Voghera: la Lega, le armi e altro

Articoli di Matteo Callegari e Daniele Ferro, una strana lettera e alcuni link sulle troppe armi che (leghisti o no) girano

Alcune cose che so su Voghera

di Matteo Callegari

A Voghera, in queste ultime settimane, oltre all’omicidio di Youns El Boussettaoui, sono avvenute altre due cose che meritano di essere citate e che in qualche modo delimitano e definiscono il perimetro qualitativo entro il quale si muovono alcuni esponenti della Giunta di (centro)Destra della città. La prima più leggera; la seconda, se venisse dimostrata come incontrovertibilmente vera, molto molto più grave.

Proviamo ad andare con ordine.

Alcuni giorni fa un’ordinanza comunale ha vietato, tra le altre cose, la vendita di birre e di altri alcoolici refrigerati dopo le ore 17. Per “refrigerati” si intende, a quanto si legge nell’ordinanza stessa, che le bevande non devono essere vendute ad una temperatura inferiore a quella ambiente, anche se poi si specifica che non devono essere detenute o conservate bevande alcoliche raffreddate tramite l’utilizzo di sistemi atti ad abbassarne la temperatura. Tale divieto vale per supermercati e negozi, mentre non vale per pizzerie e per chi vende cibo da asporto nel caso in cui la bevanda alcoolica refrigerata venga venduta insieme a piatti da asporto. È difficile pensare che un simile provvedimento possa essere stato partorito da una sola persona; molto più probabilmente è stato il frutto dello sforzo coordinato di più menti che, unitesi in sublime consesso e dopo attente valutazioni scientifiche e sociali, hanno ritenuto che il modo migliore per evitare che alcune persone vadano ad ubriacarsi sulle panchine sia quello di far vendere alcoolici caldi. Straordinario! Bravi, bene, bis! Credo che l’ideatore e il firmatario di questo provvedimento abbiano già prenotato il volo per Stoccolma per andare a ritirare il Nobel.

Veniamo al secondo fatto, che merita qualche considerazione in più e per il quale va fatta una premessa che a mio avviso è fondamentale per comprenderlo: è sempre più forte l’impressione che alcuni esponenti leghisti di Voghera siano, come dire, in preda al panico e che si sentano mancare la terra sotto i piedi. Il motivo è presto detto. Il tragico episodio che ha coinvolto l’assessore alla sicurezza ha avuto un’eco nazionale fortissimo e in autunno si svolgeranno le elezioni amministrative in alcune importanti città (Torino, Milano, Roma, Napoli, solo per citarne alcune). È vero che Voghera è una piccola città di provincia e che ha un rilievo politico nazionale decisamente marginale, ma provate a pensare se una giunta a trazione leghista dovesse cadere in seguito alla morte di Youns… la cosa influirebbe certamente sulla campagna elettorale della Lega, benché a livello nazionale si tenti in tutti i modi di celare l’imbarazzo che questa drammattica vicenda sta provocando.

Veniamo ora all’episodio in sé e che riguarderebbe, questa volta, l’assessore cittadino al commercio.

Pochi giorni fa esce su “Il Foglio” un articolo del giornalista Valerio Valentini che tratta della situazione di Voghera in questi giorni e che riporta alcune affermazioni che sarebbero state rilasciate dall’assessore al commercio mentre il giornalista si trovava a pranzo nella trattoria vogherese ove l’assessore lavora. In mezzo a queste dichiarazioni, una in particolare detona sugli organi di informazione; l’assessore avrebbe infatti detto, riferendosi alla manifestazione in ricordo di Youns che si sarebbe svolta il giorno dopo: «Domani spariamo davvero». E da qui in poi si assiste a una serie di cose che sono un mix di tragicomico, grottesco e caricaturale.

