17 anni

di Maria G. Di Rienzo

Il politico indonesiano, capo distretto, non capisce perché centinaia di persone stanno protestando contro di lui, chiedendo le sue dimissioni in piazza. Addirittura calpestano immagini del politico e ci sputano sopra prima di bruciarle. Aceng Fikri, questo il suo nome, quarantenne, aveva preso in moglie (la seconda) una ragazza di 17 anni nel luglio scorso. Ma, parole sue, «Dopo averla comprata ho scoperto che non era come la reclamizzavano e l’ho mandata indietro». Fikri sostiene che la merce, pardon, la ragazza, non era vergine. Si è anche lamentato di aver speso un sacco di soldi per il matrimonio: «Nemmeno dormire con un’artista – una che ci fare, una professionista, ndt. – sarebbe costato tanto!». Così, ha deciso di non perdere altro tempo con la seconda moglie Fani Oktora e quattro giorni dopo averla sposata le ha mandato la “notifica” del loro divorzio con un messaggio sul cellulare. La faccenda è finita sui giornali e su internet di recente, quando Fani ha deciso di denunciare il suo compratore per violenza (i quattro giorni di matrimonio non sono stati allegri) e frode: prima di sposarla lui le aveva detto di essere vedovo, non già ammogliato. Fikri l’ha controdenunciata per diffamazione. Perché la ragazza aveva accettato le nozze con questo individuo? Fani è povera, ma vuole studiare: lui le aveva promesso di pagarle il liceo.

S. è nepalese, oggi di anni ne ha 22 ma ne aveva 17 come la ragazza indonesiana quando “andò sposa”. Un sensale di matrimoni pagò l’equivalente di 100 dollari alla sua famiglia con l’assicurazione che la fanciulla sarebbe andata sposa a un uomo indiano. S. avrebbe voluto studiare, ma «Non ti preoccupare» le dissero i suoi genitori dopo averla abbigliata con quanto avevano di meglio «Fra pochi anni ritornerai con i nostri nipotini». Disgraziatamente, la possibilità dei nipotini se n’è andata dopo quattro aborti forzati e centinaia di clienti: le quindici ore di viaggio verso Varanasi, India, si sono concluse in una stanzetta dove la ragazza fu violentata dai due uomini che l’avevano accompagnata là e dove rimase chiusa per i successivi quattro anni, a disposizione del primo farabutto che volesse comprarla. «Ero vergine» racconta S. del primo stupro: «Non sapevo cosa fare. Dopo che ebbero finito mi trascinarono in bagno e mi inzupparono d’acqua. Non riuscivo a smettere di piangere». Il mese scorso, i suoi aguzzini si dimenticarono di chiudere con il lucchetto la finestra di quella stanza: S. saltò in strada dal primo piano e fortunatamente incontrò quasi subito due attiviste del locale rifugio antiviolenza. Vuole restare in India, con loro, per aiutare altre ragazze nepalesi immesse a forza nella locale industria del sesso (decine di migliaia, secondo le stime delle ong). «Il mio Paese chiude un occhio su cosa le sue donne sono costrette a fare. Io voglio produrre una differenza nelle loro vite».

«Non volevo che il mio stupratore diventasse mio marito, per questo non ho detto niente». Amara, etiope, è la terza diciassettenne di questo articolo. Quando di anni ne aveva 11 e stava andando a scuola, un uomo la rapì e la violentò. L’onore della famiglia, se la cosa si fosse risaputa, avrebbe imposto alla bambina le nozze con costui. «Era un segreto pesante, lui mi aveva detto che mi avrebbe uccisa se avessi parlato. Finii per non parlare quasi più. Poco dopo, i miei genitori mi dissero che ero andata a scuola abbastanza, per essere una femmina, e che dovevo aiutare economicamente la famiglia. Io pensavo: se vado a lavorare ad Addis Abeba posso frequentare la scuola serale». Alla fine Amara ci andò. L’uomo che l’aveva assunta come domestica le assicurò che l’avrebbe lasciata studiare. Invece la stuprò, la picchiò, la minacciò e la buttò fuori di casa dopo l’ennesimo pestaggio quando fu evidente che Amara era incinta. Anche questa ragazza si è salvata grazie alle attiviste per i diritti delle donne. E’ stata accolta in un rifugio, ha messo al mondo il suo bambino e oggi lavora in un ufficio dove fa le pulizie e piccole commissioni. «Adesso non ho più paura di raccontare la mia storia. Sono determinata a dire alle altre donne che ci sono leggi che ci proteggono e persone che possono aiutarci se ne abbiamo bisogno. Io dico che dobbiamo parlare, essere forti e sostenerci l’un l’altra. Non dobbiamo mollare mai».

