Libia, Italia e naufragi: chi sono gli assassini e…

… e i complici

Un’analisi di «Cronache di ordinario razzismo» e un vecchio articolo di Jolek78 che chiama in causa le politiche italiane sotto “tutela” dell’ENI

Notizie di naufragi in mare e di repressioni in Libia (spesso celate dai grandi media) e qualche volta immagini choc a rompere l’apparente tran-tran. Analisi assenti o bugiarde. E non da oggi. Per questo la “bottega” torna indietro di un decennio (alla caduta di Gheddafi) e grazie a Jolek78 prova a ricordare che c’è un’altra chiave di lettura; negli ultimi 10 anni Berlusconi si è offuscato ma i Minniti e i Gentiloni hanno continuato con gli stessi vel-ENI. Il petrolio vale una lunga guerra come il “controllo” dei profughi vale qualsiasi infamia. E’ l’Ital-ENI che ha cambiato nome ma purtroppo è rimasta eguale. [db]

 

Libia-Europa. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire

Mentre l’Italia si divide su Mimmo Lucano e sulla severa sentenza che lo ha colpito, e si parla molto a sproposito di accoglienza, al di là del Mediterraneo continuano a perpetrarsi crimini e torture, senza che ciò susciti il minimo scalpore. Parliamo dell’inferno libico. Quella nota “fabbrica di tortura” che gode dell’attiva protezione delle autorità libiche. Una vera e propria fabbrica di abusi e di orrori, conosciuta anche dai governi europei, e che non ha impedito, neanche quest’anno, di interrompere il finanziamento italiano a quella stessa guardia costiera che l’Onu oggi accusa di essere parte di un terribile sistema di crimini contro i diritti umani. Non è la prima volta che le Nazioni Unite denunciano gravi violazioni in Libia: già nel 2018 l’organizzazione intergovernativa aveva parlato di “orrori inimmaginabili”, nel commentare la situazione carceraria del paese. Per questo, il 29 luglio 2019, l’Onu aveva chiesto la chiusura di tutti i centri di detenzione in Libia, un appello rimasto fin qui inascoltato.

L’ultima istantanea, in ordine di tempo, dell’inferno libico l’ha scattata il Consiglio per i diritti umani dell’Onu (Ohchr) che, il 4 ottobre, ha presentato i risultati di una missione di inchiesta indipendente, denunciando come tutte le parti in conflitto abbiamo perpetrato una continua violazione dei diritti umani ai danni della popolazione. Ne ha scritto Nello Scavo su Avvenire. Obiettivo della missione era quello di esaminare la condotta di tutte le parti presenti nel conflitto, sia libiche che straniere, a partire dal 2016, studiandone gli effetti e le conseguenze sulla popolazione. Con attori diversi a seconda dei tempi.

La missione è stata istituita dopo che il Consiglio Onu per i diritti umani aveva adottato una risoluzione, nel giugno 2020, che chiedeva l’istituzione di un organismo di inchiesta da inviare in Libia. Gli esperti hanno raccolto ed esaminato centinaia di documenti, intervistato oltre 150 persone e svolto indagini in Libia, Tunisia e Italia. «Le nostre indagini hanno stabilito che tutte le parti, compresi gli Stati terzi, combattenti stranieri e mercenari, hanno violato il diritto internazionale umanitario, in particolare i principi di proporzionalità e distinzione, e alcune hanno anche commesso crimini di guerra» ha denunciato il presidente della missione, Mohamed Auajjar, che ha lavorato insieme ad altri due esperti di diritti umani, Chaloka Beyani e Tracy Robinson. Stupri da praticare ed esibire. “Torture da infliggere al buio e sevizie da mostrare alla platea di prigionieri, perché le ferite aperte dei malcapitati siano “da esempio” per tutti e continuino ad alimentare il business degli abusi «sotto il controllo assoluto delle autorità»”. «La detenzione arbitraria in prigioni segrete e le condizioni insopportabili di detenzione sono ampiamente utilizzate dallo Stato e dalle milizie contro chiunque sia percepito come una minaccia ai loro interessi o opinioni», ha accusato Tracy Robinson. «La violenza nelle carceri libiche è commessa su una tale scala e con un tale livello di organizzazione che può anche potenzialmente equivalere a crimini contro l’umanità». Il rapporto della missione d’inchiesta documenta anche il reclutamento e la partecipazione diretta di bambini alle ostilità, le sparizioni forzate e le uccisioni extragiudiziali di donne di spicco e le continue forme di violenza sessuale e di altro tipo contro le popolazioni vulnerabili, comprese le persone LGBTQI. La Missione ha inoltre prestato particolare attenzione alle accuse di crimini atroci commessi nella città di Tarhuna (sud-est di Tripoli) tra il 2016 e il 2020.

