3 dom (anzi 2) al 18 dic

Mancano 3 domeniche al 18 dicembre, anzi 2… e io la settimana scorsa ho scordato di mettere il post (tradizionalmente esce prima su “Il dirigibile” che fin dall’inizio ha appoggiato la campagna del Migrants Global Action Day) che racconta, informa, agita. Allora ecco l’ultimo (di Paolo) e sotto il penultimo. (db)

Telescriventi

di Paolo Buffoni Damiani

Chi di voi già lavorava quando ancora si usavano le telescriventi? Io sì. Mica voglio darmi delle arie: il fatto è che temo mi stia avvicinando a piccoli ma inesorabili passi alla vecchiaia. All’obsolescenza. Porca miseria! Pare che faccia parte di quest’appprossimarsi alla tarda età una certa tendenza alla nostalgia per gli oggetti inutili, (sor)passati, superati. Gli oggetti di una volta. Ci son dei vecchi che potrebbero tenervi agganciati delle ore per spiegarvi per filo e per segno come funzionava quell’aggeggio che usavano per tostare il caffè in casa. Altri vecchietti (io ne conosco un’esemplare splendido, molto ben conservato) che ricordano passo passo il procedimento per comporre una pagina di giornale coi caratteri mobili, quelli di piombo, praticamente… roba poco dopo Gutenberg!

Io, invece, ogni tanto, mi sogno le telescriventi: come quelle dell’ufficio di trasporti marittimi internazionali dove facevo i miei turni da impiegatino neo-diplomato. Accese giorno e notte. E noi pure: in ufficio giorno e notte, ché i clienti erano sparsi lungo i tutti i meridiani del globo: quelli prima e quelli dopo il porto di Genova, prima e dopo il nostro ufficio e le nostre telescriventi.

Io, ancora adesso, me le sogno. Eppure, non sono incubi quei sogni colle telescriventi: son bei sogni: mi piace risentirne il rumore. Un bel trambusto con otto telescriventi! Forse non è solo l’età che avanza. Devo aver qualche problemino più originale nella zucca, se riesco a bearmi rievocando il concerto delle telescriventi di una volta. C’è chi sente delle vocine nella testa, io sento le telescriventi. Questione di gusti.

Fatto sta che ieri mattina, poco prima dell’alba, che faceva ancora buio pesto, in preda alla mia bella insonnia da risveglio precoce (altro sintomo dell’invecchiamento galoppante, mi dicono), mi sento costretto ad alzarmi dal letto, vestirmi e fare qualcosa. “Che peccato!”, ho pensato, “Mi stavo facendo un così bel sogno… pieno di telescriventi…”. Per consolarmi un po’ ho acceso il computer e sono andato a controllare la posta. Ma non è la stessa cosa: manca quel bel fracasso delle otto telescriventi. Il massimo che si può sentire è la ventola del pc che arranca, non ce la fa più: anche a questo arnese rimangono pochi mesi. Dovrò comprarne un altro. E i soldi dove li recupero, con ‘sti chiari di luna? Li avete sentiti Monti e i suoi ministri? Angustiato da questo genere di preoccupazioni, non riuscivo a concentrarmi molto sul contenuto dei messaggi ricevuti. Oltretutto, era quasi tutta roba in varie lingue straniere ispano-anglo-francesi. Son quelli del 18 dicembre, la giornata d’azione globale dei migranti, i rifugiati e compagnia bella.

Ho dato un’occhiata, ma nella mia testa ronzavano ancora le telescriventi (e, in sottofondo, i ministri tecnici). M’è venuto quasi il mal di mare. Ho Provato a decifrare il messaggio più abbordabile: con lo spagnolo ancora me la cavo. Ho aperto l’email proveniente da Ciudad de México. Diceva che nella captale federale messicana sono in preparazione attività per il 9 e per il 18 dicembre: iniziative culturali, di studio e di protesta, nel quadro della giornata d’azione globale contro il razzismo e per i diritti dei migranti, dei rifugiati e degli sfollati.

