Utilizzare i saperi tradizionali?

di Giulio Angioni (*)

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E’ spesso utile se non necessario prestare attenzione a due aspetti dei saperi che diciamo indigeni o tradizionali, finora non messi in luce nemmeno quando si interviene programmaticamente e progettualmente in contesti con più o meno forti tradizioni locali. I saperi tradizionali indigeni sono più o meno sottomessi e privi di autorità e di prestigio rispetto ad altri sistemi di sapere compresenti ed egemoni, da una parte; e dall’altra, il loro essere meno capaci, rispetto ai saperi ufficiali moderni, di una visione globale nel tempo e nello spazio, di non essere ancora capaci di strategie ecologiche di lunga gittata, confinati nel loro uso pratico a nicchie ecologiche particolari e con programmazione temporale ristretta, di solito a non più di qualche annata agraria. Il localismo ristretto in strategie spazio temporali limitate è una condizione che appare frequente nei saperi naturalistici tradizionali, sebbene sia popolare in Occidente lo stereotipo del “savage ecologist”; e sebbene il localismo più o meno ristretto non abbia impedito lo sviluppo di cosmogonie ed scatologie mitiche globali, e soprattutto non abbia impedito lo svilupparsi del riciclaggio di ogni residuo di lavorazione, di consumo e di assimilazione biologica, a partire almeno dalla cosiddetta rivoluzione neolitica, tanto che il riciclaggio e la gestione oculata della scarsità sono un aspetto fondante delle culture agrarie e preagrarie di ogni tempo e luogo.