L’afgana Farida, quarta ed ultima diciassettenne, almeno a tornare a scuola c’è riuscita due anni fa. Quando ne aveva 8, fu “fidanzata” con un 21enne. Il contratto (sì, quando si vende e si compra merce è meglio avere un contratto…) prevedeva il matrimonio quando Farida avesse compiuto 18 anni. Ne aveva solo undici quando la famiglia del promesso sposo cominciò a fare pressione affinché le nozze avvenissero prima, ma la famiglia di Farida pensava che fosse ancora troppo piccola. «Così, dopo qualche mese, lui sposò un’altra ragazzina» racconta Farida; «Il problema è che nella mia società solo un uomo può rompere il contratto di fidanzamento. Perciò io continuavo ad appartenergli e lui si sentiva in diritto di far di me quello che voleva, perché io ero comunque considerata sua moglie. Cominciò a seguirmi e a minacciarmi per strada, mentre andavo a scuola: mi disse che se continuavo a studiare mi avrebbe uccisa. All’inizio io non lo dissi a nessuno perché non volevo smettere di studiare, però lui prese a picchiarmi e non fu più possibile nasconderlo. I miei genitori parlarono alla sua famiglia, ma nulla cambiò e a 12 anni io smisi di andare a scuola. Pensavo: se mi uccide, i miei genitori saranno costretti a vendicarmi ed entrambe le famiglie soffriranno. Per tre anni sono rimasta in casa a rimuginare su come potevo tornare a scuola.”

Un giorno, mentre è al mercato con sua madre, Farida nota un manifesto che pubblicizza i corsi di un centro per le donne e convince la sua famiglia a lasciarla partecipare. «Ho imparato un sacco di cose sui miei diritti e i matrimoni forzati e ho visto dozzine di donne che venivano al Centro per avere sostegno legale. Così dissi anch’io all’avvocata qual era il mio problema e mia madre quel giorno venne con me». Non è stato facile, perché il tormentatore di Farida non voleva «rompere il contratto» e si è convinto solo quando le attiviste gli hanno mostrato le leggi che proibiscono, in Afghanistan, di sposare una bambina. Comunque, poiché di contratto si trattava, Farida ha dovuto passare per il tribunale: «Il giorno in cui la Corte ha annunciato che ero libera è stato il più bello della mia vita: anche la mia famiglia era finalmente libera! Adesso studio, ma frequento ancora il Centro per le donne, fungo da facilitatrice per le mie coetanee che cercano aiuto».

Quando avevo 17 anni io, un giorno mi presentai al preside della mia scuola, su mandato degli altri studenti, a chiedergli se intendeva fare qualcosa per l’edificio: una rampa di scale era pericolante, in alcune aule i piccioni facevano il nido, in altre il soffitto era pieno di crepe. Lui mi chiese perché alla mia età ero così amareggiata. Mister, dovrebbe vedermi adesso, a volte, quando leggo i giornali.

(Fonti: Jakarta Globe, Safe World for Women, Awsad – Etiopia, Hawca – Afghanistan, Womankind Worldwide, Washington Post)

SOLITA NOTA

Gli articoli di Maria G. Di Rienzo sono ripresi – come le sue traduzioni – dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/. Vi consiglio anche il suo ultimo libro, “Voci dalla rete: come le donne stanno cambiando il mondo”: una mia recensione è qui alla data 2 luglio 2011. (db)

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