La prima: il sindaco scrive sulla sua pagina Facebook che si dissocia da quanto pubblicato su “Il Foglio“. Da cosa esattamente si dissoci non è dato sapersi e forse non lo sa nemmeno lei. Dall’articolo pubblicato? Dalle affermazioni del suo assessore? Dal quotidiano? Dalle rotative che lo stampano? Dalle edicole? Boh! Resta un mistero.

Arriva anche il post dell’assessore al commercio, sempre su Facebook, che dice testualmente: «Non ho rilasciato dichiarazioni ad alcun organo di stampa». Quindi, volendo seguire il ragionamento della signora, il giornalista sarebbe andato a pranzo nella sua trattoria, rimanendo col capo chino sul piatto dal quale consumava il cibo, avrebbe abbozzato un sorriso finale di saluto e poi, tornato a casa, avrebbe pubblicato fatti non corrispondenti al vero pur sapendo di rischiare una querela.

Ma su Facebook si apre anche un altro teatrino che, devo ammetterlo, fa persino un po’ tenerezza. Infatti alcuni condividono il link dell’articolo di cui sopra su alcune pagine social locali, stigmatizzando le dichiarazioni rilasciate dall’assessore. Succede allora che in difesa dell’assessore scendano in campo alcuni familiari e si leggono risposte più o meno di questo tenore: non è vero niente, mia sorella non ha parlato con quel signore (il giornalista), mia sorella non serve, l’ha visto solo per il conto

Io non voglio nemmeno prendere in considerazione l’idea che l’assessore abbia mandato i suoi congiunti in prima linea sui social a difenderla ma una cosa dovrebbe essere lampante oltre che elementare: se ricopri un ruolo pubblico e se ne hai anche solo minimamente consapevolezza la prima cosa che dovresti fare sarebbe quella di dire ai tuoi cari di evitare di rispondere al posto tuo e che sarai poi tu eventualmente a farlo nei modi che riterrai opportuni.

Resta un’ultima considerazione da fare: se la signora non ha pronunciato quella frase aberrante, allora quereli il giornalista e si vedrà poi chi aveva effettivamente ragione. Se non lo si fa affidando la difesa a una unilaterale smentita fatta sui social, va da sé che la questione resta aperta e che ogni dubbio è legittimo, come anche il fatto di pensare che tali affermazioni siano, se vere, del tutto incompatibili con il fatto di ricoprire una carica pubblica.

La crisi di Voghera da centro industriale a feudo delle destre

Nella città dello sceriffo. A metà tra Genova e Milano, terra di Resistenza e della sinistra. Da più di vent’anni immersa in paure e solitudine sociale

di Daniele Ferro (*)

Lavoro precario «sotto ricatto», ‘ndrangheta e gioco d’azzardo, emarginazione, politici indagati, sicurezza, revisionismo, sfratti e denatalità: l’ex città operaia di Voghera sarebbe materia di studio per la sociologia. E forse non è un caso che proprio qui, tra il Po e gli appennini a metà strada fra Milano e Genova, l’assessore leghista alla sicurezza Massimo Adriatici si permettesse di girare con la Beretta pronta a sparare che ha ucciso Youns El Boussettaoui, la sera del 20 luglio. L’episodio sembra il culmine di un processo politico e socio-culturale che coinvolge, se non l’Italia intera, almeno diverse aree del Nord un tempo industriali. Una trasformazione che riguarda i partiti, il lavoro, il sistema dell’assistenza sociale e la percezione delle diversità.

«VOGHERA è un caso di studio perché da città di centrosinistra è diventata di destra: c’è stata una mutazione antropologica. Un po’ tutta la bassa padana ha subito questo processo, come Piacenza e Ferrara», spiega il giornalista Vittorio Emiliani, che ha mantenuto l’occhio sul capoluogo dell’Oltrepò pavese, dove trascorse la gioventù. Dopo un esordio post-bellico comunista, simbolo di un territorio baluardo della Resistenza, è stata guidata dal centrosinistra. Fino a una svolta, nel 2000: da allora ha virato sempre più a destra. Lo scorso settembre la nuova sindaca Paola Garlaschelli è stata fermata al 49,2% al primo turno solo perché la parte moderata della precedente coalizione di centrodestra si è alleata col Partito democratico. «La sinistra – conclude Emiliani – non ha offerto risposte alla nuova realtà dell’immigrazione straniera, che pur essendo sfruttata ha creato paura».

