Dopo la cronaca di questi giorni, attraverso la newsletter di Radio Onda d’Urto, si alternano gli articoli di: Alessandro Canella, Claudileia Lemes Dias, Donata Columbro, Francesco Matteuzzi con le foto di Laura Pasotti, Gianluca Cicinelli, Giulia Borelli, due interventi di Lavinia Marchetti, Lorenzo Guadagnucci e, a seguire, due commenti di Enrico Semprini
dalla newsletter di Radio Onda d’Urto del 21 -22 e 23 luglio
BOLOGNA – Omicidio di polizia, questa volta a Bologna dove Abderrahim Fakir, 42 anni, domenica 19 luglio, è morto durante un fermo nel quartiere popolare del Pilastro.
Come documenta il drammatico video diffuso nel primo pomeriggio si vedono due agenti costringere Fakir a terra, a faccia in giù, con le mani bloccate dietro la schiena nel tentativo di ammanettarlo mentre l’uomo immobilizzato gridava: “Aiuto, basta, basta”. Un terzo uomo, probabilmente un residente, aiuta gli agenti trattenendogli le caviglie, attorno alla scena sono presenti anche due soccorritori, che non intervengono. Dopo alcuni minuti Fakir smette di dimenarsi, perde conoscenza e, poco dopo, muore.
“Fakir viveva una situazione di forte disagio psicologico: temeva che le nuove norme sull’immigrazione potessero colpirlo e di essere deportato dopo 35 anni trascorsi in Italia”.
La sorella di Fakir denuncia: “lo hanno ammazzato, voglio giustizia” e ieri sera una prima manifestazione si è tenuta in quartiere proprio per chiedere che questo omicidio non rimanga impunito”.
Sul piano giudiziario, la Questura di Bologna afferma di aver consegnato alla Procura le immagini registrate dalle bodycam degli agenti intervenuti. La Procura di Bologna ha iscritto nel registro degli indagati sei persone: due poliziotti del commissariato Bolognina-Pontevecchio e quattro operatori del 118. L’ipotesi di reato è quella di omicidio colposo, in vista degli ulteriori accertamenti investigativi. Non risultano invece indagati gli altri cittadini presenti sulla scena e visibili nel video girato da un residente.
Sul fronte politico, il governo guidato da Fratelli d’Italia sostiene che “l’intervento delle forze dell’ordine è stato adeguato”, mentre le opposizioni del Campo largo chiedono che venga fatta piena luce sull’accaduto e sollecitano un accertamento delle responsabilità.
Per questa sera, lunedì 20 luglio, a partire dalle 22, il Si Cobas ha proclamato uno sciopero all’Interporto di Bologna in memoria di Fakir, che era titolare di un’impresa di facchinaggio attiva proprio nel settore della logistica. “Come a Genova venticinque anni fa e negli Stati Uniti di questi tempi, gli sbirri, senza alcuna pietà, hanno ammazzato Fakir Abderrahim, un nostro ex iscritto” scrive il sindacato nel comunicato con cui invita alla mobilitazione.
Nel tardo pomeriggio, in piazza del Nettuno, una prima manifestazione (in foto). Mentre scriviamo la newsletter, via Rizzoli è stata chiusa al traffico e i percorsi degli autobus sono stati deviati a causa della partecipazione di massa.
Ieri sera a Bologna migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere verità e giustizia per Abderrahim Fakir, lavoratore di 42 anni ucciso domenica da due agenti di polizia nel quartiere Pilastro del capoluogo emiliano.
Contro le violenze e gli abusi in divisa, decine di migliaia di persone hanno prima affollato piazza del Nettuno con il presidio lanciato (anche) dalle istituzioni cittadine, ma poi sono partite in corteo verso la Prefettura felsinea. Davanti al palazzo del governo sono scoppiati gli scontri con la polizia, che ha usato idranti e lacrimogeni contro i manifestanti. La piazza ha risposto compatta per diverse ore, con barricate e lanci di oggetti e petardi. Il bilancio è, al momento, di una persona fermata.
Alle 22 di ieri, intanto, è iniziato lo sciopero dell’intera giornata all’Interporto – dove lavorava Fakir – indetto dal sindacato Si Cobas.
Il racconto della serata a Bologna da parte di Federico della redazione di Radio Onda d’Urto Emilia Romagna.
Le considerazioni sull’uccisione di Abderrahim Fakir di Mauro Palma, tra i fondatori di Antigone, ex Garante nazionale delle persone private della libertà personale.
Il commento di Luca Masera, docente di diritto penale all’Università di Brescia, sullo “scudo penale” e l’iscrizione dei poliziotti e dei sanitari nel registro speciale anziché nel registro degli indagati
Pilastro, Bologna – 19 luglio 2026
Le iniziative per chiedere “verità e giustizia”, comunque, non si spengono. A Bologna mercoledì 22 luglio è stata lanciata un’assemblea cittadina con appuntamento alle 19 in piazza Lucio Dalla. Qual è la situazione ora al Pilastro? Radio Onda d’Urto ha intervistato Francesca del Comitato popolare Pilastro di Bologna:
Non solo Bologna. Per la giornata di oggi, ma anche nelle prossime, sono state lanciate manifestazioni di piazza in tante città italiane.
A Milano il corteo, mentre scriviamo la newsletter, ha mosso i primi passi verso Porta Venezia. A Brescia è in corso un presidio, dalle 19.30, in piazza Rovetta/Largo Formentone, organizzato da csa Magazzino 47, Diritti per tutti e Collettivo Onda Studentesca.
BOLOGNA – Sono emersi altri video sull’omicidio di Abderrahim Fakir da parte di due agenti della polizia, domenica, nel quartiere popolare del Pilastro, a Bologna. Uno di questi mostra l’uomo a terra, legato con fascette alle caviglie e braccia dietro la schiena. Intorno a lui, nelle immagini, ci sono 4 soccorritori della Croce Rossa, due dei quali tentano di rianimarlo. “Il volto presenta macchie marroni scure dovute allo spray al peperoncino spruzzato da molto vicino, la rianimazione avviene mentre è ancora legato, è inammissibile”, commenta il legale dei familiari di Fakir.
I nuovi video, in effetti, immortalano anche il momento in cui gli agenti utilizzano lo spray al peperoncino: a quel punto, il 42enne è già immobilizzato a terra, in posizione prona e con gli agenti sopra di lui. I risultati dell’autopsia saranno pronti domani e saranno cruciali per capire le cause del decesso.
Ieri sera, intanto, centinaia di persone hanno preso parte all’assemblea pubblica promossa dalle realtà organizzate del quartiere Pilastro. Durante l’assemblea, che si è svolta in Piazza Lucio Dalla ed è poi sfociata in un corteo, sono state stabilite le prossime iniziative per continuare a chiedere “verità e giustizia” per Fakir: domenica 26 luglio corteo in quartiere; sabato 12 settembre assemblea nazionale per organizzare una grande mobilitazione “contro gli abusi di polizia e le logiche della remigrazione di questo governo”. Su Radio Onda d’Urto abbiamo raccontato l’assemblea e fatto il punto sulle prossime iniziative con Federico della nostra redazione emilianoromagnola. Di seguito un estratto del suo contributo:
La terribile morte dell’uomo durante un fermo a Bologna il 19 luglio impone riscontri da parte delle forze di polizia, al di là delle indagini. Dalla tecnica di immobilizzazione alla formazione “impartita” agli agenti fino alla scarsa trasparenza sulle regole di ingaggio. Sono le stesse domande rimaste inevase dopo la condanna della Cedu, nel gennaio di quest’anno, per la morte di Riccardo Magherini a causa proprio del “ginocchio sul collo”. L’intervento di Lorenzo Guadagnucci
La tragica fine a Bologna di Abderrahim Fakir il 19 luglio durante un fermo di polizia dev’essere ancora chiarita nei suoi dettagli: l’inchiesta è appena agli inizi ed è giusto aspettare l’autopsia e l’esame di tutti i materiali prima di esprimere giudizi definitivi. Tuttavia è lecito, perfino doveroso, esplicitare i dubbi e le domande che scaturiscono dalla visione del drammatico filmato realizzato da un residente.
La fine di Fakir, diciamolo subito, evoca i casi di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini anche loro morti per strada durante fermi di polizia -il primo a Ferrara nel 2005, il secondo nel 2014 a Firenze- e la terribile vicenda di George Floyd, la cui agonia, il 20 maggio 2020 a Minneapolis, durò nove lunghi minuti e fu ripresa da una passante. Il “basta, aiuto” di Abderrahim Fakir risuona sinistramente come l’”I can’t breathe”, non respiro, di George Floyd.
Chiediamo e ci chiediamo, innanzitutto, perché si continui a usare la tecnica di immobilizzazione mostrata dal filmato di Bologna, con il fermato schiacciato a terra e gli operatori che gli serrano le mani dietro la schiena mentre si appoggiano e spingono per fermare le sue escandescenze. Siamo o no di fronte in questo caso -lo chiediamo alle forze di polizia- alla tecnica detta del “ginocchio sul collo”?
