non» e tópos «luogo»: non-luogo, luogo che non esiste.

Peccato che sempre più quel piccolo Paese centroamericano denominato Nicaragua assomigli ai vecchi Stati europei del socialismo realizzato. Dove esisteva un welfare decente (stando alla propaganda), però mancava tanto altro. Forse troppo.

La traduzione della parola inglese welfare è «benessere» e indica il complesso di politiche pubbliche dirette a migliorare le condizioni di vita dei cittadini meno abbienti. In termini generali, con il possibile corollario dello Stato-imprenditore, significa garantire a tutti il diritto all’assistenza, alla salute, all’istruzione, al lavoro ecc.

È un discorso troppo lungo affrontare compiutamente i nessi tra legislazione sociale e democrazia borghese, come pure tra legislazione sociale e socialismo. Però, talune rapide riflessioni storiche ci paiono necessarie. Tenendo presente che William Morris volle scrivere un romanzo utopistico, non descrivere la ben diversa realtà britannica a lui contemporanea.

Tanto per cominciare, la prima legislazione sociale nacque nello Stato più conservatore e accentratore esistente nell’Europa di fine Ottocento: la Prussia. Per volere, nientemeno, che del Cancelliere Otto von Bismarck, noto per le contemporanee «leggi speciali» sia contro i socialisti sia contro i cattolici. Nel 1883 l’Eiserne Kanzler introdusse l’assicurazione obbligatoria contro le malattie e l’anno seguente contro gli infortuni; nel 1889 pure quelle per la tutela della vecchiaia e dell’invalidità, proprio per togliere possibili armi di lotta ai socialisti e ai cattolici.

Sarebbe fin troppo facile elencare le opere pubbliche e sociali che quasi tutte le dittature hanno realizzato, a partire da quella fascista in Italia. Erano gli anni in cui, secondo la roboante propaganda dell’epoca, i treni arrivavano puntuali come un orologio svizzero. Proprio per queste opere sociali, contropartita alla mancanza di libertà e di spazi democratici per il dissenso, nei suoi primi anni Mussolini ebbe un innegabile consenso oceanico sia all’interno del nostro Paese sia all’estero. Dalle bonifiche alla fondazione dell’INFPS (se togliete la F di «fascista», capite) e dell’ONMI per la protezione delle madri e dei bambini, alle case popolari dell’IAFCP (pure qui, togliete la F), alle Case del Fascio che erano anche luoghi di incontro e di socialità… esattamente come le Case del Popolo socialiste distrutte dagli squadristi. Non si tratta di apologia, bensì di historia magistra vitae.

Più vicino a noi nel tempo, se il socialismo fosse soltanto welfare, l’Italia della “Prima Repubblica” era un Paese socialista a tutti gli effetti. I nostri servizi sociali erano considerati i migliori del mondo occidentale, certo migliorabili e oggi in buona parte annullati o ridotti al lumicino. Pure questa è historia magistra vitae. Oltre a ciò, grazie all’IRI (peraltro fondata dal fascismo nel 1936), la proprietà di numerose industrie era statale, pubblica, del popolo. Almeno in teoria, appartenenti al mitico Pueblo Presidente. Vogliamo definire questo meccanismo economico con l’ossimoro «socialismo di Stato»? Sta a vedere che la decrepita Democrazia Cristiana aveva instaurato il socialismo e noi, distratti come sempre, non ce ne eravamo accorti! O, forse, volevamo davvero la luna: «Il potere agli operai, no alla scuola del padrone, tutti uniti vinceremo, viva Mao, rivoluzione». Siate realisti: chiedete l’impossibile… L’immaginazione al potere… È vietato vietare… Ce n’est qu’un debout, continuons le combat… e via sessantotteggiando.

