Palestina: mille giorni di genocidio

di Alfredo Facchini, Ivan Monni, Riccardo Taddei, Romana Rubeo, Lucio Caracciolo con il cardinale Pizzaballa, Lisa Ferreli, Anna Maria Selini, Marianna Lentini e l’ “Appello urgente per il rilascio dei 14 medici di Gaza”.

 

 

Genocidio a Gaza 4 luglio

Ieri, venerdì, un bambino palestinese è stato ucciso e altri due sono rimasti feriti quando un drone israeliano ha sganciato una bomba su di loro mentre stavano riempiendo dei contenitori d’acqua a est di Gaza Città. Si trovavano vicino alla moschea Al-Omary, dove c’era un rubinetto di acqua.

Nella Striscia di Gaza centrale, un nostro contatto ha riferito l’uccisione di un palestinese per mano delle forze di occupazione israeliane a est di Deir al-Balah. Il suo corpo è giunto all’ospedale Shahadaa Al-Aqsa.

Secondo i rapporti del ministero della sanità di Gaza, ieri, ci sono stati 4 palestinesi uccisi e 12 feriti. Dall’11 ottobre, numero totale delle vittime: 1.059 uccisi e 3.429 feriti.

A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco

Situazione sanitaria a Gaza

Dopo 1.000 giorni di genocidio in corso, il dottor Muhammad Abu Salmiya, direttore del complesso medico Al-Shifa, ha dichiarato:

“Circa 1.500 pazienti sono morti in attesa di poter viaggiare all’estero per ricevere cure. Il settore sanitario sta vivendo una catastrofe umanitaria senza precedenti. Israele, che ha distrutto il sistema sanitario di Gaza, continua a ostacolarne la ripresa. Sono trascorsi più di nove mesi dall’accordo di cessate il fuoco, eppure non si è registrato alcun miglioramento della situazione sanitaria e umanitaria. La diminuzione del numero di vittime a causa dei raid aerei non significa la fine della catastrofe; gli effetti della guerra peggiorano di giorno in giorno. Il numero di vittime, a causa della mancanza di cure e del collasso del sistema sanitario, continua ad aumentare. Fin dai primissimi giorni di invasione, Israele ha preso di mira deliberatamente e sistematicamente il settore sanitario distruggendo ospedali, uccidendo e arrestando il personale medico e impedendo l’ingresso di medicinali e attrezzature necessari per la continuità dei servizi medici”.

Il nostro commento quotidiano fisso: 

Ci sono ancora coloro che obiettano che non si tratti di genocidio, basandosi su congetture storiche e non guardando la realtà delle cifre e delle intenzioni, dicono: “Dire che Israele commette genocidio è una bestemmia”.

Pronunciare una frase simile è la vera bestemmia nei confronti della memoria dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo tedesco.

Cisgiordania

Nelle città di Ramallah e della provincia di al-Bireh, si sono verificati movimenti di gruppi di coloni armati. Queste azioni hanno preso di mira agricoltori e proprietari terrieri, nonché attivisti per la solidarietà e giornalisti. Tali attività coloniali si sono concentrate nelle città di Abu Falah e Mikhmas, dove le forze di occupazione hanno imposto misure militari, proteggendo al contempo gli spostamenti dei coloni.

I gruppi di coloni hanno preso il controllo di circa 8.000 dunam di terreno di proprietà palestinese, su una superficie totale del villaggio di 11.000 dunam. I coloni inoltre hanno costruito sei nuovi avamposti di insediamento intorno al villaggio, oltre a commettere atti di vandalismo, tra cui l’incendio di campi e il danneggiamento di ulivi, che rappresentano la principale fonte di sostentamento per le famiglie locali.

Nostri contatti hanno indicato che l’ultima azione è stata compiuta da un gruppo di coloni mascherati e armati di bastoni e spray al peperoncino, provocando il ferimento di nove palestinesi e attivisti solidali. La mancata reazione delle truppe di occupazione presenti sul posto dimostra la natura del coordinamento sul campo e la condivisione dei ruoli tra i coloni e l’esercito.

Un’altra zona di colonialismo selvaggio è Nahalin, ad ovest del Betlemme, dove l’espansione degli insediamenti continua con la costruzione di nuove strade e l’espansione di avamposti che circondano la città. Gli abitanti affermano che questi progetti hanno limitato il loro accesso ai terreni agricoli e ridotto la superficie di terreno disponibile. Il sindaco di Nahalin, Naim Fanoun, ha confermato che questa espansione degli insediamenti mira ad appropriarsi di ulteriori terreni, spiegando che l’area della città si è ridotta da circa 24.000 dunam a circa 12.000. In un collegamento telefonico con la redazione, Fanoun ha aggiunto che Nahalin è ora circondata da quattro insediamenti, intervallati da avamposti, diventando di fatto “un’isola in un mare di insediamenti”.

Giornalisti nel mirino

Il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi, con sede a Ramallah, ha dichiarato che Israele ha ucciso 265 giornalisti nella Striscia di Gaza, tra cui 27 donne, e ne ha feriti circa 500. Ha inoltre riferito che oltre 34 giornalisti sono stati arrestati.

Da parte sua, l’Ufficio Stampa dell’amministrazione di Gaza ha dichiarato in un comunicato stampa che le forze di occupazione israeliane hanno ucciso 262 giornalisti, mentre altri tre risultano dispersi, e si teme per la loro sorte. Non è noto se siano stati arrestati o uccisi durante l’invasione.

Dopo 1.000 giorni di invasione e genocidio a Gaza, queste cifre documentate confermano la portata dell’aggressione israeliana contro i giornalisti presenti nella Striscia, nonché le decine di migliaia di civili che sono stati assassinati deliberatamente, feriti o dispersi.

Secondo un rapporto del Comitato per le Libertà dei giornalisti, intitolato “Media senza muri”, la sofferenza dei giornalisti comprende anche la perdita delle case e le sedi di lavoro. Il rapporto afferma che lo sfollamento è diventato una realtà quotidiana per il 60-75% dei giornalisti ancora in vita. Il comitato ha spiegato nel suo rapporto che, su circa 1.200 giornalisti nella Striscia di Gaza, tra 700 e 900 hanno perso la casa e sono stati sfollati con la forza. Le stime indicano inoltre che oltre l’80% delle sedi e delle istituzioni mediatiche sono state completamente o parzialmente distrutte, portando a un collasso quasi totale delle infrastrutture necessarie al lavoro giornalistico: “I giornalisti a Gaza non lavorano più nelle redazioni, ma in tende, marciapiedi o angoli di rifugi. I telefoni cellulari sono diventati i principali strumenti di produzione e l’accesso intermittente a Internet detta i ritmi di pubblicazione, mentre gli spazi pubblici sono diventati alternative improvvisate ai luoghi di lavoro”.

Mille giorni di genocidio

Chivasso

Si è svolta ieri la giornata nazionale di digiuno, indetta da Anbamed, per i mille giorni di GENOCIDIO a Gaza. Vi hanno partecipato moltissime persone di ogni angolo d’Italia ed anche dall’estero. Moltissimi i comitati, i gruppi, le associazioni che hanno aderito e organizzato eventi di piazza o in luoghi pubblici per un momento di digiuno collettivo.  cliccate per leggere tutti i nominativi!

La rete Palestina Anima Mundi, per l’occasione, ha organizzando a livello nazionale, in tutte le città dove ci sono presidi, una giornata nazionale per dire basta!

Genocidio a Gaza 3 luglio

Dopo 1000 giorni di genocidio, Israele continua a sparare, bombardare e distruggere i campi di sfollati a Gaza.