FU IL TIMORE del diverso, nel ‘99, a scuotere l’ultima giunta di centrosinistra. A pochi passi dove Youns è morto ammazzato, nei cortili dell’ex caserma di cavalleria da decenni semi-abbandonata, una trentina di sinti vogheresi viveva nel degrado. Il Comune pensò a un campo attrezzato per loro e a un centro di accoglienza per gli stranieri senzatetto che avevano iniziato ad affacciarsi in città. L’opposizione raccolse le firme per un referendum consultivo contrario. «Finimmo sulla stampa nazionale come primo caso di referendum per escludere persone dalla solidarietà, anche Luigi Manconi fece un’interrogazione parlamentare», racconta Giorgio Silvani, giornalista vogherese. Ma al referendum il no stravinse, le ipotesi vennero accantonate, l’anno dopo arrivò il centrodestra che nel 2007 ha messo su un campo per i sinti stretto tra la tangenziale e la ferrovia e presentato come un «modello». È rimasto un ghetto. Un centrosinistra litigioso non fu capace di gestire una situazione che univa un’emarginazione storica a quella nuova degli stranieri. La «mutazione antropologica» ebbe lì un tassello, un altro riguarda il lavoro.

 

Area dismessa della ferrovia. @ArnaldoCalanca/Spazio53

PER STEFANIA MOGLIA, segretaria della Cgil locale, Voghera «è un esempio di fanalino di coda di un Paese in crisi, provato da una deindustrializzazione dalla quale non riesce a riprendersi. Qui si fa ancora più fatica. In Lombardia le maggiori richieste di Redditi di emergenza e di cittadinanza arrivano dall’Oltrepò». La sindacalista dipinge una storia dell’economia: «Da bambina vogherese degli anni Ottanta vivevo in un tripudio di negozi e fabbriche. Oggi il lavoro è quello pessimo, precario e sotto ricatto, degli appalti e subappalti nella logistica e nei centri commerciali. Non c’è più buona occupazione. Una volta il pendolarismo verso Milano era una scelta, oggi è una necessità che coinvolge oltre 5 mila persone». E Voghera ha 39 mila abitanti.

ORA MOLTI LOCALI del centro sono sfitti, con le vetrine vuote abbellite da foto storiche. Negli ultimi vent’anni sono stati concessi capannoni commerciali fuori città, a discapito dei negozi di quartiere. Uno svuotarsi che corre parallelo alla denatalità. «Se al lavoro ti tengono per il collo – prosegue Moglia – e nei nidi pubblici non ci sono posti, come possono i giovani formare una famiglia? Per le lavoratrici, poi, c’è stato un ritorno forzato al focolare per la pandemia: qui, l’anno scorso, a dare le dimissioni sono state per il 90% donne».

DA VENT’ANNI la popolazione vogherese non decresce solo grazie agli stranieri in costante aumento: sono oltre il 14% dei residenti (a Milano sono il 20%, la media nazionale Istat è dell’8,5%), e i marocchini – come Youns, che era irregolare – sono secondi per numero dopo la comunità romena. Voghera rappresenta quella provincia italiana del Nord che si è scoperta multietnica nel giro di vent’anni, con un’accelerazione portata dai giovani richiedenti asilo.

DIVENTA FACILE, per gli xenofobi – e in mancanza di soluzioni dalla sinistra – giocare sulla discriminazione contro tutti gli immigrati, approfittando di stranieri che bivaccano nei parchetti. La sensazione di pericolo da parte dei cittadini è un fatto. Sergio Vitellini, volontario Spi-Cgil, spiega che «gli anziani la sera non escono, hanno una paura che è stata fomentata negli anni, ma qualche verità c’è».

