Tziu Kirku e il fante Chiriu nella grande guerra

di Natalino Piras

Nico Orunesu, Drago, olio su Juta

 

La memoria della guerra ha accompagnato la mia esperienza da bibliotecario, per lunghi 36 anni, ma racconti ne elaboravamo anche prima, in fabbriche e cantieri. Figure che appartenevano al tempo dell’infanzia quando tziu Kirku, vicino di casa, a muro di mezzo, raccontava de su Carso, in cui fu per tutti i 42 mesi di durata dell’immane e assurda ecatombe.

Come un romanzo a puntate il racconto di Kirku Panedda, una macelleria continua.

Gli stasimi, il coro, come in una tragedia greca o in una sceneggiatura da film riguardavano il quotidiano della  trincea per come lo si viveva, per come si aspettava la morte.

Si ripetevano situazioni di paese, con quelli “dagli occhi aperti”, i furbi, a organizzare burle e beffe contro gli stolti e altri umili. Una scuola del fronte che a volte serviva a salvare vite dal fuoco nemico, altre no.

Altre ancora spingeva a ribellioni. Come quando qualche nostro balente, stavolta in accezione buona, puntava la pistola in testa a qualcuno di quegli ufficiali fanatici e codardi che mandavano i fanti al massacro, senza senso, senza motivo.

Tziu Kirku contadino, da vecchio perse il ben dell’intelletto. Troppa oppressione la memoria degli assalti alla baionetta, delle bombe a mano, delle cannonate, delle granate che riducevano i corpi in cento pezzi, mille schegge.

Allora, rivolgendosi alla moglie Mantzeledda tziu Kirku le diceva che dovevano prepararsi per andare a Ghellài, dove avevano orto e vigna: là ne avrebbero insaccato a non finire “di quel bestiame”. Si riferiva ai morti che gli riempivano gli occhi, la mente e gli altri sensi, pire e mucchi di cadaveri dalla Bainsizza a Caporetto, nella Battaglia dei tre monti e ad Asiago, Gradisca d’Isonzo e altre località, la Brigata Sassari sempre in prima linea, sempre davanti, sempre “Avanti Savoia!” che il cielo mai li perdoni i savoia! Diventavo grande nel racconto che  faceva tziu Kirku, astraevo e cercavo punti di riferimento.

Dopo essere passato per “San Martino” di Ungaretti – di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro – tornavo e torno all’incomparabile “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu, su capitanu Lussu, il suo mito.

Gli eroismi e la gloria passano sempre al vaglio del sangue buttato invano.

Nei racconti di guerra per come li ho esperiti, tutto è “senza un perché”. Come trovarsi nella mischia, a volte, con la guerra che ti passa accanto, ti sta attorno, ti invade, e tu manco te ne accorgi.

Una volta, quando ero operaio, a Stintino, in una stasi dal duro lavoro dentro la ex fabbrica di inscatolamento del tonno– forse era un giorno di sciopero – Tonneddu Pira raccontò del fante Chiriu, suo vicino di casa, in Via ‘e Josso. Messo in versi, il racconto di Tonneddu si trova nella raccolta della “Terra sospesa”.

Dice del  fante Chiriu trovatosi dopo un assalto solo e sperduto in un pezzo di bosco vecchio, là sul Carso. Chiriu vide senza che lui lo vedesse un austriaco sopra un albero, ritto tra i rami, con il fucile puntato contro altri assalitori. Era fermo, immobile, con il fucile puntato, dava le spalle. Senza che il nemico si accorgesse, Chiriu strisciò  silenzioso sul terreno accidentato, tra fossi e buche scavate dalle bombe. Quando fu a tiro, il fante Chiriu prese la mira e sparò. Colpi in rapida serie, quanti ce n’erano nel caricatore. Il nemico venne giù come un sacco. Col cuore in gola, Chiriu si avvicinò all’ucciso caduto a faccia in giù. Aiutandosi con la canna del moschetto, anche con la baionetta, lo rivoltò. E vide, Chiriu, seppe la verità. Il corpo del nemico “juchiat goi de merme”, sopra la divisa logora e bucata da pallottole di vecchio conio, non quelle fresche, ci ballavano i vermi. Chi sa da quanti giorni era morto, il nemico, ammazzato là di vedetta sopra l’albero.

Dopo aver vagato per qualche tempo, il fante Chiriu ce la fece a rientrare nei ranghi.

Natalino Piras, Barbaricinorum libri. Teodicea

https://www.facebook.com/natalino.piras

Immagini: Nico Orunesu

Redazione
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Un commento

  • domenico stimolo

    Di grande e coinvolgente efficacia questo scritto di Natalino Piras, contro gli orrori della guerra, strumento rivolto alla distruzione delle vite umane che, nei fatti, legalizza l’assassinio plurimo.
    Il richiamo, con due giovani sardi “protagonisti”, ai massacri perpetrati nel corso della prima guerra mondiale in nome e per conto di una “Patria” lontanissima dalla vita e dagli interessi morali e materiali della stragrande maggioranza della popolazione, ci riporta ancora a riflettere.
    E richiama alla memoria comune le gesta e i successivi racconti di un “analfabeta” siciliano, un bracciante illetterato, “strapiantato” nel corso della “grande guerra” dall’area della sua giovane vita, il ragusano, mandate lassù, sulle lontane montagne, per morire e uccidere le altrui vite che portavano una divisa di colore diverso. Vincenzo Rabito, poi, molti anni dopo raccontò. A sessantanove anni ringalluzzì la memoria e scrisse 1027 pagine. Venne fuori il libro dei suoi racconti sulla “grande guerra”: Terra Matta.
    Mi permetto, su “Terra Matta”, di ripescare un mio scritto pubblicato da questa “Bottega” il 6 giugno 2015.
    https://www.labottegadelbarbieri.org/terra-matta-lepopea-di-vincenzo-rabito/

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