Ecco un elenco delle operazioni militari di ieri, che ci hanno fornito i nostri contatti in loco: “bombardamenti di artiglieria israeliani a est di Gaza Città; l’artiglieria ha preso di mira anche le aree a est di al-Bureij; sei feriti, uno in modo grave, a seguito del bombardamento israeliano di una motocicletta vicino alla moschea Mu’adh ibn Jabal nel campo profughi di al-Nuseirat; feriti in un attacco di droni israeliani ad al-Mawasi, Khan Younis. Un giovane è deceduto a causa delle gravi ferite riportate in questo attacco; due uccisi e diversi feriti nel bombardamento di una tenda vicino a Khan Younis; navi da guerra israeliane hanno aperto il fuoco in mare al largo di Khan Younis, in concomitanza con i bombardamenti di artiglieria che prendevano di mira le aree orientali della città”.

Fonti degli ospedali di Gaza: almeno quattro civili uccisi e 15 feriti nei raid aerei israeliani sulla Striscia di Gaza di ieri.

A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco

Cisgiordania

Irruzione dei soldati di occupazione nelle province di Betlemme, Nablus, Qalqilia e Jenin. I rastrellamenti nelle case hanno condotto in carcere, nella sola giornata di ieri, 38 palestinesi. Le truppe di occupazione hanno imposto il coprifuoco a Mikhmas, a nord di Gerusalemme occupata. I soldati hanno trasformato la sede del Consiglio comunale in un commissariato per gli interrogatori e gli arresti dei palestinesi.

I coloni ebrei israeliani hanno condotto una serie di operazioni contro villaggi e città palestinesi, che vanno dal taglio dei fili della corrente elettrica, alla devastazione di campi e fattorie agricole, oltre alle occupazioni di terreni per issare avamposti con tende o caravan.

Il governo israeliano ha approvato la costruzione di nuove 13 colonie ebraiche attorno a Gerusalemme, confiscando terreni palestinesi nelle zone limitrofe. Il piano prevede strade di esclusivo uso agli ebrei israeliani e non ai palestinesi musulmani e cristiani.

 

Prigionieri palestinesi

Una foto che circola sui social media ha scatenato un’ondata di indignazione. Mostra un prigioniero palestinese della Striscia di Gaza in condizioni deplorevoli, bendato e immobilizzato in modo umiliante. L’immagine ha riacceso le accuse contro l’esercito israeliano per il trattamento riservato ai detenuti palestinesi.

La foto era accompagnata dalla frase in ebraico (Buongiorno). La foto la ha pubblicata un soldato israeliano di nome Josef Benamou, vantandosi delle sue bravate.

L’organizzazione israeliana “Breaking the Silence” ha commentato l’immagine, affermando che “queste sono le immagini che l’esercito israeliano pubblica volontariamente al mondo”, aggiungendo “è un’immagine orribile di un palestinese rapito, legato e bendato in modo deliberatamente umiliante e offensivo”. L’organizzazione ha affermato che “la tortura è una politica israeliana”, aggiungendo che l’esercito israeliano ha reintegrato in servizio soldati accusati di aver torturato un detenuto palestinese, nonostante l’esistenza di prove fotografiche che dimostrano gravi lesioni subite dal detenuto, tra cui un polmone perforato, costole rotte e lesioni rettali, sottolineando che “questo caso è solo la punta dell’iceberg”.

Immaginate se i palestinesi pubblicassero la foto di un ostaggio israeliano in questo Stato: dominerebbe le prime pagine dei giornali, la copertura mediatica e le conferenze stampa della Casa Bianca. Ma quando sono gli israeliani a pubblicare la foto di un ostaggio palestinese, non succede nulla. I media scelgono quali notizie amplificare e quali atrocità ignorare. È la democrazia israeliana.

 

 

 

 

 

Fuori Onda

 

Qui tutti i modi in cui potete ascoltare Radio Onda d’Urto in diretta!

PALESTINA – Sono ormai mille i giorni di genocidio continuo per mano israeliana in Palestina dopo il 7 ottobre 2023. Oltre due anni e mezzo in cui Tel Aviv, oltre a rubare più di due terzi del territorio palestinese a Gaza, ha fatto almeno 73mila morti e 174mila feriti, senza contare migliaia di dispersi e 2 milioni di sfollati. Solo nelle ultime 24 ore si contano 4 vittime e 12 feriti in ospedale.

I più colpiti sono, scientemente, i settori della popolazione più fragili, come i minori. Su questo Save The Children ha rilasciato un rapporto drammatico, che certifica almeno 21mila bambine-i ammazzati – oltre a quelli ancora sotto le macerie. Altre decine di migliaia sono orfani, sfollati e malnutriti. Con la testimonianza di Elena Gentili, di Save The Children.

 

Ascolta ora · 6:36

“Appello urgente per il rilascio di 14 medici di Gaza detenuti da Israele”
Medici per i Diritti Umani si unisce all’appello di Physicians for Human Rights Israel e lancia una petizione su change.org
Cari amici e colleghi,

vi invitiamo a leggere, firmare e diffondere l’appello promosso da Medici per i Diritti Umani (MEDU), in adesione all’iniziativa di Physicians for Human Rights Israel (PHRI), per chiedere la liberazione immediata dei medici palestinesi detenuti dalle autorità israeliane senza accuse formali e senza adeguate garanzie processuali.

L’appello, pubblicato su Change.org, si rivolge  in particolare alla comunità medica e sanitaria, agli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, alle società scientifiche, alle reti sanitarie, agli ospedali e a tutte le professioniste e i professionisti della salute.
Chiediamo una presa di posizione pubblica a sostegno dell’appello di PHRI per la liberazione immediata di 14 medici palestinesi attualmente al centro di un ricorso davanti alla Corte Suprema israeliana e di tutti gli operatori sanitari palestinesi di Gaza detenuti illegalmente o arbitrariamente.

Questi medici non sono figure lontane. Sono professionisti che condividono con noi la responsabilità di​ curare. In condizioni estreme, hanno continuato ad assistere feriti, malati e persone prive di alternative​ assistenziali. La loro detenzione non colpisce soltanto la libertà individuale di ciascuno: sottrae competenze sanitarie essenziali a una popolazione civile già privata di un accesso adeguato alle cure.

Vi chiediamo di:
firmare l’appello;
• diffonderlo tra colleghi, reti professionali e istituzioni sanitarie;
• sostenere pubblicamente la richiesta di liberazione dei medici e degli operatori sanitari detenuti

change.org >> FRIMA ORA LA LIBERAZIONE IMMEDIATA
I medici detenuti nominati nell’appello di PHRI sono:
Dr. Musab Samaan; Dr. Omar Amar; Dr. Ahmad Musa; Dr. Nahad Abu Taima; Dr. Medhat Abu Tabng’a; Dr.​ Husam Abu Safiya; Dr. Murad Alkuka; Dr. Mahmud Hallak; Dr. Hamza Abu Sabha; Dr. Ahmad Shahada;​ Dr. Hassan Almukayed; Dr. Raed Mahdi; Dr. Akram Abu Odeh; and Dr. Muhammad Ubaid.
PER APPROFONDIRE LA STORIA DEI MEDICI DETENUTI
CLICCA QUI

da lista di distribuzione postale

Cecchini contro bambini a Gaza: la notizia è invisibile

I “vigili della libertà”, giusto un po’ ciechi

Di solito, i premi giornalistici hanno grande risonanza sui media italiani. Si tratta in larghissima parte di riconoscimenti che colleghi attribuiscono ad altri colleghi, un po’ sempre quelli, a dirla tutta, e anche i titoli si somigliano: Taldeitali giornalista dell’anno! Pinco Pallino grande cronista!, e via così.

Quindi dovrebbe generare qualche stupore il silenzio pressoché assoluto dei media italiani sui vincitori dell’european Press Prize 2026 assegnato a Lisbona nemmeno un mese fa: un po’ come ignorare la cerimonia degli Oscar. Bene, cercherò di rimediare.