Eppure, nonostante i ripetuti appelli, non solo dell’Onu, la Camera dei Deputati italiana ha approvato, a luglio 2021, il rifinanziamento delle missioni internazionali, che include l’assistenza e l’addestramento anche della Guardia costiera libica. La riformulazione proposta dall’esecutivo – passata con 361 voti a favore, 34 no e 22 astenuti – “impegna il governo a verificare, dalla prossima programmazione, le condizioni per verificare il superamento di suddetta missione”. Proprio il giorno della votazione, Amnesty International aveva pubblicato il report “No one will look for you’: Forcibly returned from sea to abusive detention in Libya”. In questo documento, Amnesty ha raccolto diverse testimonianze di abusi e violenze avvenute nei centri di detenzione libici, durante i primi sei mesi del 2021. Tra queste violenze sessuali nei confronti di uomini, donne e minori intercettati mentre tentavano di attraversare il mediterraneo. Oxfam, invece, aveva aggiornato il suo report sulle spese militari italiane in Libia, evidenziando un aumento dei nostri finanziamenti di circa 500 mila euro rispetto all’ultimo anno: “Sono 32,6 i milioni destinati alla guardia costiera libica dal 2017” si legge sul sito dell’organizzazione, facendo salire a “271 i milioni spesi dall’Italia per le missioni nel paese nordafricano”.

Secondo quanto riportato da Valigia Blu nel luglio scorso, “dal 2017 Roma ha speso circa 784,3 milioni di euro, mentre Bruxelles altri 400 milioni, quindi circa 1 miliardo e 100 milioni di euro allocati per finanziare la Guardia Costiera libica e le altre autorità competenti del paese nordafricano, teoricamente impegnate contro il traffico degli esseri umani. Oggi oltre che sulla vexata quaestio di quanto sia legittima la cooperazione con la Guardia Costiera libica, inaugurata dall’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti con il Memorandum of Understanding e rilanciata da Bruxelles con il sostegno ai militari libici attraverso lo European Union Trust Fund to Africa (EUTFA), tocca riflettere anche sul fallimento di quella che fu proposta all’opinione pubblica europea come la linea del pragmatismo”.

Il 6 ottobre, anche Msf ha denunciato, in un comunicato, la situazione drammatica in Libia: il numero di migranti e rifugiati trattenuti nei centri di detenzione a Tripoli è drammaticamente più che triplicato negli ultimi cinque giorni. “Negli ultimi tre giorni – si legge nel comunicato- almeno 5.000 persone sono state rastrellate intorno a Tripoli dalle forze di sicurezza governative. Secondo i racconti, molte delle persone sono state prese all’interno delle loro abitazioni e sottoposte a gravi violenze fisiche, compresa la violenza sessuale. Secondo le Nazioni Unite, un giovane migrante è stato ucciso e almeno altri cinque hanno riportato ferite da arma da fuoco”.

Ieri, invece, il direttore esecutivo dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), Fabrice Leggeri, in audizione dalla commissione Schengen, ha dichiarato: “Gli arrivi dalla Libia e dalla Tunisia sono raddoppiati verso l’Italia. Dall’inizio dell’anno abbiamo registrato 48 mila ingressi”. Anziché preoccuparsi di come poter arginare correttamente il fenomeno, implementando le possibilità di canali legali di fuga e pratiche virtuose di accoglienza, ha evidenziato il “rischio terrorismo” e il fatto che, a riguardo, “Frontex metterà a punto degli indicatori di rischio”.

