Stefan Zweig e il mistero del “gran finale”

di Fabio Troncarelli

Il diavolo fa le pentole ma i nazisti non fanno i coperchi?

Il 28 novembre 1881 nasceva a Vienna lo scrittore Stefan Samuel Zweig. Era la Vienna di Francesco Giuseppe, di Freud, di Klimt, di Musil: la capitale di quell’Austria felix che due guerre mondiali avrebbero distrutto per sempre e che lo stesso Zweig avrebbe descritto con intensa commozione nel suo ultimo capolavoro, Il mondo di ieri (traduzione di Lorena Paladino, Milano, Garzanti, 2014). Lo scrittore, che discendeva da un’agiata famiglia ebraica, fu certamente il più celebre autore in lingua tedesca d’ Europa tra gli anni Venti e Quaranta. In seguito, la sua fama declinò a poco a poco, ma recentemente la sua figura è stata riscoperta e nuovamente apprezzata, grazie a una serie di film e spettacoli teatrali ispirati dalle sue opere, come Grand Budapest Hotel di Wes Anderson e Una promessa di Patrice Leconte del 2014, Stefan Zweig: Farewell to Europe di Maria Schrader del 2016 o Les derniers jours de Stefan Zweig di Gérard Gélas, tratto dal best-seller omonimo di Laurent Seksik, tradotto contemporaneamente in dieci lingue diverse. Non c’è da meravigliarsi, dunque, che negli ultimi anni si siano moltiplicati convegni, congressi, mostre ed operazioni editoriali e accademiche di ogni tipo sullo scrittore austriaco, che hanno contribuito fra l’altro al nuovo sviluppo di progetti già avviati in precedenza, come l’edizione digitale della maggioranza dei suoi autografi da parte dell’Università di Salisburgo, o l’apertura di un museo nella casa di Petrópolis in Brasile dove Zweig terminò i suoi giorni.

Una tale quantità di iniziative rende del tutto superfluo ogni sforzo di aggiungere qualcosa alla immensa bibliografia su questo autore e sconsiglierebbe perfino di scrivere un ennesimo articolo su di lui, come questo. Sono consapevole del rischio di ripetere cose già note e confesso ai lettori che ho esitato molto prima di cominciare. Alla fine però, chissà perché, mi è ritornato in mente Montalbano: Montalbano scontroso, grintoso, spigoloso, sempre insoddisfatto, roso da una pena segreta che gli fa capire gli esseri umani senza parlare, perchè vive in un mondo di gente che non parla e neanche lui parla tanto. Ecco, al Montalbano che sonnechia dentro di me una nota suonava falsa, stridente, in tutto questo strepito di trilli, di squilli, di cinguettii in onore di un Maestro che deve restare rigorosamente inchiodato a un podio di bronzo: uno stridìo di ottoni, simili a quelli di una banda di pompieri o di vigili urbani durante una festa patronale, inappriopriato per uno scrittore schivo, timido, signorile, che aveva nelle orecchie i valzer di Johann Strauss e aveva collaborato insieme all’altro Strauss, il grande Richard, l’autore del Cavaliere della rosa. Non è un po’ stonata tutta questa fanfara rispetto alla musica mesta delle parole del Mondo di ieri?

Gira e rigira alla fine la lampadina si è illuminata: quello che non funzionava era il Gran Finale! Avete mai visto il Concerto di Capodanno a Vienna, dove alla fine, immancabile, implacabile, l’orchestra attacca la Marcia di Radetsky, entrano nell’arena i cavalli bianchi lipizzani che si muovono mostruosamente a passo cadenzato e tutti scattano in piedi e battono le mani al ritmo dei tamburi, giulivi, feroci, barbari una buona volta, altro che sudditi dell’Impero? Ci può essere una cosa più orribile? Eppure ogni anno che Dio lo manda e qualche televisione ci sbobina questa visione allucinata, degna di un quadro di Bosch. Ecco, qualcosa di simile a questo Gran Finale c’è nel gran Finale di tutte le parole, immagini, opere ed omissioni che concludono celebrazioni, congressi, biografie, spettacoli teatrali, best-seller e qualunque altra cosa il diavolo se la porti sul povero Zweig: quello che con un lessico indubbiamente più squinzio potremmo chiamare il “tormentone su Zweig”. E cioè? Citiamo per farla breve le parole autorevoli di uno studioso illustre, Paolo Isotta, che riassume il succo del best-seller di Laurent Seksik dicendo: “Il 22 febbraio 1942, a Petrópolis, triste località di villeggiatura a settanta chilometri da Rio de Janeiro, Stefan Zweig si uccise con la moglie. Aveva sessantun anni. Era stanco di fuggire. Viveva a Salisburgo; con l’Anschluss il terrore nazista l’aveva costretto a peregrinare. Inghilterra, Stati Uniti, Brasile. Non ne poteva più. Ancora pareva che la Germania potesse vincere; la morte voleva per il Maestro essere anche un segno di rivolta.”(Il Fatto Quotidiano 22/9/2018).

Ora, dal momento che Zweig ha avuto un’esistenza tormentata, che ha vissuto sempre in fuga, perseguitato dal destino, sopravvivendo a due Guerre Mondiali, alle ispezioni della polizia, agli insulti degli antisemiti, all’odio dei Nazisti, al punto da dire di aver avuto non una, ma “tre vite”1; e dal momento che di tutto ciò si è ampiamente, comprensibilmente e continuamente lamentato, ripetendo ad ogni piè sospinto le parole “non ce la faccio più”; e dal momento che, per quanto ne sappiamo, ha fatto almeno quattro volte testamento, evocando il suo funerale a fosche tinte, non è certo difficile trovare una valanga di citazioni appropriate per mostrare il continuo ribollire nel suo animo di quelle che Dominique Frischer ha definito ossessive e mai placate “idee suicidarie”2 E di giustificare così tutta un’interpretazione delle sue opere in chiave di inevitabile sconfitta. Zweig, il reazionario, sarebbe vissuto in uno sterile rimpianto del passato rifiutando ogni speranza nell’avvenire. Per questo, necessariamente, doveva finire come è finito. Non è questo, forse, il significato della sua anacronistica rievocazione della Vienna di altri tempi nel Mondo di ieri, definita, non a caso “la più lunga lettera d’addio di un suicida nella storia”(Maureen Younger)?