Il rapido crollo dei Paesi pseudo-socialisti dell’Est, nei quali il welfare era di un buon livello, stando alla propaganda, dovrebbe aver insegnato a chi si dichiara di sinistra che questo aspetto di una società non è sufficiente per definirla economicamente o ideologicamente. Nessuno nega che un Paese immenso come la Russia sovietica, grazie alle politiche sociali fosse uscito da un altrettanto enorme livello di arretratezza, di analfabetismo, di incultura e di miseria, garantendo alla gran parte dei suoi cittadini la piena occupazione, l’istruzione, la casa, la sanità ecc. ecc. Di contro, il nostro welfare serviva per dimostrare che il sistema capitalistico era migliore, poiché avevamo anche la libertà e la democrazia (per quanto fosse una libertas demo-cristiana e sotto la occhiuta tutela statunitense). Tant’è che con il crollo del socialismo reale, pian piano è franato pure il nostro welfare, dato che non si doveva più dimostrare la superiorità dell’Occidente capitalistico.

Se «la via al socialismo proposta da Daniel Ortega» e poeticamente applicata da Rosario Murillo, è quella pura e semplice del welfare e delle proprietà pubbliche, senza alcuna effettiva partecipazione popolare alle decisioni e alla gestione diretta della società nel suo complesso, non ci pare una cosa talmente nuova da poterla definire socialismo del siglo XXI. Assomiglia parecchio al discorso che Filippo Turati fece alla Camera oltre un secolo fa, il 26 giugno 1920, noto come Rifare l’Italia!

Schiavitù, feudalesimo, capitalismo, socialismo e comunismo sono sistemi diversi tra loro, poiché essenzialmente differenti sono i rapporti economici di produzione e di scambio, ossia la struttura. Almeno così ci pare che dicesse un certo Karl Marx, analizzando l’insieme delle relazioni umane che si stabiliscono all’interno di un’attività lavorativa in base al principio della divisione del lavoro. Fuori da ogni dogmatismo, ci pare che un welfare, per quanto efficiente e diffuso, possa influire sulla qualità della vita dei singoli o delle collettività, ma non incida minimamente sui rapporti economici (di classe). Il padrone delle ferriere resta il sciur padrùn da li bèli braghi bianchi e l’operaio resta operaio, così come l’agrario resta agrario e il bracciante resta bracciante. A tutti gli effetti, si può considerare che il welfare faccia parte dell’infrastruttura (meglio: infrastrutture): il lavoratore vende sempre e comunque la propria manodopera dalla quale il padrone ricava il proprio lauto profitto, che esistano o meno un ospedale, una scuola, una strada, una rete idrica o elettrica. O si possa acquistare un tablet pur non avendo in tavola neppure una cucchiaiata di gallopinto.

Che poi, spesso e volentieri, accadano fatti come quello del nuovo ospedale di Chinandega «Mauricio Abdalah Ramírez» che dovrebbe servire a mezzo milione di persone, terminato con tutte le attrezzature nell’ottobre del 2021 e non ancora funzionante non si sa per quale motivo, fa semplicemente parte dei misteri inspiegabili del Nicaragua.

Come pure è incomprensibile il concetto di solidarietà concretamente applicato da chi sta in alto, e con il quale in troppi si riempiono la bocca: stand alla cronaca, alla fine di luglio un bus carico di gusanos venezuelani diretti in Messico per tentare di entrare in “gringolandia”, a causa dell’alta velocità del conducente è precipitato in una scarpata nella zona nota come La Cucamonga, causando una quindicina di morti e parecchi feriti. Questi ultimi hanno trovato accoglienza solidale da parte degli abitanti del luogo, ma, avendo un semplice permesso di transito valido 72 ore, eseguendo gli ordini dall’alto, la polizia locale di Estelí ha chiesto loro, in base alla legge (per una volta qualcuno si è ricordato che esistono pure questi pezzi di carta!) il pagamento della multa di US$ 150 per i giorni in più trascorsi in territorio nicaraguense. Come se fosse una scelta loro e non un contrattempo (In basso, un minimo di solidarietà esiste, ma in alto… pare che sia a senso unico).