Il prestigioso premio, il Distinguished Reporting Award è stato assegnato a due giornalisti, Maud Effting e Willem Feenstra, del quotidiano olandese de Volkskrant, per una lunga, dettagliatissima, spaventosa inchiesta intitolata What the wounds are telling us (in italiano: “Quello che ci dicono le ferite”).

Per mesi i due colleghi hanno parlato con decine di medici e infermieri che hanno operato a Gaza durante il genocidio, hanno raccolto prove, radiografie, testimonianze, cartelle cliniche, fotografie, diagnosi, referti.

Hanno isolato 114 casi accertati, certi, incontestabili, di bambini uccisi con un singolo colpo alla testa o al torace. Non vittime collaterali, non carne da macello finita sotto le bombe, non civili innocenti uccisi per sbaglio. No. Bambini deliberatamente assassinati con colpi sparati da lontano. Mirati.

Cecchini israeliani che sparano a bambini palestinesi. Esecuzioni. A centinaia. Ho poco spazio, qui per elencare le prove, la documentazione, le testimonianze (chi può cerchi e legga il testo integrale, se gli regge lo stomaco, se è rimasto umano).

I medici-testimoni lavoravano in sei ospedali e quattro cliniche a Gaza, provengono da vari paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada, Paesi Bassi) e in gran parte avevano già operato in scenari di guerra (Sudan, Afghanistan, Siria, Bosnia, Ruanda, Ucraina) e mai avevano visto una cosa simile, così massiccia, così chiara.

Ripeto: cecchini che sparano in testa a bambini.

Il silenzio della stampa italiana su quel prestigioso premio è violento e rivelatore: sui crimini di Israele (tra l’altro spesso confessati al quotidiano Haaretz o sui social da soldati di Idf) cala sempre un velo di censura, di non detto, di distrazione che è difficile, impossibile, non chiamare “complicità”.

Ho aspettato. Qualcuno ne parlerà, ho pensato. Calma, non siamo precipitosi. Ho aspettato un mese. Niente. Zero. Una settimana fa, l’inchiesta di una Commissione Indipendente dell’onu ha certificato la deliberata mattanza di bambini a Gaza.

I numeri li sappiamo: 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 feriti. Dice la Commissione che gli omicidi “facevano parte di una strategia per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del gruppo palestinese a Gaza”. Genocidio, dunque, senza se e senza ma.

Ancora una volta, silenzio, o quasi. Poche righe (con la lodevole eccezione di pochissimi giornali tra cui questo: grazie a Silvia Truzzi), un inciso, due parole in fondo a un articolo, mezza riga, un accenno. Basta. Finito. C’è il caldo, c’è Vannacci, i Mondiali. Qualcuno decide (in direzione? Nell’ufficio dell’editore? Nelle telefonate degli azionisti? Pressioni? Lobby?) che assassinare bambini per gioco, come in un tiro al bersaglio al Luna Park non sia degno di notizia, non interessi i lettori, non convenga dirlo.

Qualcuno non vuole, Israele si indigna, i suoi agit-prop si agitano, noi non sappiamo. È la nostra libertà di stampa.

Una Città318 / 2026 aprile-maggio

Articolo di Redazione

Editoriale del n. 318-319, aprile-maggio 2026

La copertina è dedicata ancora una volta a quel che succede in Israele e nei territori occupati. Un nostro abbonato ci scrive, molto bonariamente del resto, che troppe copertine sono dedicate a macerie. È vero, ma se ci guardiamo in giro, cosa vediamo? Questa volta, però, in copertina ci sono due giovani che si abbracciano. Sono di Standing Together, un’associazione di ebrei e arabi israeliani che lottano per difendere i palestinesi della Cisgiordania e le loro case dalle violenze dei coloni e dei soldati, per impedire, cioè, la pulizia etnica. Quanto sia popolare e stimato il loro impegno nell’opinione pubblica israeliana lo sapremo dalle prossime elezioni. Rimmon Lavi da Gerusalemme ci scrive che si comincia a pensare alla fondazione di un partito misto, di ebrei e palestinesi. Secondo lui la scelta è ancora prematura, ma la prospettiva strategica è quella. Del resto, pur essendo quasi utopica, resta la più sensata. È la pace, la pacificazione, la conciliazione coi palestinesi, una specie di giustizia riparativa reciproca, la via maestra per isolare e mettere al bando per sempre i fanatici islamisti e quelli ebrei. Purtroppo la soluzione dei due stati sembra essere sempre più problematica, ma le formule si troveranno, se il clima iniziasse a cambiare. Perché non liberare Barghouti? Provassero.

Si discetta ancora sulla parola genocidio. Siamo incompetenti quindi solo due considerazioni forse banali. Si dovrà pure distinguere fra tentativo genocidiario e genocidio. Se un genocidio fallisce non è che cambia l’intento. Poi: decidiamo una volta per tutte se è genocidio solo il tentativo di sterminare gli appartenenti a un popolo, a una religione, a un’etnia, ovunque siano o se è genocidio anche la persecuzione di una minoranza etnica o religiosa, tramite uccisioni di massa, anche di donne, bambini e anziani, col terrore quindi, per sradicarla dalla sua terra e disperderla altrove. Se si è per la prima definizione, faremo la felicità di Erdogan, ma per gli interessati non cambia nulla: oltre un certo limite il tasso di sofferenza inflitta non si misura più, così come quello della cattiveria e della ferocia. Quello che invece si può continuare a rilevare è la stupidità, per scelta, di tanti commentatori anche rinomati. Si è sentito dire: dovendo colpire Hamas, con una densità di popolazione a Gaza fra le più alte del mondo, cosa si fa? La si fa evacuare; sì, certo: a sinistra e si rade al suolo a destra, poi la si evacua a destra e si rade al suolo a sinistra. Poi li si lascia lì a sopravvivere, o a morire, fra le macerie, centellinando l’assistenza. E questa sarebbe la prova che non è genocidio? E poi: sarebbe stato questo il modo per liquidare Hamas? Ad ascoltare tanti dei “filo-israeliani” che non vivono in Israele sembra di sentire quegli stalinisti di un tempo accecati dalla fede nello stato-guida. Ma sbaglia anche chi “dissente”, chi premette sempre che lui “dissente dal governo israeliano”, per poi scagliarsi, accusandolo di antisemitismo, contro chiunque si scagli contro Israele. Chiedetevi come avreste giudicato un tedesco o un italiano o un francese che di fronte alle leggi razziali e alle deportazioni avesse detto: “Io dissento eh”. Certo, si resta impotenti, ma dire la verità, quello almeno, possiamo e dobbiamo farlo. Ed è sempre utile. Ci ha scritto un ebreo che vive in Europa e i cui nonni, marito e moglie, furono trucidati a Forlì nel ’44. Dice che proprio non ce la fa, quest’anno, a venire alla commemorazione dell’eccidio: non se la sente nel momento in cui degli ebrei fanno le stesse cose che furono fatte ai suoi nonni. E aggiunge che è ben contento di non vivere in Israele. Il danno che la destra israeliana ha fatto a Israele è incalcolabile. E speriamo che il peggio non debba ancora arrivare.
In ultima ricordiamo Khaled Abdelwahhab, un tunisino che a rischio della vita mise in salvo decine di ebrei, salvandoli dalla caccia spietata che davano loro i nazisti. Ci sono stati molti “giusti arabi” e le loro storie sono raccontate in un libro: Tra i giusti, di Robert Satloff. È difficile da trovare, ma vale la pena. Quindi viva Standing Together.

