Vito, il campione che venne da Palo del Colle

Quel 30 novembre 1979 – con 70 punti di sutura – raccontato da Gianluca Cicinelli

Pensate che il pugilato sia solo violenza? Cominciamo male. Certo, non è scambio di fiori, ma è lo stesso pregiudizio che si ritrova verso le arti marziali che, al contrario di quanto si crede, insegnano a gestire l’aggressività. E il pugilato è stato per molti proletari un’occasione per incanalare la rabbia di una società che non ti lascia via d’uscita dalla tua condizione, soprattutto per togliere migliaia di ragazzi dalle strade degli Stati Uniti. Era raro infatti che un campione di pugilato provenisse dalla classe media, è sempre stato uno sport estremamente popolare, come conferma il grande seguito che aveva prima che diventasse soltanto business e malaffare vero, quello fatto con i soldi e non con i pugni. E arriviamo così a quella fatidica notte del 30 novembre 1979 che vi voglio raccontare.

I pesi medi, categoria per pugili non oltre i 72,57 kg di peso, sono la categoria in cui per il pubblico è più facile identificarsi, a differenza di quei bestioni di pesi massimi che già a guardarli sei portato a dargli ragione qualsiasi cosa dicano. C’era stato un dominatore incontrastato dei pesi medi negli anni ’70, Carlo Monzon, argentino, classe purissima sul ring e vita disastrata, conclusa con l’omicidio della moglie e poi il suicidio. Monzon fra l’altro aveva tolto il titolo a un italiano, Nino Benvenuti, bello e nobile nei lineamenti, non un picchiatore ma uno schermidore elegante. Peccato sia sempre stato di destra, ma un vero campione, leale anche fuori dal quadrato di combattimento.

Dopo l’era Monzon aveva conquistato il titolo un suo connazionale, Hugo Corro, ma si vedeva che non era uno forte, infatti perse il titolo contro uno sconosciuto pugile. E qui comincia la nostra storia. Quel pugile, un totale outsider, si chiamava Vito Antuofermo e veniva da Palo del Colle in Puglia. Ma viveva negli States con la famiglia emigrata dall’età di 15 anni. Anche per lui la trafila solita. Vita di strada, risse, qualche problema con la polizia e poi un maestro di pugilato che lo toglie dalla strada e gli insegna a incanalare la sua forza sul ring.

Vito Antuofermo è l’antitesi del campione bello ed elegante. E’ massiccio, brutto a vedersi, con quei baffetti che fanno tanto emigrato italiano, gli occhi affilati, le sopracciglia già scomposte dai molti colpi ricevuti, si muove a scatti sul quadrato. Durerà poco, pensano gli esperti, e subito dopo una prima difesa del titolo gli mettono contro colui che sembra predestinato già nel soprannome a una carriera luminosa: Marvin Hagler “The Marvelous”, il magnifico. Hagler è una statua scolpita da uno scultore greco. Forse è un dio greco lui stesso. Un nero sinuoso e con un corpo modellato sulla perfezione. Che sia un grandissimo lo dimostrerà in più e più occasioni, diventando campione del mondo in più categorie. Ma prima, il 30 novembre 1979, deve affrontare Vito Antuofermo da Palo del Colle, provincia di Bari.

E’ notte in Italia quando con mio padre ci mettiamo davanti alla televisione per assistere al massacro oltreoceano di Antuofermo. Ma quando fai il tifo mica guardi la tua squadra solo se vince, no? E poi Vito è pugliese, noi veniamo da un paese molisano al confine con la Puglia, chissà quando ci ricapita una simile occasione. Con questo spirito, sperando quindi che Hagler non gli faccia troppo male, e pensando di assistere a quattro o massimo cinque round prima di tornare a dormire, assorbiamo le immagini in bianco e nero che spezzano l’oscurità della stanza. L’idea che serviranno tutti e quindici i round non ci sfiora nemmeno.

Ammazza quanto è brutto Vito! Al centro del ring, con le gambe tozze e lente, in guardia e con il volto imbruttito ulteriormente dal paradenti, si studiano per trenta secondi e poi Antuofermo carica una serie di ganci al corpo di Hagler. La pagherà cara, pensiamo senza dircelo io e mio padre. Vito è il campione del mondo, è lo sfidante che deve attaccare e lui resta al centro del ring ad aspettarlo e ogni volta che Hagler attacca lui lo colpisce, le spalle incassate nel torace. Ma fa la sua parte. E anche nel secondo e nel terzo round va fiero al centro del quadrato e risponde a tutti i pugni che gli dà Hagler. Ma dal quarto in poi Hagler colpisce sempre più forte, sembra proprio non esserci scampo per Antuofermo. Oltretutto il nostro campione del sud ha superato da poco una broncopolmonite, ha poco fiato.