Eppure – lo sa bene Montalbano il nuotatore- tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Le tendenze distruttive non vengono sempre messe in atto. Anzi. Spesso il rimuginare su qualche cosa di torbido può essere un modo di rielaborarlo, di familiarizzarsi mentalmente con le sue conseguenze negative per evitarle. Lo hanno detto esplicitamente due brillanti ricercatori, che hanno messo alla berlina le ossessioni dei poliziotti americani nei confronti dei pensieri nascosti dei poveracci che gli capitano tra le mani. Christopher Bollas e David Sundelson, uno psicoanalista e un avvocato, si sono coalizzati per reagire a un’inquietante tendenza che si sta sviluppando negli Stati Uniti3. In sintesi, molti giudici si sono espressi recentemente contro il mantenimento del segreto professionale degli psicoanalisti nei casi in cui c’è fondato sospetto che il paziente sta per compiere un’azione criminale. In altri termini, se un povero cristo tormentato da una moglie più petulante di Santippe e un capoufficio più cattivo del pirata Barbanera va dallo psicoanalista e si sfoga dicendo: «Vorrei ammazzare tutti i rompiscatole che mi levano il respiro!», il probo analista dovrebbe (secondo i solerti giudici yankee} telefonare seduta stante al più vicino sceriffo che si precipiterà con le sirene spiegate, e, spianando una Colt 45, arresterà il malcapitato appena uscito dalla seduta.

Pensate che stia scherzando? Basta scorrere il libro per rendersi conto che la realta è anche peggiore. Il dottor Schultz in Calilornia è stato sbattuto dentro senza complimenti per aver rifiutato di rispondere su un suo paziente. Analogamente il dottor Oziel non ha visto riconosciuto il diritto al segreto professionale. Il giudice contemporaneo che vuole tutto sapere e tutto prevedere ignora paranoicamente (e la parola non è usata a caso) che la mente umana ha necessità di delirare occasionalmente per non precipitare in un delirio sistematico. Non c’è corrispondenza tra una fantasia omicida ed un’azione omicida, così come non c’è corrispondenza tra un bambino che ruba la marmellata e un criminale incallito. E’ solo in una prospettiva paranoica, in un mondo come quello di George Orwell, dominato da un Grande Fratello che deve tutto sapere e tutto controllare, che si può temere la fantasia.

Torniamo a Zweig. Nel suo caso la perversa logica del Grande Fratello, per cui a ogni pensiero corrisponde un fatto e tutto è squadernato davanti ai nostri occhi di inquisitori ha un’apparente ragion d’essere. Visto che, secondo la polizia, Zweig si è suicidato, le sue opere devono fatalmente contenere funesti presagi della sua fine. E visto che le sue opere sono piene di tristezza e lamenti, devono fatalmente preannunciare il suicidio dell’autore. Un suicidio che, peraltro, sarebbe stato strombazzato ai quattro venti dallo stesso Zweig, attraverso altisonanti “lettere di addio”e numerose missive di scuse ad amici e parenti. O almeno, questo è quello che dice la polizia e che ripetono tuttti con i suoni sgangherati che abbiamo ascoltato. .

Detta così, non fa una grinza. Ma ecco che viene fuori Montalbano. Anzi no, non voglio essere così presuntuoso: ecco che viene fuori Catarella, il povero Catarella, così ridicolo e pasticcione, che però ha fatto un corso sui computer, è diventato bravissimo e scopre sempre la “parola di passo” dei computer dei criminali e svela le loro oscure macchinazioni. Sapete, io mi sento un po’ il Catarella della situazione: l’ultimo arrivato di una fitta schiera di illustri professori, biografi, registi e autori di best-seller, che non ha molto da offrire ai loro palati fini oltre che la sua ingenua curiosità. Però, ecco, vedete, io ho fatto tanti anni il perito grafico in tribunale e pure io, come Catarella, la so trovare, se serve, la “parola di passo”. In questo caso la parola mi fa entrare in un vecchio computer un po’ scassato dove ci sono tanti files da aprire: 36 per la precisione. Li ha raccolti con l’energia e il vigore di un adolescente un professore di psicologia e di diritto brasiliano, un vecchio ebreo ardente come un profeta di Israele, con la fama di essere un po’ Guru e un po’ matto, il dottor Samuel Pinheiro Goldberg. Faccio grazia al lettore dell’esuberante quantità di osservazioni di Pinheiro. Mi limito a segnalarne solo tre:

Primo: 23 febbraio 1942, ore 16, 30: la cameriera trova i cadaveri di Stefan e Lotte Zweig sul letto. La polizia dichiara che si tratta di suicidio. Viene scoperta una lettera in cui Zweig lascia capire di volersi uccidere. Non una parola su sua moglie. Non viene fatta un’autopsia, neanche su esplicita richiesta del presidente-dittatore del Brasile, Getúlio Vargas. Perché?

Secondo: Se analizziamo le foto dei corpi, pubblicate sui giornali dell’epoca e la lettera di addio di Zweig noteremo molte stranezze. Innanzi tutto, le posizioni dei corpi nelle foto pubblicate sui giornali brasiliani subito dopo la morte di Zweig sono diverse tra loro e mostrano che i corpi sono stati spostati più di una volta: nella prima foto i due sono abbracciati e la donna ha un braccialetto sul polso sinistro; nella seconda foto non sono abbracciati, la mano sinistra della donna è appoggiata su quella dell’uomo ed è sparito il braccialetto; nella terza foto la mano sinistra della donna non è sopra la mano dell’uomo e non c’è il braccialetto.