Alfredo Facchini su FB

 

L’ESERCITO DI ISRAELE PARLA ANCHE ITALIANO
928 italiani hanno combattuto con l’Idf bu
Sono 928 gli italiani che, tra il 7 ottobre 2023 e il marzo 2025, hanno indossato la divisa dell’esercito terrorista d’Israele. Un numero rimasto nell’ombra fino a oggi.
A portarlo alla luce sono due giornalisti d’inchiesta britannici, John McEvoy e Alex Morris, di Declassified UK. Si badi bene due reporter stranieri, non italiani. Non sia mai. Ci sono arrivati seguendo la strada più ostinata: una richiesta di accesso agli atti, presentata in Israele dall’avvocato Elad Man dell’ong Hatzlacha attraverso il Freedom of Information Act. Carte ufficiali. Numeri ufficiali.
Di quei 928 militari, 828 possiedono la cittadinanza italiana e israeliana. Gli altri cento hanno, oltre a quella italiana, una diversa seconda nazionalità. Tutti hanno prestato servizio mentre Gaza veniva devastata.
Mi viene in mente, chissà perché, Eddi Marcucci. Per aver combattuto nelle Unità di protezione delle donne (YPJ) contro l’Isis, il Viminale le ha imposto la sorveglianza speciale. Adesso che scopriamo che 928 italiani hanno prestato servizio nell’esercito israeliano, che cosa facciamo? Per loro nessun provvedimento? Domande retoriche. Conosciamo già le risposte.
I militari dell’Idf che vengono in Italia da oltre un anno per fare “decompressione psicologica” dopo il servizio genocida a Gaza vengono addirittura protetti dalla Digos. Il governo Meloni è talmente invischiato con Israele da aver smesso perfino di fingere imparzialità. Maledetti.

Conversazione tra Lucio Caracciolo e il Cardinale Pierbattista Pizzaballa in occasione della prima edizione del Premio Limes.

‘Gaza è un disastro”.

Quasi tutti gli edifici sono distrutti o danneggiati. La gente vive letteralmente in mezzo alle fognature. Un’altra cosa che le immagini non rendono sono gli odori. Una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi che mordono, soprattutto i bambini. La situazione igienica è molto degradata, come potete immaginare. È orribile vedere decine di chilometri in questo stato. Adesso entra un po’ di cibo, soprattutto per l’ambito commerciale, ma tutto il resto ancora è proibito. Tutto quello che può essere considerato dual use, cioè che Hamas potrebbe usare, viene proibito. Anche, lo dico per esperienza, i banchi di scuola, i quaderni, le matite. Tutto questo è proibito.

Allora abbiamo detto: prendiamo il legno dei pallet e facciamo i banchi con questo. Poi però bisogna trovare i chiodi e ci sono tantissime persone che vanno in mezzo alle macerie per recuperare un po’ di metallo, di chiodi e di questo tipo di cose per sistemarli e poi rivenderli. Mancano anche molti medicinali, non tutti, ma i medicinali particolari sono assenti. Gli ospedali ne hanno estremamente bisogno, così come del vetro delle finestre. Sono stato in un ospedale oftalmico, naturalmente distrutto, dove hanno dovuto rimettere a posto con quello che avevano a disposizione. Per esempio hanno messo della plastica al posto delle finestre.

CARACCIOLO Abbiamo visto che durante la guerra a Gaza, e anche successivamente, i coloni ebraici sono penetrati sempre più in profondità e hanno acquisito manu militari appezzamenti di territorio aiutati e spinti dal governo. Immagino che lei abbia avuto modo di incontrare qualcuno di loro. In una sua intervista a Limes del 2010 descriveva due tipi di sputo: uno sulla tonaca e uno per terra, per dire il grado di simpatia di cui godeva in certi ambienti. Cosa succede in Cisgiordania tra i coloni?

PIZZABALLA C’è una sorta di liberi tutti. È diventato un territorio dove non c’è legge, e se c’è certo non per i palestinesi. E dove ai coloni viene permesso non tutto, ma quasi tutto. Aggressioni gratuite, furti, distruzioni. Spesso impediscono di coltivare la terra. Vengono creati continuamente nuovi checkpoint che interdicono il passaggio. Le aggressioni, anche molto violente, con feriti e anche con parole di disprezzo, sono le cose che feriscono di più. Questo è diventato pane quotidiano quasi ovunque in Cisgiordania. Non solo nei villaggi cristiani, ma soprattutto nei villaggi non cristiani. 

E non soltanto nella zona C. Entrano anche nell’area B e nell’area A. Si coordinano tra di loro. Entrano, aggrediscono, noi chiamiamo l’esercito, però quando sanno che l’esercito sta per arrivare – si vede che li informano – spariscono. L’esercito arriva, non trova nessuno, e si arrabbia con noi perché li abbiamo chiamati. Ecco, questo avviene quotidianamente. La gente è molto stanca e la questione israelo-palestinese si decide lì. O forse è già stata decisa, non so. 

CARACCIOLO Dopo il 7 ottobre e dopo le prime settimane in cui prevaleva l’emozione per il massacro subìto da civili e militari israeliani, ci siamo concentrati sulla rappresaglia di Israele. Talvolta ho l’impressione che questo abbia avuto un effetto di santificazione dei palestinesi, come se ci fosse il bene e il male. Sappiamo che la cosa è leggermente più complicata. In particolare, parlando della Cisgiordania, questa famosa Autorità nazionale, che è arroccata negli uffici di Ramallah e che un paio d’anni fa ha celebrato la Nakba con una sfilata di moda in un albergo di lusso, che cos’è? Che cosa rappresenta? 

PIZZABALLA L’Autorità palestinese ha perso credibilità, anzitutto agli occhi dei palestinesi. È tutto fuorché un’autorità. Ha perso autorità e autorevolezza. Ha commesso tanti errori, sicuramente. Quelli politici sono stati tantissimi. Eppure è l’unico elemento di legittimità del popolo palestinese ancora riconosciuto internazionalmente. Per cui bisogna stare attenti a condannare – e ci sono tanti motivi per farlo – per rispetto del popolo palestinese, che ha diritto a essere riconosciuto come tale e a vivere nella sua terra con dignità.

CARACCIOLO Parlando dei religiosi ebrei, in particolare delle loro versioni più estreme come Smotrich e Ben-Gvir e di questo loro riferimento alla Bibbia – come se appunto per mandato divino avessero diritto al territorio che va dal Nilo all’Eufrate: le loro posizioni rappresentano un sentimento diffuso o sono delle eccezioni?

PIZZABALLA Non sono ancora maggioranza. Però questo movimento politico messianico raccoglie sempre più consensi, è sempre più rilevante e partecipato in Israele. È un fenomeno molto problematico dal mio punto di vista, che sta creando anche una profonda divisione sociale. 

CARACCIOLO Forse non è tanto noto il fatto che la maggior parte dei sionisti non siano ebrei ma cristiani, in particolare gli evangelicali americani che sono una potenza. Come sappiamo l’ambasciatore americano Mike Huckabee è uno dei più scatenati sostenitori delle versioni ultrà dell’espansione di Israele. C’è anche una quota di cattolici. Che cosa significa per lei questa affiliazione tra il sionismo e il cristianesimo, anche cattolico?

PIZZABALLA Mi ricollego a quanto diceva sul messianismo ebraico di carattere politico-nazionalista. Questi movimenti evangelici non hanno un dialogo con noi. Credo invece che dovremmo cominciare a dialogare, soprattutto sul modo in cui loro interpretano le Scritture. Sono molto potenti economicamente, anche un po’ divisi dopo la guerra di Gaza, ma sono ancora molto influenti negli Stati Uniti, soprattutto nell’amministrazione statunitense. Sono anche una delle preoccupazioni principali della popolazione araba islamica della corte reale giordana ad esempio, e sono un problema per noi, per noi cattolici, e per le Chiese tradizionali. Perché poi gran parte del mondo islamico non sa distinguere gli evangelici dagli altri cristiani. Quindi creano problemi anche alle nostre comunità. E questo allineamento dei movimenti evangelici con parte dell’amministrazione americana e di quella israeliana è per noi un grosso punto di domanda, una lacuna che dobbiamo colmare. Noi abbiamo sempre rifiutato di parlare con loro, proprio per evitare di essere considerati allineati o comunque compiacenti. 

