Riflessioni sull’Islam a partire dalla serie tv «Ethos»

di Lady Whiistledown (*)

Parlare di Islam dalla prospettiva interna di chi è natə e cresciutə in questo contesto e in questa educazione permette di porre con forza la necessità di difendere non solo la libertà di culto, ma anche la libertà di espressione, e quindi anche la scelta di allontanarsi dalla religione. Dalla serie tv «Ethos» (**) alcuni spunti per distinguere le diverse posizioni di chi parla di Islam, e un invito agli/alle ex-muslim a riconoscersi come comunità.

 

 

Mi chiamo Lady Whiistledown
non mi conoscete
e vi assicuro che non mi conoscerete mai,
ma vi avverto gentili lettorə,
io di certo conosco voi

ETHOS ETHOS ETHOS

Ho guardato «Ethos» qualche settimana fa e ho suggerito a tante amiche e amici di fare lo stesso. Volevo sentire le opinioni, tutte. Al centro dell’attenzione ci sono la dicotomia tra donne istruite e non, in rapporto alla borghesia o alla povertà, la metropoli e la campagna, ed il ruolo che ha la religione islamica, soprattutto dal punto di vista delle donne. Ho provato fastidio anche questa volta perché nelle reazioni c’è una gran bella dose di buonismo, o white fragility (se parliamo in inglese sembra tutto più corretto): questo bisogno che abbiamo di dimostrare che sappiamo vedere con lo sguardo altrui e quanto sappiamo criticare noi stessə, noi bianchə, noi che capiamo quanto radicate sono le malefatte che l’occidente ha commesso verso gran parte del mondo, e dicendo queste stesse parole non siamo nella posizione di pretendere altrettanta autocritica dalla controparte.

Mi sono stufata di questo senso di colpa che vi appaga ed in cui vi masturbate costantemente. Mi spiego meglio: le “minoranze” sono definite tali (o perlomeno questa è la mia considerazione) perché non hanno potere per agire politicamente, ma hanno il potere per agire all’interno della propria comunità. Sono ambasciatrici di una comunità di origine.

Le minoranze, in quanto minoranze, non sono quindi un feticcio esotico, non sono il luna park da frequentare per sentirsi inclusivi, non sono solo l’esempio di comunità e mutualismo, o una palestra di resilienza verso le politiche razziste e classiste. Le minoranze non esistono solo per ricordarvi che siete bianchə, viziatə, privilegiatə. Le minoranze fanno schifo come fate schifo voi, non possiamo ancora dirlo pubblicamente perché siamo ancora obbligatə a tutelarci e a stare sulla difensiva. Perché agli occhi della propaganda di destra e pure della saccenza di certa sinistra ci è negato il privilegio di essere criticabili.

LE MINORANZE FANNO SCHIFO

Quando si parla di Islam, islamofobia, terrorismo islamico, femminismo islamico, Islam moderato, ecc… bisogna avere il coraggio di farsi da parte e semplicemente ascoltare, se è solo materia di ragionamento per chi ha un punto di vista esterno, spesso laico occidentale.

Se invece ci si sente parte di questa questione perché dentro ci siamo natə, allora è importante lavorare affinché non sia compromessa, limitata o offesa sia la libertà di culto che la libertà d’espressione; in questo senso mi sono riconosciuta nel ruolo della donna che per tutto l’arco della serie tv «Ethos» è rimasta in ascolto, ed è sfumata quasi come fosse un personaggio in secondo piano. Non rilevante, un personaggio che facesse da ponte o cerniera.

Mi sono riconosciuta nella psicologa Gülbin, interpretata dall’attrice Tülin Özen. Lei viene da una famiglia islamica ma ha preso una strada diversa da quella della sorella, è ciò che le permette di ragionare diversamente da Peri, figlia di una famiglia borghese che vive all’occidentale e prova un profondo pregiudizio verso le “velate”.

Gülbin è la psicologa di Peri che pensa di essere capita perché le due hanno sicuramente qualcosa che le accomuna: l’autonomia come donne, lo studio, mettono la ragione prima della religione. Gülbin però ha avuto una vita diversa da Peri, è cresciuta in una famiglia curda musulmana praticante e viene continuamente criticata dalla sorella per essere una profana.

L’ostilità della sorella Gülan è esplicita e non nasconde il suo disgusto verso la vita dissoluta della sorella. Viceversa, Gülbin semplicemente interiorizza l’odio che riceve e non giudica allo stesso livello, si limita a difendersi. Gülbin assorbe da entrambi le parti, sia da Peri che da Gülan, non esprime la sua posizione perché la sua posizione si costruisce nella frattura o nella mediazione tra due mondi apparentemente incompatibili.