A parte questo: gli oggetti sul comodino di sinistra sono stati spostati (come ad esempio il bicchiere)e addirittura tolti: manca una moneta nella seconda foto; manca il braccialetto nella seconda foto; manca la penna nella seconda foto; manca il fazzoletto nella prima foto. E poi, last but not least, dov’è finito il presunto tubetto (o, se si preferisce, la presunta boccetta) che avrebbe contenuto il presunto veleno (quale?) ingerito dai due presunti suicidi? Nei giornali se ne parla ma in realtà non è stato mai trovato, come si vede nelle foto. Forse è sparito, così com’è sparita la seconda lettera di addio di Zweig, di cui parla Claudio de Souza che fu subito chiamato dalla polizia dopo la scoperta dei cadaveri (cfr. l’articolo pubblicato in Sintesis, 2 (1945), p. 82)4. Solo recentemente sono state ritrovate due lettere di addio di Zweig, che però sono due copie dello stesso testo, ma non è stata mai ritrovata l’altra lettera. Quante cose strane sono successe subito dopo la scoperta dei corpi! Come mai?

Punto terzo: Il giorno della morte di Zweig nella piccola cittadina di Petrópolis fece la sua comparsa, senza nessuna ragione, il capo della polizia nazionale brasiliana Filinto Strübing Müller (1900-1973), che doveva invece essere nel suo ufficio e non aveva assolutamente niente da fare a Petrópolis. Lo sappiamo dal Diario del Presidente della repubblica Getúlio Vargas che non può essersi ingannato su questo punto, perché se c’era uno che controllava minuziosamente i suoi sottoposti questi era proprio Vargas5 Lo Strubling Müller, di origine tedesca era un filonazista spietato e visitò la Germania nel 1937 su invito di Heinrich Himmler. Inoltre fu uno degli artefici del vasto sistema repressivo dell’Estado Novo di Vargas, caratterizzato dall’uso di tortura su larga scala (è riportato che abbia partecipato personalmente ad alcune sessioni di tortura) ed esecuzioni sommarie contro gli oppositori politici . Fu rimosso dai suoi incarichi quando Vargas cambiò fronte e fece alleare il Brasile con gli Alleati contro Adolf Hitler.

In base a queste osservazioni e a molte altre Pinheiro non esita ad affermare che il suicidio è stata solo una messinscena: Zweig, insieme a sua moglie, è stato assassinato da spie naziste, che a quell’epoca erano dovunque in Brasile. Non a caso nel cestino della carta accanto alla sua scrivania fu ritrovato un appunto in cui lo scrittore, meravigliato, affermava di essere diventato “il più pericoloso intellettuale nemico del Nazismo”, superiore perfino a Thomas ed Heinrich Mann che egli considerava più importanti intellettualmente6.

Le accuse di Pinheiro esposte in libri ed articoli pubbblicati tra 1999 e 20157 hanno suscitato roventi polemiche: ben pochi si sono uniti alla battaglia condotta dall’impavido profeta ebreo ed alla fine, dopo un certo chiasso, su tutto è tornato il silenzio, rotto solo dalla esuberante fantasia degli scrittori, che si sono gettati a corpo morto su quest’idea, aggiungendovi altri sviluppi fantasiosi 8. Percorrendo un tragitto parallelo un altro artista, il regista brasiliano Sylvio Back ha diretto un affascinante documentario Morte em cena (1995) con interviste agli ultimi amici sopravvissuti di Zweig e al grande intellettuale brasiliano Alberto Dines, autore della migliore e più documentata biografia dello scrittore9, che a sua volta aveva avuto occasione di intervistare altri protagonisti delle vicende poi scomparsi. Pur insinuando non pochi dubbi e suggerendo non poche alternative, sia Back, sia Dines restano tuttavia nell’ambito delle opinioni della maggioranza, sia pur rivedute e corrette. Eppure proprio Dines, che più volte insiste nel rievocare con accenti commossi e con una bella prosa “gli ultimi giorni di Zweig” restando nell’ottica tradizionale, termina la sua monumentale opera con tre o quattro pagine enigmatiche e ambigue, che sembrano quasi voler rimettere in discussione tutto quello che ha detto, senza avere il coraggio di andare fino in fondo. Infatti Dines afferma alla fine, contro le sua precedenti affermazioni, che la morte di Zweig è un enigma che non trova spiegazione, enumerando le contraddizioni intrinseche in questo gesto, rispetto alla vita e all’opera dello scrittore. E ben a ragione. Simili osservazioni sono state fatte più di una volta da persone che conoscevano bene l’autore, anche se sono state sommerse da una massa di affermazioni contrarie. La più autorevole è quella di uno dei pochi veri amici di Zweig, che restò molte ore con lui la penultima sera prima della sua morte, il giornalista Ernest Feder, che ha detto, sconsolato, ma lapidario: “Tutte le motivazioni che possono aver oppresso e spinto al suicidio gli esuli in questi anni sono completamente assenti in questo caso10.”

Quest’elementare costatazione, zittita da roboanti discorsi contrari sin dal giorno dei funerali di Zweig, è stata a volte ripresa da qualche studioso che non si è arreso di fronte a una presunta evidenza assolutamente poco evidente: se è vero che Zweig dichiarava spesso di essere “depresso” e la stessa cosa affermavano persone che lo conoscevano, è altrettanto vero che nonostante la sua depressione, lo scrittore mostrava improvvisi e imprevisti atteggiamenti di segno opposto. Perfino la Frischer, che pure ha insistito sulle ricorrenti, presunte “idee sucidarie” dell’intellettuale austriaco, non può farre a meno di osservare che anche in presenza di una profonda prostrazione ci vuole pur sempre ciò che chiama una “causa “scatenante”, un “detonatore”11 per giustificare il passaggio dalla potenza all’atto: e tale causa è molto difficile da individuare, poiché tutte quelle che sono state tirate in ballo da conoscenti e ricercatori sono francamente molto deboli, pure se le ritroviamo nelle presunte “lettere d’addio” sulla cui autenticità ritorneremo più avanti.