Qualcosa di assai simile era accaduto ai turisti stranieri che si trovarono bloccati dalla pandemia nel 2020. Migración si rifiutava di rinnovare i visti per la permanenza, era impossibile uscire poiché le frontiere erano chiuse per decisione dei Paesi confinanti e non esistevano voli per alcuna destinazione. La solita Migración, pretendeva il pagamento della multa per ogni giorno in più senza visto, non concedendo alcuna alternativa (bastava rinnovarlo almeno fino all’apertura delle frontiere terrestri da parte di Honduras o Costa Rica). Anche in questo caso, gli ordini venivano dall’alto, dove solidarietà è una parola che non ha alcun significato. Chi non crede a questa strana visione solidale da parte del Buon Governo, può sempre rivolgersi per informazioni al nostro ex ambasciatore Amedeo Trambajolo in carica fino al 18 luglio appena passato, il quale ne sa abbastanza sulla questione.

Tornando al nostro discorso, per quanto sia la sovrastruttura sia l’infrastruttura incidano sulla struttura, con una specie di feed-back che migliora determinati aspetti definibili secondari e non essenziali (lettera di Friedrich Engels a Joseph Block, 21 settembre 1890) né l’una né l’altra conducono a un mutamento sostanziale dei rapporti di produzione. Sebbene questa fosse l’idea dei vari Turati, Treves, Modigliani, Zibordi, Prampolini ecc fedeli seguaci del gutta cavat lapidem e della ghianda che se piantata farà per forza nascere una quercia.

Alcune semplici ma articolate domande a questi marxisti immaginari del XXI secolo, i quali si ritengono i soli e unici «guardiani autorizzati del tempio»: dal 2007 al 2021, quindici anni consecutivi con miliardi di dollari a disposizione, in che modo, in quali forme e in che misura sono cambiati in Nicaragua i rapporti di proprietà? Ovvero i rapporti economici? Il tasso di capitalismo che esisteva il 9 gennaio 2007 di quanto è diminuito? Di quanto è invece cresciuto il tasso di socialismo nella produzione e nell’economia? Ovvero, quale era nel periodo neoliberista e quale è oggi la percentuale di proprietà collettiva dei mezzi di produzione? Quanto potere economico, e quindi politico, ha effettivamente il fantomatico Pueblo Presidente?

Abbiamo il vago sospetto che la risposta will remain “blowin’ in the wind”, come si cantava negli anni Sessanta.

Ci pare che il suddetto Marx, fotografando la realtà del suo periodo storico, abbia dimostrato che a ogni epoca corrisponde un determinato e specifico modo di produzione. Certamente non ha detto come dovrà essere il sistema economico-politico nel socialismo, non essendo un visionario utopista, ma per via di negazione è logico supporre che non possa né debba essere lo stesso vigente e operante nel capitalismo. Come, del resto, è ormai appurato sperimentalmente che l’alternativa all’«anarchia» della produzione capitalistica individuata dallo stesso Marx (nella quale tutti producono la stessa merce) non siano le burocratiche e inefficienti pianificazione e пятилетка (piano quinquennale). Dopo il crollo dell’URSS abbiamo saputo che il 98% della produzione complessiva era realizzato dal 2% delle industrie. Nelle altre, per otto ore al giorno ci si girava i pollici in modo pianificato e turnando il senso di rotazione ogni quinquennio. Puro e semplice controllo sociale: so dove sei e cosa fai per un terzo della giornata della tua inutile vita.

Sotto questo aspetto, non secondario, nel Nicaragua socialista è mutato qualcosa negli ultimi tre lustri? Per evitare l’aumento delle importazioni, aumentando le esportazioni e poco per volta uscendo dalla palude del sottosviluppo, quante industrie proprietà dei lavoratori e produttrici di cioccolato sono state realizzate in un Paese produttore di cacao? Quanti corn flakes si sono prodotti in un Paese produttore di mais? Quante scatolette di pelati o di passata in un Paese stracolmo di pomodori? Invece persino i tacchini surgelati per il Thanksgiving Day sono importati da “Gringolandia” come se nel Paese non esistessero migliaia di chompipes che razzolano tranquilli nelle varie fattorie. Tutto ciò esiste da prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo e neppure un sistema socialista può campare in eterno d’aria e di propaganda. La suddetta URSS ne è un esempio palmare.