È una tecnica nota per la sua pericolosità, a causa dell’alto rischio di soffocamento, specie su persone con problemi respiratori o cardiaci, impossibili da conoscere sul momento. È questa -chiediamo agli esperti che sicuramente sovrintendono le scelte e attività di formazione delle polizie– la tecnica più appropriata per calmare una persona che appare in forte stato di alterazione? Sì o no?
La Corte europea per i diritti umani ha condannato l’Italia nel gennaio 2026 a risarcire la famiglia per la morte di Riccardo Magherini, avendo giudicato non necessaria la tecnica di immobilizzazione utilizzata e carente la formazione degli operatori. La sentenza è passata sotto silenzio e nessuno si è sentito in obbligo di offrire chiarimenti.
Ora il filmato sulla fine di Fakir impone di ribadire la richiesta di pubbliche spiegazioni. E di aggiungere altre due domande: perché le forze di polizia sono così poco trasparenti, così restie a far conoscere le proprie regole di ingaggio, le proprie scelte? Perché hanno tanta difficoltà a ragionare in pubblico delle loro scelte e dei loro eventuali errori?
Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova”, “Noi della Diaz”, “Parole sporche” e “Un’altra memoria”
Il 19 luglio 2026, a Bologna, un uomo muore durante un intervento di polizia.
Si chiama Abderrahim Fakir.
Secondo le prime notizie, all’arrivo delle forze dell’ordine Fakir sarebbe stato già morto. Poi però spunta un video girato da un residente, che racconta l’esatto contrario. Prime notizie, e primi tentativi di insabbiamento.
Adberrahim Fakir era vivo, quando gli agenti sono arrivati. Dopo il loro intervento, invece, non lo era più.
Partiamo da qui.
L’iscrizione nel registro 45-bis, cioè lo scudo penale, per i due poliziotti e i quattro soccorritori intervenuti nell’operazione che ha portato alla morte di Abderrahim Fakir, il 43enne di origine marocchina deceduto al Pilastro domenica scorsa, passa in secondo piano alla luce degli elementi che stanno emergendo. Le responsabilità su quanto accaduto, infatti, potrebbero non essere direttamente del personale che si trovava in via Svevo, ma nella catena di comando che porta direttamente allo Stato, tanto per la sanità quanto per la polizia.
Fakir, la condanna della Cedu per la pratica della polizia
Le questioni emerse sono precisamente due. Da un lato la pratica adottata dagli agenti di polizia per contenere l’uomo che era in preda a una crisi psicotica, dall’altro ciò che avrebbero potuto fare o non fare i sanitari che hanno assistito al decesso dell’uomo.
Sul primo punto le dichiarazioni a Radio Popolare di Fabio Anselmo, legale della famiglia Fakir e già avvocato dei casi Aldrovandi e Magherini, hanno aperto uno scenario chiaro. Il 15 gennaio scorso, infatti, l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani (Cedu) nell’ambito di un ricorso presentato dallo stesso Anselmo in relazione alla morte di Riccardo Magherini, avvenuta nel 2014 dopo un intervento delle forze dell’ordine con la stessa dinamica e le stesse pratiche utilizzate con Abderrahim Fakir.
La sentenza della Cedu rileva che Magherini, in stato di intossicazione acuta da cocaina e “sindrome da delirio eccitato”, fu bloccato e mantenuto in posizione prona e ammanettato per oltre venti minuti, morendo per un arresto cardiorespiratorio causato dalla combinazione di stress adrenergico e asfissia posturale. La corte evidenzia la violazione dell’Articolo 2 della Convenzione sul diritto alla vita, sia per l’uso non strettamente necessario della forza, sia per la mancata formazione degli agenti e l’assenza di linee guida adeguate sui rischi della contenzione prona.
I tagli alla sanità: il 118 avrebbe potuto salvare Fakir
La questione dei soccorritori è quella che ha scandalizzato molte persone. Nel video della morte di Fakir ha colpito l’inerzia degli operatori del 118, che assistevano all’agonia dell’uomo senza intervenire. Da un’intervista realizzata dall’Ansa al presidente della Società italiana sistema 118, Mario Balzanelli, emerge il tema delle regole di ingaggio del personale inviato al Pilastro, composto esclusivamente da volontari. Balzanelli sostiene che «con grande probabilità, Abderrahim Fakir si sarebbe potuto salvare: a fronte di un forte stato di agitazione psicomotoria, il medico avrebbe infatti potuto sedare il soggetto a sua stessa tutela e impedendo conseguenze più gravi».
Il problema è che in via Svevo non è stato inviato un medico. E la ragione viene spiegata da due medici dell’emergenza urgenza dell’Emilia Romagna in un articolo sul Domani. In particolare, le scelte del sistema di presa in carico sono spesso dettate dal risparmio, anche a causa della carenza del personale.
In altre parole, i tagli o il sottofinanziamento alla sanità hanno giocato un ruolo in quanto accaduto, poiché il personale volontario presente non aveva le competenze o le possibilità di intervenire nel modo corretto per tutelare la vita di Fakir.
L’inchiesta giudiziaria: si risalirà la catena delle responsabilità?
Gli elementi che stanno emergendo potrebbero essere utili nell’inchiesta della magistratura, cui spetta il compito di ricostruire quanto accaduto e successivamente valutare i profili di responsabilità in un processo.
Alla luce delle questioni sollevate, non è solo sulle sei persone intervenute, tra poliziotti e sanitari, che occorre fare chiarezza, ma sulla catena di comando, sulle regole di ingaggio, sull’organizzazione e sulla formazione. Con l’auspicio che la magistratura decida di risalire la filiera e non si accontenti di stabilire solamente la liceità o meno delle condotte delle persone presenti.
Perché gli indizi fin qui raccolti parlano abbastanza chiaro: Fakir è morto a causa dello Stato.
L’Italia non produce dati che possano aiutare a capire quante persone sono morte durante le operazioni delle forze dell’ordine, che si tratti di arresti o blocchi stradali. La prima mappatura, con casi che partono dal 2000 a oggi, l’ha creata Luigi Mastrodonato, giornalista che si occupa da anni di questioni legate alle carceri e alle situazioni di fragilità nel nostro paese.
Secondo un’inchiesta di Civio, media spagnolo, in Europa tra il 2020 e il 2022 almeno 488 persone sono morte in custodia o in operazioni di polizia nei 13 paesi europei che pubblicano dati o li hanno forniti alla redazione. Tra questi, l’Italia non c’è.
La mappa creata da Mastrodonato è un insieme di storie: i segnaposto rossi raccontano i decessi avvenuti dal 2000 a 2025 durante fermi e controlli delle forze dell’ordine, e per ora il giornalista ne ha contati 76.
La maggioranza sono uomini e circa la metà di origine straniera:
“Ho iniziato a raccogliere queste storie cercando sui motori di ricerca, con parole chiave nella cronaca, tra battaglie legali e mobilitazioni sociali, e poi confrontandomi con i siti e i social di associazioni che se ne occupano, come Antigone, Osservatorio Repressione, Stefano Cucchi onlus e Acad, l’Associazione contro gli abusi in divisa”, racconta Mastrodonato. “In particolare, ho poi lavorato con Osservatorio Repressione che ha fatto un controllo sui miei dati incrociandoli con le loro fonti interne, per renderlo il più completo possibile. Infatti mi hanno segnalato altri casi che mi erano sfuggiti e sicuramente quello che ho contato rappresenta solo la punta di un iceberg”.
In Italia non ci sono nemmeno dati sulla profilazione razziale, cioè tutte quelle azioni delle forze dell’ordine che coinvolgono soprattutto persone razzializzate (che sono fermate e interrogate più frequentemente delle persone non razzializzate) e che possono portare a un uso eccessivo della forza e altre violazioni dei diritti umani. Il Regno Unito, invece, pubblica ogni anno questo tipo di statistiche. Non sono richieste impossibili.
Come osserva Michele Di Giorgio nel libro pubblicato da Nottetempo che ho citato sopra, studiare la polizia italiana è difficile, ma comprendere la refrattarietà delle istituzioni nel migliorare la propria accountability e trasparenza per me lo è ancora di più. I dati ci servono per unire i puntini, per capire come evitare nuovi abusi e incidenti, magari dovuti a una scarsa formazione degli operatori sulle tecniche migliori per eseguire un’immobilizzazione delle persone in stato confusionale. Non sappiamo ancora cosa sia avvenuto esattamente a Bologna con la morte di Abderrahim Fakir, ma abbiamo visto un video atroce e, come cittadine e cittadini, vorremmo evitare che succeda ancora e ancora (in questo pezzo su Internazionale Annalisa Camilli ricorda i precedenti). Anche le forze dell’ordine dovrebbero volere la stessa cosa.