 

CARACCIOLO Operativamente, che cosa possiamo fare adesso qui noi? 

PIZZABALLA Limes fa molto. Voi parlate e informate, perché in una realtà così complessa l’informazione è importante. Un’informazione che cerca di fare capire, poi ciascuno trae le sue conclusioni. Credo che sia importante anche per tutti continuare a parlarne, non seguire le mode. I giornali ne parlano un po’ e non ne parlano più. Bisogna continuare a parlarne con interesse. Si può dissentire, può piacere, può non piacere. Ma l’importante è parlarne, perché sono convinto che quel territorio ci appartiene. Non politicamente. Noi apparteniamo a quel territorio culturalmente, storicamente. Insomma, è parte di noi. Molto spesso gli israeliani dicono “perché non parlate dei problemi del Sud Sudan?”, ma la nostra relazione col Sud Sudan non è quella che abbiamo con Gerusalemme.

Non dobbiamo isolare. È un paese che si sente isolato. C’è bisogno di empatia. Cercare di comprendere, ascoltare, dialogare. Dialogare non significa condividere necessariamente. Si possono affermare anche con convinzione le proprie opinioni, ma senza erigere nuove barriere.

CARACCIOLO Di empatia in giro ce n’è, ma per quelli che la pensano come te. 

PIZZABALLA Ecco, se fate questo, fate esattamente quello che stiamo già facendo noi. Non ne abbiamo bisogno. Dovete aiutarci a uscire da quel pozzo nel quale siamo caduti, e non lasciarci dentro. 

Ivan Monni

Sono arrivate le prime verbalizzazioni di sanzioni per i cittadini che hanno protestato contro lo sbarco dei sionisti in terra sarda. Non parliamo della manifestazione di domenica 28 giugno, ma dei fatti accaduti alcuni giorni prima.

Lo sbarco ormai procede da qualche anno. Titolava Open “I soldati israeliani in vacanza in Sardegna e nelle Marche: «Una “decompressione” da Gaza»“.

Nel sottobosco delle chat degli attivisti serpeggia anche il timore di visite finalizzate ad altri scopi e non solo quelli vacanzieri.

In Puglia sta facendo scalpore l’acquisto massivo di terre. (Il resort extralusso a Ostuni e il caso Israele, infuria la protesta: “No alle colonizzazioni”) Ancora e sempre la terra, promessa ad alcuni, tolta ad altri.
E poi c’è sempre il fatto che la Sardegna è zona di produzione di armi, di esercitazioni e di sperimentazione. I commenti delle chat sono come i cattivi pensieri peccaminosi di Andreotti, per cui molto spesso ci si azzecca.

Alfredo Facchini su FB

L’ESERCITO DI ISRAELE PARLA ANCHE ITALIANO

928 italiani hanno combattuto con l’Idf
Sono 928 gli italiani che, tra il 7 ottobre 2023 e il marzo 2025, hanno indossato la divisa dell’esercito terrorista d’Israele. Un numero rimasto nell’ombra fino a oggi.
A portarlo alla luce sono due giornalisti d’inchiesta britannici, John McEvoy e Alex Morris, di Declassified UK. Si badi bene due reporter stranieri, non italiani. Non sia mai. Ci sono arrivati seguendo la strada più ostinata: una richiesta di accesso agli atti, presentata in Israele dall’avvocato Elad Man dell’ong Hatzlacha attraverso il Freedom of Information Act. Carte ufficiali. Numeri ufficiali.
Di quei 928 militari, 828 possiedono la cittadinanza italiana e israeliana. Gli altri cento hanno, oltre a quella italiana, una diversa seconda nazionalità. Tutti hanno prestato servizio mentre Gaza veniva devastata.
Mi viene in mente, chissà perché, Eddi Marcucci. Per aver combattuto nelle Unità di protezione delle donne (YPJ) contro l’Isis, il Viminale le ha imposto la sorveglianza speciale. Adesso che scopriamo che 928 italiani hanno prestato servizio nell’esercito israeliano, che cosa facciamo? Per loro nessun provvedimento? Domande retoriche. Conosciamo già le risposte.
I militari dell’Idf che vengono in Italia da oltre un anno per fare “decompressione psicologica” dopo il servizio genocida a Gaza vengono addirittura protetti dalla Digos. Il governo Meloni è talmente invischiato con Israele da aver smesso perfino di fingere imparzialità. Maledetti.

Lisa Ferreli – Corrispondente

La cronaca della protesta all’arrivo del volo da Tel Aviv a Elmas, dentro e fuori il terminal

Domenica mattina all’aeroporto di Cagliari Elmas è atterrato un volo diretto da Tel Aviv. Il collegamento è una delle novità della stagione estiva dello scalo sardo: una rotta che connette Sardegna e Israele (operata da El Al in partnership con Sun d’Or) e che in tempo di genocidio non passa inosservata. All’esterno del terminal, una manifestazione di protesta a supporto del popolo palestinese – organizzata da Unica per la Palestina, Giovani Palestinesi Sardegna, Comitato sardo di solidarietà con la Palestina, Associazione Sardegna Palestina e la delegazione sarda della Global Sumud Flotilla – accoglie chiunque esca dall’aeroporto. Il reportage dal terminal di Elmas.

Immagine diffusa dal presidio esterno all'aeroporto di Elmas

Dentro è fuori. L’antropologo francese Marc Augé inserisce anche gli aeroporti nella categoria dei cosiddetti “non-luoghi”. Imbarco, sbarco, controlli. Spazi alienanti e transitori in cui le persone che li attraversano vengono inglobate tendendo all’anonimato e diventando – in questo caso – passeggere. Quello che però sostiene chi critica la teoria dei non-luoghi di Augé, è che qualsiasi luogo, anche quello più asettico, può assumere un significato particolare per un gruppo di individui. E che il concetto di vuoto sociale, nello sguardo che considera l’essere umano come animale sempre relazionale (con la vita così come con l’ambiente in sé), difficilmente sussiste.

Domenica mattina, l’aeroporto di Cagliari Elmas è stato tutto fuorché un non-luogo. La chiamata alla mobilitazione è arrivata da Unica per la Palestina, collettivo informale di studenti e studentesse dell’Università di Cagliari nato per fermare gli accordi tra UniCa e Israele, in solidarietà col popolo palestinese. “Scendiamo in piazza come fronte unito in diverse città sarde – scrivono – per manifestare contro la presenza sionista nelle nostre università, contro il turismo sionista e contro i gravi fenomeni che brutalizzano il nostro territorio”.

L’appuntamento nello scalo sardo era legato alle proteste conseguenti l’arrivo (iniziato da circa un mese) di voli provenienti da Tel Aviv. Il sospetto di chi manifesta è che a bordo vi siano riservisti dell’esercito israeliano accompagnati dalle famiglie per trascorrere un periodo di “decompressione” in Sardegna, ma non solo. Ancora prima, è il collegamento diretto tra la Sardegna e la città israeliana ad alimentare la base del dissenso, dal punto di vista del “legame” con uno stato accusato di genocidio ma anche rispetto a un’altra questione, forse la più centrale di tutte: la partecipazione di civili all’attività militare è considerata un tratto distintivo e identitario della storia di Israele.