L’ipotesi che Zweig fosse devastato per la salute della moglie fa ridere: Lotte Zweig aveva l’asma e certamente soffriva, come molte lettere autentiche dello scrittore testimoniano. Ma a parte questo, era in grado di viaggiare col marito, di ricevere a cena i suoi amici, di parlare, di scrivere, di fare la spesa e di fare tutto quello che fa una persona normale. Che un marito si uccida per qualche crisi di asma della moglie è senza senso, cosa che ha già detto autorevolmente Dines12.

L’ipotesi che Zweig non ne potesse più della sua vita di nomade errante è altrettanto ridicola. Senza dubbio lo scrittore si è più volte lagnato del suo destino di profugo: ma aveva superato talmente tante prove, da essere abbondantemente vaccinato contro simili avversità, come molti suoi amici fecero notare subito13. Inoltre, sul piano pratico, non aveva immediate preoccupazioni: era cittadino bitannico ed aveva un visto di permanenza indefinita brasiliano. Prima che qualcuno avesse potuto riportarlo nell’Austria nazista ci sarebbe voluto un terremoto. Certo, poteva nutrire preoccupazioni sulla sua sorte di esule, com’è naturale. Ma nessuna preoccupazione di questo genere è sufficiente per giustificare un suicidio. Tanto meno quella, ossessivamente riferita da tutti, che egli non aveva più l’età per affrontare questo genere di disagi. A sessant’anni? Non a novanta! E allora perché scriveva ancora come un pazzo, viaggiava, faceva progetti e faceva tutto quello che può venire in mente a un grillo elettrizzato, anche se aveva il cuore triste e l’umor nero di uno schlemihl mitteleuropeo perseguitato dalla sfortuna?Coloro che lo conoscevano avevano la netta sensazione che, nonostante i suoi attacchi occasionali di malinconia, egli non fosse affetto da una vera Depressione cronica, la cosiddetta “Depressione Maggiore”14 e che fosse, come ha detto il suo amico Herman Kesten, un “pesimista alegre”. Ha scritto a questo proposito il suo editore inglese, Ben Huebsch:”In certi momenti diceva che non valeva più la pena andare avanti, però in altri apprezzava quello che la vita poteva offrire… E’ chiaro per me, dalle sue ultime lettere, negli ultimi due mesi, fino a quella che mi ha scritto 48 ore prima di morire, che aveva aspettative per il futuro15.

Per la stessa ragione è poco credibile l’ipotesi che Zweig fosse disperato per aver subito un attacco pubblico su un giornale il 15 febbraio 1942, con velenose insinuazioni sulla sua indifferenza per una gloria nazionale brasiliana, l’inventore di aerei Santos Dumont: la Frischer ha avanzato questa ipotesi peregrina16, smentita peraltro già nel 1942 da Feder, che nel suo diario parla della risposta al giornale preparata da Zweig ed afferma: “Si tratta di accuse maldestre, ma comunque è una buona risposta [da parte di Zweig] dire che egli non ha le competenze areonautiche per poter scrivere su questo soggetto e non può occuparsene17”. La risposta di Zweig non fu mai pubblicata, ma dal punto di vista dello scrittore l’argomento era comunque chiuso e certo non era uno smacco tale da giustificare un suicidio.

E che dire dell’ipotesi sbandierata continuamente dal suo editore brasiliano, Abrão Koogan? Questo personaggio egocentrico e stentoreo ha spergiurato che Zweig fosse stato “distrutto” dalla presa di Singapore da parte dei giapponesi lo stesso 15 febbraio in cui subì l’attacco personale su Santos Dumont (ma insomma era sconvolto dall’attacco dei giapponesi agli inglesi o dall’attacco dei brasiliani nei suoi confronti?). Zweig si sarebbe ucciso per questo: eppure sugli stessi giornali che riportavano le notizie sulla battaglia di Singapore (8 dicembre 1941-15 febbraio 1942) campeggiavano, fianco a fianco, titoli cubitali che ricordavano la sconfitta dei Nazisti in Russia, un fenomeno bellico ed umano molto più importante della presa della remota Singapore. Non c’era dunque da strapparsi i capelli sull’andamento della guerra, visto che ad una sconfitta in una zona geografica corrispondeva una vittoria in un’altra.

Quanto all’ipotesi che Zweig fosse esasperato dalla lunghezza della guerra e dalla possibilità di una vittoria dei tedeschi, un motivo che si trova a volte in alcune lettere attribuite a Zweig, un ritornello ripetuto da troppe persone, essa è smentita da una moltitudine di testimonianze che affermano che Zweig non ha mai dubitato neanche un momento della sconfitta dei Nazisti, come quella di Feder che ha sostenuto:” Non ha mai detto una parola che implicasse un dubbio sulla nostra finale vittoria”18. Certo – e il primo a dirlo è proprio Feder – Zweig si lamentava di essere “esausto” per la durata della guerra e sconvolto per tutte le distruzioni e le morti che essa provocava: ma tra essere “esausto” ed uccidersi ce ne corre. Tanto è vero che Zweig, pochi giorni prima della sua morte, fece una cosa assolutamente inusuale per lui ed assolutamente in contrasto con il comportamento di un uomo che pensa al suicidio: preparò un discorso ufficiale contro i Nazisti, esponendosi pubblicamente come non aveva mai fatto prima. Lo scrittore fece un lungo e apparentemente inspiegabile viaggio in una regione poco frequentata per andare a trovare l’intellettuale francese Georges Bernanos, cattolico e monarchico, ma anche gollista e antifascista militante in Brasile. I due prepararono insieme una dichiarazione pubblica contro il Nazismo, oggi perduta, ma ricordata bene dal segretario di Bernanos, Geraldo França de Lima, intervistato da Dines19.