Abderrahim Fakir era arrivato in Italia a sette anni. Ne aveva quarantatré quando è morto a faccia in giù sull’asfalto di via Svevo, e in mezzo c’erano trentacinque anni: la scuola, il lavoro, una moglie, una ditta di traslochi che era sua e che dava da vivere anche ad altri. In trentacinque anni questo Paese gli ha chiesto di essere un facchino, poi un piccolo imprenditore, poi un contribuente. Non gli ha mai concesso di essere un cittadino.
Al momento della morte Fakir aspettava di rinnovare un permesso di soggiorno. Non la cittadinanza: il permesso di restare. Un uomo cresciuto interamente qui, in regola, con dei dipendenti, era ancora, agli occhi dello Stato, un ospite di cui rinnovare periodicamente la licenza.
C’è una violenza che lascia i lividi e una che non si vede. La seconda è più grave, perché lavora nel tempo. Non voglio fare lo psicologo da bar e sostenere che un permesso di soggiorno spieghi una crisi di nervi. Dico una cosa più semplice, e verificabile su ciascuno di noi: chi resterebbe sereno sapendo che, dopo trentacinque anni di lavoro e di regole rispettate, il diritto che gli spetta continua a essergli negato? Che il suo posto qui è sempre revocabile, che il suo essere di questo Paese va riconfermato a scadenza come una bolletta? Non serve la psichiatria per capirlo. Serve mettersi al suo posto per un pomeriggio.
Chi lo conosceva lo descrive come un bonaccione, uno che parlava «come un buon padre di famiglia, anche se non aveva figli». Le prime segnalazioni parlano di un uomo «in escandescenza». Tra queste due immagini si muoverà l’inchiesta, ma una cosa la sappiamo già: quel giorno Fakir non era un criminale da fermare. Era una persona in crisi, che aveva bisogno di essere aiutata. Chi ha chiamato, ha chiamato per quello.
La sorella ha detto che non si darà pace. La famiglia ha chiesto più volte calma, per bocca del suo avvocato, Fabio Anselmo, che è lo stesso di Stefano Cucchi e di Federico Aldrovandi, e alla fine si è dovuta dissociare da chi, a manifestazione conclusa, ha trasformato piazza Roosevelt in un campo di battaglia.
Non mi interessa unirmi al coro di chi da ieri dice «teppisti» per non dover dire Fakir. Mi interessa una domanda diversa, e la rivolgo a chi ha lanciato le bombe carta. A chi è servito? È servito al Pilastro, che sullo striscione aveva scritto «non si fa strumentalizzare»? È servito alla famiglia, che aveva chiesto rispetto? O è servito a voi, alla vostra serata, alla firma da mettere in fondo a una giornata di scontri? Chi vuole davvero giustizia per Fakir, stamattina ha soltanto un problema in più da affrontare e nessun sollievo in più.
Perché la giustizia, quella vera, si gioca altrove, su un terreno molto meno fotogenico. La procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Ma i due agenti e i quattro sanitari non sono indagati: sono iscritti in un registro separato, l’annotazione preliminare, il «modello 45 bis» introdotto a febbraio dal decreto sicurezza diventato legge 54 del 2026. La stessa legge di cui Amnesty ha chiesto l’abrogazione parziale tre settimane fa. La stessa che oggi tiene i nomi di chi teneva Fakir a terra fuori dal registro degli indagati.
Può, con questa norma, Fakir avere giustizia? In teoria l’annotazione preliminare non chiude nulla: l’indagine prosegue, e se il pubblico ministero vorrà un incidente probatorio dovrà iscrivere i sei come indagati. Il problema è il presupposto. Il meccanismo serve a far «apparire evidente» una causa di giustificazione fin dal primo giorno, cioè a stabilire, prima ancora dell’autopsia, che chi ha agito era legittimato. È il rovescio del modo in cui le scriminanti si accertano di solito, e cioè nel processo, non alla vigilia. C’è persino un paradosso che segnalano gli stessi difensori degli agenti: l’autopsia è un atto irripetibile, e non è chiaro se il 45 bis consenta ai sei di nominare i propri consulenti senza essere prima iscritti tra gli indagati. Una norma venduta come tutela rischia di complicare la difesa proprio nell’atto che conta di più.
Cosa si può fare, allora, in concreto. Pretendere che il quesito ai medici legali sia scritto per accertare se l’immobilizzazione prona prolungata abbia concorso alla morte, non per aggirarlo. Pretendere che le bodycam finiscano integralmente agli atti, ricordando che l’unica che ha ripreso la scena non era d’ordinanza, ma quella privata di un agente che l’aveva accesa per conto suo. E pretendere ciò che chiede la stessa famiglia, citando la Corte di Strasburgo: che a indagare non sia lo stesso corpo a cui appartengono le persone coinvolte. Perché il film lo abbiamo già visto. Riccardo Magherini, Firenze, 2014, tenuto prono per venti minuti: carabinieri assolti in Cassazione nel 2018, Stato italiano condannato a Strasburgo lo scorso gennaio. L’individuo si salva, lo Stato paga, e il morto resta morto.
E poi c’è la domanda che il nostro mestiere non può lasciar cadere: cosa ci faceva, lì, il 118. Gli agenti, chiamando i soccorsi, avevano segnalato «una crisi psichiatrica». Secondo le ricostruzioni, hanno immobilizzato Fakir a terra per poterlo poi sedare. Fermiamoci su questa parola. Sedare.
In Italia non si seda una persona per terra, tenendola ferma con la forza, perché lo decide chi la tiene ferma. Dal 1978 c’è la legge 180. Un trattamento sanitario contro la volontà di chi lo subisce ha una procedura, delle garanzie e dei nomi: la proposta di un medico, la convalida di un secondo, l’ordinanza del sindaco, il controllo del giudice tutelare. Non è un cavillo. È la differenza tra la cura e il manicomio, ed è costata a questo Paese una battaglia che qualcuno ricorda ancora. Schiacciare un uomo a faccia in giù «per sedarlo» non è un trattamento sanitario. È l’esatto contrario di ciò per cui la 180 è stata scritta.
C’è di più, e a dirlo sono i medici del 118, non i militanti. Il presidente della loro società scientifica ha spiegato che l’agitazione psicomotoria richiede sempre un’équipe con medico e infermiere: è l’unica che può decidere e praticare una sedazione in sicurezza, monitorando la persona. La prima ambulanza arrivata in via Svevo era della Croce Rossa, senza medico. La sedazione, quella vera, non poteva farla. Ha chiesto l’automedica alle 12.36. L’automedica è arrivata alle 12.53 e ha potuto solo constatare la morte. Nel mezzo, per minuti, un uomo in crisi è stato tenuto in posizione prona, quella che le linee guida dello stesso ministero, da maggio, dicono di non prolungare mai «per i rischi al sistema cardiaco e agli organi respiratori». Ed è stato tenuto così davanti a soccorritori che non potevano curarlo e non hanno fermato chi lo stava uccidendo.
È questo il buco nero della vicenda. Non «perché non sono intervenuti». Ma perché nessuno, in trentasei minuti, ha smesso di trattare una malattia come un reato.
Cosa possiamo fare per Fakir, dunque. Esserci a partecipare, per cominciare, senza voltare la testa dall’altra parte o sentirci soddisfatti perchè abbiamo fatto atto di presenza a un’iniziativa pubblica. Non vendicarlo: aiutarlo a ottenere, da morto, ciò che da vivo gli è stato negato. Da vivo gli hanno negato la cosa più semplice, l’essere riconosciuto come uno di noi dopo che per trentacinque anni lo era stato di fatto. Da morto possiamo almeno impedire che gli venga negato il resto: che il suo nome resti in un registro separato, che la sua morte diventi un atto d’ufficio archiviato in centoventi giorni, che di lui rimanga soltanto la parola «escandescenza» in una nota della questura.
La rabbia può spegnersi in una notte. Le domande no. Continuiamo a farle, una per una, ora che la piazza è vuota, e a pretendere risposte. È l’unica cosa che a Fakir serve ancora. Ed è l’unica che possiamo davvero dargli.
Abderrahim Fakir, 43enne marocchino morto a Bologna durante un intervento della polizia, Bologna, 19 luglio 2026. ANSA/SARA FERRARI
Giulia Borelli su Fb
“Il 2 giugno, festa della repubblica, sono andata in piazza a Lodi per incontrare una amica. Già sapevo che per l’occasione avevano allestito tutti gli stand delle varie forze dell’ordine (perché la festa della repubblica debba essere una parata militare non me lo spiegherò mai e non mi va giù). Ad ogni modo mi è capitato di passare davanti allo spazio del corpo delle guardie carcerarie (polizia penitenziaria). La dimostrazione pratica di intervento che stavano facendo era esattamente quella che ha portato alla morte di Farik a Bologna: due agenti belli prestanti hanno bloccato un uomo, lo hanno atterrato, gli sono montati sopra schiacciando il petto e la nuca col peso del loro corpo e col ginocchio, gli hanno stortato le braccia, gli hanno stretto le orribili fascette. Mancava solo lo spray urticante iniziale (spererei bene venga eliminato in un prossimo futuro perché ignobile strumento, così come i taser e le fascette e questo violento “protocollo”) .