È previsto infatti un servizio militare obbligatorio a partire dai 18 anni (2 anni e 8 mesi per gli uomini e 2 anni per le donne) che riguarda anche i cittadini israeliani all’estero e chi ha doppio passaporto. Tracciare quindi una linea tra civili e militari, tra chi è parte attiva o meno dell’oppressione del popolo palestinese (considerato anche il fatto che dopo il periodo di leva obbligatoria si viene solitamente inseriti nelle liste dei “riservisti”, pronti ad essere mobilitati in caso di necessità) può essere difficile. Ma il tempo del genocidio non ammette indifferenza, soprattutto tra le fila di chi cerca di porre l’attenzione verso la sistemica negazione del diritto all’autodeterminazione che caratterizza da decenni la vita delle persone palestinesi. E la complessità ottiene quindi come reazione un messaggio che passa in maniera univoca e che accoglie chiunque esca dal terminal arrivi. “Sionisti andate via”, “Stop al genocidio, sionisti ammazza bambini”.

La cronaca dei fatti

Dentro, al piano terra dell’aeroporto Mario Mameli di Elmas, i passeggeri del volo in arrivo da Tel Aviv escono dall’area extra-Schengen. Il volo LY05487 atterra alle 9:35. Ad accogliere chi arriva c’è una comitiva di circa cinque persone, due di loro sventolano una piccola bandiera israeliana. Le porte si aprono e sono loro a salutarli e a dargli il benvenuto in terra sarda. Una delle prime persone a varcare la soglia è una donna, ha con sé una grande valigia scura. La comitiva la accoglie e la informa del fatto che nello spazio esterno è in corso una manifestazione pro Palestina, suggerendole altre uscite. «Io sono italiana ma amo Israele – risponde – allora uscirò così». Si inchina, apre la valigia e tira fuori una bandiera israeliana dirigendosi verso l’uscita, nell’applauso della comitiva di supporters. Con una mano tiene il bagaglio, con l’altra sventola il vessillo bianco e blu.

Fuori, nel marciapiede esterno tra l’ingresso A e l’ingresso B dell’area arrivi, è il luogo del dissenso. La donna esce, alza in alto la bandiera mentre quelle che in totale sono una quarantina di persone in protesta sventolano bandiere palestinesi, tengono alti vari striscioni e gridano in coro. “I criminali di guerra non sono benvenuti”, “Palestina libera”, “Vergogna”. Lo scontro è verbale, ma la Polizia si frappone mantenendo le distanze. La donna ride e manda baci ai manifestanti. Tra questi ultimi c’è chi si rivolge al dispiegamento di forze dell’ordine (una ventina di agenti della Polizia di Stato, con la Digos presente sul posto) chiedendo perché non interrompano la provocazione. La risposta ribadisce le disposizioni emanate 24 ore prima: “non potete inseguire le persone”.

Le prescrizioni della Questura volte a garantire “i rigorosi standard di sicurezza, fluidità della circolazione pedonale e veicola” dell’aeroporto, circoscrivono tempi, luoghi e modalità di svolgimento della manifestazione. I partecipanti dovranno permanere “esclusivamente” sul marciapiede esterno dell’area arrivi. Non si possono seguire o affiancare i passeggeri, la protesta deve essere statica, non sono ammesse forme di contestazioni “dirette” nei confronti dei passeggeri. E i volti devono essere scoperti. Le forze dell’ordine filmano ogni minuto della protesta ma per l’occasione «non c’è un’organizzazione particolare», spiegano. «Anche perché la situazione è abbastanza tranquilla, si vuole garantire il dialogo». Nel frattempo, il numero di persone che varcano la soglia degli arrivi aumenta.

Dentro, la comitiva filo-israeliana resta in postazione, bandierine alla mano. Ribadiscono il loro benvenuto: alcuni ricambiano, altri no. Si guardano intorno, ma non vogliono parlare. Anzi. Evitano domande però chiedono di “provare” che chi scrive sia davvero una giornalista: «Ma io non ci credo», ridono. Uno di loro scatta delle foto, segue e punta l’obiettivo sulla giornalista in modo continuativo, all’interno dell’area aeroportuale così come all’esterno, restando per diverso tempo a distanza ravvicinata. Alla richiesta sul perché insista col seguire e scattare, risponde: «Perché faccio quello che voglio». Una condotta che sembrerebbe travalicare la generica documentazione dell’evento.

Nel frattempo, fuori, la protesta non si ferma. Un uomo esce dalle porte scorrevoli dell’aeroporto, attraversa il presidio e, senza fermarsi, sibila: «Stupidi». Pochi minuti dopo una donna sfila davanti ai manifestanti sollevando una collana con quella che appare come una stella di David; ride in faccia al gruppo. Le risposte restano corali: bandiere al vento, striscioni in alto. «Pace, giustizia e libertà per il popolo palestinese», recita un cartello. «A foras sos sionistas», si legge su un altro. Spunta anche «baby killers», in riferimento a quanto di recente confermato anche dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’Onu. Bambini e bambine palestinesi sarebbero stati deliberatamente presi di mira e uccisi da forze di sicurezza israeliane, elemento – sostenuto da prove – ritenuto rilevante per valutare l’intento genocida. “Una strategia per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del gruppo palestinese a Gaza”, si legge nel rapporto.

Non mancano però anche attestazioni di solidarietà: alcune persone che lavorano in aeroporto si fermano e, a margine, esprimono accordo con il presidio, prevedendo un’estate segnata da «queste tipologie» di nuovi arrivi. L’aria, nel caldo di fine mattina, pulsa sul coro: «Pa‑le‑sti-na li‑be‑ra». Sono le 11:30 e le persone in protesta lentamente, se ne vanno.

(non) Luogo

Dentro è fuori, e viceversa. La Palestina entra ed esce dai terminal insieme ai passeggeri diventando causa universale, senza sospensioni. La continuità del transito incontra la continuità del dissenso, secondo l’idea che nemmeno (o forse, soprattutto) un aeroporto debba restare neutro: in tempi di genocidio, anche i luoghi di passaggio possono diventare luoghi di posizionamento. È lo sguardo a determinarli.

di

Bibi. Le sei vite di Benjamin Netanyahu

Chi è davvero Benjamin Netanyahu, detto “Bibi”? Qual è il suo passato e come è arrivato a essere uno dei leader più potenti e spietati al mondo? Perennemente a caccia di nemici da combattere, per salvarsi o entrare definitivamente nella grande storia. La quarta stagione del podcast “Palestina-Israele” realizzato da Anna Maria Selini e prodotto da Altreconomia, con il sound design di Luca Bozzoli. Sei episodi, prima uscita il 3 luglio 2026

È il politico israeliano rimasto più a lungo al potere, attraversando la storia nazionale e internazionale, spesso determinandola. Hanno predetto più volte la sua fine politica ma nonostante tutto -incluso il trauma e il fallimento del 7 ottobre- Benjamin Netanyahu è ancora il “re di Israele”, un “sovrano” per alcuni decaduto ma deciso a ripresentarsi e vincere anche le elezioni nell’autunno del 2026. Capace di adeguarsi ai tempi ma in fondo sempre coerente con se stesso e con la sua brama di potere, in pochi dividono come lui, dentro e fuori Israele, nel mondo ebraico e nel panorama internazionale.



È anche su Spotify, Apple Podcasts, Amazon Music / Audible. Sound design di Luca Bozzoli. Data di pubblicazione: 3 luglio 2026 (sei episodi tra luglio e ottobre 2026).


