Scor-data: 25 agosto 1987

Colombia: la storia del medico Héctor Abad Gómez, ucciso dai paramilitari

di David Lifodi (*)  

I militanti di Unión Patriótica (Up) non scorderanno tanto facilmente l’agosto 1987: in quel mese fu raggiunto il culmine della guerra sporca condotta dallo stato colombiano contro quel partito di sinistra che aveva cominciato a rappresentare una vera alternativa per un popolo stanco del narcotraffico e dell’oppressione dei gruppi paramilitari. Nei soli anni Ottanta oltre quattromila appartenenti a Up furono assassinati dai paras con la complicità dello stato: tra questi il dottore Héctor Abad Gómez, docente universitario e presidente del Comitato per i Diritti Umani.

Accadde per le strade di Medellín, una delle città colombiane dove maggiore fu la violenza esercitata ai danni degli attivisti di sinistra, ma la morte di quel medico così mite e al tempo stesso fermo e deciso nelle sue convinzioni, servì a svelare il legame tra la destra fascista, i narcos e i paramilitari a libro paga dello stato. La storia di Héctor Abad Gómez, un medico che lavorava nelle baraccopoli e stava dalla parte degli ultimi aderendo a manifestazioni e proteste contro la politica di sterminio di stato promossa da Palacio Narińo, è stata raccontata dal figlio, Héctor Abad Faciolince (editorialista del quotidiano colombiano El Espectador), nel romanzo El olvido que seremos, il cui titolo si richiama al sonetto di Borges Epitafio, trovato nella borsa che portava suo padre al momento dell’omicidio: “Ya somos el olvido que seremos. El polvo elemental que nos ignora”. Abad Faciolince ricorda suo padre, ma racconta anche quegli anni così drammatici per la Colombia (purtroppo non troppo diversi dagli attuali, basti citare il caso dei falsos positivos in cui è coinvolto il presidente Juan Manuel Santos): il lavoro del figlio di Héctor Abad Gómez è del 2006, ma ancora oggi resta attualissimo. Héctor Abad Gómez aveva formato una generazione di medici assai promettenti e si impegnò in prima linea per difendere l’epurazione dei docenti di idee liberali e di sinistra condotta nell’Università di Antioquia ad opera della destra, parlamentare e non. Sebbene appartenesse più all’area liberal-democratica che alla sinistra comunista, Héctor Abad Gómez denunciò sui giornali e in ogni occasione possibile la deriva reazionaria e fascista dello stato colombiano: decisamente troppo per un estabilishment che andava a braccetto con formazioni politiche note per la loro ferocia e spietatezza, su tutte le famigerate Autodefensas unidas de Colombia (Auc) e le Autodefensas Campesinas de Córdoba y Urabá. Da tempo a Medellín circolavano liste di proscrizione con i nomi delle potenziali vittime, il cui tratto comune era quello di appartenere a movimenti di sinistra o ad associazioni impegnate a lottare per la difesa dei diritti umani. Il 13 agosto 1987 dall’Università di Antioquia partì una marcia a cui aderirono centinaia di studenti, docenti, sindacalisti e intellettuali: chiedevano la fine delle violenze e manifestavano con striscioni e slogan contro il terrorismo di stato. Héctor Abad Gómez figurava tra i principali organizzatori del corteo insieme a professori universitari quali Carlos Gaviria Díaz, Leonardo Betancur Taborda, Pedro Luis Valencia Giraldo ed altri. Molti di loro furono trucidati durante quel maledetto agosto 1987. Il primo a cadere sotto i colpi dei sicari fu Pedro Luis Valencia Giraldo, appartenente al Partito Comunista colombiano e senatore della Repubblica per Unión Patriótica: fu l’inizio di quello che le stesse formazioni paramilitari definirono come il Baile Rojo: l’avanzata di Up doveva essere bloccata a sangre y fuego. Il 25 agosto fu la volta di Héctor Abad Gómez e di Luis Felipe Vélez, presidente dell’Asociación de Institutores de Antioquia (Adida), il sindacato dei maestri del dipartimento. E ancora, caddero Leonardo Betancur, ucciso all’interno dei locali del sindacato, e molti altri: el baile rojo sarebbe durato ancora molto tempo. Il Comitato per la difesa dei Diritti Umani di Antioquia fu intitolato a Héctor Abad Gómez, ma il 27 febbraio 1998 l’allora presidente Jesús María Valle Jaramillo fu anch’esso eliminato dai paras. La vedova di Héctor Abad Gómez, la signora Cecilia Faciolince, ha sottolineato come lo stato non abbia mai indagato seriamente sull’assassinio di suo marito, tanto che fu sostituita la giudice incaricata di investigare sul caso. Héctor Abad Gómez era ritenuto “pericoloso” per l’espansione del narco-paramilitarismo, come ha più volte sottolineato lo stesso Carlos Castano, uno dei leader più spietati delle Auc. Inoltre, a Héctor Abad Gómez non giovò nemmeno il suo rifiuto di aderire a qualsiasi formazione armata: la borghesia e i settori industriali più reazionari lo ritenevano comunista, mentre i comunisti diffidavano di lui in quanto liberale. Diego Fernando Murillo, un altro capo storico dei paras, conosciuto come Don Berna, spiegò che il medico fu ucciso poiché denunciava le violenze perpetrate dalle Forze Armate e dall’esercito colombiano ai danni dell’opposizione sociale che sempre più stava montando in tutto il paese. Lo stesso Don Berna ha aggiunto che l’omicidio di Héctor Abad Gómez faceva parte di una strategia volta a conquistare Medellín alla causa dei paramilitari. Quando fu ucciso, il medico colombiano aveva 62 anni, ma ad essere sterminata fu un’intera generazione di trenta-quarantenni che si riconosceva in Unión Patriótica, un partito che, in soli sei mesi di campagna elettorale, era riuscito a far ottenere 370 mila voti al suo candidato presidenziale, Jaime Pardo Leal, uno dei migliori risultati elettorali conseguiti dalla sinistra colombiana in tutta la sua storia. In seguito all’assassinio di Héctor Abad Gómez e di Luis Felipe Vélez, a Medellín si svolse una marcia del silenzio a cui parteciparono migliaia di studenti universitari, mentre l’Adida proclamò uno sciopero di 72 ore: per tutta risposta la polizia caricò i manifestanti, una parte dei quali stava uscendo in corteo dall’Universidad Nacional, e Luis Alberto Parada Pedraza, studente di Diritto, fu ucciso da un colpo di pistola sparato dagli agenti in tenuta antisommossa. Lo stato voleva eliminare un’intera generazione di intellettuali progressisti che, se non fosse stata repressa così duramente, probabilmente avrebbe preso in mano la situazione e risparmiato alla Colombia i lutti e le ingiustizie degli ultimi venticinque anni ma, per procedere in questo senso, fu deciso di seguire il motto del generale fascista spagnolo Millán-Astray che nel 1936, in piena guerra civile, dichiarò: “Viva la muerte, abajo la inteligencia”. Di certo lo stato colombiano, come i franchisti spagnoli, faceva dell’uso della forza e della violenza il suo tratto principale, ma la ragione, l’impegno civile e la battaglia delle  idee stavano dall’altra parte della barricata, quella che sfidò il potere e, nonostante tutto, riuscì ad impaurirlo così tanto da scatenare i peggiori istinti in seno al narco-stato colombiano.

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”. xxxx

Molti i temi possibili. Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

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