Venerdì 9 sarà il giorno dedicato all’approfondimento e alla discussione, in particolare degli aspetti giuridici dei diritti dei migranti, sia a livello internazionale che interno. Il 18, dopo una conferenza stampa, è prevista una manifestazione. O una camminata? Non ero sicuro d’aver capito bene.

E bravi i messicani! Cercavo una parola spagnola adatta per complimentarmi. Ce l’avevo sulla punta dei polpastrelli, che carezzavano, indecisi, la tastiera. Improvvisamente, il cursore è scivolato più in basso, senza che toccassi il mouse. S’è aperto il messaggio di Aminul, dal Bangladesh. Commentava le notizie messicane scrivendo: “Fantabulous”. Ecco, andava benissimo questo termine anglo-bangla. Son tornato a pensare alle benedette telescriventi, dicendomi: “Certo, per organizzare i flussi di informazioni che si stanno dipanando intorno al prossimo 18 dicembre e alle iniziative che si preparano le vecchie telescriventi non sarebbero bastate!”. Dopo di che, ho provato a cercare i messaggi provenienti dalla sub-lista italica del 18 dicembre, per trovare qualcosa di semplice da leggere, nella mia lingua. Cerco le bozze del volantino che annuncerà la manifestazione di Milano. Quando mi sembra d’aver scovato l’email giusto, lo dischiudo appena appena e cosa mi salta fuori? Una riga di testo così:

اليوم العالمى لمناهضة العنصرية  ومن اجل حقوق المهاجرين  والاجئين

Santi numi! E cosa vorrà dire? Controllo il mittente. È uno dei ragazzi egiziani o tunisini del comitato promotore milanese della giornata d’azione globale. Ok, bene, ma che ci sarà scritto? Mi rendo di essere, per una volta, in minoranza linguistica, senza muovermi da Milano. È un bel segno. Ai tempi delle telescriventi non sarebbe potuto accadere: si usava una lingua franca commerciale anglo-numerica che diceva solo di tonnellate e dollari. Qui, ora è diverso: si parlano tutte le lingue del mondo e ognuno ha il diritto di usare la propria, poi basta trovare un amico che traduca.

Per fortuna, quelle anime pie del comitato promotore hanno pensato anche agli zucconi italici come me e hanno preparato questo video:

http://www.youtube.com/watch?v=5RCsoqaKC_8

Tutto chiaro, no?

Da una “fonte riservata” attendibile ho saputo pure che quello che si muoverà il 17 dicembre a Milano, tra piazza Loreto e la Stazione Centrale, non sarà il solito corteo già visto e stravisto: sarà una roba molto creativa. Di più non sono riuscito a scucirgli. Però, ho scoperto che che hanno “tirato dentro” anche della gente dell’Accademia di Brera. Fossi milanese, esclamerei: “Ciumbia!”

Pare che alcuni artisti si stiano esercitando a dipingere per benino anche la parola “crisi”…

Caro Kossi ti scrivo

Aspettando il 18 dicembre, giornata di mobilitazione globale a difesa dei diritti di chi migra e dei profughi. In Spagna si prepara una settimana d’azione (dal 10 al 18 dicembre) ma anche in Canada e altri Paesi cresce la mobilitazione. Qui in Italia molto si muove ma, a esser franchi, c’è pure chi dice che una manifestazione di domenica è debole: punti di vista. Questa qui sotto invece è una lettera che Daniele ha scritto a Kossi Komla-Ebri, medico e scrittore del Togo, che da molti anni vive in quel luogo immaginario eppur pericoloso noto come Padania.

ciao Kossi,
ho sempre pensato che la tua scoperta degli «imbarazzismi», cioè di strani comportamenti a metà fra imbarazzo e razzismo, fosse geniale. Da quando mi hai insegnato a riconoscerli continuo a vederne esempi.