Per contrastare l’«anarchia» produttiva del capitalismo, in Nicaragua si incrementa la cosiddetta «economia creativa» che, tradotta in soldoni, non è altro che la sopravvivenza tramite l’economia informale. Dopo la bufera del 2018 sono spuntati come funghi i venditori di polli alla brace (importati da “Gringolandia”) scimmiottando quella che Marx chiamava appunto «anarchia della produzione», dove tutti fanno la stessa cosa. Senza dubbio, però, rappresenta un tassello fondamentale per la costruzione del migliore dei mondi possibili, con una equa e «creativa» socializzazione della povertà, sinonimo di sopravvivenza alla meno peggio.

Non ci si venga a dire che un quindicennio è un periodo troppo breve per poter apprezzare i miglioramenti di questa splendida via al socialismo: nello stesso lasso di tempo l’Italia distrutta dalla guerra era entrata nel cosiddetto boom economico. Nel 1945 i nostri tassi di denutrizione, di povertà, di disoccupazione ecc erano assai più elevati rispetto al Nicaragua del 2006. Per non parlare della distruzione fisica di case, industrie, infrastrutture. Certamente il nostro Paese ha avuto il Piano Marshall di quasi tredici milioni di dollari (rivalutati a oggi sarebbero cinque miliardi), ma in dieci anni il Nicaragua ha ricevuto dal solo Venezuela qualcosa come quattro miliardi di dollari, praticamente a fondo perduto (ai quali occorre aggiungere ciò che è stato donato da altri, compresa la terribile USAID), mentre noi li abbiamo abbondantemente restituiti con quasi un cinquantennio di sovranità più che limitata. Se pensiamo ai cinquanta milioni di italiani dell’epoca e li confrontiamo con i cinque milioni e mezzo dell’ultimo censimento (2005) restando in tema di opere pubbliche il Nicaragua dovrebbe avere le strade lastricate con adoquines d’oro a 18 carati, come nell’Eldorado descritto nel “Candido” di Voltaire. Il migliore dei mondi possibili, appunto…

E, a proposito di oro, primo prodotto di esportazione nell’ultimo biennio come ingresso valutario, per semplice curiosità forniamo un piccolo raffronto “stradale”. La «prima pietra» della A1, detta Autosole, fu posta 19 maggio 1956 e il 3 dicembre 1960 collegava Milano a Firenze Nord, una tratta di km 350 con due corsie per senso di marcia più quella di emergenza, innumerevoli ponti, viadotti e gallerie, per attraversare fiumi come il Po (con sedici campate) e monti come gli Appennini: 1.650 giorni, quattro anni e mezzo.

Dall’altra parte dell’Atlantico, il 22 agosto 2019 iniziò il rifacimento e miglioramento della carretera esistente che collega Siuna a Rosita (ripetiamo: esistente) nella zona mineraria dalla quale storicamente si estrae l’oro: in totale km 77 con otto ponti su fiumi non estremamente ampi, senza viadotti né gallerie. Il 28 gennaio 2022, dopo 28 mesi, è stata inaugurata la prima tratta di km 23, con una sola corsia per senso di marcia. All’inizio, il tempo previsto per tutti i km 77 del rifacimento era di 36 mesi, però, con questo ritmo, ne occorrerà almeno il triplo. Se la tratta dell’A1 Milano-Firenze fosse stata realizzata con la stessa rapidità, sarebbe stata completata nell’anno 2000. Forse.

Neppure è possibile parlare di «comunismo primitivo» in Nicaragua, per quanto sia un sistema politico-economico caratterizzato da un basso livello di forze produttive. Però non esiste alcuna parvenza di una qualsiasi forma di proprietà collettiva del suolo e dei mezzi di produzione (neppure nel settore agricolo in minima parte cooperativizzato) né di una equa distribuzione dei beni. Come è possibile parlare di socialismo per un Paese nel quale si trova un’evidente e innegabile disparità sociale, equivalente alla nostra: 210 multimilionari su sei milioni e mezzo di abitanti. Senza fare un lungo elenco, basta dire che il banchiere e magnate Ramiro Ortiz Mayorga, il secondo della lista, ha un patrimonio ufficiale che sfiora i due miliardi di dollari, mentre la finanziaria per il 2022 prevede un’entrata complessiva di 2,5 miliardi di dollari e il salario minimo medio stabilito a partire dal 1° marzo 2022 è meno di US$ 200.