UNA QUALCHE VERITÀ che filtra dai numeri degli emarginati per cui lavora il centro a bassa soglia Baraonde, che a Voghera ha un progetto finanziato da Regione Lombardia e coordinato sul campo da Mauro Cecchetto. «Prima del lockdown – spiega Cecchetto – venivano da noi 327 persone, oggi sono 108. L’emarginazione degli ultimi vent’anni è sempre più complessa. Non è colpevole una sola amministrazione, ma un generale sistema dell’assistenza che ha fallito perché ha pagato lo scotto della riduzione di risorse ed è rimasto alla cura delle dipendenze, mentre oggi la marginalità è rappresentata da una parte dagli italiani che perdono lavoro e residenza e si ritrovano per strada senza documenti, e dall’altra dalla marginalità sempre più numerosa degli stranieri. Chi è senza fissa dimora non può accedere a sostegni economici o percorsi di reinserimento». Ecco perché queste persone rimangono invisibili. Anche ai cittadini: gran parte dei senzatetto non si rifugia sulle panchine, ma negli edifici dismessi della ferrovia. «Accade dappertutto – conclude Cecchetto – Per questo credo che la morte di Youns sia responsabilità di tutto un sistema». Ora si aggiunge «il disastro dello sblocco degli sfratti – dice una fonte del Comune – che coinvolge italiani e stranieri. Adesso non ci sono bandi di case popolari, e quando ci sono non bastano. Mancano risorse e personale: è un disastro che riguarda almeno tutta la Lombardia».

CHE VOGHERA non sia un caso, ma uno specchio dell’Italia, lo dimostrano anche la politica e il malaffare. Nel 2010 l’amministrazione ha posto una targa in ricordo di sei fascisti fucilati dai partigiani, proprio accanto a un muro del castello visconteo di piazza della Liberazione che era prigione fascista. Le proteste non sono servite, la targa è ancora lì. «Un consigliere di maggioranza disse che volevano riscrivere la storia», racconta il responsabile dell’Anpi locale, Antonio Corbeletti. Nel 2012 la locomotiva a vapore in viale Marx, simbolo di una città ferroviaria, fu spostata per guadagnare un parcheggio: prima abbandonata sui binari, è finita nell’Officina grandi riparazioni. Nel frattempo l’allora sindaco di Forza Italia Carlo Barbieri era stato dieci giorni agli arresti domiciliari, accusato tra l’altro di corruzione: vicenda poi chiusa per prescrizione.

NEL 2015 BARBIERI è diventato di nuovo sindaco per un soffio, con elezioni contestate che hanno portato al commissariamento della città. Elezioni ripetute e vinte ancora da Barbieri al ballottaggio con il 50,7%; a perderle, un avversario sempre di destra: Aurelio Torriani, sindaco per i primi dieci anni del Duemila ed ora assessore al Bilancio. Oggi a Voghera si parla ancora di affidabilità del voto, poiché l’assessore al Commercio, la leghista Francesca Miracca, è indagata per corruzione elettorale.

RIFLESSI D’ITALIA sono anche quelli del gioco e della criminalità organizzata. A fine 2016 qui la ‘ndrangheta è venuta allo scoperto – come era stato qualche anno prima per Pavia – con la Dda di Reggio Calabria che a Voghera e dintorni ha arrestato otto persone. Uno di loro ha raccontato di recente che la cosca gestiva affari edilizi, droga e armi. Pochi mesi prima Voghera era sui giornali la «città del gioco d’azzardo», che con una slot machine ogni 98 abitanti aveva persino superato Pavia, la «Las Vegas d’Italia»: secondo l’associazione NoSlot, nel 2016 erano finiti nelle macchinette vogheresi 80 milioni di euro. Quasi 20 in più di tutto il bilancio comunale.