La Libia non è mai stato un porto sicuro. Medici per i Diritti Umani lo denunciava nel suo rapporto pubblicato nel marzo del 2020 che raccoglieva oltre tremila testimonianze dirette di persone sopravvissute all’inferno libico dal 2014 al 2020. Con l’intento di fargli giungere la voce di queste migliaia di persone, Medu aveva indirizzato una lettera aperta al premier Draghi lo scorso aprile. Sono trascorsi 6 mesi da quella lettera aperta, con un silenzio, che alla luce di quanto raccontato sin qui, risulta oltremodo inaccettabile.

Oggi, la Libia è considerata ancora un “porto sicuro”. Eppure le cronache di ordinarie violazioni dei diritti umani continuano a riproporsi senza sosta e senza che i governi, pur sapendolo, facciano nulla.

Possibile che dinnanzi a tanta evidenza documentata (abbiamo citato solo una minima parte di tutti i rapporti prodotti in questi anni, corroborati da testimonianze, ndr), si continui ancora a far finta di niente?

Per saperne di più:

Libya: Record numbers intercepted at sea and detained; IRC calls for their immediate release”, comunicato stampa di IRC del 2 settembre 2021

I molti volti di un naufragio. Esposto per accertare le responsabilità per la morte di 130 persone nel Mediterraneo, luglio 2021

Mediterraneo centrale, Report luglio 2021

Libia: topografia di un lager, MEDU, luglio 2021

Libya: Horrific violations in detention highlight Europe’s shameful role in forced returns, Amnesty International, luglio 2021

A Pandemic of Exclusion The impact of COVID-19 on the human rights of migrants in Libya, 2021

LIBYA 2020 HUMAN RIGHTS REPORT, 2021

COME L’ITALIA E L’EUROPA HANNO FINANZIATO LE GUARDIE COSTIERE LIBICHE: 10 ANNI DI VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI, Arci, 2021

Perché si devono “salvare i migranti dai libici”, e dai governi europei, marzo 2021

Accordo Italia-Libia: quattro anni di torture, abusi e violazioni dei diritti umani, febbraio 2021

ASGI: la Corte dei Conti avvii un’indagine sull’uso dei fondi pubblici nei centri di detenzione in Libia, gennaio 2021

Profili critici delle attività delle ONG italiane nei centri di detenzione in Libia con fondi A.I.C.S., Asgi, 2020

Libya. Events of 2020, OHCHR

Report of the Secretary-General –  Smuggling of migrants and trafficking in persons in the Mediterranean Sea off the coast of Libya –  6 April 2020 – S/2020/275

Report of the United Nations High Commissioner for Human Rights on the situation of human rights in Libya and the effectiveness of technical assistance and capacity-building measures received by the Government of Libya (A/HRC/43/75), Report of the United Nations High Commissioner for Human Rights, 23 gennaio 2020

Trading in suffering: detention, exploitation and abuse in Libya, Msf, dicembre 2019

The airstrikes on the Daman building complex, including the Tajoura Detention Centre, 2 July 2019

The Political Economy of Migrant Detention in Libya: Understanding the players and

The business models, Global Initiative, 2019

Situation of human rights in Libya, including the implementation of technical assistance and capacity-building and efforts to prevent and ensure accountability for violations and abuses of human rights*, Report of the United Nations High Commissioner for Human Rights – February 2019 – A/HRC/40/46

Desperate and Dangerous: UNSMIL / OHCHR Report on the human rights situation of migrants and refugees in Libya – 18 December 2018 and Infographics

UNHCR Position on Returns to Libya – Update II, UN High Commissioner for Refugees, settembre 2018

Tripoli violence threatens civilians, displaced, refugees and migrants, UNHCR, settembre 2018