Zweig non aveva mai fatto fino a quel momento qualcosa del genere ed era stato addirittura rimproverato per il suo silenzio, che invece aveva un’ indubbia utilità perché gli permetteva di lavorare nell’ombra ed aiutare molti ebrei a fuggire dai Nazisti. Non essendosi mai messo in urto neppure con filofascisti come Salazar in Portogallo e Vargas in Brasile, lo scrittore poteva sfruttare le sue buone relazioni e poteva concretamente ottenere un visto per i suoi amici e addiritttura per la sua ex-moglie. Ebbene, negli ultimi giorni, Zweig ebbe un sussulto di dignità e decise di compromettersi pubblicamente, comportandosi con lo stesso impavido orgoglio con cui aveva scritto appelli in favore della Pace, collaborando con scrittori francesi nemici dell’Austria, come Romain Rolland, durante la Prima Guerra Mondiale.

Che cosa ha a che vedere questa mite e incrollabile fierezza, che si richiama esplicitamente a quella di Erasmo da Rotterdam e di Montaigne, con un suicidio? Un sucidio che sembrò a tutti una resa al memico, cioè l’opposto di quello che era la dichiarazione pubblica insieme a Bernanos. Quanto ha fatto comodo ai Nazisti questo presunto “suicidio”! Così la dichiarazione congiunta con Bernanos è rimasta lettera morta. Ed è rimasta lettera morta anche la possibilità di un viaggio, costellato di possibili discorsi ufficiali, nella Colombia, che aveva pubblicamente rotto coi Nazisti. Zweig era stato invitato in Colombia dal ministro della cultura, lo scrittore Germano Arciniegas, coraggioso e convinto democratico, che già lo aveva favorito procurandogli visti per amici ebrei20. Se avesse accettato questo invito, sul quale aveva dubbi, ma sul quale rimuginava fino a due giorni prima della sua morte, avrebbe avuto uno spazio adeguato per esprimersi contro il Nazismo e rapporti adeguati per ottenere altri visti per gli ebrei in fuga dall’Europa.

A parte tutto ciò, come fu “provvidenziale” per i Nazisti che Zweig, essendo stato “suicidato”, non potesse ospitare nella sua casa, com’era stato già programmato, l’intelletuale ebreo Waldo Frank, socialista e amico di Trosky21, mandato dall’amministrazione Roosevelt in Brasile per fare propaganda a favore degli Usa e contro i Nazisti, nell’operazione della cosiddetta Good Neighbour Policy22

Se le cose stanno così, il problema non può essere liquidato accettando un” provvidenziale” e ingiustificato suicidio, che porta acqua solo al mulino dei Nazisti.

Ma manca ancora qualcosa. Un’altra “parola di passo” che ci apra un vecchio floppy disk, ormai invisibile nei nuovi computer, ma comunque secretato e a prova di hacker. E’ a lui, a questo ”ciarpame reietto tanto caro alla mia Musa” come dice Gozzano, che ci siamo rivolti non avendo ancora rottamato gli anni disagiati delle perizie in tribunale sulle false firme dei truffatori e sui falsi testamenti, perizie mai ascoltate da nessuno, perizie sbeffeggiate dai giudici e dagli avvocati, ma che mi hanno insegnato ad ascoltare gli altri senza parlare troppo. Queste scartoffie schifate da tutti, mai studiate attentamente da nessuno, erano un’ esperienza preziosa: oro puro per il giovane e inesperto professore di paleografia che ero allora e motivo di riflessione per gli anni a venire. E giustamente, visto che su questo tema esistono libri e libri e tutta una scienza, nei paesi in cui non si disprezza crocianamente la filologia in nome della Filosofia dello Spirito. Se prendiamo in mano un manuale aggiornato come quello di Joe Nickell troveremo molti spunti di analisi23.

Dovete sapere che le bugie hanno le gambe corte e i falsi, soprattutto quelli grafici, prima o poi si scoprono. Stimolati dalle case d’aste e dagli avvocati dei paesi civili, legioni di esperti hanno elaborato tecniche investigative molto raffinate con l’aiuto di mezzi supermoderni, che tuttavia si basano, in sostanza, sullo stesso buon, vecchio spirito di osservazione empirica dei paleografi antichi non rottamati, che dovevano lottare a mani nude con i manoscritti. Serviamoci della esperienza moderna e della sana, vecchia esperienza del passato e proviamo a mettere insieme qualche osservazione ragionevole sulle “lettere di addio” del presunto suicida Zweig (e quelle della moglie?24). Si tratta di materiale sparso per il mondo e di difficile reperimento25, che abbiamo potuto analizzare solo nei facsimili: tuttavia quello che siamo riusciti a raggranellare basta e avanza.

La scrittura nelle due “lettere di addio di Zweig” (due copie dello stesso testo), fortunosamente ritrovate negli ultimi anni, è artificiosamente regolare, al punto che le stesse parole sono identiche e occupano lo stesso spazio a distanza di poche righe, come avviene quando si ricalca un prototipo. Ciascuna parola sembra ricopiata pedantemente a partire da un unico modello fisso e viene riprodotta sempre uguale ogni volta che ritorna nel testo. Nei veri autografi di Zweig, invece, le stesse parole, a distanza di poche righe, sono ovviamente un po’ diverse tra loro, pur essendo scritte dalla stessa mano, perché sono tracciate in modo spontaneo e non disegnate sul rigo una ad una. La stessa innaturale artificiosità della scrittura si può notare nelle due firme di Zweig nelle “lettere di addio”, quasi identiche tra loro, al contrario di quello che avviene in altre firme dello stesso autore che sono, ovviamente, simili tra loro, ma mai del tutto identiche.