Di che cosa parla “Bibi. Le sei vite di Benjamin Netanyahu”

Lo chiamano “l’americano”, il “re” di Israele, ma anche il “traditore”. Hanno predetto più volte la sua fine politica, ma nonostante tutto -incluso il trauma e il fallimento del 7 ottobre- Benjamin Netanyahu è ancora al potere, deciso a ripresentarsi e vincere anche le elezioni nell’autunno del 2026.
È il leader politico israeliano più longevo di sempre, capace di adeguarsi ai tempi, ma in fondo sempre coerente con se stesso e la sua brama di potere. In pochi dividono come lui, dentro e fuori Israele, nel mondo ebraico e nel panorama internazionale.
Ma chi è davvero Benjamin Netanyahu? Qual è il suo passato e come è arrivato a essere uno dei leader più potenti e spietati al mondo? Cerca di rispondere a queste e altre domande il nuovo podcast scritto e realizzato da Anna Maria Selini, con il montaggio e sound design di Luca Bozzoli, e prodotto da Altreconomia.
Si tratta della quarta stagione della serie podcast “Palestina Israele”, dopo “Oslo 30. L’illusione della pace”, “La guerra dei giornalisti” e “Bambini senza pace”.
Questa volta Selini è tornata in Israele per raccogliere testimonianze e dettagli sulle sei vite di Benjamin Netanyahu: una per puntata (della durata di circa 30 minuti), in uscita sul sito di Altreconomia e tutte le piattaforme, dal 3 luglio al 23 ottobre 2026, fino all’appuntamento elettorale forse più importante nella vita di Netanyahu.
Nel podcast parlano, tra gli altri, Massimo D’Alema, i giornalisti italiani Elena Testi, Eric Salerno e Umberto De Giovannangeli, la storica Anna Foa, il direttore del Centro israeliano per gli Affari pubblici Ofek, Yehuda Shaul, i giornalisti israeliani Anshel Pfeffer e Nurit Canetti, la deputata arabo-israeliana Aida Touma, l’ex generale e collaboratore di Netanyahu David Agmon e Barak Medina, ex rettore dell’Università ebraica di Gerusalemme.
Ognuno aggiunge un tassello della biografia e della storia di Netanyahu, a partire dall’infanzia e dalla grandissima influenza del padre Benzion e del fratello Yoni, eroe nazionale, morto in un’operazione di salvataggio di ostaggi israeliani esattamente cinquant’anni fa, il 4 luglio 1976.


 

 

L’autrice
Anna Maria Selini, giornalista professionista, ha realizzato, tra gli altri, reportage scritti e filmati in Israele, Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Regista di “Gaza guerra all’informazione” e autrice di “Vittorio Arrigoni, ritratto di un utopista” (Castelvecchi, 2019), collabora dal 2020 con Altreconomia. Ha realizzato per Altreconomia il podcast “Palestina-Israele”.

 

Masafer Yatta, Mediterranea denuncia un “laboratorio di pulizia etnica”

Il Rapporto 2025 di Mediterranea Saving Humans documenta 2.999 violazioni in 343 giorni a Masafer Yatta: nomi, ruoli e responsabilità di un piano coordinato per espellere la popolazione palestinese

Cliccare sul titolo per il rapporto completo

 

https://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2026/03/28m-pal.jpg

 