Molto spesso sono stata scambiata per “femminista islamica”: non lo sono, non me ne faccio alcun problema – però – solo se le femministe islamiche dimostrano esplicitamente di riconoscere le femministe atee che provengono dalla stessa cultura. Intellettualə islamistə, giovani musulmanə, femministe islamiche, moderate, laiche, occidentali dalle origini non islamiche ma che lottano dando il proprio contributo da alleatə contro l’islamofobia. Come possiamo lottare davvero contro l’islamofobia se non proviamo a sbirciare anche dal punto di vista di Gülbin, colei che tace e si mette a servizio, che sa di essere giudicata dalla sua stessa famiglia e comunità, ma che nella società sa riconoscere il valore degli stessi che tanto la disprezzano per le proprie scelte? C’è una narrazione mancante, o forse è un invito a riflettere su uno spazio vuoto che questa serie tv mette in luce.

Non darò adito a chi pensa che è facile scivolare nell’islamofobia in questo ragionamento, non ci sono giustificazioni per permetterlo: così come sappiamo scindere politicamente e culturalmente la differenza tra antisemitismo e antisionismo, e ne sappiamo distinguere la strumentalizzazione, dovremmo saper riconoscere anche quando l’Islam è libero o imposto.

L’Islam, come tutte le religioni, non nasce come una scelta ma come parte della nostra educazione, per questo parlo di “ex-muslim”, perché si tratta di una presa di coscienza successiva, che avviene spesso in età adolescenziale e si espande da un puro e istintivo dubbio.

Mettere in dubbio le fondamenta più profonde della propria esistenza: il percorso di un ex-muslim non è facile perché significa ricostruire fondamenta da zero, alle volte mortificarsi e crollare in un oblio, cercare uno spiraglio di paradiso e inciampare nelle profondità dell’inferno. Da lì ricostruire le fondamenta solide per una nuova vita, tutto questo in clandestinità perché si è consapevoli di non poter condividere il dubbio, il dubbio non è permesso quando si parla di fede.

Essere ex-muslim non significa odiare l’Islam, anzi, è costitutivamente il contrario.

Questo percorso è lampante quando si parla di “seconde generazioni”, ma non solo chi è cresciuto zigzagando tra culture che hanno radici diverse ha un terreno “privilegiato” nel sentirsi scosso dal dubbio. Se ci si sente chiedere “ti senti più x o più z?”, implicitamente si è stuzzicatə da quel dubbio ma le risposte a questi input possono essere diverse. Il bivio è o sentirsi giudicati per la propria cultura e coltivare rabbia o un senso di ingiustizia subita, oppure sentirsi giudicati dalla propria comunità per essersi “occidentalizzati”: aver ripudiato i valori in favore di una vita senza princìpi sacri, essere ormai bianchə dentro.

Il sollievo proviene dagli stessi “Paesi di origine”, dove esistono e si moltiplicano movimenti per la libertà di espressione e per il riconoscimento dei diritti umani delle persone atee, dove è più difficile aggrapparsi alla scusa dell’occidentalizzazione, una giustificazione che fa fin troppo comodo perché sembra che ci voglia sempre tenere lì a scegliere tra x o z.
CHI SONO GLI/LE EX-MUSLIM?

Non lo so nemmeno io non vi preoccupate, perché non si rivelano così facilmente, il prezzo è troppo alto per mostrarsi e venire fuori allo scoperto. Sono convinta che esistono molte persone che vivono da ex-muslim nelle proprie comunità islamiche e fingono costantemente di rappresentare le aspettative che gravano su di loro. Esistono comunità in Europa o attiviste come Maryam Namazie, andate a sbirciare sul web, non vi serve la pappa pronta.

Ex-muslim significa crescere in comunità islamiche ma riconoscere, ad un certo punto della propria vita, che non si crede in alcun dio; nessuno, nemmeno un dio lgbt friendly, nemmeno con il ripiego di una conversione, semplicemente si nasce e si muore e della propria spiritualità ci si serve per nutrire l’esperienza terrena.

Nascere con la religione islamica prima ancora di avere percezione della vita stessa, dover assumere questo ruolo di sottomissione ad Allah che è più importante della propria vita, vivere in una comunità in cui è impossibile fare a meno di pensare all’Islam, ché esso è intrinseco nel linguaggio di popoli arabi e arabizzati. Chiunque sia musulmano deve imparare l’arabo per capire il Corano, l’arabo non è solo la lingua di alcuni popoli mediterranei, è la lingua dell’Islam: Al Hamdullah, Bismillah, Inchallah… il linguaggio è intrinsecamente religioso, è nato, pensato e cucito attorno alla venerazione di Allah. Non solo il linguaggio, anche tutto il resto, vivere l’Islam non è solo vivere una religione, e per questo è difficile scindere tra cultura e religione, politica e religione.

Come fai ad essere un ex-muslim in questo groviglio?