Gli stessi due fenomeni sono riscontrabili anche nelle altre lettere che abbiamo potuto reperire , indirizzate ad amici e collaboratori dello scrittore26.

Il risultato finale delle lettere fatte con lo stampino è veramente sconcertante: se mettiamo a confronto la “brutta copia” e la “bella copia” le due lettere appaiono a prima vista quasi identiche: a differenza di quello che possiamo vedere nei brogliacci delle opere di Zweig, conservati in tante biblioteche, nei quali, ovviamente, la “brutta copia” è brutta e disordinata, nelle due “lettere di addio” abbiamo quasi lo stesso risultato grafico sia nella brutta sia nella bella copia, in modo assolutamente innaturale.

A parte queste incongruenze evidenti, se approfondiamo l’analisi delle presunte firme sulle lettere che esaminiamo troveremo anche altri tipici “sintomi” della falsificazione. Innanzi tutto, vi è quella che gli esperti chiamano “unnatural hesitation”, che porta a eseguire i tratti delle lettere con un certo grado di incertezza,a piccoli tratti, invece che di slancio: il falsario, per riprodurre la forma delle lettere autentiche, procede lentamente e minuziosamente, evitando di muovere la penna in modo impulsivo; così facendo però, senza rendersene conto, fa una serie di piccoli “stacchi” all’interno di un’asta o di un occhiello, che mostrano la sua “esitazione”, a differenza di quello che accade nella firma autentica, tracciata senza alcuna esitazione.

Oltre a ciò, nelle presunte firme delle lettere che esaminiamo possiamo riscontrare anche quella che gli esperti chiamabo “irregular pen pressure” e cioè una pressione della penna poco spontanea.

Questo caso si verifica proprio nelle due copie della “lettera di addio”, nelle quali la firma è scritta con una pressione diversa da quella del resto del testo ed ha un tracciato più filiforme delle altre lettere della stessa pagina: in pratica, la firma è scritta senza calcare eccessivamente la penna sul foglio a differenza di quello che avviene tracciando le altre parole. Questa apparente anomalia, che non trova alcun riscontro in altre firme sicure di Zweig, non è difficile da spiegare ed è ben nota a tutti gli alunni che abbiano cercato di ricalcare la firma dei genitori su una giustificazione, premendo su un vetro il foglio bianco con sotto l’originale. La firma “ricalcata” con cura ed esitazione per non sbagliare avrà sempre un tracciato più filiforme dell’originale stesso e sembrerà sempre meno marcata dell’originale, perchè non è stata vergata con impeto, ma con delicatezza.

Arrivato a questo punto Montalbano abbraccia Catarella e gli dice commosso; “Sei stato bravissimo!” facendosi perdonare tutte le lavate di capo che gli ha fatto ogni volta che combinava guai. Ma questo succede nei film. Nella realtà non mi aspetto davvero che qualcuno dica lo stesso. Anzi, mi aspetto un coro di urla inorridite, un fracasso più sonoro della famosa caciara dei cavalli lipizzani.

Però, però….Prima che il pubblico se ne vada disgustato e che tutto finisca con un parlottìo indistinto, in cui si percepiscono ogni tanto espressioni di scherno e riprovazione, inviterei tutti a fermarsi un secondo solo. Visto che abbiamo parlato di quello che succede nella realtà e visto che tutti sono pronti a riprovare la mia fantasia malata, vorrei mostrare solo un piccolo brandello di realtà, arrivato chissà come attraverso le acque del tempo come quei rami fioriti che fecero comprendere a Colombo e ai suoi uomini avviliti che la terra era vicina, anche se non si vedeva.

Voi non ci crederete, ma subito dopo la morte di Zweig c’è stato qualcuno che ha messo in dubbio che la scrittura delle sue “lettere di addio” fosse veramente la sua. In un articolo apparso il 7 agosto del 1942 sul più importante quotidiano del Brasile, il Correio de Manhã di Rio de Janeiro (un equivalente del nostro Corriere della Sera) un personaggio che si firma “J. Salti” ha pubblicato una perizia grafologica, non richiesta, sulle lettere27. L’autore si dichiara esperto in grafologia ed afferma di essere stato membro per molti anni della prestigiosa Societé de grafologie scientifique française, che esiste ancora oggi. Ho cercato invano il suo nome negli archivi della Societé. A dire il vero ho cercato invano il suo nome dovunque. Forse si tratta di uno pseudonimo. Forse non si tratta neppure di un grafologo ma di qualcun altro…In ogni caso il misterioso autore della perizia chiude la sua analisi affermando in modo enigmatico:”E’ difficile pronunciarsi con certezza sullo stato di salute di chi scrive…Credo che dovesse avere leggeri problemi di circolazione [detto in altre parole: una pressione incostante della penna n.d.r.]. E’ anche necessario aggiungere che il documento scritto in uno stato di spirito sovraeccitato non rappresenta la calligrafia abituale di Stefan Zweig”.

Beh, caro pubblico di mugugnoni, a quanto pare non sono solo io ad avere allucinazioni con la mia fantasia malata. Le stesse allucinazioni ce le ha avuto anche qualcun altro, mentre tutti erano ancora scossi per la porte inspiegabile di Zweig. E questo qualcuno ha detto pensieroso: “Certo, la sua scrittura abituale non è quella della lettera d’addio, però…”

Però, però però…

Io non lo so se questo era il giudizio sincero e spassionato di un misterioso signor Salti o se invece il signor Salti era una spia che metteva le mani avanti e cercava di far credere ai lettori del giornale che certe contraddizioni – proprio quelle che un giorno avrebbe scoperto Catarella – rano una bazzeccola, e non erano nulla di male…

Non lo so, però lo chiedo a voi: questa testimonianza d’epoca, mai presa in considerazione da nessuno, questo piccolo scoop, che condivido con trepidazione coi miei venticinque lettori, non significa veramente nulla?