Io me ne sono andata rabbrividendo; la gente intorno applaudiva.”
Schlein, il PD e l’arte del qualunquismo cerchiobottista
La (non) presa di posizione sulla morte (per mano dello Stato) di Abderrahim Fakir
Elly Schlein è la segretaria del più grande partito della finta sinistra italiana. Le sue parole sulla morte di Abderrahim Fakir esprimono perfettamente l’inconsistenza politica del PD, la sua vocazione a dissolvere qualsiasi conflitto dentro una brodaglia di cautele, indignazione col freno a mano tirato, domande retoriche e formule capaci apparentemente di non scontentare nessuno (tranne chi è di sinistra ovviamente). Tranne, naturalmente, chi muore sotto le mani dello Stato.
«Qualcosa non è andato come doveva», dice Schlein a In Onda. Ah. Dico io. L’hai notato anche tu? Qualcosa. Un uomo viene immobilizzato prono sull’asfalto rovente, il volto premuto a terra, preso a pugni mentre è a terra, schiacciato da 2 agenti e un sonderkommando di passaggio, mentre gli operatori sanitari osservano. Chiede aiuto, poi diventa immobile. Schlein traduce questa sequenza in un contrattempo impersonale. La violenza visibile viene ripulita attraverso la lingua del guasto tecnico. «Qualcosa non è andato come doveva». Grazie.
Subito dopo arriva la frase solenne. «Lo Stato ha fallito». Sembra una condanna in realtà è l’atto supremo del qualunquismo. Lo Stato, preso in astratto, possiede una qualità utilissima: assorbe la responsabilità e cancella le persone che hanno agito in suo nome. Lo Stato. Bene, allora arrestiamo “Lo Stato” per omicidio? Fosse anche colposo? Eppure lo Stato, in via Svevo, aveva mani determinate. Aveva uomini investiti del monopolio della forza e soccorritori titolari di un dovere verso la persona affidata al loro controllo. Lo Stato, dà impunità con scudi penali e “fiducia”, hanno tutte le tutele possibili. Poi, però c’è una Storia del corpo di polizia e ci sono responsabilità individuali.
Schlein avverte poi che la politica dovrebbe evitare «condanne o assoluzioni d’ufficio». È il capolavoro della viltà centrista. Il “moderato” che è sempre il più estremista. La responsabilità penale sarà stabilita dalla magistratura. La responsabilità politica esiste già e riguarda ciò che le istituzioni tollerano, proteggono oppure scelgono di vedere. C’è differenza netta tra la colpa criminale e il giudizio politico, lo diceva già qualcuno che si chiamava Karl Jaspers. Il PD cancella questa differenza e trasforma la politica nella sala d’attesa della Procura.
La destra possiede almeno la ferocia della chiarezza. Bignami ha definito l’intervento «professionale» e «adeguato» prima dell’autopsia. Salvini si schiera «sempre e comunque» con i poliziotti. La divisa gradita alla destra riceve un’assoluzione politica anticipata, poiché difende l’ordine sociale dal quale quella classe dirigente trae i propri privilegi. Per loro la presunzione d’innocenza è un favore corporativo concesso all’uniforme e sottratto al morto.
Il PD arriva allo stesso riparo attraverso una strada più untuosa, un viscidume politico che fa ribrezzo a buona parte del suo bacino elettorale. Ma tanto lo votano lo stesso, non per loro, ma contro i fascisti no? Così da un lato evita di assolvere apertamente gli agenti e sospende qualsiasi giudizio.
Poi domanda se il protocollo sia stato rispettato. Le linee guida elaborate dal Dipartimento della Pubblica sicurezza nel maggio 2026 prescrivono di limitare la contenzione prona, allentare immediatamente la presa davanti a segni di malessere e collocare il fermato su un fianco. Le prescrizioni erano già conosciute. Schlein avrebbe potuto citarle e chiedere conto della distanza fra quelle regole e le immagini. Preferisce interrogare il vuoto.
Perfino la domanda sulla formazione arriva con sei mesi di ritardo. Nel gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato l’Italia per il caso Magherini, rilevando carenze proprio nella preparazione degli agenti rispetto alla contenzione prona. Schlein tratta come una vaga eventualità ciò che Strasburgo aveva già indicato come problema istituzionale. Chissà se fa questo di mestiere… Spesso me lo chiedo.
Infine compare la trovata dei ventiduemila agenti mancanti. Dunque, davanti a un uomo morto durante un fermo, la segretaria del PD riesce a spostare il discorso sulla scarsità di poliziotti. Il filmato mostra già diverse persone impegnate nell’immobilizzazione e operatori dell’ambulanza presenti. Il vuoto riguardava il limite imposto alla forza e la tempestività del soccorso. Schlein risponde evocando altri uomini in divisa. È la completa capitolazione della finta sinistra davanti al concetto securitario della destra.
La conclusione raggiunge un livello persino peggiore. Schlein invita a evitare che l’opinione pubblica venga «aizzata» contro la vittima e la famiglia, oppure contro poliziotti e sanitari. Questa equivalenza cancella la più elementare asimmetria del potere. Fakir giaceva a terra. Gli altri erano in piedi ed esercitavano funzioni pubbliche. La critica del loro operato appartiene al controllo democratico; l’incitamento all’odio è un fenomeno diverso, da provare attraverso parole precise.
Il qualunquismo del PD consiste esattamente in questo.
– Chiamare equilibrio l’incapacità di scegliere.
– Definire prudenza la paura di nominare un abuso.
– Trattare come estremismo qualsiasi giudizio rivolto al potere e come moderazione la cautela riservata a chi quel potere lo esercita.
La destra sa da che parte stare. Difende le divise che custodiscono i suoi privilegi e concede loro impunità politica ancor prima che comincino gli accertamenti. Schlein contempla la scena, ammonisce tutti e conclude parlando di assunzioni. Ecumenica direbbe qualcuno. Pavida e qualunquista direbbe la sua base.
Se davanti ad Abderrahim Fakir il pensiero finale va agli organici della polizia, il PD ha già chiarito da che parte sta.
QUI LE DICHIARAZIONI DI ELLY SCHLEIN:
“qualcosa non è andato come doveva, perché tutti credo che siamo rimasti sconvolti dalle immagini che abbiamo visto, perché quando un uomo muore durante una operazione di fermo, è chiaro che lo Stato ha fallito. E questa cosa ci riguarda tutti, e proprio lo Stato deve essere il primo a cercare di fare piena luce su quello che è accaduto. Fare piena luce vuol dire non arrivare, o che la politica arrivi a delle condanne o delle assoluzioni d’ufficio. Cioè, la politica aiuta se si fa le domande giuste, cioè, non deve più accadere perché non si può morire così. Allora, si poteva evitare questa morte, come? Si è parlato prima di un protocollo che c’è. È stato rispettato fino in fondo oppure no? O ancora, va rivisto questo protocollo, perché è evidente che qui si parla di tecniche che hanno dei rischi, e dei rischi che in alcuni casi si sono verificati in modo tragico e drammatico come questo. C’è un’adeguata formazione? E il modo di operare delle forze dell’ordine è inficiato dal fatto che mentre il governo fa propaganda sulla sicurezza da quattro anni, ha fatto sei decreti sicurezza, non ha trovato il tempo di riuscire a sopperire alle mancanze di organico, mancano 22 mila agenti tra forze di polizia e carabinieri? Queste sono le domande che si deve fare la politica. Così la politica è utile. Non certo se si metta a daizzare la pubblica opinione contro la vittima, la sua famiglia, o comunque i sanitari e i poliziotti presenti, o ancora contro i medici.”
Una storia troppo vecchia e stranamente sempre uguale
Oggi, come era facile prevedere, fin troppo facile in effetti, un morto per mano dello Stato era già scomparso dietro gli scontri di piazza. Talmente un classico che mi annoio già a scriverlo. Di Abderrahim Fakir, morto durante un fermo di polizia dopo avere chiesto aiuto, restava appena l’antefatto necessario a introdurre le automobili incendiate. La discussione aveva cambiato oggetto con una rapidità quasi oscena. Prima una morte sulla quale la procura dovrà stabilire le responsabilità, poi la consueta requisitoria contro la violenza in piazza, accompagnata dall’ingiunzione rivolta alla sinistra affinché si dissoci, condanni, chieda scusa, mio dio la violenza. Il morto può attendere. L’automobile bruciata, evidentemente, possiede una rappresentanza politica migliore.
