Tutti solidali con la Palestina

Per quattro settimane da oggi, come ultimi articoli troverete materiali di approfondimento;

il primo dei due è e sarà rappresentato da un testo curato da Frank Barak che ha raccolto, in forma di intervista, una serie di riflessioni di carattere strategico di Noam Chomsky e Ilan Pappé sul come essere a fianco del popolo palestinese da un punto di vista militante. In particolare si vuole superare quella specie di stupore continuo con il quale si assiste ai diversi gradi di criminalità del governo Israeliano: se si inquadrano con precisione i cardini del pensiero sionista, si può capire come le pratiche che sono sotto gli occhi di tutti non sono altro che una conseguenza e che è necessario smettere di stupirsi ed iniziare a lottare.

Il secondo, prezioso, elaborato di approfondimento è una inchiesta militante di due compagni Daniele Ratti e Massimiliano Bonvissuto che, con passione militante e serietà scientifica, ci aiutano ad inquadrare le ragioni economiche sulle quali si fonda la subalternità italiana ai voleri dello stato sionista.

Alla luce di quest’ultimo approfondimento si possono capire le dinamiche che portano il governo israeliano a poter incidere anche sul funzionamento della macchina giudiziaria del nostro paese.

Il fatto che le organizzazioni per le quali raccoglieva i fondi Hannoun siano state declassificate dai vertici israeliani ad organizzazioni legate al terrorismo, permette di promuovere una azione legale in Italia sulla base della conoscenza di elementi già valutati in passato dalla magistratura con valutazione della piena insussitenza dei fatti contestati.

La cosa paradossale è che si è di fronte ad un effetto retroattivo dell’interpretazione legislativa, tale per cui se oggi la tale organizzazione diventa improvvisamente terrorista secondo una struttura politico militare come Israele che nei fatti non riconosce nessuna legittimità al diritto internazionale, che lo sta calpestando e distruggendo in combutta con Trump, io vengo incriminato non per ciò che faccio da oggi in poi, ma per quello che ho fatto ieri.

La questione non regge e per qualche chiarimento dal punto di vista giuridico inseriamo l’intervento di Livio Pepino.

Cosa potete trovare:

  • Genocidio a Gaza, le notizie di oggi da Anbamed;
  • cosa significa essere una donna a Gaza da Invicta Palestina
  • Meloni non arresta Netanyahu da AssopacePalestina
  • anche se Carrefour se ne va, la lotta non si ferma da BDS Italia
  • Lullaby, una canzone di speranza, da Pressenza
  • appello per Heba, da Osservatorio Repressione
  • la trasformazione della solidarietà in terrorismo, da Volere La Luna
  • estratto dal libro curato da Frank Barak
  • dossier da ideeinformazione

 

Genocidio a Gaza

Fatima Omar Maarouf aveva 11 anni. È stata assassinata, stamattina, dalle pallottole dei cecchini israeliani a Beit Lahia, mentre giocava davanti alla tenda di famiglia.

A Khan Younis, caccia israeliani hanno bombardato stamattina l’area attorno all’ospedale Nasser, causando il ferimento di tre persone accampate nel campo di sfollati.

Bombardamenti sono avvenuti ieri a est di Gaza città, provocando due vittime uccise. Un attacco di droni con bombe incendiarie ha provocato la morte tra le fiamme di una famiglia intera, nel centro della Striscia.

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Il nostro commento quotidiano fisso: 

Ci sono ancora coloro che obiettano che non si tratti di genocidio, basandosi su congetture storiche e non guardando la realtà delle cifre e delle intenzioni, dicono: “Dire che Israele commette genocidio è una bestemmia”.

Pronunciare una frase simile è la vera bestemmia nei confronti della memoria dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo tedesco.

Cisgiordania

4 attivisti e attiviste internazionali sono stati arrestati dai soldati di occupazione nel villaggio di Al-Mughiyr, vicino ad el-Khalil. La loro colpa è di risiedere in una casa-fattoria di una famiglia palestinese, minacciata dai ripetuti attacchi dei coloni ebrei israeliani. Altri 3 internazionalisti sono stati arrestati alla fine di dicembre sempre con la stessa motivazione. Israele non vuole testimoni sui crimini di deportazione dei nativi.

