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in edicola «Pulphagus®, fango dei cieli» di Lukha B. Kremo, premio Urania

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«Le montagne di rifiuti sono immense e si perdono all’orizzonte. Sembrano formazioni geologiche, vere catene montuose. Ci sono dei lontani e giganteschi vermi che li alimentano dalla sommità e non riesco a immaginare quante debbano essere immense le pustole che la smaltiscono alla base». Così Shevek F164 ritrova il planetoide, tossico e selvaggio, dal quale era stato portato via. «Erewhon era stata costruita per il trattamento dei rifiuti umidi e per questo su LaTerra® la chiamavano Pulphagus®».

Siamo in un mondo di schiavi dove tutto si paga, persino le parole, che vengono tassate secondo 4 categorie. E non puoi “evadere il fisco” perché un «rilevatore di parole» ti tiene d’occhio. «Un giorno Hassan si era spaccato un polso sbattendolo ripetutamente contro il muro per scovare il microchip… non aveva trovato nulla». Il padre di Shevek gli aveva detto «che era inutile squartarsi perché c’erano centraline che registravano in giro, per le strade, nelle case».

Forse sapete che qui – intendo nel nostro “mondo reale” – i giudici controllano i marciatori perché durante le gare di marcia non imbroglino, insomma corricchino; nell’ultimo Urania invece – «Pulphagus, fango dei cieli» di Lukha B. Kremo, 224 pagine per 6,50 euri – bisogna stare attenti alle maniere del camminare perché anche quelle sono brevettate, da Reebok o CocaCola a esempio.

Un mondo di rifiuti e le parole registrate sono lo sfondo geniale del romanzo. Ma ci sono altre pagine memorabili. O titoli come «Rock’n’Troll» e «Retrosceno». Ed è difficile non intripparsi con Dalja visto che ogni sua parola è «arma magna» cioè anagramma. Si prova simpatia per i ragazzini che peggio son messi tanto più vogliono essere una banda di supereroi (cioè «uscire dalla propria casta sociale»). Ci si chiede se i Golem siano una vecchia leggenda o una quasi verità; tutti sanno che «il Golem nasce dalla melma e dall’humus+ di Erewhon, si forma dal muco e dai succhi gastrici e comincia a camminare» ma è una favoletta oppure una minaccia vera, crescente magari perché Erewhon/Pulphagus sta diventando «un ecosistema biodinamico incontrollabile, un essere vivente che tramite spore controlla i corpi»?

Nonostante i molti pregi inventivi e il buon ritmo che Kremo dà alla sua narrazione, il romanzo mi ha deluso. Se si vuole riscrivere la storia di Euridice e Orfeo non basta mescolare fantascienza, un po’ di horror, droghe a cascata e qualche particolareggiata scopata fra umani e meno. Nel romanzo quasi tutto è prevedibile. Dopo le prime pagine mi aspettavo moooooooooolto di più e invece si naviga come credo accada in crociera: piacevolmente in ozio.

In coda ci sono due racconti per 40 pagine circa. Il primo connesso a Pulphagus è assai intrigante però non aggiunge granché al romanzo appena letto. Il secondo – «Piano divino» – invece scardina, in poche pagine 20 secoli di stronzate vaticane: un gran finale che potrebbe accontentare la minoranza dei credenti non cretini.

A proposito di parole registrate e tassabili. Più volte  Lukha B. Kremo usa il termine «imprenditore». Mi sono chiesto se sulla coppia Terra-Erewhon quella vecchissima parola «padrone» sia stata dimenticata, cancellata per sempre, vietata o se le tasse per scriverla e pensarla siano astronomiche.

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Urania svela/conferma che Lukha B. Kremo è il livornese Gianluca Cremoni Baroncini, editore e scrittore; in “bottega” Johnny Sheetmetal – cfr Meowrrrr – ha recensito/raccontato il suo «Il gatto di Schrodinger».

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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