È questa «la via al socialismo proposta da Daniel Ortega»? The Nicaraguan way to socialism, per parafrasare l’ethos nazionalista gringo.

Non neghiamo che in un Paese del cosiddetto Terzo mondo (o quarto?) il welfare sia indispensabile per migliorare sensibilmente la qualità di vita della popolazione nel suo complesso. Concordiamo che «Non è questione da poco avere assicurati i pasti necessari, il diritto all’istruzione e la luce elettrica nelle abitazioni» («Dittature, che passione!», 21 dicembre 2021). Contestiamo che ciò equivalga automaticamente al socialismo realizzato o in via di realizzazione. Ospedali, scuole, strade, elettricità, acqua potabile ecc li hanno implementati pure i dittatori più sanguinari. Per restare in tema di viabilità, se non andiamo errati, buona parte delle attuali autobahnen germaniche furono realizzate da un certo Adolf Hitler, alla guida del Partito Nazional Socialista Tedesco dei Lavoratori (NDSAP).

E, visto che questo nostrano propagandista, pur cosciente della «retorica dei “paradisi socialisti”, che comunque non sono mai esistiti» (bontà sua), ha fatto cenno alle reti di comunicazione, lo informiamo che l’attuale direttrice di Telcor (ente delle telecomunicazioni: telefoni, internet, emittenti radiofoniche e televisive) è Nahima Janett Díaz Flores, figlia del capo della polizia e del tutto casualmente moglie di Maurice Facundo Ortega Murillo. Quello delle comunicazioni è un settore-chiave essenziale nelle società attuali, a prescindere da come si auto-definiscono ideologicamente. E se il controllo resta in famiglia… è di certo un «paradiso socialista» di stile nepotistico pienamente realizzato. Per la cronaca, nelle ultime settimane sono state annullate le frequenze di numerosi canali televisivi e radiofonici, nessuno affine al Buon Governo (era proprio necessario sottolineare questo particolare?).

Per essere concreti, prendiamo come esempio uno dei cavalli di battaglia della propaganda orteguista: la colazione scolastica gratuita. Il PINE (Programa integral de nutrición escolar) è un’ottima cosa, senza dubbio. Concordiamo con ciò che scrivono i documenti ufficiali: oltre a fornire una sana e completa alimentazione a oltre un milione e duecentomila alunni, è uno stimolo per la riduzione dell’abbandono scolastico tra i figli delle famiglie più povere. I quali, ogni giorno feriale, hanno almeno un pasto degno di questo nome. A prescindere dall’ammissione (inconscia?) che nella via al socialismo del comandante Daniel esiste un notevole tasso di povertà e che i ragazzini e le ragazzine devono lavorare per contribuire all’alimentazione della loro famiglia, un altro pasto cercano comunque di guadagnarselo, nell’orario extra-scolastico, vendendo cianfrusaglie agli automobilisti che si fermano ai semafori… o lavando i vetri dei veicoli: lavoro minorile a tutti gli effetti. Senza regole né tutele e con i polmoni probabilmente pieni di monossido di carbonio già a 10 anni. Ma fa tanto folklore tropical-socialista…

Battute a parte, in quanti sanno che il 1° agosto 1945 l’allora presidente della Repubblica del Nicaragua emanò il Decreto legislativo 11 con il quale si regolamentava l’uso delle tasse sui biglietti del cinema e che questa entrata erariale, in base all’articolo 1, era destinata «exclusivamente a dar desayuno a los niños de las escuelas públicas»? Stiamo parlando di un certo Anastasio Somoza García, a quanto pare, pure lui, vero campione del socialismo realizzato o in via di realizzazione.