Ceasefire agreement reached in Libyan capital, announces UN mission, UN News, settembre 2018

Abuse Behind Bars: Arbitrary and unlawful detention in Libya, OHCHR, aprile 2018

Situation of human rights in Libya, including the implementation of technical assistance and capacity-building and efforts to prevent and ensure accountability for violations and abuses of human rights*, Report of the United Nations High Commissioner for Human Rights – February 2018 – A/HRC/37/46

BETWEEN LIFE AND DEATH’. REFUGEES AND MIGRANTS TRAPPED IN LIBYA’S CYCLE OF ABUSE, Amnesty International, 2017

Detained and dehumanised: human rights abuses against migrants in Libya, OHCHR,
dicembre 2016

Libya report: Widespread human rights violations and abuses, OHCHR, febbraio 2016

Overview of violations of international human rights and humanitarian law during the ongoing violence in Libya, OHCHR, settembre 2014

Report on Torture and Deaths in Detention in Libya, OHCHR, ottobre 2013

DAL PASSATO: io (che non so leggere), la Libia e i molti vel-ENI

di jolek78

In Libia una rivolta spontanea, voluta dal popolo, sta rovesciando il regime di Gheddafi. Un regime sanguinario finalmente sta per essere abbattuto. Gheddafi, e la sua famiglia, non controllano più il territorio. Le truppe della Nato, inviate per la pace libica a bombardare il territorio libico, hanno ora, finalmente, il controllo. Da ora in poi il potere passerà nelle mani del popolo.

Bene, quella che avete appena letto è propaganda.

Quella che segue è invece la mappa delle piattaforme petrolifere che l’Eni di Paolo Scaroni detiene, da anni, in Libia

da eni.it
http://www.eni.com/it_IT/eni-nel-mondo/libia/attivita-eni/attivita-eni.shtml

L’attività produttiva ed esplorativa di Eni in Libia è condotta nell’offshore del Mar Mediterraneo, di fronte a Tripoli, e nel deserto libico. A fine 2009 Eni era presente in 13 titoli minerari, per una superficie complessiva di circa 36.374 chilometri quadrati (18.165 chilometri in quota Eni). Gli asset in produzione e sviluppo posseduti da Eni sono stati raggruppati in sei aree contrattuali (onshore e offshore ). Le attività di Eni in Libia sono regolate da contratti di Exploratio and Production Sharing Agreement (Epsa) che hanno durata fino al 2042 per le produzioni ad olio e al 2047 per quelle a gas. Nel 2009 Eni è il primo operatore internazionali di idrocarburi con una produzione di 522 mila barili di olio equivalente al giorno (244 mila in quota Eni, di cui il 44% di liquidi).


 

da borsaitaliana.it – 2011-08-24

Paolo Scaroni considera garantiti i contratti in Libia. “Non abbiamo mai avuto dubbi in proposito – spiega l’Ad di Eni in un’intervista al Corriere della Sera. Si tratta di contratti internazionali. Ma al di là delle garanzie legali, non ci sarebbe alcuna logica nel non rispettarli: dopo ogni rivoluzione, il nuovo governo la prima cosa che vuole fare è ricominciare a produrre. E noi, inoltre, attraverso il Greenstream, la pipeline che porta il gas in Italia e solo in Italia, siamo legati in modo indissolubile al Paese”.

Di grazia, da chi, o da quale organismo avrebbe avuto l’assicurazione il signor, dottor, illustrissimo Scaroni che non ci sarebbe alcuna ragione per non rispettare i patti precedentemente stipulati?. Se li ha stipulati “anche” con Gheddafi, ora che Gheddafi non c’è più, tutto sarebbe da rivedere. E quindi con chi li ha stipulati? Col “Consiglio Nazionale Transitorio”? O direttamente con Mustafa Abdel Jalil?

da corriere.it – 2011-08-24

«Siamo stati i primi a prendere contatti con il vertice degli “insorti”, cioè con il Cnt, il Comitato nazionale di transizione: il 3 aprile abbiamo incontrato il gruppo al gran completo a Bengasi e manteniamo contatti costanti, direi quotidiani, con loro. Non abbiamo timori per l’Eni in Libia. Ma la situazione ci preoccupa per il futuro immediato: queste fasi di transizione sono sempre molto delicate e complesse. E la vicenda apre, solo per il gas, il tema della sicurezza degli approvvigionamenti per il nostro Paese»

Di grazia, per conto di chi Scaroni ha preso accordo con un organismo ancora non riconosciuto da nessuno?