Succede da almeno sessant’anni. Quando la forza pubblica uccide, mutila o tortura, la protesta viene sottoposta a un esame di buona condotta. Le si chiede di dimostrare una compostezza quasi sovrumana proprio nel momento in cui denuncia il venir meno delle condizioni che renderebbero ragionevole quella compostezza. La morte provocata dall’autorità resta avvolta nella prudenza lessicale, la procura, l’autopsia, non si sa se la manovra va fatta così, esperti di contenzione. Benissimo. L’atto compiuto da un manifestante riceve subito un nome definitivo e la relativa condanna morale: teppisti, terroristi, feccia, zecche, bla bla. Fra Reggio Emilia e Genova cambia solo l’epoca, mentre il procedimento rimane sorprendentemente stabile. Si sposta l’attenzione dalla violenza che ha originato la protesta alla reazione di chi protesta, finché il comportamento della piazza occupa l’intero campo e lo Stato torna a presentarsi come parte offesa. Geniale perché è talmente banale che l’opinione pubblica ogni volta lo accetta e si indigna con i manifestanti e non con gli assassini. Buffo eh…
INFILTRATI?
Affrontiamo subito la questione degli infiltrati, che suscita l’ironia di persone provviste di scarsa memoria storica. Gli agenti provocatori appartengono alla politica moderna quanto le questure e la sorveglianza. Nel maggio del 1977 le fotografie di Tano D’Amico mostrarono poliziotti in borghese, vestiti in modo da confondersi con i manifestanti e armati di pistola, durante le ore in cui Giorgiana Masi venne uccisa. Il responsabile della sua morte rimase ignoto. La presenza di quegli agenti, invece, è documentata.
Nel 2008 Francesco Cossiga spiegò al Quotidiano Nazionale come avrebbe affrontato il movimento studentesco. Suggerì di ritirare inizialmente la polizia, infiltrare provocatori pronti a favorire i disordini e attendere che l’opinione pubblica reclamasse la repressione. A quel punto sarebbero arrivati i manganelli, finalmente sostenuti dal consenso popolare. Cossiga aggiunse di aver seguito metodi analoghi quando guidava il ministero dell’Interno. L’intervista esiste e fu pubblicata il 23 ottobre 2008. Eppure, appena qualcuno ricorda che una piazza può essere infiltrata, il giornalismo italiano reagisce come davanti a una credenza negli extraterrestri. E si ride, se ride, complottismo ecc. ecc.
La provocazione è stata pensata e praticata come tecnica di governo del dissenso dal dopoguerra. Il suo scopo consiste nel produrre l’immagine che renderà accettabile la repressione. Il potere crea la prova della pericolosità dei suoi avversari e, subito dopo, interviene per salvarci da quella prova. Come le Molotov piazzate alla Diaz. Ricordate?
LA CELERE
Poi c’è la celere. Chi abbia partecipato a una manifestazione conosce la distanza fra la descrizione televisiva di un reparto mobile e la sua presenza fisica in una strada. Quella formazione esiste per piegare una folla a un ordine mediante la forza. Gli agenti vengono equipaggiati e addestrati a occupare lo spazio con i propri corpi protetti, costringendo gli altri a retrocedere. Presentarli come cittadini capitati casualmente dietro uno scudo significa eludere la funzione per la quale sono stati mandati in piazza.
La provocazione può cominciare molto prima della carica, attraverso una pressione continua che rende inevitabile il contatto, oppure con la scelta di chiudere le vie di uscita. A volte assume la forma più elementare dell’insulto. La persona che perde il controllo offrirà in seguito il fotogramma perfetto, separato dalle ore precedenti e mandato in onda a ripetizione. La televisione mostrerà il lancio della bottiglia; il movimento del reparto resterà privo di storia. I manifestanti agiscono, la polizia «risponde». Perfino quando avanza.
ESISTONO PERSONE CHE CERCANO LE SCONTRO?
Naturalmente esistono formazioni politiche che cercano lo scontro. Qualcuno dovrebbe forse informarne i commentatori, i quali sembrano scoprire i gruppi antagonisti a intervalli regolari, provando lo stesso stupore riservato alle eclissi. Alcune realtà, spesso cresciute nelle periferie o attorno a spazi sociali sottoposti a sgomberi, considerano il conflitto con la polizia una forma di azione politica. Pensano che serva a rendere visibile ciò che l’ordine democratico nasconde dietro la propria rispettabilità. In molti casi ottengono l’effetto opposto, perché l’incendio occupa le prime pagine e il motivo della protesta scompare. La valutazione politica di quelle scelte resta necessaria e può essere anche severissima. La loro esistenza, però, offre una spiegazione assai diversa dall’idea infantile di una folla improvvisamente impazzita.
Fra il gruppo che cerca il contatto e il reparto che attende l’occasione rimangono centinaia di persone arrivate per tutt’altro. Sono loro a sparire dalle ricostruzioni. Una volta partiti gli idranti e i lacrimogeni, l’ordinata distinzione fra pacifici e violenti appartiene soprattutto a chi osserva da casa. Dentro una piazza caricata si corre, ci si ripara, si trascina via qualcuno, in mezzo al caos si possono fare molte cose, chi non ci si è mai trovato non lo sa. Può capitare di spostare una transenna o un cassonetto per rallentare l’avanzata della polizia, anche barriere di fuoco servono allo scopo. Il giorno seguente quella transenna verrà esibita come prova di un progetto insurrezionale.
Chi era a Genova sa cosa poteva significare una barricata. Dietro un cassonetto rovesciato spesso si trovavano persone che cercavano qualche secondo per allontanarsi da una carica. Nessuna teoria romantica della rivolta, soltanto la distanza materiale fra la propria testa e un manganello. Le sentenze europee hanno poi stabilito ciò che molti avevano visto. Alla Diaz la polizia torturò persone inermi e costruì false prove per giustificare l’irruzione. A Bolzaneto la violenza proseguì sotto la custodia dello Stato. La Corte europea rilevò anche la mancata collaborazione nell’identificazione dei responsabili. Nel caso Cestaro la qualificazione di tortura è giuridicamente accertata.
DOPO GENOVA NON SI SCENDE IN PIAZZA A CUOR LEGGERO
Dopo Genova, chiedere a chi manifesta di affidarsi serenamente all’autocontrollo della polizia ha qualcosa di offensivo. L’esperienza insegna che la protezione offerta dalla divisa vale soprattutto per la divisa stessa. Il cittadino colpito dovrà riconoscere l’agente, trovare un video e affrontare anni di processo; il reparto conserverà l’omertà interna che in Italia viene chiamata “spirito di corpo”. Perfino i numeri identificativi sui caschi continuano a essere trattati come una pretesa estremista.
A BOLOGNA
A Bologna questa contraddizione è particolarmente evidente. Fakir muore durante un intervento pubblico; la procedura 45-bis introdotta dal decreto Sicurezza sottrae le persone coinvolte all’immediata iscrizione fra gli indagati. Il giorno successivo la Lega propone una cauzione per gli organizzatori delle manifestazioni, rendendoli economicamente responsabili anche dei gesti altrui. La responsabilità viene dunque ristretta quando riguarda gli agenti ed estesa quando colpisce la piazza. Il potere protegge i propri uomini uno per uno e punisce gli oppositori in massa.
La recente venerazione per le manifestazioni «soltanto pacifiche» completa il quadro. Il governo accetta volentieri una protesta capace di attraversare la città senza alterarne il funzionamento. Somiglia molto allo shopping con cantata collettiva. Può riempire una piazza, ascoltare gli interventi e sciogliersi all’ora concordata. La sua libertà viene misurata attraverso “l’innocuità”. Appena interrompe la circolazione o resiste a un ordine della questura, interviene il diritto penale.
I GRANDI MOVIMENTI NOGEN
Le grandi mobilitazioni per la Palestina possono esercitare pressione grazie a numeri immensi. Una morte avvenuta in un quartiere periferico raccoglie una comunità più piccola, spesso composta da persone che conoscono già la sorveglianza e l’umiliazione amministrativa, specie nel quartiere periferico dov’è accaduto il fatto. Pretendere che la loro rabbia raggiunga la purezza morale di una passeggiata domenicale significa concedere il diritto di protesta soltanto a chi ci piace…
LA “VIOLENZA”
Un’azione può essere dissennata. Una bomba carta può colpire qualcuno e un incendio può servire soltanto alla propaganda governativa, tanto scenico quanto inutile in quel contesto. Il giudizio su questi gesti riguarda chi li ha compiuti e le loro conseguenze. Rifiuto invece il moralismo viscido che pretende una condanna preliminare della piazza mentre la morte di Fakir attende ancora perfino il proprio nome.
Lo Stato reclama il monopolio della forza e pretende anche di decidere quale forza meriti di essere chiamata violenza. Il manganello conserva il nome rassicurante di ordine pubblico. La barricata, perfino quando salva qualcuno da un pestaggio, viene consegnata alla barbarie. È questo secondo monopolio che occorre contestare, ricostruendo la successione dei fatti e osservando il rapporto fra chi possiede un’arma pubblica e chi cerca di sottrarsi al suo uso.
A Bologna un uomo è morto prima degli scontri. Prima. Il resto viene dopo.