Nonostante il blocco economico-commerciale in vigore da sessant’anni, a Cuba non ci è mai capitato di vedere ragazzini ai semafori per vendere cianfrusaglie o per lavare vetri. Al massimo chiedevano un chicle, una gomma da masticare.

Accettando a scatola chiusa l’equazione welfare=socialismo, anzi, propagandandola come un dato di fatto indiscutibile, sarebbe socialista pure il Paese che incarna il neoliberismo al suo massimo livello: nulla di più distante dal socialismo reale o utopistico, o comunque lo si voglia declinare.

Nel 2016 il giornalista francese Michel Floquet, all’epoca corrispondente negli USA per Tele France1, pubblicò “Triste Amérique”, immediatamente tradotto in italiano come “Triste America”, sottotitolo Il vero volto degli Stati Uniti. Nel capitolo 5 «Nessuna pietà per i poveri», l’autore informava che «La situazione è talmente degradata che tutte le scuole pubbliche del Paese cominciano la giornata con una colazione gratuita. Spesso, per molti alunni, è il solo vero pasto che avranno. Nel Sud e nell’Ovest del Paese, per la prima volta da mezzo secolo, i bambini poveri sono diventati la maggioranza nella scuola pubblica. Oltre a colazioni gratuite, queste scuole servono pasti a prezzi ridotti in base alle risorse disponibili». Grosso modo come in Nicaragua: quindi, stando alla logica di «masticabrodo», entrambi sono Paesi socialisti.

Abbiamo fatto qualche ricerca e scoperto che lo School Breakfast Program (Programma colazione scolastica) era iniziato cinquanta anni prima, nel 1966, rivolto essenzialmente alle scuole ubicate nei quartieri popolari e poveri. In quel primo anno, considerato sperimentale, furono spesi 573mila dollari per circa ottantamila bambini e ragazzi. Nel 1975 il Congresso lo trasformò in un programma di diritto permanente. Nel 2019 fu fornita l’alimentazione a oltre 14 milioni di studenti, con un costo complessivo di 4,5 milioni di dollari.

Dall’immediato dopoguerra esiste pure lo School Lunch Program, che attualmente fornisce il pranzo a oltre centomila istituzioni educative, a basso costo o addirittura gratuito. Sempre nel 2019 interessava quasi trenta milioni di studenti, con un impegno economico di oltre dieci milioni di dollari.

Nei due anni successivi, questi programmi sociali hanno subito una diminuzione, in conseguenza della minor frequenza scolastica a causa della pandemia.

Insomma, tirando le somme e dicendola in dipietrese: che ci azzecca il welfare con il socialismo?

«Le merci che produciamo sono fatte perché ne abbiamo bisogno: lavoriamo per il benessere dei nostri simili, nonché per il nostro […]; dal momento che non esiste più la compravendita, sarebbe follia pura produrre merci nell’eventualità che ne sorga la richiesta, visto che non c’è più nessuno costretto a comperarle. Così tutto ciò che si produce è di buona qualità e perfettamente adatto all’uso: nulla può essere costruito che non sia realmente utile e di conseguenza non esistono prodotti di qualità scadente». William Morris parlava pure della gioia del lavoro non finalizzato al profitto, bensì ad affermare la dignità del lavoratore. Ma era, appunto, il Paese che non c’è.

Nel Paese che invece c’è, la maggior parte dei prodotti sono di qualità assolutamente scadente, in genere importati dalla Cina Popolare e venduti a prezzi assai più cari che in Italia.

