Una donna in Cecenia

di Maria G. Di Rienzo

Ci sono almeno 8.000 donne, in Cecenia, che hanno ricevuto aiuto e soccorso grazie al lavoro di Luiza Teymirova e della sua associazione femminile per la difesa dei diritti umani. Non poche, soprattutto le profughe interne delle due guerre più recenti (1994-1996 e 1999-2000) le devono letteralmente la vita. Potrebbe essere una delle persone più amate del suo Paese, almeno da una metà del cielo, ma decisamente non piace a un signore che si chiama Kadyrov. E’ una sfortuna, per Luiza, perché tale signore è il Presidente ceceno. D’altronde, è una “sfortuna” nascere donna quasi ovunque, ma il signor Kadyrov ce la sta mettendo tutta per situare la Cecenia in cima alla lista dei Paesi meno amichevoli per le portatrici di stigma cromosomico XX. Kadyrov e il suo governo approvano pubblicamente poligamia e delitti “d’onore”; hanno imposto per legge un codice d’abbigliamento femminile in accordo alla loro personalissima visione della fede islamica; hanno creato una “polizia morale” che ha il solo compito di assalire per strada le donne e le bambine giudicate non “conformi” (oh, niente di cruento: ti sparano addosso pallottole di vernice da auto in corsa, oppure ti trascinano per i capelli sino a un cassonetto dell’immondizia dove vieni collocata, o ancora ti mettono al collo un cartello con scritto “puttana”, cosa vuoi che sia). Se hai un impiego nel settore pubblico e non ritieni di doverti mettere un fazzoletto in testa vieni licenziata in tronco: altro che riforma dell’articolo 18, in Cecenia sì che fanno bene le cose. E pensate, ci sono borse di studio governative solo per maschi: «Non vogliamo donne leader» ha detto fieramente il signor Kadyrov.

Luiza Teymirova aveva già i suoi guai cui pensare: per esempio, un marito che la picchiava a sangue perché riteneva il suo salvare vite umane – di persone anche straniere! E persino di disabili! – non in accordo con i “valori familiari”. Da emulo o ammiratore o sodale del signor Kadyrov, anche costui faceva le cose per bene. Ai pestaggi invitava sempre un pubblico di suoi parenti e alcuni si mettevano addirittura in viaggio per partecipare, dimostrando che i valori familiari sono davvero importanti. Il cinema si paga, il circo pure, ma nostro cugino pesta gratis sua moglie di fronte a noi, se non è amore questo… Quell’ingrata di Luiza riuscì a divorziare, e da allora i suoi suoceri le rapiscono periodicamente i tre figli, tanto per tenerla allegra e farla correre sino al confine oltre cui di volta in volta tentano di cacciare i bambini. Capite, non vogliono tenerli con loro. E non vogliono nemmeno che vivano con il padre (al quale, però, dicono che essi “appartengono”). Non devono stare con chi li ha messi al mondo, questo è il punto.

Dicevo: Luiza aveva abbastanza da fare anche senza dover soccorrere le vittime dei chierici sguinzagliati nel centro di Grozny a caccia di donne e bambine “immorali”; anche senza doversi occupare degli arresti illegali delle sue colleghe, delle case bruciate ai sospetti oppositori del regime, delle torture a quelli arrestati con tale accusa e così via. E’ che noi donne siamo proprio testone. Luiza e le altre attiviste per i diritti umani non hanno saputo smettere. Così, hanno cominciato a morire. Natalia Estemirova è stata assassinata il 15 luglio 2009: è accertato che aveva ricevuto minacce dal governo. Tre settimane dopo erano cadaveri anche Zarema Sadulayeva e Maksharip Aushev. Nell’ufficio di Luiza, i funzionari governativi sono di casa. La interrogano, esaminano i documenti presenti, si indignano perché riceve premi all’estero per la sua attività e così via. Ma sono onesti: le hanno detto in faccia di smettere di parlare di diritti delle donne, altrimenti «uomini potenti ti mostreranno davvero come far avanzare le donne». Per un po’, grazie alle relazioni internazionali, Luiza ha lasciato la Cecenia con i suoi tre bambini e si è dedicata all’istruzione e all’apprendimento in tema di diritti umani. Neppure in quel periodo (circa un anno) l’hanno lasciata in pace e hanno preso di mira i suoi familiari e amici. Quesi ‘ultimi subivano irruzioni in casa e interrogatori sulle attività di Luiza, mentre in due occasioni un veicolo con le finestre oscurate e senza targa, caratteristiche tipiche delle automobili dei servizi segreti locali, ha tentato di investire sua sorella.

Nel marzo 2010, quando il suo ritorno era imminente, una sua parente venne arrestata, detenuta illegalmente e interrogata per 24 ore; le sue colleghe, invece, ricevettero una chiamata da un rappresentante del ministro degli Esteri: «Se Luiza Teymirova non si chiude la bocca da sola, gliela chiuderemo noi». Luiza aveva partecipato a un incontro alle Nazioni Unite, quale membro di una delegazione di organizzazioni non governative pro diritti umani, e il ministro degli Esteri credeva che ogni commento negativo sulla situazione in Cecenia non potesse che venire da lei. Poiché gli avevano appena detto che la comunità internazionale non avrebbe finanziato i programmi per i profughi se le ong venivano minacciate, la colpa doveva essere di quella linguacciuta di Luiza. Non so in che epoca viva il ministro, ma certo non in quella dell’informazione globale: anche senza la voce di Luiza, come vanno le cose nel suo Paese, grazie a internet e all’attivismo internazionale, non è difficile saperlo. Pochi giorni dopo, citando letteralmente alcune frasi di Luiza dette in un’intervista alla Bbc, il presidente Kadyrov ha promesso di punire tutti «i terroristi dell’informazione» che «diffamano la nazione». Spero non voglia darsi all’autolesionismo: niente ha diffamato la Cecenia più delle sue politiche. Sono le persone come Luiza, le loro vite, le loro idee, il loro coraggio, la loro umanità, che cancellano l’infamia.

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