Morire in manette a pancia in giù: Abderrahim Fakir come Riccardo Magherini
La tragedia di Bologna è una ferita aperta per l’intera collettività, perché dimostra la spaventosa facilità con cui un momento di crisi emotiva, di panico o di forte alterazione psicofisica può trasformarsi in una condanna a morte. Abderrahim Fakir, 42 anni, un passato di lavoro nella logistica e una famiglia a Sasso Marconi, domenica si trovava nel quartiere bolognese per salutare parenti e amici. Quando ha cominciato a “dare in escandescenze” nei garage di via Svevo, chi ha chiamato i soccorsi lo ha fatto per chiedere aiuto e contenere una situazione di pericolo.
Nessun attacco di panico o crollo emotivo, per quanto violento, può essere trattato con l’annientamento fisico.
Chi non ha mai visto una persona avere un certo tipo di reazione dopo aver ricevuto una grave notizia? Chi non ha mai incontrato per strada, magari dentro l’autobus o la metro, qualcuno che sembrasse alterato?
Eppure, il finale scritto in via Svevo, per quell’essere umano che “dava in escandescenze” è questo: in manette, a faccia in giù sull’asfalto, che urla “Aiuto, basta!” mentre tre agenti lo tengono fermo in quella posizione, uno con il ginocchio sul suo collo, finché il suo cuore smette di battere…
Sotto lo sguardo dei soccorritori.
Soccorritori chiamati a fare cosa?
Assistere alla morte di “un marocchino che dava in escandescenze”?
Badate che parole simili erano già state pronunciate da Riccardo Magherini nel lontano 2014, 6 anni prima dello statunitense George Floyd, morto soffocato dal ginocchio di un agente sul collo.
“Aiuto. Sto morendo”. Gridò Riccardo.
E noi cosa abbiamo fatto per chiedere alle forze dell’ordine di rispettare i protocolli internazionali in caso di fermo?
Non è che abbiamo delegato tutto ciò ai centri sociali come una cosa che non ci riguardasse?
Avete mai assistito a un TSO?
La Destra sciacalla e la violazione di ogni protocollo. L’Italia è già stata condannata dalla CEDU
All’indomani della tragedia, la risposta politica della destra non si è fatta attendere. Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, ha affrettato un giudizio parlando di un intervento “condotto con professionalità e modalità consone”.
Ma è proprio il filmato diffuso in rete a smentire questa ricostruzione. Parlare di “professionalità” di fronte a un uomo immobile a terra che soffoca e chiede aiuto significa voler coprire decenni di letteratura scientifica e di raccomandazioni operative.
L’asfissia posizionale (ovvero l’impossibilità di espandere la gabbia toracica a causa della posizione prona e della pressione esercitata sulla schiena) non è una fatalità imprevedibile, ma un rischio medico notissimo.
Tanto le linee guida del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT) quanto i protocolli d’intesa tra 118 e Forze dell’Ordine per la gestione delle persone agitate stabiliscono una regola aurea e non negoziabile:
1. La posizione a pancia in giù serve solo al bloccaggio. Una volta applicate le manette o le fascette, il soggetto deve essere IMMEDIATAMENTE messo di fianco o in posizione seduta per ripristinare la respirazione.
2. Mantenere un essere umano schiacciato a terra mentre urla che sta soffocando non è “modalità consona”: è una palese violazione delle procedure di sicurezza. Lo ha sancito anche la Sezione Penale della Corte di Cassazione nei processi per casi analoghi (come la morte di Riccardo Magherini a Firenze, Sentenza n. 52770/2018), ricordando che l’omissione di questa manovra di de-escalation configura una diretta responsabilità causale nel decesso.
Se questi sono soccorritori: la nota più stonata
Il video restituisce la presenza del personale del 118, l’ambulanza sul posto. Gli operatori sanitari erano a pochi passi.
Nei protocolli per la “Gestione degli interventi d’urgenza su soggetti con alterazioni comportamentali/psichiche” (stipulati tra Servizio Sanitario 118, Forze dell’Ordine e Prefetture) viene indicato esplicitamente come evitare l’asfissia posizionale:
”L’ammanettamento e il contenimento in posizione prona devono essere limitati al tempo strettamente necessario per il bloccaggio. Una volta reso innocuo, il soggetto deve essere immediatamente messo di fianco o messo a sedere per terra, con il torace in posizione tale che nulla lo opprima o interferisca con la sua capacità di respirare normalmente.”
Com’è possibile che chi è addestrato a proteggere la vita e a riconoscere i segnali di un’asfissia imminente sia rimasto a guardare per minuti un contenimento letale senza intervenire?
Un sanitario ha l’obbligo deontologico e professionale di fermare una manovra se questa sta uccidendo il paziente, dicendo chiaramente agli agenti: “Fermatevi, mettetelo seduto, sta soffocando”. Il silenzio e l’inazione dei soccorritori davanti all’agonia di un uomo trasformano il presidio medico in una drammatica cornice di ciò che si configura una vero e proprio omicidio di Stato.
Non si tratta di essere “contro” le forze dell’ordine, ma di pretendere che lo Stato applichi le sue stesse regole.
Se le tecniche di contenimento diventano una roulette russa e se i protocolli per evitare l’asfissia posizionale vengono calpestati, allora la sicurezza di nessuno è più garantita. Perché una crisi di nervi può costare la vita sotto gli occhi inermi del 118. Ed è una sorte che può toccare a chiunque di noi.
Fonti
1. Il Resto del Carlino: “Chi è l’uomo morto a Bologna dopo il blitz della polizia. Presidio affollato al Pilastro, lo striscione: “Omicidio di stato” (20/07/2026)
2. RAI News: “Caso Pilastro, bufera politica sulla morte di Abderrahim Fakir” (20/07/2026)
3. Bologna Today: “Fakir Abderrahim morto durante l’arresto, i familiari: “Aveva le gambe dei poliziotti sul collo e gridava aiuto” | VIDEO (19/07/2026)
4. Amnesty International: “La storia di Riccardo Magherini” (02/03/2026)
5. Europa Today: “Riccardo Magherini morto dopo il fermo dei carabinieri (assolti), la Cedu condanna l’Italia: “140mila euro alla famiglia” (15/01/2026)
6. Ministero della Giustizia: “Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 15 gennaio 2026 – (Ricorso n. 32707/19 ) – Causa Magherini e altri c. Italia
7. Martiello, Gianfranco. I limiti penali dell’uso della forza pubblica: una indagine di parte generale, Edizioni ETS, 2019
di Enrico Semprini
QUANDO LA RABBIA DIVENTA RIVOLTA
Due note
Ancora una volta si deve prendere atto che il culto dello Stato alberga anche a sinistra. E’ lo Stato che ha ammazzato a Bologna, ma immediatamente la piccola rivolta popolare di Bologna è relegata alla differenza tra la “piazza buona” e quella “cattiva”. Nessun rappresentante istituzionale sa farsi carico a livello mediatico di stare dalla parte degli insorti, di polarizzare il dibattito, di usare i mass media come vanno utilizzati, cioè creando sconcerto, polarizzando l’opinione pubblica, prendendo una chiara posizione di parte.
Nessun rappresentante istituzionale che sappia stare dalla parte degli insorti che rifiutano uno Stato genocida, filomafioso come in Val di Susa, fascista, bombarolo e depistante come nella strage della stazione, proprio quella di Bologna.
Bisogna essere antifascisti, secondo lorsignori, con l’eleganza di chi porge l’altra guancia, di chi si lascia umiliare, uccidere e affogare in mare; antifascisti si, ma con educazione, con la misura di chi vuole perdere ora e sempre ogni sfida contro il fascismo che monta.
Chissà cosa avrebbero detto a proposito dei partigiani al tempo dei partigiani: “siamo antifascisti, ma ci differenziamo da coloro che con la violenza…”
E anche la critica del linguaggio: cosa significa “non bisogna odiare la polizia”? La “polizia”, per scelta governativa, diventa un soggetto indistinto e la lezione del tribunale di Norimberga per cui non ci si può parare dietro lo slogan “eseguivo degli ordini” è stata cancellata e rimossa, dimenticata. Ed è proprio questo l’obiettivo dello “scudo penale” per la polizia appena applicato nel caso di Bologna: eliminare la responsabilità individuale, far sentire i poliziotti semplici esecutori di ordini repressivi che tutto possono fare ai danni dei senza potere, ma non possono “disobbedire agli ordini”. Puoi uccidere ma ti garantisco di non essere punito, basta che sei una marionetta nelle mie mani, nelle mani di colei che ti comanda: obbedienza cieca, pronta ed assoluta.