Piuttosto che propagandare i treni che arrivano in orario pure in un Paese dove le ormai pittoresche, ma fatiscenti e sgangherate ferrovie furono del tutto smantellate dal neoliberismo dei primi anni Novanta, o sostenere che «il Governo sandinista sta facendo grandi sforzi per migliorare le condizioni della popolazione, vedesi i molti ospedali costruiti in questi ultimi anni, per fare un solo esempio» (Nicarahuac, gennaio-marzo 2022) questi pseudo marxisti dovrebbero riflettere e informare i loro lettori, per esempio, su quanti incidenti sul lavoro avvengono nel Nicaragua socialista. Se ogni tanto pensassero agli oltre 40mila infortuni annuali, più o meno gravi (fino all’invalidità), e ai duecento decessi… senza contare le malattie professionali. E stiamo parlando delle cifre relative ai lavoratori in regola, a coloro che versano i contributi nelle casse dell’INSS: secondo l’ultimo Anuario estadístico, i lavoratori affiliati al 31 dicembre 2020 erano 723.206. Assai di più sono nel settore informale, per cui il tasso di infortuni di questa enorme fetta della società non è rilevato dalle statistiche. Il Banco Central ha stimato che si tratti di almeno un milione e 300mila persone, ma la cifra è di certo per difetto. Nella splendida «economia creativa», se uno delle migliaia di arrostitori di polli si ustiona una mano, non versando le colillas all’INSS (un tempo, da noi si chiamavano «marchette»), non è ritenuto un incidente sul lavoro. Considerando il numero di affiliati all’INSS, ogni anno oltre il 5% della forza lavoro regolare ha un incidente denunciato. Se aggiungiamo i lavoratori informali, probabilmente la percentuale non varia, ma di certo aumenta la cifra assoluta, probabilmente il triplo di quella ufficiale.

Per fare un semplice raffronto, da noi, nella nostra bella e insicura Italia capitalista, dove si muore persino nell’alternanza scuola-lavoro, gli incidenti corrispondono a meno del 3% dei lavoratori in regola. È vero che da noi quelli mortali sono 3,5 al giorno mentre in Nicaragua sono 0,7, ma ciò si deve essenzialmente al tipo di attività svolta e all’infima industrializzazione del Paese. Nel settore manifatturiero i lavoratori sono 180mila (incluse le maquilas). Nell’edilizia non superano le 80mila unità. In compenso, i dipendenti pubblici e statali sono 170mila (nel 2007 erano 40mila), per definizione meno soggetti a incidenti sul lavoro. A questi, si devono aggiungere quelli delle altre occupazioni a basso rischio, come il settore turistico. O tutti i cosiddetti liberi professionisti, a partire dalla miriade di avvocati-notai.

Stando ai dati forniti dall’INSS relativi al 2020 (ultimi disponibili), le parti del corpo maggiormente interessate agli incidenti sul lavoro sono: ginocchia, gambe e piedi. Indicando con evidenza la mancanza di misure di sicurezza rispetto alle possibili cadute.

Tralasciando il fatto che alla presidenza della Comisión de Economía Creativa si trova nientemeno che Camila Antonia Ortega Murillo, ufficialmente dal marzo 2020 a oggi non si è verificato alcun decesso tra il personale della sanità pubblica a causa della pandemia. Unico Paese al mondo, a quanto ci risulta: sarà che è super-benedetto da Dio? O forse perché se un veicolo investe un venditore con il suo carretto di frutta, è catalogato come semplice incidente stradale. Lo stesso vale per un taxista, un busero o un camionista che restano feriti o muoiono in uno scontro automobilistico. Non sono considerati infortuni sul lavoro. Esattamente come dire che il decesso di Tizio è avvenuto a causa di una polmonite atipica o perché si è dimenticato di respirare, non per il Covid-19.

Chissà perché il solito Marx di cui sopra, analizzando il welfare britannico, aveva espresso un giudizio estremamente negativo sulle cosiddette Poor Laws (sistema assistenziale rivolto alle fasce più povere della popolazione), considerandole un retaggio del passato feudale, mentre apprezzava i cosiddetti Factory Acts, ossia quegli interventi legislativi con i quali si cercava di imporre alcune regole al lavoro industriale in termini di orari, lavoro minorile e femminile, condizioni minime di sicurezza e via dicendo (Das Kapital). Dal canto suo, Gramsci catalogava il welfare nella rubrica «paternalismo di Stato». Per rapportare il loro pensiero al Nicaragua socialista, non apprezzavano la pura e semplice carità, una volta all’anno, di riso fagioli e zucchero, o di qualche lamina di zinco per riparare il tetto, o un maiale e due tacchini per chi lavora in campagna, che nulla cambiano nella loro condizione socio-economica.

