Un clic nel domani

racconto di Diego Rossi

Quel lunedì di luglio del 2035 un uomo su otto era collegato su omniview. Un miliardo di persone stava utilizzando simultaneamente la rete olografica. Mio padre non era sicuramente tra questi, ma aveva accettato di installare il proiettore 3d che gli avevo regalato. Si era limitato ad aprire la scatola portata dal drone postino, estrarne il contenuto e poggiare il cilindro nero a terra, vicino alla finestra della cucina. Tutto quello che doveva fare era premere un bottone verde, un clic per accettare la mia chiamata. 

La prima volta che mi ero connesso faceva colazione. Il mio ologramma si era materializzato, l’avevo salutato, lui era seduto sullo sgabello del bancone e stava sbucciando una mela del suo frutteto. Aveva alzato il mento giusto il tempo di muovere lentamente la testa verso il mio fantasma azzurro. L’aveva ruotata a destra, poi a sinistra, poi l’aveva riportata al centro, dandomi una strizzata di ciglia.

Io gli parlavo del più e del meno.

Lui non rispondeva, faceva solo “no” con la testa, restando passivo. Lo vedevo in un quadratino, appena sotto la montatura degli occhiali. Ero in autostrada, a settecento chilometri di distanza e guidavo a centonovanta all’ora, infrangendo i limiti di velocità. Il rivelatore degli autovelox mi dava via libera fino al casello. La mia vita era una corsa, passavo da un abitacolo all’altro. Dal box-notte per dormire alla doccia, dalla doccia all’auto, dall’auto in ufficio. Anche se l’interfaccia omniview mi riportava a Matera, nella zona rurale, parlare in quel modo era come continuare a guardare la vita da un finestrino. Ci ero così abituato e non mi rendevo conto che tutto era una dose supplementare della TV. Come se il paesaggio mi scorresse accanto dentro una cornice.

Da quel clic è cambiato tutto, ho imparato a vedere le cose e non a guardarle in superficie e basta.

Ne ho il ricordo netto, come il sapore aspro della mia terra che ogni tanto torna a salutarmi. Una realtà dove la suggestione lambisce il cuore, passando per le narici e trasportando la mente in un’epoca che non sopravvive altrove. Le nostre montagne segnano l’orizzonte in bruschi passaggi, sprofondando nette in pianure rossastre. Hanno pendici avare di alberi e, incapaci di catturare nuvole, sono abbastanza alte da arrivare solo a sfiorarle, nello stesso modo in cui si sfiorano i sogni. Tutt’intorno case minute si arrampicano su questi sassi giganti e li trasformano in rocche scorticate, piccole fessure di un brulicante alveare.

Qui viveva mio padre, e io proprio non riuscivo a capirlo. Quell’estate era particolarmente dura. Il caldo rendeva l’aria tremolante e si respirava un silenzio solido, da annegato. Era sceso in giardino, aveva lasciato la connessione aperta. Il mio ologramma restava attivo, avrei potuto chiudere io la conversazione, ma per curiosità avevo lasciato che una parte di me restasse a fluttuare in un’ombra azzurrina nella cucina. Ero cresciuto tra vecchie poltrone di pelle che intravedevo nel salone e restavo a bocca aperta ritrovando il paesaggio da cartolina oltre la finestra. Intanto ero arrivato in ufficio, avevo regolato sul muto. Ogni tanto puntavo lo sguardo nell’angolo degli occhiali, trovando mio padre. Pensavo soltanto che i suoi giorni fossero attraversati da una cocciuta ossessione. Avevo preso un caffè con una collega in tarda mattinata e me lo trovavo lì in alto, con la sua figura esile sotto la finestra, dietro una pompa da irrigazione. Erano passate diverse ore e lui, immobile, inumidiva la terra riarsa dal sole, curava con l’acqua le grosse crepe che si aprivano sul fondo ruvido del suo giardino minuscolo. O meglio quello che avrebbe dovuto essere un giardino, c’erano solo cespugli, radi, lontanissimi, oasi tristi in un mare fatto di sabbia. Eppure lui lì, impassibile! Nascosto sotto un grosso cappello aspettava, aspettava con cura che quel maledetto prato prendesse.