LA CITTÀ E L’OLTREPÒ hanno un’altra cronaca alla quale affidarsi per ricostruire il tessuto sociale: nel 2015, a Retorbido, confinante con Voghera, migliaia di persone coordinate da un comitato manifestarono contro un inceneritore da 32 mila tonnellate annue di pneumatici. I cittadini si unirono per tutelare ambiente e salute: tre anni fa il Tar mise fine alle pretese della Confindustria. Voghera, come altre zone d’Italia, potrebbe ripartire iniziando a valorizzare sul serio le risorse paesaggistiche e culturali del territorio.

(*) pubblicato sul quotidiano «il manifesto» il 29 luglio

La “bottega” ha ricevuto – per errore? – dall’indirizzo assessoreculturaVogghera@gmail.boh la lettera che pubblichiamo qui sotto. (**)

Cari cittadini

mi sono ripromesso da qui a Nattale di leggere un po’ di libri (uno al mese) e volevo darvi qualche consiglio ma anche chiedervi aiuto: dicono che leggere è come mangiare ciliege, una tira l’altra e poi ti viene il mal di pancia. Vedremo.

Ecco la mia lista.

1 – Antonio Di Tullio D’Elisiis, «La nuova legittima difesa» con magari un manuale tipo «Le armi leggere delle Waffen-SS» oppure Foco Grosso, «Compendio sull’origine ed evoluzione della produzione armiera italiana» Altaforte edizioni

2- «Io sono Matteo Salvini, Intervista allo specchio» (di Chiara Giannini) Altaforte edizioni

3 – «La verità sul piano Kalergi. Europa, inganno, immigrazione» di Matteo Simonetti

4- «La grande menzogna del femminismo» di Santiago Gascò Altaba

5 – e per la storia «Autobiografia di un fucilatore» di Giorgio Almirante, Edizioni de Il Borghese (1972) magari con un testo di Carlo Mattogno o di Robert Faurisson.

E ricordatevi che a Vogghera ci sono le biblioteche (da non confondere con le librerie) dove si possono chiedere libri in prestito.

L’assessore Benito Lynch-Beretta

(**) Questa narrazione appartiene a «Il cuscino della notte», una vecchia, piccola tradizione del blog-bottega che state leggendo. Le persone più assidue hanno già incrociato qui Giovanardi redento e un leghista pentito, le borracce e Mary Starr Gelmini, il discorso più importante di Pio Laghi, un articolo di Marie Laveau, persino Lorella Cuccarini alle prese con la santa CONAD … e altri post che appartengono (e apertamente lo dichiarano per evitare equivoci) a un genere molto particolare: missive e articoli MAI scritti, dichiarazioni che persone “in vista” NON hanno pronunciato o pensato, cronache di avvenimenti GIAMMAI accaduti, sogni altrui e abusivi, recensioni di libri IMPOSSIBILI (un genere in cui anche Umberto Eco si dilettò). La totale inattendibilità è dunque ammessa in partenza almeno nei confronti di questo contingente universo dove attualmente abitiamo. Siamo nel “cuscino della notte” (dove si aggirano desideri e incubi), nella terra degli Elfi o – se vi piace la fantascienza – in mondi paralleli. Una celebre rubrica della «Settimana enigmistica» si intitola: “Vero o falso?”. Ma una prospettiva simile appare pedante e limitata. Infatti esistono anche il verosimile e suo zio il paradosso; il silenzio che confessa e il desiderio che nuota controcorrente; sberleffi e possibilità.

DUE LINK A PROPOSITO DELLE (TROPPE) ARMI CHE GIRANO

Le armi sommerse

L’omicidio di Voghera ha riacceso il dibattito sul possesso di armi. Il commento di Giorgio Beretta di Opal

L’incontrollata disponibilità di armi e la forte carica eversiva che sta esplodendo

di Alessio Di Florio

La strage di Ardea, l’operazione che ha smantellato «Ordine Ario Romano», l’inchiesta di Lanciano, l’omicidio di Voghera. Fatti che confermano quanto troppe e disponibili con eccessiva facilità le armi in Italia. Un Paese seduto su una carica eversiva pericolosissima.

https://www.wordnews.it/lincontrollata-disponibilita-di-armi-e-la-forte-carica-eversiva-che-sta-esplodendo

LA VIGNETTA è di Benigno Moi.