Lo sapete, no, che a pensare male si fa peccato, ma ci si indovina. E questo lo sa pure un puro di cuore come Catarella.

NOTE

1 E’ strano come l’incredibile vitalità di Zweig e la sua inesauribile capacità di adattamento siano state sottovalutate, insistendo solo sulle sue disgrazie e sui suoi più che giustificati lamenti, per farne una vittima sacrificale del destino e dei Nazisti. Solo un giovanissimo studioso ha avuto il coraggio di opporsi a questa serie di luoghi comuni i a cui nessuno può resistere: nella sua bella tesi di laurea Edward Lawrence ha giustamente affermato che:” It can be argued that such notions of complete isolation, fear of Nazism, and loneliness led to his suicide—arguments which have been dominant in historical scholarship on Zweig—are not tenable.”’In This Dark Hour’: Stefan Zweig and Historical Displacement in Brazil, 1941-1942, University of New Orleans Theses and Dissertations. 2334, May 2017, p. 37.

2 D. Frischer, Stefan Zweig, autopsie d’un suicide, Paris, Éd. Écriture, 2011, p. 173.

3 C. Bollas-D. Sundelson, The new informants, Northvale-London, Aronson, 1995).

4 Second D. Prater, European of Yesterday: a biography of Stefan Zweig, ,Oxford, Oxford University Press, 1972, cap. VIII, n. 73, una foto della lettera sarebbe finita nella collezione privata di Leopold Stern, conoscente di Zweig, oggi dispersa.

5 Getúlio Vargas Diário, II, Rio de Janeiro, Editora Siciliano- FGV, 1995, p. 488.

6 A. Dines, Morte no Paraíso. A Tragédia de Stefan Zweig, Rio de Janeiro, Rocco, 1985 (aggiornato dall’autore, in diverse edizioni, fino al 2012), p. 607.

7 J. Pinheiro Goldberg- S. Saidemberg- D. Sagrado Lamir- M. Librandi Rocha, A morte de Stefan e Elizabeth Zweig (aspectos jurídicos e psicológicos), São Paulo, Fac. de Dereito, 2000; J. Pinheiro Goldberg, O percurso, São Paulo Ed. Saraiva, 2015.

8 D. da Silva, Zweig deve morire, trad. di Giovanni Ricciardi, Napoli, Pironti, 2013; J. G. Vásquez, La forma delle rovine, Milano, Feltrinelli, 2015).

9 Dines, Morte no Paraíso.

10 E. Feder, Stefan Zweigs letzte Tage, in Stefan Zweig. Sein Leben – Sein Werk, a cura di H. Arens, Esslingen, Bechtle Verlag, 1949. p. 153. Un punto di vista simile espresse Leopold Stern al reporter di “Dom Casmurro”, 28/2/1948, p. 3.

11 Frischer, Autopsie, p. 327.

12 Dines, Morte, p. 638:”Ninguem se mata por caus de athsma”.

13 Dines, Morte, pp. 634-636.

14 E. Feder, Lettera ad Hannah e Manfred Altmann del 5/3/1942, in Stefan and Lotte Zweig’s South American Letters (New York, Argentina and Brazile, 1940-1942), a cura di D. J. Davis-O. Marshall, New York, Continuum, 2010, p. 192: “Non abbiamo mai notato in lui nulla che potesse indicare una vera e propia malattia che giustificasse un neurologo”. Cfr, sullo stesso argomento Dines, Morte, p. 640.

15 Lettera a Carl Zuckmayer del 13/4/1942, in J. B. Berlin, Carl Zuckmayer and Stefan Zweig: unpublished letters about Stefan Zweig’s suicide, in “Germanisch-Romanische Montaschrift”, 38 (1988), pp. 196-198.

16 Frischer, Autopsie, p. 302.

17 E. Feder., Tagebücher, v. 15 (1941-1943), in Collection Ernst Feder, Leo Baeck Institute, New York , AR 7040, 21/2/42.

18 Feder, My Last Conversations with Stefan Zweig, in “Books Abroad”, 17, 1 (1943), pp. 2-9, in particolare p. 8. Allo stesso modo Claudio De Souza afferma: “Non era l’incertezza della vittoria ciò che lo angosciava; al contrario egli ne era sicuro” C. De Souza, Les dernioers jours de Stefan Zweig, México City, Ed. Quetzal, 1944, p. 74.

19 Dines, Morte, pp. 531-533. Vedi anche S. Lapaque, Sous le soleil de l’exil. Georges Bernanos au Brésil, 1938-1945  Paris, Grasset et Fasquelle, 2003. Il segretario di Bernanos ha osservato che Zweig era ridotto a uno straccio e che il suo stato suscitava la preoccupazione di Bernanos. Ci si dovrebbe chiedere però quale fosse la ragione di tanto turbamento, che anche altri notarono in quei giorni. E se Zweig fosse stato turbato perché doveva scendere in campo ed esporsi, contrariamente alle sue abitudini? Sulla sua scrivania fu trovato un appunto che diceva: “Oggi è il primo giorno felice dall’inizio della guerra”; e nell’ultima lettera alla ex-moglie (ammesso che sia vera e non un falso) c’è scritto che egli è finalmente felice dopo avere ”preso una decisione”(Briefe,1932-1942, a cura di K. Beck- J. B. Berlin-N. Weschenbach-Feggeler, Frankfurt am Main, S. Fischer Verlag, 2005, p. 344). Chi ci dice che Zweig stia parlando del suo suicidio e non piuttosto della “decisione” di scendere in campo e battersi, a modo suo, a viso aperto contro coloro che riducevano in cenere la civiltà? Forse Zweig era ”stravolto” per questo: perché il passo che stava per compiere era sconvolgente, rischioso per lui e metteva in discussione tutto lo stile di vita che aveva condotto fino a quel momento.

