Un dio-killer per Hyperion?

 «Perfetta mistura di utopia classica e di mistero pagano»: così sospira re Billy detto il Triste verso metà di «Hyperion», il primo volume del ciclo che, una ventina d’anni fa, stregò gli amanti di fantascienza (e non solo). Re Billy sta parlando di certe misteriose Tombe ma la definizione torna buona per presentare Dan Simmons il quale, grazie a Fanucci, torna in librería in edizione super-economica,

Il primo volume del ciclo, «Hyperion» appunto (460 pagine) viene offerto a 4,90 euri. Un po’ come quando lo spacciatore ti regala la prima dose: sa che se davvero ti piace… sei in trappola, poi i prezzi li fa lui. Ma l’editore Fanucci è un pusher controcorrente: i tre volumi che chiudono il ciclo dei «canti di Hyperion» sono già in librería a un prezzo onestissimo, 9,90 euri l’uno.

Dire che ha sconvolto gli universi forse è troppo ma certo, alla fine degli anni ’80, Simmons ha portato alla fantascienza (e non solo) molte storie nuove dimostrando che “il magazzino dei mondi” non si esaurisce mai.

Già in sè «Hyperion» è 6 romanzi come le storie dei protagonisti, mandati di corsa a fermare una guerra ma anche a fare i conti con una specie di dio-killer (plin-plon: non possiamo rivelare tutto): quando raccontano perchè sono lì e che legami hanno con il pianeta, i 6 sono quasi certi che uno di loro è un nemico (o una nemica, visto che si tratta di 5 uomini e una donna). C’è un settimo ma è sparito… o no?

Il primo racconto è quello del prete, «l’uomo che si lamentò di dio»: strani e blasfemi parassiti, «un pianeta che puzza di misticismo senza rivelazione». Ma anche alberi Tesla; una impossibilità statistica e biologica; una strana società – «su più di 16mila società umane conosciute, non ne esiste una che non abbia nomi individuali» – senza singolarità.

Il secondo a raccontarsi è il colonnello Fednahn Kassad, più noto come «il macellaio di Bressia sud». Nella sua storia ci sono infinite morti e resurrezioni ma anche la «vagina metallica», trasfigurazione iper-moderna di uno dei più antichi incubi maschili.

Tocca poi al poeta, provocatore, ubriacone Martin Sileno. Forse grande come John Keats (Hyperion si chiama così in suo onore) ma il suo libro da tre miliardi di copie era una schifezza. Noto anche in qualità di ignobile organizzatore d’ogni decadenza (specie sessuale) nonchè cantore e forse evocatore di mostri.

Quarto racconto per uno studioso, Sol Weintraub, che porta con sè (strano in una missione così pericolosa) la piccola Rebecca. La sua storia ha per titolo «Il fiume Lete sa d’amaro»: il colpo di scena è tre volte oso – clamoroso, doloroso, irreligioso – e chi ve lo svelasse sarebbe da ostracizzare.

La quinta storia riguarda Brawne Lamia, investigatrice alle prese con i cibridi ovvero cyborg ibridi, con il lontano, improbabile suicidio del padre.. Si intitola «Il lungo addio» ma Chandler non c’entra.

Infine «il Console dell’Egemonia», l’ultimo a parlare nel libro, svelerà qualcosa. Ma poco… perciò adesso vi tocca prendere «La caduta di Hyperion», secondo della quadrilogia.

Non si tratta solo di una grande scatola cinese di storie ma di una scrittura cesellata e innovativa. Simmons a un certo punto cita Mark Twain: «La differenza fra la parola giusta e la parola quasi giusta è la differenza tra il fulmine e la lucciola». Nessun dubbio: lui è fulmine.

Segnalo a chi detesta McDonald (un libretto di Stampa Alternativa indicava mi pare «101 ragioni» per boicottare McDù) quanto scrive Simmons a pagina 199. Lui non fa nomi ma, oh sì, son proprio loro. Schifezze nei secoli dei secoli.

Una stranezza finale. Se per gli appassionati di fantascienza il nome Hyperion significa l’incanto di Simmons, negli anni ’70-’80 per qualche migliaio di italiane/i (militanti politici, poliziotti e giudici, giornalisti falsi furbi) rimandò a vicende politiche. Fu infatti il nome di una scuola di lingue fondata a Parigi da tre “quadri” della sinistra extraparlamentare (Duccio Berio, Vanni Mulinaris e Corrado Simioni) dove insegnò anche Toni Negri durante la sua latitanza in Francia dopo le vicende kafkiane della retata «7 aprile» (del 1979): quella costruita in base al «teorema» del giudice Calogero secondo cui alcuni dirigenti dell’Autonomia Operaia sarebbero stati i capi segreti delle Brigate Rosse. Di vaghezza in delirio e di invenzione in follia, per la setta dei complottofili l’Hyperion parigina divenne il punto di raccordo fra i terroristi di tutto il mondo, cervello pulsante d’ogni congiura contro il povero capitalismo indifeso quanto buono. Se la fantasia di Simmons è immensa può capitare che giudici, poliziotti e giornalisti-al-guinzaglio («baciaculo di mestiere» direbbe lui) riescano ad andare… oltre. Del resto Einstein diceva (vado a memoria): «Due sole cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma per il primo non sono certo».

Qui oggi è martedì, altrove non so.


Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.