Non si capisce che proprio la possibilità di uccidere un uomo che è mio fratello, che potrei essere io e che questo accada senza nessuna conseguenza perché si è “della polizia”, diventa il viatico per l’odio per la “polizia” che perde il proprio carattere di essere composta da soggetti distinti e distinguibili per diventare una categoria di esecutori assassini ed omicidi. Certo anche durante il fascismo nella polizia fascista c’erano poliziotti che avvisavano le famiglie ebree prima dei rastrellamenti, mentre altri poliziotti lavoravano sadicamente e vigliaccamente per portarli a morire nei campi di concentramento. Dunque gli individui superano la massificazione sempre e comunque e fino a che gli organi di repressione non saranno macchine magari pilotate da intelligenze artificiali, non esisteranno esecuzioni meccaniche di ordini. Ma la scelta di stare dalla parte dello stato per esempio in Val di Susa con tutte le sofferenze provocate alle popolazioni della valle per una speculazione finanziaria senza precedenti, chiama in causa la responsabilità individuale di chi esegue gli ordini. Deve esistere una responsabilità individuale nei confronti di chi ha ucciso Fakir, perché se è stato ucciso “dalla polizia in modo indistinto” allora l’odio proletario si manifesta, inevitabilmente contro quella polizia che è complice dell’omicidio, contro quello stato che lo garantisce e contro quelle figure istituzionali che proteggono il diritto di uccidere.
Noi ci difendiamo come possiamo: voi da che parte state? La domanda fondamentale alla quale rispondere non può essere che questa.
È passato un mese da quando il 19 luglio scorso a Bologna è stato ucciso Abderrahim Fakir, 42 anni, schiacciato a terra e soffocato dalla polizia durante un fermo.
Fakir viveva in Italia da quando aveva sette anni ed era titolare di una ditta di trasporti e facchinaggio. Negli ultimi mesi alla sua avvocata aveva manifestato timori legati all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione. Aveva paura di essere espulso dall’Italia nonostante avesse i documenti in regola.
La sua terribile storia è sparita dai giornali. Non se ne parla già più.
Sembra che non rimanga altro da fare che aspettare i risultati dell’autopsia. Anche se non ne abbiamo bisogno per sapere come è morto.
Da quando il 3 marzo 2014 Riccardo Magherini è morto schiacciato a terra a Firenze, contenuto e soffocato dai carabinieri, non abbiamo fatto un passo avanti. Siamo rimasti sempre e ancora lì.
Riccardo chiedeva aiuto. Come Fakir.
Sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza, all’intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo schiacciamento a terra, il ginocchio sulla schiena, le manette, la contenzione, il soffocamento.
Le cronache sono piene di storie simili a quella di Fakir o di Riccardo Magherini. Chi vuole, (noi come Collettivo ci siamo cimentati in questa impresa) si prenda la briga di cercarle, studiarle, divulgarle… Tantissime sono le persone decedute in seguito all’esecuzione di un fermo di polizia con annesso Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), all’azione congiunta di divise e camici bianchi, di gazzelle della polizia e ambulanze del 118 o della Croce Rossa.
Riccardo e Fakir sono morti come tanti altri. Luigi Marinelli, schiacciato da un ginocchio sulla schiena durante l’intervento della polizia nella sua abitazione a Roma il 5 settembre 2011. Giacomo Zotti, morto a Urago d’Oglio in provincia di Brescia durante un TSO, a causa di due iniezioni di sedativo mentre era bloccato dai carabinieri il 26 ottobre 2011. Vincenzo Sapia, soffocato a terra da un carabiniere a Mirto Crosio in provincia di Cosenza il 24 maggio 2014. Andrea Soldi, immobilizzato con una presa al collo, ammanettato e soffocato durante un TSO (non voleva recarsi al CSM a farsi somministrare la dose di psicofarmaci) da tre vigili urbani e uno psichiatra il 5 agosto 2015 a Torino. Arafet Arfaoui, morto a Empoli il 17 gennaio 2019 dopo un’iniezione di sedativo mentre era ammanettato e schiacciato a terra dai carabinieri, con i piedi legati da un cordino di plastica. Igor Squeo, morto a 33 anni in circostanze ancora non chiarite la notte tra l’11 e il 12 giugno 2022 a Milano in seguito a un intervento di polizia e sanitari nel suo appartamento, ammanettato, schiacciato a terra in posizione prona e potentemente sedato. M.M, soffocata a 39 anni all’interno di una chiesa di Vigevano dopo essere stata ammanettata, contenuta e bloccata a pancia in giù da due vigili urbani il 3 novembre 2023.
E chissà quante altri.
Tante, troppi hanno perso la vita nel corso di un intervento delle forze dell’ordine durante l’esecuzione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Il TSO a tutt’oggi continua a essere l’unica pratica considerata “medica” che impone una “cura” indesiderata e involontaria attraverso l’intervento della forza pubblica. A migliaia ne vengono praticati ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso finiscono così, con la morte “accidentale” di chi li subisce.
Come società e come individui facciamo fatica a empatizzare con chi esprime una sofferenza latente, evitiamo di considerare il dolore interiore e nascosto. Siamo capaci di percepire solamente la minaccia. L’unica risposta a chi si trova in un momento di difficoltà, chiede aiuto ed esige cura, ascolto, vicinanza e accoglienza sono le forze dell’ordine e dosi massicce di neurolettici e sedativi. L’incontro ravvicinato con una persona in forte crisi ha come conseguenza quasi meccanica l’appello a chi ha il monopolio della forza. Farsi carico, prendersi personalmente cura di una persona che esprime difficoltà sembra appartenere a spazi, tempi e dimensioni lontane. Nel nostro tempo, nel nostro spazio, nella nostra dimensione ciò non è più possibile. Si salta a piè pari qualsiasi rapporto umano. Chi urla per strada è potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri, e al cittadino che non vuole guai non rimane che una soluzione, chiamare le forze dell’ordine o l’ambulanza per il ricovero coatto in psichiatria. Spesso quando le divise operano insieme ai camici bianchi, le parole si trasformano in armi, le relazioni sono surrogate da bombardamenti di psicofarmaci, contenzione e segregazione in reparti psichiatrici. Fakir è morto perché bravi cittadine alla finestra desiderosi di tranquillità, cellulare alla mano in modalità ripresa video, lo hanno consegnato a uomini in divisa. I quali, ben lungi dal preservare l’incolumità delle persone, hanno messo in atto il loro compito primario: controllare, contenere e reprimere.
Le persone sofferenti sono spesso circondate da uno stigma: una modalità collettiva, costruita nei secoli, di osservare la realtà che ci circonda e di rapportarsi alle persone, che trasforma la vulnerabilità in vergogna o pericolo. Dei matti si ride o se ne sta alla larga. Lo stigma psichiatrico va anche oltre: previene e annulla qualsiasi responsabilità personale anche se si mettono in atto trattamenti violenti e contenitivi prolungati. Alle persone considerate matte, pazze, deliranti difficilmente si crede, anche quando denunciano un danno o un abuso. Così agisce lo stigma. Ci si sente più liberi di agire impuniti. Chi è in crisi non è credibile e non è attendibile come testimone.
Fakir è stato colpito anche da questo stigma. Dopo la sua morte è stata orchestrata dai media e dal dibattito politico di infimo livello a cui siamo abituati una campagna stampa tesa a screditarlo come persona. Si è detto che forse aveva delle patologie pregresse, che assumeva stupefacenti. È stata perquisita la sua abitazione ed è comparsa la sua cartella clinica di un ricovero risalente a un mese prima della morte, quando era andato al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna per un taglio al polso, durante il quale aveva chiesto un aiuto psicologico. Il fine era chiaro: dimostrare che lui stesso fosse la causa del suo omicidio.
La famiglia di Fakir chiede verità e giustizia. La procura di Bologna ha già mostrato da che parte sta lo Stato: il fascicolo sui due poliziotti e i quattro operatori del 118 intervenuti al Pilastro non è stato aperto nel registro ordinario degli indagati, ma nel cosiddetto modello 45 bis, il registro “scudo” introdotto dall’articolo 12 del decreto sicurezza, riservato ai casi in cui si presume sin da subito una causa di giustificazione per chi porta una divisa, in adempimento del dovere. Chi vi finisce iscritto non è formalmente indagato e gli accertamenti procedono su un binario separato e più rapido rispetto a quello ordinario. Per la morte di una persona disarmata, bloccata a terra e ammanettata, il punto di partenza dell’inchiesta è la presunzione che agenti di polizia e i volontari della Croce Rossa abbiano agito legittimamente. Si tratta della prima applicazione in assoluto di questa norma in Italia.
Siamo con le famiglie di chi subisce abusi di questo tipo, spesso destinate a un doppio lutto, a una doppia perdita: strappate per sempre alla presenza dei propri cari, private della consolazione di una verità processuale plausibile e accettabile. Pochissimi sono i processi che giungono a una conclusione effettiva. Il che aggiunge un ulteriore inquietante elemento alla violenza che famiglie, parenti, amici della persona deceduta a causa dell’abuso sono costretti a sopportare: la privazione anche di una spiegazione, di una successione plausibile dei fatti e delle cause che hanno portato alla morte delle persone a loro più care.
Quello che è successo a Fakir e a tutti gli altri è il risultato della perdita di qualsiasi contatto umano. È la conseguenza della delega di azioni, pensieri e rapporti solidali a istituzioni prive per statuto di capacità relazionale, di reale interesse verso le sensazioni altrui e nei confronti di stati d’animo non rispondenti a uno standard conforme.