20 G. Lomné, Le renoncement à l’utopie sud-américaine, in “Magazine littéraire”, 351 (febbraio 1997), pp. 61-64. Vedi anche E. Feder, Stefan Zweigs letzte Tage, p.p. 164-165.

21 Dines, Morte, pp. 536-537, Vedi anche R. Sitman, (Re)Discovering America In Buenos Aires: The Cultural Entrepreneurship of Waldo Frank, Samuel Glusberg and Victoria Ocampo, in “Pléyade”, 15 (2015), pp. 113-136,

22 A. P. Tota, The Seduction of Brazil. The americanization of Brazil during the Second World War, Austin, University of Texas Press, 2009.

23 J. Nickell, Detecting Forgery: Forensic Investigation of Documents , Lexington, University Press of Kentucky 1995 (riedizione 2005). Vedi anche dello stesso autore Real or Fake: Studies in Authentication, Lexington, University of Kentucky Press, 2009.

24 Recentemente è saltata fuori una lettera di addio di Lotte Zweig, indirizzata alla cognata Hannah Altmann, attualmente in una collezione privata. La lettera pernetterebbe finalmente (che miracolo!) di non avere più dubbi sulla sua effettiva partecipazioene al suicidio, definito da molti “patto suicidario” , come viene affermato esplicitamente da un’ulteriore lettera di Zweig spedita insieme alla prima (Stefan and Lotte Zweig’s South American Letters, p. 185). Tuttavia questa lettera, così “provvidenziale, spedita stranamente solo alcuni giorni dopo la morte degli Zweig (perchè e da chi?) non sembra autentica perché è contradetta da molti testimoni diretti (come ad esempio Gerhard Metsch, Briefe aus Petrópolis, in Die letzte Partie. Stefan Zweigs Leben und Werk in Brasilien (1932-1942), a cura di I Schwamborn, Bielefeld, Aisthesis Verlag, 1999, p. 54) e dallo stesso Dines (pp. 586-587) che affermano, in base alla rigidezza del cadavere di Lotte Zweig, che la donna sarebbe morta dopo il marito ed avrebbe usato un altro veleno, con una decisione autonoma rispetto a quella del marito, cosa impossibile in un “patto suicidario” in cui tutto è previsto da prima (come ribadisce anche la presunta lettera di Zweig ad Hannah Altmann, spedita insieme a quella della moglie).

25 La maggioranza degli autografi di Zweig è nella British Library di Londra, nella Reed Library dell’Università di Fredonia (New York), nell’Archivio della Letteratura di Salisburgo, nella Biblioteca Nazoinale di Rio de Janeiro. Sopravvivono, inoltre, numerosissime altre testimonianze, sparse in collezioni private di tutto il mondo, di difficile accesso. Le due “lettere di addio” a cui facciamo riferimento, più volte riprodotte in diverse pubblicazioni, sono conservate nella Biblioteca Nazionale di Gerusalemme (National Library of Israel, Archives department, Stefan Zweig Collection ARC. Ms. Var. 305/4/182) e nella Biblioteca di Marbach (Deutsches Literaturarchiv Marbach, Archiv, Zweig, Abschiedsbrief, 22 Februar 1942). Le altre lettere di Zweig considerate in questo articolo sono nella Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro e i loro facsimili sono stati pubblicati in Die letzte Partie, tavv. 6-13. Su questi argomenti ved i J. M. Spalek- A. Ash- S. H. Hawrylchak, Guide to the Archival Materials of the German-Speaking Emigration to the United States After 1933,, 2, Bern, Franke Verlag, 1995, pp. 773-749; A. Dines, Morte cit., pp. 705-709 e le introduzioni alla raccolte delle lettere di Zweig pubblicate nei 5 volumi delle Stefan Zweig Briefe, a cura di K. Beck- J. B. Berlin-N.Weschenbach-Feggeler, Frankfurt am Main, S. Fischer Verlag, 1998-2005.

26 Una di queste, una sorta di testamento datato 21 febbraio 1942 e indirizzato all’editore Koogan, coinciderebbe in apparenza con un’altra lettera quasi uguale, consegnata a Koogan il 18 febbraio 1942 in una busta sigillata. Questa circostanza potrebbe essere considerata una prova della veridicità della seconda lettera, che esisterebbe prima del 21 febbraio. Ma non è così. La busta sigillata fu aperta solo qualche giorno dopo la morte di Zweig (Dines, Morte, p. 582) e nessuno può assicurarci che fosse la stessa busta consegnata dallo scrittore: sostituire una busta chiusa con un’altra nell’uffico di Koogan, mentre tutti sono assenti e affaccendati per la morte e i funerali di Zweig, sarebbe stato un gioco da ragazzi. In questo modo si sarebbe potuta eliminare ogni discrepanza tra la prima lettera e la seconda. Se qualcuno pensa che tale ipotesi sia lambiccata, deve allora rispondere a una domanda: ma perché Zweig avrebbe scritto la stessa lettera testamentaria, indirizzata alla stessa persona , il 18 e il 21 febbraio 1942? Se si fosse trattato di due lettere diverse la cosa potrebbe avere un senso: ma se le due lettere sono pressoché uguali, quale è la ragione di questo raddoppiamento? Quale se non ll’effetto di un tentativo maldestro, di un errorre commesso da persone che agiscono con troppa fretta?

27 Collection Ernst Feder, Leo Baeck Institute, New York, Box 5, 3, Clippings, Stephan Zweig (12/1).

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

Redazione ALMA.Blog
Il Collettivo A.L.M.A. è un collettivo multiculturale di scrittura formato da scrittori, giornalisti e attivisti di origin varie e residenti in Italia.

Un commento

  • Franco Mascolo

    Cento di questi incisivi profondi articoli di ricerca e di investigazione antinazista!!!

    Franco M. Mascolo (Milano)

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