La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • Francesco Masala

    Da Treviso a Voghera, storia dei sindaci e assessori “sceriffi” italiani
    Massimo Adriatici, l’assessore leghista che ha sparato e ucciso un uomo dopo una lite a Voghera, è solo l’ultimo esponente di una lunga tradizione bipartisan: quella dei sindaci “sceriffi” fissati con il decoro e ossessionati dalla sicurezza

    Negli ultimi giorni la figura di Massimo Adriatici, l’assessore alla Sicurezza del comune di Voghera che martedì ha ucciso con un colpo di pistola il 39enne marocchino Youns El Boussettaoui, è balzata agli onori della cronaca non soltanto per aver posto fine alla vita di un uomo con un gesto totalmente insensato, ma anche per il suo passato abbastanza ambiguo. Le cronache delle ultime ore stanno infatti mettendo in luce tutti i tic e le ossessioni di una persona afflitta da una vera e propria paranoia securitaria, sempre pronta a utilizzare il pugno di ferro per proteggere la propria città da un non meglio precisato nemico esterno, reo di minacciare la quiete pubblica e il decoro.

    Per fare solo un esempio, ad offrire uno scorcio della bizzarra quotidianità amministrativa di Adriatici è stato Giampiero Santamaria, coordinatore del partito intervistato dal Fatto Quotidiano, che ha raccontato come “il primo atto che ha fatto in comune è stato il Daspo a una persona che chiedeva l’elemosina”. E il ritratto di Adriatici che emerge dalle testimonianze dei cittadini è quello di un amministratore abituato a vestire senza troppi problemi i panni del vigilantes, con un atteggiamento e un linguaggio ben precisi, caratterizzati da una certa enfasi sulla sicurezza, dalla necessità inderogabile di una legittima difesa “senza limiti” e da un ossessione per il buoncostume.

    Per comprendere come l’ossessione per il decoro sia diventata un frame narrativo costante nella politica italiana – ma in generale in tutto il mondo occidentale – bisogna fare un passo indietro. La data di nascita delle idee che ispirano la maggior parte delle politiche securitarie contemporanee è il 1 marzo 1982, quando sulla rivista americana The Atlantic esce un articolo destinato destinato a fare scuola: Broken Windows: the police and neighborhood safety. La tesi degli autori, George L. Kelling e James Q. Wilson, è che ci sia un nesso di causalità tra disordine, percezione dell’insicurezza e aumento della criminalità; i “segnali di incuria” come una finestra rotta avrebbero l’effetto di rompere le “barriere collettive” che proteggono la nostra civiltà.

    L’articolo di Kelling e Wilson prendeva le mosse da un piano adottato dallo stato del New Jersey nel 1981, denominato Safe and Clean Neighborhoods Program, con cui venivano aumentati i pattugliamenti a piedi delle forze di polizia in 28 città dello Stato. Anche se in seguito si sarebbe scoperto che all’aumento dei pattugliamenti non corrispondeva alcun calo delle attività criminali, per Kelling e Wilson la misura rendeva gli abitanti delle zone pattugliate più sicuri e convinti che una diminuzione dei reati ci fosse effettivamente stata. Anche se i dati empirici la smentivano, la percezione c’era.

    Questa tesi avrebbe poi ispirato la dottrina della “tolleranza zero” resa celebre dal sindaco di New York Rudolph Giuliani negli anni Novanta: una linea di assoluta intransigenza verso le trasgressioni minori compiute da quei gruppi sociali percepiti come “fastidiosi”, come i mendicanti e i tossicodipendenti, che dovevano essere costantemente tenuti a bada affinché la quiete della gente “per bene” non venisse disturbata.