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2 commenti

  • Francesco Masala

    Quando i bambini sono il bersaglio – Vijay Prashad

    Il 23 giugno, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est, ha pubblicato uno dei rapporti più devastanti mai redatti da un organismo investigativo delle Nazioni Unite sul genocidio israeliano a Gaza. Il suo titolo è quasi insopportabile da leggere: “L’essenza dell’infanzia è stata distrutta”. Dietro il titolo si cela un’accusa di straordinaria gravità. La Commissione conclude che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi e che tali azioni costituiscono genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza, oltre ai crimini di guerra commessi nella Cisgiordania occupata.
    Il rapporto non è un appello emotivo. È un meticoloso documento legale costruito su testimonianze, prove forensi, immagini satellitari, analisi militari, cartelle cliniche e anni di documentazione. Ciò che presenta non è semplicemente un altro elenco di vittime civili. Sostiene che l’uccisione, la mutilazione, la fame, la detenzione e la distruzione psicologica dei bambini palestinesi non possono essere spiegate come danni collaterali. La Commissione conclude piuttosto che i bambini stessi sono diventati bersagli deliberati della politica militare israeliana. Le implicazioni di tale constatazione vanno ben oltre Gaza. Sollevano interrogativi fondamentali sul futuro stesso del diritto internazionale.
    Un rapporto di straordinaria gravità
    La Commissione stima che dall’ottobre 2023 almeno 20.179 bambini palestinesi siano stati uccisi e oltre 44.000 feriti. Circa il trenta per cento di tutti i palestinesi uccisi sono bambini. Queste cifre da sole collocano la guerra di Gaza tra i conflitti più letali per i bambini nella storia moderna. Tuttavia, l’importanza del rapporto non risiede solo nei numeri, ma nelle sue conclusioni riguardo all’intento.
    Documenta ripetuti casi in cui i bambini sono stati colpiti da cecchini, attaccati da droni, colpiti mentre cercavano cibo o acqua, o uccisi pur non rappresentando alcuna minaccia militare – come avrebbe dovuto essere ovvio. Esamina l’uso ripetuto di esplosivi ad alto potenziale in aree civili densamente popolate, molto tempo dopo che le prevedibili conseguenze per i bambini erano diventate innegabili. Il rapporto descrive dettagliatamente gli attacchi contro ospedali di maternità, reparti neonatali, scuole, orfanotrofi e centri di accoglienza. Esamina inoltre il blocco di cibo, acqua e medicinali, mostrando come la fame, le malattie e il collasso dei servizi sanitari siano diventati strumenti di guerra diretti contro un’intera popolazione civile, i cui membri più giovani sono i più vulnerabili.
    La Commissione indaga sulle pratiche di detenzione israeliane che coinvolgono minori palestinesi. I bambini arrestati a Gaza e in Cisgiordania descrivono torture, violenze sessuali, trattamenti degradanti e sparizioni in centri di detenzione senza che le loro famiglie ne venissero informate. Tali abusi, conclude il rapporto, fanno parte di un sistema più ampio di punizione collettiva diretta contro la società palestinese colpendo le nuove generazioni. Il rapporto della Commissione delle Nazioni Unite non è una novità su questo tema, sebbene le conclusioni siano devastanti. Confermano precedenti rapporti di Save the Children (Palestinian Children in Israeli Military Detention Report Increasingly Violent Conditions, 29 febbraio 2024) e, ben prima di questa campagna genocida iniziata nel 2023, dell’UNICEF (Children in Israeli Military Detention, febbraio 2013). Nel suo recente libro, “Sopravvissuti all’oscurità”, il giornalista palestinese Wesam Afifa documenta l’orribile violenza dei campi di concentramento israeliani istituiti per i palestinesi, compresi i bambini.
    Forse la conclusione più agghiacciante del rapporto delle Nazioni Unite è che la distruzione va oltre la morte fisica. L’infanzia stessa è diventata un campo di battaglia. I traumi psicologici, gli orfani, i ripetuti sfollamenti, la fame, l’interruzione dell’istruzione e le disabilità permanenti si traducono, secondo la Commissione, nella distruzione dell’”essenza stessa dell’infanzia”.
    Un modello documentato da tempo
    Le conclusioni della Commissione non sono emerse all’improvviso. Per quasi due anni, i giornalisti palestinesi hanno documentato bambini estratti dalle macerie di edifici crollati, neonati che morivano in incubatrici senza elettricità, famiglie sterminate dai raid aerei e bambini uccisi a colpi d’arma da fuoco mentre cercavano di procurarsi cibo o acqua. Molti di questi giornalisti hanno pagato con la propria vita. Gaza è diventato il “conflitto più letale di sempre per i giornalisti”, ha affermato Irene Khan, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e di espressione. Eppure, nonostante il pericolo straordinario, i giornalisti hanno continuato a documentare eventi che gran parte del mondo preferiva non vedere.
    Le organizzazioni internazionali per i diritti umani erano giunte a conclusioni simili ben prima di questo recente rapporto delle Nazioni Unite. Save the Children aveva ripetutamente avvertito che Gaza era diventata uno dei luoghi più pericolosi al mondo per i bambini. Defence for Children International–Palestine ha documentato ripetute sparatorie contro bambini in maniera deliberata. Human Rights Watch ha indagato sugli attacchi contro scuole, ospedali e campi profughi. Amnesty International ha esaminato i ripetuti attacchi che sembravano violare i principi di distinzione e proporzionalità del diritto internazionale umanitario. L’UNICEF ha ripetutamente avvertito che i bambini venivano uccisi e feriti con una frequenza impressionante. Nessuna di queste organizzazioni ha descritto incidenti isolati. Hanno identificato schemi ricorrenti che sono stati indipendentemente indagati. Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite consolida efficacemente questa vasta mole di prove in un’unica valutazione giuridica.
    Nel gennaio 2024, la Corte internazionale di giustizia ha ritenuto plausibile la denuncia del Sudafrica per genocidio perpetrato da Israele e ha ordinato misure provvisorie che imponevano a Israele di prevenire atti vietati dalla Convenzione sul genocidio, preservare le prove e facilitare l’assistenza umanitaria. I successivi provvedimenti hanno rafforzato tali requisiti con il deteriorarsi della situazione a Gaza. Sebbene la Corte non si sia ancora pronunciata sul merito del caso di genocidio, ha ripetutamente riconosciuto il grave rischio che incombe sulla popolazione palestinese e i continui obblighi imposti a Israele dal diritto internazionale. Il nuovo rapporto della Commissione fornisce ulteriore materiale probatorio che inevitabilmente influenzerà i futuri procedimenti legali.
    Il silenzio dello Stato israeliano
    Altrettanto sorprendente è stata forse la natura della risposta di Israele. Invece di esaminare seriamente le prove raccolte dalla Commissione, i funzionari israeliani hanno nuovamente respinto il rapporto senza mezzi termini, definendolo politicamente motivato e fondamentalmente di parte. Ne hanno respinto le conclusioni nella loro interezza, senza offrire una confutazione sostanziale degli specifici episodi, delle testimonianze o delle prove forensi presentate dagli inquirenti. Ogni Stato ha il diritto di difendersi dalle accuse. Ma serie accuse richiedono serie risposte.
    Se i bambini non sono stati presi di mira deliberatamente, spetta alle autorità israeliane spiegare perché migliaia di bambini siano morti in circostanze ripetutamente documentate da giornalisti, organizzazioni umanitarie, personale medico e ora anche da una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite. Perché ospedali, reparti di maternità, scuole e centri di accoglienza per rifugiati sono stati colpiti ripetutamente? Perché i convogli umanitari sono stati ripetutamente attaccati? Perché i bambini hanno continuato a morire anche dopo gli accordi di cessate il fuoco? Perché le indagini militari hanno prodotto così poche responsabilità? Ripetere semplicemente le accuse di parzialità istituzionale non può sostituire una spiegazione fattuale. Il rifiuto di prendere in considerazione le prove è diventato di per sé un aspetto inquietante di questa guerra.
    Il diritto internazionale umanitario si fonda sul principio che gli Stati sono responsabili della propria condotta. La responsabilità diventa impossibile quando ogni indagine viene archiviata prima ancora che le prove vengano esaminate.
    Il giudice S. Muralidhar e il dovere del giudice
    Le conclusioni della Commissione delle Nazioni Unite ci ricordano anche l’importanza di giudici che comprendano che la legge non è un mero strumento tecnico, ma una difesa contro il potere arbitrario. Pochi giudici indiani hanno incarnato questo principio con maggiore coerenza del giudice S. Muralidhar, che, in qualità di membro della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha presieduto il comitato che ha redatto questo nuovo rapporto.
    Nel corso dei decenni, il giudice Muralidhar si è guadagnato la reputazione di uno dei giuristi costituzionalisti più stimati dell’India, in particolare nei casi riguardanti le libertà civili, la violenza interetnica e la protezione delle comunità vulnerabili. Fu una delle principali voci giudiziarie nell’attuazione del principio di responsabilità dopo il pogrom anti-Sikh del 1984, insistendo sul fatto che l’impunità non potesse diventare la norma solo perché i crimini erano politicamente scomodi. Il suo impegno per il dovere costituzionale divenne noto a livello internazionale durante le violenze interreligiose nel nord-est di Delhi nel febbraio 2020. Mentre gli ospedali faticavano a curare le vittime intrappolate dalle violenze, il giudice Muralidhar e il giudice Anup J. Bhambhani convocarono un’udienza straordinaria a mezzanotte presso la residenza del giudice Muralidhar. L’Alta Corte di Delhi ordinò alla polizia di garantire il trasporto sicuro dei feriti in ospedale e dispose l’immediata assistenza medica d’urgenza. Più tardi, quello stesso giorno, il giudice Muralidhar criticò aspramente la mancata registrazione di procedimenti penali da parte della polizia di Delhi contro i leader politici i cui discorsi incendiari erano stati ampiamente diffusi, ricordando alle autorità che il Paese non poteva permettere “un altro 1984”.
    A poche ore da queste udienze, il Governo indiano ha notificato il trasferimento del giudice Muralidhar all’Alta Corte del Punjab e dell’Haryana, sebbene la raccomandazione per il suo trasferimento fosse stata formalmente formulata dal Collegio della Corte Suprema all’inizio dello stesso mese. La tempistica ha suscitato diffusa preoccupazione tra avvocati, giudici in pensione e organizzazioni della società civile, che hanno considerato l’episodio come un’occasione per sollevare inquietanti interrogativi sull’indipendenza della magistratura.
    La carriera del giudice Muralidhar illustra un principio essenziale dello stato di diritto. I tribunali non esistono per ratificare la condotta dei governi. La loro funzione è quella di esaminare le prove senza timori né favoritismi, soprattutto quando le vittime sono coloro che hanno meno potere politico. Lo stesso principio anima il lavoro della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite. Le sue conclusioni possono essere contestate, ma non possono essere semplicemente respinte perché politicamente scomode. La risposta appropriata a prove concrete è un impegno serio. Questo è il primo obbligo di qualsiasi Stato che affermi di rispettare lo stato di diritto.
    La prova per l’umanità
    Il rapporto della Commissione delle Nazioni Unite, in definitiva, non riguarda solo Israele o la Palestina.
    Si interroga se l’ordinamento giuridico internazionale creato dopo la sconfitta del fascismo europeo possieda ancora l’autorità morale per difendere i bambini dalla violenza organizzata. Se più di 20.000 bambini possono essere uccisi mentre le istituzioni della diplomazia internazionale continuano sostanzialmente come prima, allora la promessa incarnata nella Convenzione sul genocidio, nelle Convenzioni di Ginevra e nella Convenzione sui diritti dell’infanzia risulta gravemente compromessa. Il rapporto non porrà fine alla guerra. Non può restituire le vite già perdute. Ma crea una testimonianza storica che diventerà sempre più difficile da cancellare. Molto tempo dopo il cambio dei governi e la fine dei massacri, questa testimonianza rimarrà. La storia ricorda coloro che hanno commesso atrocità. La storia ricorda anche coloro che hanno voltato lo sguardo da un’altra parte.
    Vijay Prashad è il direttore del Tricontinental: Institute for Social Research. Il suo libro più recente (scritto con Grieve Chelwa) è How the International Monetary Fund Suffocates Africa (pubblicato da Inkani Books).
    Traduzione digitale ricorretta da g.l.
    https://lazuccablog.wordpress.com/2026/06/30/quando-i-bambini-sono-il-bersaglio/

  • Enrico Semprini

    Grazie per il contributo Francesco

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