Intanto però siamo al sesto round dei quindici previsti e Vito non solo non casca ma reagisce colpo su colpo. Non sono pugni ma vere mazzate quelle che gli scarica addosso Hagler, che forse è l’unico più sorpreso di noi nel vedere che l’altro non solo resiste ma gli risponde colpendolo preciso al corpo ogni volta. E all’ottavo round papà apre l’armadietto e tira fuori il cognac. Mi dice anche che posso fumare, tanto lo sa che fumo, ma è la prima volta che legittimiamo il vizio. E intanto Vito tira fuori una dignità incredibile, ma non si limita più soltanto a rispondere ai colpi, va a cercare The Marvelous quando questi riprende fiato e lo costringe a un ritmo infernale. “Non cade, non cade” sembra di leggere nel labiale di un Hagler smarrito quando allenatore e medico vanno al suo fianco durante la pausa.

La telecamera cambia angolo e vediamo la faccia di Antuofermno. Ha un occhio chiuso e il sangue che gli esce dal naso e il medico lo tampona per farlo tornare a combattere. L’arbitro va a vedere se è in grado di continuare ma Vito non ci pensa nemmeno a fermarsi. Si alza, guadagna il centro a testa bassa, lento, pesante, e poi di scatto tre serie di ganci, sinistro destro, un colpo in faccia, poi afferra il corpo di Hagler per prevenire la sua reazione. C’è un fotogramma in cui Hagler continua a guardare Antuofermo come si guarda un marziano. Non è possibile che lui, il meraviglioso, non riesca a chiudere un match che sulla carta era già vinto. E mentre ci pensa Vito è già sotto di lui e stavolta lo prende in piena faccia e per la prima volta Hagler oltre allo stupore mostra la stanchezza.

Timidamente sento dalla poltrona accanto alla mia un “Forza Vito!”. E allora cominciamo a fare il tifo per davvero, un bicchierino di cognac e una sigaretta dietro l’altra, quel tifo irrazionale fatto di “Attento!” come se potesse sentirci, “copri la faccia, copri la faccia”, e adesso siamo convinti che Vito farà il miracolo. Ed è all’inizio del quindicesimo round che, forse tornato ragazzo, mio padre, lo stimato, puritano e sempre controllato nei gesti professore di lettere, si alza e davanti al televisore si mette in guardia come stesse sul ring e colpisce l’aria con i pugni. E mi alzo anche io mentre Vito insegna a Marvin che cos’è l’umiltà, quella vera, e urliamo a Vito di stare attento, di colpire a destra e poi a sinistra e finisce con Hagler che mette a segno una serie impressionante di colpi che avrebbe abbattuto un elefante e Vito ci sente mentre gli urliamo “Non cadere, dai resisti Vito è quasi finita”. Vito non cade. E stremato ma non cade. E poi finisce davvero.

Match pari, decidono gli arbitri, che significa che il campione del mondo resta in carica. Vito Antuofermo da Palo del Colle ha difeso il titolo di Campione del mondo contro quello che anni dopo all’unanimità la stampa definirà uno dei tre migliori pugili del secolo. Ci abbracciamo a Roma, penso in moltissime case per tutta la penisola, felici per Vito, ma un po’ anche per noi, noi italiani, noi meridionali, noi poveri disgraziati, noi perdenti abituali, perchè Vito ci ha dato una grande lezione. Il verdetto sarà contestato ma rivedendo il match al di fuori dell’emozione del momento sarà chiaro a tutti che Vito non ha rubato proprio un bel niente. E poi la sua vittoria non conviene allo show business che aveva puntato tutto sul rivale.

La faccia di Vito non c’è più. Ci vorranno 70 punti di sutura e senza riuscire a coprire tutti i tagli che tra viso e corpo lo deturpano. Ha combattuto come un leone contro il destino, ha voluto dimostrare al mondo che i pronostici lasciano il tempo che trovano, per perdere devono prima sconfiggerti, che finchè combatti non perdi. E Hagler, che è un’altro personaggio bello di questo sport, e non solo per l’aspetto fisico, da quel giorno diventerà un grande amico di Antuofermo, perchè ha capito quello che lo muove dentro, l’umanità incredibile che anche sotto la pressione di pugni da una tonnellata non ha ceduto. Hagler si prenderà il titolo poco dopo sconfiggendo un inglese scorretto di cui per sfregio non scrivo neanche il nome, lo stesso che aveva tolto il titolo ad Antuofermo. E dirà subito dopo che dedica quella vittoria a Vito Antuofermo, campione di umanità e testardaggine.

Vito poi ha fatto molte cose, soprattutto l’attore al cinema, anche nel Padrino parte terza, seguendo la sua unica linea: lavoro e sacrificio. Vito Antuofermo da Palo del Colle, il working class hero che sconfisse i pronostici e uno dei pugili più forti di tutti i tempi.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

ciuoti

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