19 marzo: festa della guerra infinita

di Karim Metref

Non si sa se è un caso della storia o uno strano calcolo astrologico che ha condizionato la scelta di questa data, ma il 19 marzo è una data comune a due delle guerre dette umanitarie di questo nuovo secolo. Due guerre che dovevano portare alla liberazione popoli sottomessi da sanguinari tiranni. Guerre che invece hanno portato sì alla morte del tiranno e a una apparente pluralità politica ma … mai alla fine della tirannia. Mentre il petrolio è passato subito in mano alle multinazionali, la libertà e la pace, i due popoli, le vedono allontanarsi ogni giorno un po’ di più.

Il 19 marzo 2003, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, con la partecipazione simbolica di un esiguo numero di nazioni, decidono di lanciare l’attacco contro l’Iraq. La nazione dei due fiumi era accusata di costruire di nascosto armi di distruzione di massa. Di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite, l’allora segretario di Stato Usa, Colin Powell, aveva mostrato una boccetta “contenente” le prove della colpevolezza di Saddam. Nei fatti il buon Colin non dimostrò assolutamente niente e non diede nessun altro dettaglio. Ma bastò la sua parola perché tutta la stampa internazionale credesse o facesse finta di credere alla veracità di quei fatti. Il tempo dimostrò che era una pura operetta comica e che quella boccetta non conteneva altro che aria di Manhattan. Una aria sicuramente un po’ inquinata ma non al punto di essere dichiarata arma non convenzionale. Dieci anni dopo l’invasione dell’Iraq, delle armi di distruzione di massa non si trova ancora nessuna traccia.

Ma la stessa stampa continua a credere, o a far finta di credere, alla parola dei dirigenti delle potenze della Nato, ogni volta che dichiarano che, mentre tutte le altre non lo erano, la guerra invece che stanno per dichiarare è inevitabile.

In effetti, quando il 19 marzo 2011, la Francia decise di lanciare un attacco senza preavvisi contro l’esercito libico, tutti hanno ripetuto all’infinito che era per salvare i civili da uno sterminio certo. Fonti inverificabili avevano dichiarato a una stampa (che non aveva nessuna voglia di verificare) che le forze di Gheddafi avevano massacrato 10.000 civili. Sì, 10mila. Una cifra enorme. E il fatto che oggi nessuno ritrovi un luogo dove sarebbe stata seppellita questa montagna di corpi non sconcerta assolutamente. Eppure non c’è un giornalista di una certa esperienza che non fosse a conoscenza della vecchia e triste barzelletta dei 60.000 civili che Nicolau Ceaucescu, già nel lontano 1989, avrebbe massacrato per reprimere una fantomatica rivoluzione romena. Nonostante quello e una moltitudine di eventi simili si continua ancora e sempre a riprendere le fonti vicine ai servizi dei Paesi della Nato come fonti attendibili. Anzi, attendibilissime (a prescindere) e a non chiedere nessuna prova concreta, a non fare verifichr, come invece richiede la deontologia dell’informazione.

L’Iraq e la Libia oggi sono non-Stati in cui gli unici posti sicuri sembrano essere le aree intorno ai pozzi di petrolio. Il resto dei due Paesi è immerso in un caos in cui ogni piccolo gruppo tribale, religioso o culturale ha la sua milizia e in mezzo ai quali circolano in tutta libertà individui barbuti e armati fino ai denti che, secondo le circostanze, sono chiamati militanti di Al Qaeda o salafiti armati. Perchè questi Alqaeda-Salafiti sono valutati in modo diverso da una circostanza all’altra: prima amici poi nemici in Afganistan. Nemici in Iraq ma amici in Siria. Amici in Libia e nemici in Mali.

La questione dei salafiti amici/nemici e il fatto che gli interventi umanitari diventano indispensabili sempre e comunque laddove si gioca una importante partita per il dominio delle risorse energetiche del pianeta non sembrano creare dubbi ai giornalisti disciplinati nelle redazioni della stampa libera del mondo libero.

In questi giorni, dopo il Mali, l’obiettivo di alcuni membri della Nato sembra essere l’intervento in Siria. Non “diretto” secondo il modello iracheno ma “indiretto” secondo quello libico. Con fondi, armi, mercenari, esperti e campi di addestramento sulle frontiere da fornire ai ribelli. Magari con qualche sostegno aereo ogni tanto e la copertura stampa omaggio della casa.

Mentre la Francia e la Gran Bretagna insistono per fornire armi all’opposizione, viene a galla come per magia la questione delle armi di distruzione di massa. Una misteriosa rocchetta a testa chimica che sarebbe caduta sul territorio. I due campi si accusano a vicenda, ma né i leader francesi e britannici né Obama, in visita nella regione, sembrano avere dubbi. Non sanno se sia vero o meno, ma escludono in partenza che possa provenire dall’opposizione.

Non sappiamo se chiederanno a Powell in prestito la sua boccetta vuota o se ricorreranno a un altro sotterfugio. Ma vogliamo scommettere che quale sia la “prova” che produrranno nessuno andrà a chiedere di vederne il contenuto da vicino?

Dieci anni di guerra infinita hanno dimostrato di non risolvere i problemi dei Paesi coinvolti ma di aggravarli. Neppure servono ad arricchire i Paesi occupanti, anzi costano cifre astronomiche alle loro casse. Gli unici che si arricchiscono sono alcuni privati: sempre gli stessi.

Dieci anni di esperienza negativa che, a vedere come si continua a soffiare sul fuoco della guerra in Siria, non ci hanno insegnato proprio nulla.

Karim Metref
Sono nato sul fianco nord della catena del Giurgiura, nel nord dell’Algeria.

30 anni di vita spesi a cercare di affermare una identità culturale (quella della maggioranza minorizzata dei berberi in Nord Africa) mi ha portato a non capire più chi sono. E mi va benissimo.

A 30 anni ho mollato le mie montagne per sbarcare a Rapallo in Liguria. Passare dalla montagna al mare fu un grande spaesamento. Attraversare il mediterraneo da sud verso nord invece no.

Lavoro (quando ci riesco), passeggio tanto, leggo tanto, cerco di scrivere. Mi impiccio di tutto. Sopra tutto di ciò che non mi riguarda e/o che non capisco bene.

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