L’andamento azionario durante la guerra.

Febbraio 2011

Marzo 2011

Aprile 2011

Maggio 2011

Giugno 2011

Luglio 2011

Agosto 2011

In un anno…

Come si può vedere:

  • Le azioni restano pressoché stabili fino a marzo
  • Cominciano a calare da maggio fino ad luglio
  • Ad agosto abbiamo il picco in basso
  • Tornano a risalire nella data dell’attacco a Tripoli

Come dire: i mercati sanno benissimo e meglio di chiunque altro quanto siano legate l’Eni e la Libia.


Dal documento congiunto Italia -Libia – Primo semestre 2010
http://www.esteri.it/rapporti/pdf/libia.pdf

La privatizzazione dell’economia appare quindi una priorità della Libia le cui istituzioni deputate agli investimenti ed alla privatizzazione prevedono che entro i prossimi 10 anni oltre il 50% del sistema economico libico sarà controllato dal settore privato. Ovviamente si tratterà di un processo di ampio respiro e non facile che dipenderà oltre che dalle aperture già dimostrate dalle Autorità di Tripoli, anche in buona parte dal ruolo determinante di un settore privato ancora embrionale e dall’afflusso di know-how tecnico ed imprenditoriale dall’estero.

Le autorità locali sembrerebbero aver maturato la piena consapevolezza che un’effettiva e concreta diversificazione dell’economia – finalizzata ad allentare la cronica dipendenza dal settore petrolifero – non può che passare per il tramite dell’imprenditoria privata. Per far ciò è però necessario che lo Stato crei un contesto, anche giuridico, che stimoli ed incentivi la stessa imprenditoria privata, tanto nazionale quanto straniera. Su quest’ultimo aspetto, va rilevata l’attenzione che da parte libica si sta ponendo agli aspetti legislativi che regolano l’attività economico-finanziaria in Libia.

Cosa dicono i cable di Wikileaks
http://www.cablegatesearch.net/cable.php?id=09ROME649

Berlusconi has continued Italy’s policy of developing an expanded relationship with Libya, largely in order to stem the tide of irregular migration from Libyan shores, but also to gain advantageous access to Libya’s oil reserves for Italian firms, mainly ENI. […]

Berlusconi ha continuato a perseguire le sue relazioni diplomatiche con la Libia, sopratutto per arginare l’ondata di immigrazione clandestina proveniente dalle coste libiche, ma sopratutto per crearsi un vantaggio sulle riserve italiane di petrolio, per conto delle società italiane, in particolar modo di ENI. […]

http://cablesearch.org/cable/view.php?id=10TRIPOLI99

Abduljalil’s attempted resignation took place against the backdrop of political turmoil that has followed the October 2009 announcement of Muammar al-Qadhafi’s plans to appoint Saif al-Islam Qadhafi as “General Coordinator.” The complete absence of any discussion of the General Coordinator position at the January GPC furthered the growing uncertainty surrounding the Libyan political structure. This is likely not the final installment in Abduljalil’s political drama, and his attempted resignation could have implications for Libya’s criminal code reform efforts […]

Le tentate dimissioni di Abduljalil avvennero sullo sfondo degli sconvolgimenti politici dell’ottobre del 2009, quando Muammar al-Qadhafi decise di porre il figlio Saif al-Islam come “coordinatore generale”. La completa assenza di discussione sulla scelta del ruolo da parte del General People Congress, aumentarono l’aura di incertezza della struttura politica in Libya. Sembra non probabile che questo sia la fine della storia politica di Abduljalil, e le sue tentate dimissioni potrebbero avere delle implicazioni per la riforma del codice criminale libico.

