Vivi e morti in un libro da capovolgere

recensione di «Ismaele» (di Gianni Montanari) di Gian Filippo Pizzo  

Abbiamo dovuto aspettare tanti anni per avere un nuovo romanzo di Gianni Montanari: l’ultimo, «Daimon» – il suo terzo – era apparso  per Longanesi nel 1978. Ben sette lustri quindi! Non è che in questo lungo tempo Montanari  sia rimasto inattivo, è solo che ha fatto altre cose: scritto articoli e saggi, curato antologie e collane, pubblicato qualche racconto, tradotto libri, soprattutto ha diretto e innovato profondamente Urania, la più famosa pubblicazione italiana di fantascienza, dal 1985 al 1990. Poi, in effetti, c’è stato un periodo di silenzio, dovuto anche a vicissitudini familiari, ma adesso sembra tornato definitivamente in campo.  Con soddisfazione degli appassionati di fantascienza, soprattutto i più anziani, che gli riconoscono la bravura di editor e non dimenticano la conduzione di Galassia (in parte assieme a Vittorio Curtoni) negli anni Settanta. E nemmeno la potenza della sua scrittura.

Come i suoi precedenti – in particolare i primi due: «La sepoltura» e «Nel nome dell’uomo» – questo nuovo «Ismaele»(Elara Libri, 2013, € 9,90) è denso e problematico, a volte difficile, ma affascinante. Grazie ad uno stile colto ed evocativo e a personaggi complessi che restano vividi, il lettore viene trascinato in una vicenda misteriosa che ha alla sua base una villa isolata e la contessa sua proprietaria. C’è un segreto sepolto nella cripta, un segreto che la contessa dovrà comunicare prima della sua morte a uno dei suoi eredi perché possano custodirlo. Ma non ci sono soltanto i nipoti a ruotare attorno agli avvenimenti, c’è anche un giardiniere, un avvocato amico di famiglia, una bambina orfana di nome Irene… ogni capitoletto è dedicato a uno di questi personaggi oppure ai rapporti fra l’uno e l’altro; ogni capitolo aggiunge un tassello a un mosaico che forse non sarà svelato completamente.

Particolare curioso, il volume è diviso in due parti (La storia dei vivi e La storia dei morti) double face, occorre cioè capovolgerlo per leggere l’altra parte, e davvero non sappiamo indicare quale delle due vada letta per prima, perché entrambe hanno – a modo loro – una conclusione. Ovviamente ci sono anche due prefazioni, una di Ugo Malaguti e una di Riccardo Valla: quest’ultima è probabilmente l’ultimo scritto di Valla prima della sua prematura e compianta scomparsa.

 

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