Ma forse ci serviranno nuove classificazioni perché vedo e sento storie sempre più strane. Mi piacerebbe che tu il 18 dicembre in prima serata su Raiuno (ma se non fosse possibile va bene anche in piazza o sul Dirigibile da dove ora ti scrivo) tenessi una relazione medico-letteraria sulle nuove forme di «paz-rismi», ovvero i comportamenti fra il razzismo e la demenza totale.

Senti queste storie.
Tempo fa due amiche italiane si reincontrano dopo una decina d’anni di percorsi diversi in città lontane. Son cresciute insieme, entrambe hanno studiato (negli anni 60-70) e appartengono a quella fascia di persone mediamente intelligenti, non vittime di maghi o allucinazioni… In 10 anni circa possono aver maturato esperienze, idee, lavori – e stipendi – differenti ma si sono tenute in contatto e sanno che nessuna di loro è stata toccata da traumi, tragedie, malattie gravi.
Una delle due, quella che si è allontanata, chiamiamola T; l’altra X. Si raccontano. Parlano del più e del meno. Poi il discorso cade su banche e prestiti. Parte al galoppo X: «conosco coppie italiane che non riescono ad avere prestiti dalle banche anche se entrambi lavorano in regola, ma le banche danno soldi agli immigrati clandestini a tasso zero». Su questa frase T resta in silenzio, crede di non aver capito, si fa ripetere e poi con voce decisa chiede: «i nomi». L’altra risponde «cosa?» e T insiste: «voglio i nomi, di quegli italiani, delle banche, dei clandestini. Voglio prove, testimoni, pezzi di carta perché non può essere vero. E’ impossibile, non ha senso. Non è accaduto. Cose del genere non succedono. E’ come se un asino volasse. Io non ci posso credere e un tempo neanche tu ci avresti creduto. Non ci crederei neppure vedendolo con i miei occhi, sarebbe una fiction, un’allucinazione, un disturbo visivo. Ma di sicuro tu non lo hai visto. Il problema non è chi te lo ha raccontato ma perché hai pensato che fosse vero, come fai a crederci?».
Magari la spiegazione è semplice: T è andata via, X è rimasta a vivere in un luogo, la Padania, dove si crede alle leggende (la prima di queste favole è appunto che esista una Padania con una sua storia e identità).

Ma forse non basta a spiegare.
In questi anni il mobbing istituzionale contro gli immigrati si è inventato di tutto. D
ue pescatori tunisini quattro anni fa sono stati incriminati per aver soccorso persone in mare. Poco tempo fa la procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio di un giovane etiope, reo di aver spezzato due rametti di un cespuglio cogliendo fiori nel parco per la fidanzata e – scrive Marco Travaglio – di aver così «danneggiato un oleandro posto a ridosso di una aiuola decorativa con l’aggravante di aver commesso il fatto su bene esposto alla pubblica fede». Un italiano di mezz’età a Vicenza al grido «perché ti nascondi la faccia?» aggredì e pestò una donna dall’aria straniera che, appena uscita dall’ospedale, aveva sul viso una mascherina per respirare. E così via.

Questa la cronaca ma le leggende metropolitane sono anche peggio. Ho sentito dire con tono serissimo che «studi medici dimostrano che gli immigrati portano malattie». Ho inteso una coppia dialogare così: «più stranieri significa più zanzare» lui e lei «per aggiungere la beffa al danno loro sono abituati e dunque le zanzare non li pungono». Non ero caduto dentro una puntata di uno di quei programmi comici con telecamera nascosta; ero in un treno italiano fra l’altro in una seconda classe molto malandata (suppongo per colpa dei migranti).
Siamo oltre gli imbarazzismi, già ai paz-rismi. Oppure ci vuole un’altra definizione medico-politica. E’ un morbo nuovo? Oppure latente? ciclico?
Potrebbe essere un ceppo della peste suina mescolato a demenza precoce?
Ma come si trasmette?
Kossi è il tuo mestiere: verifica. Magari fra qualche anno si trova un vaccino. Si potrebbe chiamare 18d.
Fammi sapere e grazie, Daniele

Redazione
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