Finì di pranzare, sempre sotto l’ombra dell’unico albero. Un pranzo frugale, solitario, addormentato dall’afa di luglio e dall’abitudine al silenzio. Dopo una mezz’ora passata al fresco, in cui lo avevo visto sonnecchiare mentre io ero in riunione con un grosso cliente, si era alzato e basta, non servivano spiegazioni. Non che si perdesse tra le stanze di casa sua, ma lo ritrovai sotto il sole cocente, a ricucire con l’acqua i solchi profondi del pomeriggio. Arrivava la sera. Lui rioccupava il suo posto, inamovibile. Con cura sedeva sullo steccato di legno. Dirigeva col polso il collo di un tubo stretto che terminava in un aggeggio rotondo con cui dosare lo zampillo. Lo zampillo, lieve, sfiorava appena la terra brulla e assetata, bramosa di ogni lacrima d’acqua, senz’ombra né speranza. Tutto ciò mi provocava grossi fastidi, alla vista soprattutto. Sarà che odio terribilmente l’inutilità, per esempio girare a vuoto per strada, da soli, senza qualcuno con cui fare conversazione. Sarà che odio il silenzio e preferisco dire qualcosa che non dire niente.  Ma soprattutto odio l’ostinazione.  Erano trascorse dieci ore e non potevo accettare che mio padre sciupasse la sua vita così. Io avevo concluso un affare importante, avevo avviato una ulteriore trattativa di negoziazione e tutto in un solo giorno. Mio padre non riusciva a comprendere che se qualcosa avesse dovuto crescere sarebbe già cresciuta da un pezzo in quel maledetto prato. Era tornato al bancone della cucina a sera inoltrata. Si stupì quando udì la mia voce e vide materializzarsi il mio ologramma di vapore azzurro. Senza nemmeno salutare gli chiesi bruscamente:

  • Perché non la smetti?

  • Crescerà, mi rispose. 

Alzò gli occhi neri, lasciandomi senza parole con quell’aria furba, stonata, sotto una fronte scottata dal sole. Poi indicò sotto la finestra, oltre il suo giardino, bagnato dalla bolla di luce di un lampione c’era un rettangolo splendidamente curato di prato verde. Era del vicino. Una rarità. Un recinto d’alberi proteggeva il suolo tanto che l’erbetta se ne stava compatta al suo posto, aspettando un alito di vento per frusciare d’invidia.

  • L’erba del vicino è sempre più verde… Non lo sapevi?

Non mi rispose subito, anche se mi tagliò fuori dalla sua vista, ebbe il tempo di sussurrare però, con un filo di voce:

  • Crescerà.

Mio padre era rimasto solo. Adesso preferiva starsene ancora più solo. Traeva piacere da certe occupazioni incomprensibili, forte di una fede radicata nel suo rituale evocativo, o soltanto inconsapevole di una inguaribile follia. Altro che omniview, forse riusciva a parlare attraverso i gesti col Sole, col vento, usando una lingua sua, istintiva?

Chiusi la conversazione.

La notte fu agitata.

Mi ero svegliato e vestito in fretta, annodavo la cravatta come lui mi aveva insegnato. Trovavo tutto ciò una cosa stupida. Ostinata e stupida. Niente di più…

Poi pensai a mia madre, e a quel punto ruppi di netto la tazza del caffè, mi scivolò dalle mani.  Perché mia madre era nata in una di quelle piccole case appena fuori Londra. In un certo senso era sempre stato il suo sogno un prato verde, con l’erba tagliata all’inglese. Le era rimasto in un angolo del cuore, prima che il cancro si mangiasse il resto. 

Nel mio mondo fatto di chiacchiere non è mai esistito un sentimento così, una lotta di tali proporzioni, e in definitiva un amore come quello di un uomo senza parole e tecnologia, di mio padre.

Quando avevo i calzoni corti mio padre mi aveva portato nelle Murge. A quell’ora l’occhione va ancora in cerca di ragni tra radure bagnate dalla luce dell’alba. Le ombre si accorciano sulla terra brulla, con le sue zampe nodose e gialle si nasconde e il suo grido è un lungo trillo, seguito da un fischio. Sembra un cupo lamento… ho iniziato a piangere, senza più fermarmi.

L’IMMAGINE – scelta dalla “bottega” – è di Karel Thole.

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

4 commenti

  • clelia pierangela pieri

    Un brave racconto che sa esplodere in lettura centuplicando le sensazioni.
    Davvero da leggere. Complimenti a Diego Rossi e grazie.
    c.

    • Grazie Clelia per il commento bellissimo. Sapere che il racconto ti è piaciuto mi rende molto felice. Porterò le tue parole di incoraggiamento in tutte le cose che sto scrivendo.

  • Francesco Masala

    mi è venuto in mente un proverbio africano: “Quando non sai dove stai andando, ricordati da dove vieni”

    • Grazie del commento Francesco… È proprio così, tante volte facciamo confusione, corriamo come criceti su una ruota, ma giriamo a vuoto.

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