    In Italia il capostipite di questo filone è stato il sindaco leghista di Treviso, Giancarlo Gentilini, strenuo sostenitore della linea dura sulla sicurezza e fautore della cosiddetta “tolleranza a doppio zero”, nonché uno dei primi amministratori a guadagnarsi l’appellativo di “sceriffo” nel nostro Paese. Nel 1997 Gentilini era salito alla ribalta mediatica per aver disposto la rimozione delle panchine dalla città, colpevoli di “venire utilizzate dagli immigrati”, foraggiare il “bivacco di extracomunitari” e incentivare lo spaccio. Avevano rischiato l’eliminazione anche gli alberi, i cui rami secondo Gentilini “andavano segati” poiché venivano utilizzati dagli stranieri come appoggio per le proprie borse.

    Più in generale, durante il suo mandato Gentilini aveva fatto l’impossibile per dipingere la propria città come una sorta di Far West padano messo a repentaglio dalla presenza di pericolosissimi fuorilegge, identificati sempre con gli immigrati. Lo “sceriffo”, rivendicando il titolo di garante supremo del decoro, aveva impostato la propria campagna elettorale quasi interamente sul tema del “degrado morale”, una piaga da estirpare il prima possibile, anche al costo di “tornare ai carri piombati”. Non a caso, poche settimane prima dell’inizio di questa lotta senza quartiere nei confronti delle panchine cattive e degli alberi compiacenti, il sindaco aveva lanciato una campagna per illuminare le mura cittadine poiché lì sotto, celati nel buio, stavano nascosti “ladri, puttane, culattoni e efebi negri e bianchi e loschi figuri che si aggirano di notte e non si vedono”.

    A distanza di più di vent’anni da Gentilini, la narrazione leghista in tema di sicurezza e decoro è rimasta praticamente immutata – come dimostra la vasta gamma di operazioni anti-bivacco portate avanti dal partito in diversi comuni da esso amministrati. Qualche esempio: il decreto “Parchi sicuri”, adottato a Ferrara dal vicesindaco Nicola Lodi; l’eliminazione delle panchine dalle piazze di Mortara, realizzata dal sindaco Marco Facchinotti.

    Tuttavia, sarebbe un errore pensare che la tolleranza zero abbia ispirato unicamente partiti di destra. Il continuo ricorso alla formula magica “decoro e sicurezza” è una consuetudine ben presente anche nel centrosinistra, come dimostral’ambiguità con cui il sindaco di Firenze Dario Nardella, aveva commentato le proteste organizzate in occasione dell’omicidio di Idy Diene, ambulante senegalese ucciso a colpi di pistola nel 2018. In quell’occasione, di fronte a una protesta frutto della rabbia popolare, il sindaco aveva deciso di concentrarsi sul fatto che i manifestanti avessero rovesciato delle fioriere – riportando al centro la questione del decoro cittadino anche nel caso di un omicidio razzista.

    Insomma, date queste premesse, è chiaro che Adriatici e la Lega non si sono inventati proprio nulla. Temi come il “decoro” e la “sicurezza” rappresentano da anni uno dei focus dell’azione politica locale e nazionale su cui tutti i maggiori partiti devono confrontarsi, abbracciandolo in modo più o meno convinto. Le politiche securitarie sono diventate il pilastro portante dell’operato degli amministratori delle nostre città. Come scrive Wolf Bukowski nel suo libro La buona educazione degli oppressi, “le accuse di maleducazione e inciviltà e tutta la politica da pianerottolo si sono fatte politiche di parlamento, e da destra e da sinistra si fa a gara a chi le interpreta con maggior rigore”.

    Giuseppe Luca Scaffidi
    da Rolling Stone

  • Giorgio Chelidonio

    La “casalinga di Voghera” pare abbia un’antenata eccellente: Carolina Invernizio.
    Da Arbasino a Nanni Moretti (di “Sogni d’oro”) anche gli stereotipi sociali “vengono da lontano”

    https://electomagazine.it/perche-si-dice-la-casalinga-di-voghera-lorigine-del-detto/

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