Non è dogmatismo questo nostro richiamo, ma puro e semplice realismo. Marx fotografò la società della sua epoca storica e chi si richiama al metodo del materialismo storico per analizzare il Nicaragua attuale non può che fare altrettanto. Fotografando la realtà, ciò che è nel concreto quotidiano, non ciò che si vorrebbe fosse, solo per scrivere un romanzo a puntate su una società inesistente…

Esiste pure in Nicaragua una legislazione in materia di sicurezza e di incidenti sul lavoro. Però, in vari articoli precedenti abbiamo provato al di là di ogni possibile dubbio che, in questo Paese benedetto da Dio e dalla sua spacciatrice quotidiana di omelie, le istituzioni applicano le leggi in maniera del tutto aleatoria, se non quando fa comodo applicarle alla lettera e cancellare ogni possibile solidarietà.

Tirando le somme: siamo talmente abituati al caffè senza caffeina, al tè senza teina, al latte senza lattosio, alla pasta e al pane senza glutine, agli hamburger senza carne, al pesce senza pesce… che riusciamo a ingoiare senza sforzi pure la propaganda su una via al socialismo senza una minima traccia di socialismo?

In ogni caso, attendiamo con ansia un articolo propagandistico sulle stupende e ineguagliabili condizioni di lavoro nelle officine, nelle fabbriche, nelle miniere e soprattutto nelle Zone Franche dove, dopo quindici anni di costruzione del socialismo reale, nell’aria profumata di jazmín sono diffuse le note del An die Freude di Beethoven e quando ci si sente un po’ stanchi arriva una bella massaggiatrice thailandese o un bel massaggiatore tamil… E, ovviamente, esistono tutti i crismi della sicurezza, costantemente verificata da attenti e super-pignoli ispettori del ministero del Lavoro (MITRAB) in base al vigente Codice del lavoro, del tutto casualmente approvato dal governo “socialista” di Violeta Barrios de Chamorro con la Legge n. 185 del 5 settembre 1996, tuttora vigente con pochissime integrazioni successive (come se nulla fosse cambiato in quasi trent’anni).

Per ingannare l’attesa, ripensiamo alle parole del ministro dell’Istruzione dell’Italia unita, Francesco de Sanctis: «continua anche oggi quel vizio ereditario della nostra decadenza, che divenne il tarlo della intelligenza italiana, e si chiama la rettorica, quella frase luccicante, che contenta e interessa per sé, e nasconde la vacuità del pensiero, e la freddezza del sentimento e genera un calore fittizio e morboso: e questa io combatteva non solo in nome del buon gusto, ma in nome della dignità umana, perché la rettorica è quell’altro dire e altro fare, quel pensare che non è sentire, quel sentire che non è fare, che è stato per lungo tempo il carattere e la vergogna della razza italiana» (29 gennaio 1883).

È davvero un triste socialismo quello che si sta realizzando in Nicaragua, lontano anni-luce dalla scritta che negli anni 80 campeggiava sulla facciata dell’edificio «Silvio Mayorga» a Managua, sede dell’allora denominato ministero dell’Interno: «Sentinella dell’allegria del popolo». Parafrasando il vecchio Claude Lévi-Strauss oggi quella scritta a caratteri cubitali potrebbe coerentemente essere sostituita con «Avamposto della tristezza tropicale». Nel frattempo, questi nostri marxisti immaginari preferiscono mettere l’ormai invecchiato Marx in soffitta, tra gli oggetti in disuso, coperti da polvere e ragnatele, come disse a suo tempo un certo Giolitti rivolgendosi al Turati di cui sopra. E, visto che tutto sommato non si trovano così male dove vivono, neppure lontanamente pensano di trasferirsi oltre-oceano, nella felicissima e spensierata contrada di Bengodi, «nella quale si legano le vigne con le salsicce, e avevasi un’oca a denaio e un papero giunta, ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più se n’aveva; e ivi presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi entro gocciol d’acqua» (Giovanni Boccaccio).

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.