Il localismo chiuso è spesso attribuito solo ai saperi indigeni tradizionali, rispetto ai saperi moderni ufficiali ed egemoni, che non sono visti abbastanza relativi a un luogo e un’epoca determinata, in particolare a ciò che diciamo mondo occidentale moderno, il quale invece ha come sua forma di localismo l’idea che i propri saperi non siano localistici e storicamente determinati, ma che abbiano qualità di assoluta eccellenza e certezza eurocentriche. Ma anche per quanto riguarda i saperi e le abilità tradizionali, naturalistiche e no, la loro utilizzazione in contesti nuovi, che concerne le attività pratiche e la loro programmazione, ha a che fare anche con la politica, in particolare con l’economia politica e con la geopolitica: più in generale col potere, con l’autorità, col prestigio e con l’uso della forza, anche in un mondo dove le distinzioni tra locale e globale diminuiscono e dove i fenomeni transculturali sono più forti e frequenti che mai.
Rispetto ai saperi e alle abilità “ufficiali” da cui si vogliano distinguere, i saperi e le abilità tradizionali, o indigeni o nativi o pratici o spontanei o empirici, sono più o meno taciti e impliciti, intuitivi, informali, incodificati e più o meno indicibili. Ma essi sono anche, rispetto ai saperi “ufficiali” egemoni, più o meno subordinati, soggiogati, quando non semplicemente misconosciuti, sia quando si individuano all’interno delle società sviluppate che diciamo occidentali, sia all’esterno nelle società che diciamo del Terzo e Quarto Mondo. I saperi tradizionali hanno il potere di poter fare, ma spesso hanno poco o nulla il potere di decidere che cosa fare, a parte il problema dei mezzi più generalmente economici maneggiati da mani diverse da quelle dei ‘portatori’ di saperi ‘indigeni’ o ‘nativi’. E da questo punto di vista la parola indigeno è giustificata dal fatto che sono tipici e proprii di genti di un determinato luogo, mentre ci sono saperi e poteri non ben localizzabili, ma che si individuano abbastanza quando si capisce che l’andamento della borsa di Singapore influenza la coltivazione del prezzemolo a Pompu nella Marmilla di Sardegna.
Tutte le caratteristiche che si riconoscono ai saperi indigeni o tradizionali o informali sono tuttavia presenti e sono continuamente rigenerate come tali anche nelle società occidentali, in quanto saperi pratici, quotidiani, informali appunto, poco soggetti al discorso e all’apprendimento esplicito: saperi che continuano a giustificare proverbi come quello italiano secondo cui “vale più la pratica che la grammatica”. Si potrebbe perciò ritenere che ciò che veramente distingue i saperi che diciamo indigeni o tradizionali non è tanto la loro implicitezza, ma la loro carenza o mancanza di autorità o di potere, la loro subordinazione rispetto ai saperi che diciamo scientifici e ai loro detentori. E gli antropologi sanno meglio di altri che i saperi tradizionali non solo sono più o meno drasticamente subordinati insieme con i loro portatori, ma che in particolare questi saperi informali sono ancora largamente e volutamente ignorati e trascurati dai detentori dei saperi egemoni, che tendono a considerare “ignoranti” e tabula rasa contadini, pastori, pescatori, artigiani del mondo che diciamo occidentale e soprattutto dei mondi che diciamo terzo e quarto, spesso rispetto al sapere come tale, che invece ogni volta è il sapere formale o scientifico egemone in un certo luogo in un determinato momento.
Una qualunque politica di conservazione, di ripristino e di ampliamento del bosco o di altri contesti vegetali nelle regioni mediterranee, per esempio, non può ignorare le abitudini plurimillenarie delle popolazioni, anzi deve basarsi anche sul loro consenso fattivo o magari rieducato. In molte regioni mediterranee la gente di campagna ha modi di fare e di pensare radicati da cui risulta spesso che contadini e pastori per tradizione non “amano” il bosco, non hanno considerazione per l’albero che non sia utile per i frutti più o meno spontanei o coltivati, per la scorza, la legna o il legname, o almeno come riparo. E ci sono poi lunghe tradizioni di concorrenza di breve termine nell’uso del suolo tra contadini, pastori, boscaioli, carbonai eccetera. A volte, come in Sardegna, questo atteggiamento si manifesta esplicitamente anche come ostilità e disagio verso le vaste zone alberate. Non è raro trovare una cultura che a occhi occidentali odierni appaia “indifferente” e “ignara” delle funzioni ecologiche della vegetazione arborea anche per gli usi locali prevalenti del territorio come campo, pascolo, orto, alberato selettivo. Capire l’importanza dell’albero, o sentire ‘amore’ per il bosco o per la macchia, sarà anche effetto di una buona istruzione scolastica non evasiva, di una propaganda finanziata dalla mano pubblica, soprattutto di un coinvolgimento nei modi nuovi di uso dei luoghi e di costruzione dei paesaggi. Ma potrebbe essere anche conseguenza di un interesse immediato per i vantaggi economici, per esempio di una (ri)forestazione oculata anche nell’ottica delle visioni, delle abitudini e dei bisogni locali più o meno antichi e più o meno aggiornati. Il bosco, per le abitudini locali mediterranee, dovrebbe forse ancora servire anche in tempi brevi per i più diretti interessati, non solo per le gite domenicali dei cittadini. Diventa cioè a volte un punto capitale che la forestazione sia produttiva il più possibile economicamente, cioè anche immediatamente, per la gente di campagna prima di tutti. Una forestazione da ecologismo generico o dettata e condotta solo in nome dei pericoli di desertificazione può non interessare quanto dovrebbe, se l’animo e il modo di condurla sono estranei alle abitudini millenarie e ai modi di sentire altrettanto antichi e radicati delle popolazioni locali, che apprezzano l’albero in quanto utile al loro tipo di vita, di un’utilità misurata sul metro delle preoccupazioni proprie del pastore e del contadino vecchio e nuovo, più o meno ancora mosso da preoccupazioni che possono apparire antiquate, inattuali, ma con una loro forza e non poche ragioni attuali.
Le battaglie dell’ecologismo di gittata planetaria non si vincono ignorando o perfino irridendo a modi di atteggiarsi verso il mondo vegetale o animale legittimati da millenni di esperienza. I millenni di saperi e saper fare locali non avranno forse prodotto nemmeno una frazione delle conoscenze moderne sugli equilibri ecologici, ma hanno prodotto conoscenze, atteggiamenti, mentalità che non si modificano in un attimo e tanto meno con l’ignorarli, non tenerli in conto, a volte con l’anatema o il disprezzo, a volte con la mitizzazione di aspetti parziali. Le masse rurali spesso sono abituate a tagliar corto e a fare di necessità virtù, e quindi di ogni erba un fascio e di ogni legna fuoco, se le bestie muoiono e il freddo non dà tregua. Difficile smettere di vedere l’albero utile per abituarsi a vedere utile tutta la foresta. Ciò che all’ecologismo planetario appare chiaro, per troppi diretti interessati il tutto resta più o meno oscuro, nuovo e anche pericoloso. E non senza ragioni da studiare e da tenere in conto, per utilizzarle o per adattarle, più o meno adattate e aggiornate, a nuove conoscenze e a nuovi programmi pubblici d’azione nell’ambiente o territorio o paesaggio. In paesi come l’Italia questo tipo di nozioni e di sensibilità sembra ancora molto carente da parte di chi pianifica e progetta, come mostra oggi, per esempio, la controversia spesso violenta per l’alta velocità (TAV) in Piemonte, che è diventata quasi solo un problema di ordine pubblico, anche perché il processo decisionale non è mai stato abbastanza pubblico, o al massimo lo si è voluto, da parte dei decisori, nel migliore dei casi come un processo di formazione, di educazione, di sensibilizzazione troppo spesso a senso unico, dall’alto verso un ‘basso’ che non si riconosce più tale, specie quando si voglia attuare una trasformazione o valorizzazione dei suoi propri luoghi.

(*) ripreso da http://www.manifestosardo.org; l’immagine è «Vanitas» del pittore olandese Pieter Claesz.

 

 

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