Semplicemente ci nasci, tra amore e odio per questa cultura, fascinazione e oppressione. Se parlo di linguaggio, come di qualsiasi fattore identitario, è facile sembrare incoerente: esaltare la bellezza della lingua araba o riconoscerne l’impatto in termini di libertà? Ma io posso e voglio fare entrambe le cose perché non voglio scegliere da che parte stare, voglio semplicemente offrire un approccio diverso e far valere la mia posizione. Non si dovrebbe trattare questo argomento come “delicato” nel 2021.

Il fastidio più grande è, ahimè, dover giustificare con l’argomentazione il perché del proprio ateismo o libera spiritualità, non è sufficiente che semplicemente non si senta il bisogno di credere in una vita oltre la morte. Il che lo trovo contraddittorio. Bisogna saper motivare chirurgicamente le contraddizioni che ci separano dal testo sacro, il Corano; come a dire che “se sei ateo devi avere delle legittime motivazioni, conoscere la religione appieno, ti senti per caso superiore a miliardi di fedeli in questo mondo?”, un peso non da poco: haram/halal, questa arma del senso di colpa, sentirsi una traditrice, respirare tensione e ostilità. È come andare contro la natura del proprio stesso sangue, essere la blasfemia. Dire di essere un ex-muslim l’ho spesso vissuto come un affronto fatto verso l’interlocutorə musulmanə che prende questa confessione sul personale, non sempre ovviamente, ma parlo di comunità, non mi confronto sempre e solo con attivistə che la pensano come me.

Allora, già che ci sono, chiedo a tutte le femministe islamiche, a musulmanə moderatə e chi lotta contro l’islamofobia: scendereste mai in piazza per lottare per il diritto di essere ateə nella propria comunità islamica? per rompere questo muro di omertà costruito attorno a chi deve vivere in clandestinità, a chi deve nascondersi cambiando città o paese, come fa Hayrunnisa in «Ethos», e a tante come noi, che si mascherano vivendo due vite pur di non sentirsi condannati all’apostasia, alla blasfemia, essere disconosciuti e, in casi estremi, condannati alla pena di morte?

Condannare l’islamofobia e preservare questa omertà non è forse una contraddizione, un tradimento verso chi soffoca nelle comunità-bolla islamiche e si sente figliə del diavolo, del peccato e della condanna eterna? Bastasse questa: siamo ripudiatə per la nostra irriducibile ingratitudine, per lo più ci allontaniamo silenziosamente per vivere in libertà. Il consiglio di moltə amicə è proprio questo: “se non ti vedono puoi vivere in pace”.

Cosa succede se invece non si intendesse optare per la scelta, più facile, dell’autoesilio?

Amici e amiche, di questo argomento non vi permetto alcuno studio accademico, personalmente non rilascerò alcuna intervista per studi fatti da chi non è passatə attraverso questa esperienza. Questa faccenda va risolta e si risolverà solo se le persone si sentiranno davvero tutelate nel venire fuori allo scoperto. Non intendo dare nutrimento al capitalismo cognitivo autoreferenziale che avvita e concentra nei vostri palazzi e nelle vostre serene scrivanie universitarie quello che è un bisogno comune e collettivo. Questo articolo si rivolge ai soggetti sopra menzionati, è una faccenda che ci riguarda, il primo passo è riconoscersi come comunità nelle comunità, non siamo solə, non siamo pazzə e non siamo condannatə al silenzio.

(*) ripreso da tamuedizioni.com. Lo pseudonimo Lady Whiistledown rimanda a un personaggio di «Bridgerton», serie tv britannico-statunitense che ha debuttato il 25 dicembre 2020 su Netflix.

(**) La serie tv «Ethos» – in originale «Bir Başkadır» – è uno spaccato della Turchia contemporanea e sta facendo molto discutere: dal 12 novembre 2020 è disponibile su Netflix.

 

 

La Bottega del Barbieri

3 commenti

  • Mi sento totalmente in sintonia con lei, qualunque cosa possa pensare di me: “semplicemente si nasce e si muore e della propria spiritualità ci si serve per nutrire l’esperienza terrena”.
    Nutrire = coltivarne e implementarne la qualità, la qualità delle relazioni. Non c’è davvero bisogno di un dio: basta stare consapevolmente nell’ordine simbolico della madre e diventare femministi anche noi uomini, abandonando cultura e pratiche del patriarcato e facendo il salto quantico nell’era biofila in cui la nostra Grande Madre Terra ci aspetta fin dall’inizio della comune esperienza terrena.
    Grazie di questa condivisione, Daniele.

  • antonella Selva

    bel post! è davvero stimolante sentire voci “dall’interno” e percepire le dissonanze presenti nel mondo islamico.
    Veramente colgo e rilancio l’invito dell’autrice a metterci in ascolto, come persone “occidentali” qualunque cosa ciò significhi, e sospendere il giudizio.
    E anche l’invito a guardare questa serie tv!

  • Lady Whistledown

    Grazie mille.

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