Un vero cambiamento non può passare che dalla consapevolezza diffusa della necessità di un ritorno alla disponibilità alla cura, quella vera, fatta di ascolto, capacità di relazione, vicinanza. Tutte caratteristiche che, inesorabilmente, stiamo, forse per sempre, perdendo in questi anni infami.
Ci rifiutiamo di pensare che questa deriva rappresenti la nostra nuova normalità.
FAKIR
È passato un mese da quando il 19 luglio scorso a Bologna è stato ucciso Abderrahim Fakir, 42 anni, schiacciato a terra e soffocato dalla polizia durante un fermo.
Fakir viveva in Italia da quando aveva sette anni ed era titolare di una ditta di trasporti e facchinaggio. Negli ultimi mesi alla sua avvocata aveva manifestato timori legati all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione. Aveva paura di essere espulso dall’Italia nonostante avesse i documenti in regola.
La sua terribile storia è sparita dai giornali. Non se ne parla già più.
Sembra che non rimanga altro da fare che aspettare i risultati dell’autopsia. Anche se non ne abbiamo bisogno per sapere come è morto.
Da quando il 3 marzo 2014 Riccardo Magherini è morto schiacciato a terra a Firenze, contenuto e soffocato dai carabinieri, non abbiamo fatto un passo avanti. Siamo rimasti sempre e ancora lì.
Riccardo chiedeva aiuto. Come Fakir.
Sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza, all’intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo schiacciamento a terra, il ginocchio sulla schiena, le manette, la contenzione, il soffocamento.
Le cronache sono piene di storie simili a quella di Fakir o di Riccardo Magherini. Chi vuole, (noi come Collettivo ci siamo cimentati in questa impresa) si prenda la briga di cercarle, studiarle, divulgarle… Tantissime sono le persone decedute in seguito all’esecuzione di un fermo di polizia con annesso Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), all’azione congiunta di divise e camici bianchi, di gazzelle della polizia e ambulanze del 118 o della Croce Rossa.
Riccardo e Fakir sono morti come tanti altri. Luigi Marinelli, schiacciato da un ginocchio sulla schiena durante l’intervento della polizia nella sua abitazione a Roma il 5 settembre 2011. Giacomo Zotti, morto a Urago d’Oglio in provincia di Brescia durante un TSO, a causa di due iniezioni di sedativo mentre era bloccato dai carabinieri il 26 ottobre 2011. Vincenzo Sapia, soffocato a terra da un carabiniere a Mirto Crosio in provincia di Cosenza il 24 maggio 2014. Andrea Soldi, immobilizzato con una presa al collo, ammanettato e soffocato durante un TSO (non voleva recarsi al CSM a farsi somministrare la dose di psicofarmaci) da tre vigili urbani e uno psichiatra il 5 agosto 2015 a Torino. Arafet Arfaoui, morto a Empoli il 17 gennaio 2019 dopo un’iniezione di sedativo mentre era ammanettato e schiacciato a terra dai carabinieri, con i piedi legati da un cordino di plastica. Igor Squeo, morto a 33 anni in circostanze ancora non chiarite la notte tra l’11 e il 12 giugno 2022 a Milano in seguito a un intervento di polizia e sanitari nel suo appartamento, ammanettato, schiacciato a terra in posizione prona e potentemente sedato. M.M, soffocata a 39 anni all’interno di una chiesa di Vigevano dopo essere stata ammanettata, contenuta e bloccata a pancia in giù da due vigili urbani il 3 novembre 2023.
E chissà quante altri.
Tante, troppi hanno perso la vita nel corso di un intervento delle forze dell’ordine durante l’esecuzione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Il TSO a tutt’oggi continua a essere l’unica pratica considerata “medica” che impone una “cura” indesiderata e involontaria attraverso l’intervento della forza pubblica. A migliaia ne vengono praticati ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso finiscono così, con la morte “accidentale” di chi li subisce.
Come società e come individui facciamo fatica a empatizzare con chi esprime una sofferenza latente, evitiamo di considerare il dolore interiore e nascosto. Siamo capaci di percepire solamente la minaccia. L’unica risposta a chi si trova in un momento di difficoltà, chiede aiuto ed esige cura, ascolto, vicinanza e accoglienza sono le forze dell’ordine e dosi massicce di neurolettici e sedativi. L’incontro ravvicinato con una persona in forte crisi ha come conseguenza quasi meccanica l’appello a chi ha il monopolio della forza. Farsi carico, prendersi personalmente cura di una persona che esprime difficoltà sembra appartenere a spazi, tempi e dimensioni lontane. Nel nostro tempo, nel nostro spazio, nella nostra dimensione ciò non è più possibile. Si salta a piè pari qualsiasi rapporto umano. Chi urla per strada è potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri, e al cittadino che non vuole guai non rimane che una soluzione, chiamare le forze dell’ordine o l’ambulanza per il ricovero coatto in psichiatria. Spesso quando le divise operano insieme ai camici bianchi, le parole si trasformano in armi, le relazioni sono surrogate da bombardamenti di psicofarmaci, contenzione e segregazione in reparti psichiatrici. Fakir è morto perché bravi cittadine alla finestra desiderosi di tranquillità, cellulare alla mano in modalità ripresa video, lo hanno consegnato a uomini in divisa. I quali, ben lungi dal preservare l’incolumità delle persone, hanno messo in atto il loro compito primario: controllare, contenere e reprimere.
Le persone sofferenti sono spesso circondate da uno stigma: una modalità collettiva, costruita nei secoli, di osservare la realtà che ci circonda e di rapportarsi alle persone, che trasforma la vulnerabilità in vergogna o pericolo. Dei matti si ride o se ne sta alla larga. Lo stigma psichiatrico va anche oltre: previene e annulla qualsiasi responsabilità personale anche se si mettono in atto trattamenti violenti e contenitivi prolungati. Alle persone considerate matte, pazze, deliranti difficilmente si crede, anche quando denunciano un danno o un abuso. Così agisce lo stigma. Ci si sente più liberi di agire impuniti. Chi è in crisi non è credibile e non è attendibile come testimone.
Fakir è stato colpito anche da questo stigma. Dopo la sua morte è stata orchestrata dai media e dal dibattito politico di infimo livello a cui siamo abituati una campagna stampa tesa a screditarlo come persona. Si è detto che forse aveva delle patologie pregresse, che assumeva stupefacenti. È stata perquisita la sua abitazione ed è comparsa la sua cartella clinica di un ricovero risalente a un mese prima della morte, quando era andato al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna per un taglio al polso, durante il quale aveva chiesto un aiuto psicologico. Il fine era chiaro: dimostrare che lui stesso fosse la causa del suo omicidio.
La famiglia di Fakir chiede verità e giustizia. La procura di Bologna ha già mostrato da che parte sta lo Stato: il fascicolo sui due poliziotti e i quattro operatori del 118 intervenuti al Pilastro non è stato aperto nel registro ordinario degli indagati, ma nel cosiddetto modello 45 bis, il registro “scudo” introdotto dall’articolo 12 del decreto sicurezza, riservato ai casi in cui si presume sin da subito una causa di giustificazione per chi porta una divisa, in adempimento del dovere. Chi vi finisce iscritto non è formalmente indagato e gli accertamenti procedono su un binario separato e più rapido rispetto a quello ordinario. Per la morte di una persona disarmata, bloccata a terra e ammanettata, il punto di partenza dell’inchiesta è la presunzione che agenti di polizia e i volontari della Croce Rossa abbiano agito legittimamente. Si tratta della prima applicazione in assoluto di questa norma in Italia.
Siamo con le famiglie di chi subisce abusi di questo tipo, spesso destinate a un doppio lutto, a una doppia perdita: strappate per sempre alla presenza dei propri cari, private della consolazione di una verità processuale plausibile e accettabile. Pochissimi sono i processi che giungono a una conclusione effettiva. Il che aggiunge un ulteriore inquietante elemento alla violenza che famiglie, parenti, amici della persona deceduta a causa dell’abuso sono costretti a sopportare: la privazione anche di una spiegazione, di una successione plausibile dei fatti e delle cause che hanno portato alla morte delle persone a loro più care.
Quello che è successo a Fakir e a tutti gli altri è il risultato della perdita di qualsiasi contatto umano. È la conseguenza della delega di azioni, pensieri e rapporti solidali a istituzioni prive per statuto di capacità relazionale, di reale interesse verso le sensazioni altrui e nei confronti di stati d’animo non rispondenti a uno standard conforme.
Un vero cambiamento non può passare che dalla consapevolezza diffusa della necessità di un ritorno alla disponibilità alla cura, quella vera, fatta di ascolto, capacità di relazione, vicinanza. Tutte caratteristiche che, inesorabilmente, stiamo, forse per sempre, perdendo in questi anni infami.
Ci rifiutiamo di pensare che questa deriva rappresenti la nostra nuova normalità.
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
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