Chi è Mustafa Abdel Jalil
http://it.wikipedia.org/wiki/Mustafa_Abd_al-Jalil

Muṣṭafā ʿAbd al-Jalīl (Beida, 1952) è un politico libico. […] Nel gennaio 2007 è ministro della Giustizia della Libia. Muṣṭafā ʿAbd al-Jalīl è stato criticato nell’agosto 2010 dall’Human Rights Watch per i metodi di arresto e prolungata detenzione senza processo di cittadini libici e nel dicembre 2010 anche Amnesty International ha fortemente criticato l’operato del ministero della Giustizia libico. […] In seguito alle sommosse popolari in Libia cominciate il 16 febbraio 2011, il 21 febbraio ha dato le dimissioni dal governo di Muhammad Abu l-Qasim al-Zuwayy ed è passato alle forze anti-Gheddafi.

Riassumendo. Una semplice ipotesi?

Una guerra di successione al potere in Libia aveva portato un ministro a diventare ex ministro. Gli accordi internazionali stipulati da Gheddafi gli imponevano di privatizzare completamente la sua economia, ma il rais, probabilmente, all’ultimo momento si rimangiò la parola. Proprio in quel periodo la politica internazionale si stava domandando da dove prendere le ultime gocce di petrolio rimaste. La crisi economica stava scoppiando ed una guerra “umanitaria” era uno dei modi migliori per risollevarla.

La Libia era il terzo esportatore mondiale di petrolio, ma buona parte delle riserve petrolifere restavano saldamente in mano dell’Eni. Lo stretto legame fra Italia e Libia andava subito smantellato. La crisi economica in Italia, e la scarsa affidabilità di Berlusconi agevolarono il lavoro. La “primavera araba” si estese cosi’ alla Libia, e l’Onu sentì la “strettissima urgenza” d’intervenire. Con capipopolo, questa volta, Francia e Stati Uniti.

I tempi erano stretti, e allora l’urgenza richiese l’intervento della Nato. Nel frattempo Abdel Jalil da una parte diventava unico portavoce della rivolta, e dall’altra parte si impegnava privatamente a redistribuire le riserve petrolifere. La sua posizione era salva. E il petrolio anche. A discapito di quel popolo che, probabilmente, quel petrolio non l’avrebbe mai più rivisto.

Quali altre aziende affiancheranno adesso l’ENI?


UNA BREVE NOTA DELLA “BOTTEGA”

Questa documentatissima analisi dimostra che è possibile aggirare il misto di nebbia e censura dei media e utilizzando materiali pubblici (pur se a volte di non semplicissima reperibilità) capire chi, cosa, perché in Libia. Devo fare una sola precisazione sull’ottimo lavoro di Jolek78: si può scrivere Gheddafi o al-Qadhafi, basta intendersi, ma quello che lui cita come Berlusconi su codesto blog viene sempre definito con il suo vero nome (o, se preferite, la sua qualifica più importante): P2-1816, il numero della tessera che aveva da iscritto nella eversiva Loggia massonica Propaganda 2 di Licio Gelli.

Solo il quotidiano “il manifesto” pubblicava  analisi e commenti (per esempio di Alessandro Del Lago) concordanti con quelli di Jolek78. Ricordo a chi passa su codesto blog che dei misfatti esteri (non solo Libia) dell’Eni si è ottimamente occupata la giornalista Sabina Morandi – e la sua bravura in pratica le è costata “il posto” – come potete leggere qui, in data 31 gennaio 2011 (Sabina, “i rossi” e i vel-Eni); visto che sul libro della Morandi è caduto un pesante silenzio (neanche due quotidiani contro-corrente come “Il fatto” e “il manifesto” lo hanno recensito come avrebbe meritato) ripetiamo l’invito a comprarlo, leggerlo e a darne notizia.

La Bottega del Barbieri

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