A Kaissan, ad est di Betlemme, un gruppo di una trentina di coloni arrivati da ogni dove hanno attaccato all’alba di oggi i cittadini nativi, colpendo con un mitra un ragazzo di 16 anni, caduto ferito alla gamba con una pallottola. L’esercito che ha accompagnato gli aggressori si è limitato a coprire la loro ritirata. Nessun colono è stato arrestato. Terrorismo alla luce del sole con la benedizione di Netanyahu.

Giornalismo nel mirino

56 erano giornalisti palestinesi, uccisi nel 2025 mentre raccontavano il genocidio in corso a Gaza. Lo afferma un rapporto della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ), pubblicato il 31 dicembre: clicca!

Appello per la liberazione dei medici in ostaggio nei campi di concentramento israeliani. Rapporto:clicca!

Il 27 dicembre 2024, il dott. Hussam Abu Safiya veniva preso in ostaggio e non più rilasciato. La sua colpa è di aver curato i bambini. clicca!

Libertà per Marwan Barghouti

Tra pochi giorni, la campagna per la liberazione del Mandela palestinese entrerà nel vivo con l’arrivo in Italia di suo figlio, per partecipare ad un serie di eventi centrali nelle principali città.

Appello: clicca!

Sciopero della fame a staffetta contro il genocidio

Sono passati 7 mesi e 20 giorni di sciopero della fame a staffetta, dall’avvio della campagna di Digiuno x Gaza, l’iniziativa lanciata a maggio da Anbamed. Oggi, sabato 3 gennaio, il digiuno a staffetta prosegue.

Per leggere l’elenco aggiornato dei nomi dei digiunatori che ci hanno segnalato la loro adesione oggi

Per capire i motivi, clicca!

BDS

Firmate e fate girare la petizione per cancellare il gemellaggio Milano-Tel Aviv e le collaborazioni economiche del Comune con Israele. clicca!

 

 

Cosa significa essere una donna a Gaza in questa guerra genocida

Madri che si consumano per nutrire i propri figli, interventi chirurgici eseguiti senza anestesia e la totale perdita della privacy caratterizzano l’esperienza femminile a Gaza, mentre la guerra entra in un altro inverno.

English version

di Hind Khoudary, 31 dicembre 2025

Le donne di Gaza sopravvivono all’impossibile.

Gestiscono la scarsità quotidiana di cibo e si prendono cura dei loro figli in condizioni di assoluta privazione; nonostante un cessate il fuoco, Israele continua a bloccare tende e roulotte, tra gli altri aiuti essenziali per l’inverno.

Le donne di Gaza continuano a vivere in condizioni di continuo sfollamento, facendo e disfacendo  ripetutamente le valigie delle loro famiglie sotto i pesanti bombardamenti.

Si prendono cura non solo dei propri figli, ma anche dei feriti, degli anziani e degli orfani.

Soprattutto, portano con sé l’invisibile ma devastante lavoro emotivo di tenere unite le famiglie attraverso il dolore, il terrore, l’incertezza e le perdite incessanti, in un contesto di distruzione senza precedenti.

Le donne si stanno annientando affinché gli altri possano sopravvivere.

Come donna, porto il peso di denunciare gli orrori che anche io sto affrontando.

Ho raccontato, ogni giorno, il genocidio israeliano a Gaza, e non c’è stato un solo giorno senza che una madre mi spezzasse il cuore. Nemmeno uno.

Ogni giorno incontro donne esauste oltre ogni dire, i cui corpi muoiono di fame mentre i loro cuori si rifiutano di arrendersi. A Gaza, l’amore di una madre è diventato un atto di resistenza contro l’oppressione israeliana.

“Tengo stretto il mio bambino tutta la notte, temendo che il freddo me lo porti via, o che la pioggia lo travolga. Non riesco a dormire”, mi ha detto Suzan. È stata sfollata nel quartiere di Zeitoun, sopravvivendo in una fragile tenda per più di due anni.

“Abbiamo solo tre coperte”, ha continuato. “Le condividiamo. Va bene se non riesco a scaldarmi. I miei figli non sopravvivono a questo freddo senza di esse”.

Sento versioni di questa frase ovunque vada. Madri che si annientano per permettere ai loro figli di sopravvivere.

Durante il culmine della carestia, ho assistito all’amore incondizionato nella sua forma più cruda.

Non dimenticherò mai come, senza eccezioni, ogni madre mi abbia raccontato di essersi privata del cibo per permettere ai suoi figli di mangiare.

“Taglio una focaccia a pezzi per i miei figli e le mie figlie”, mi ha detto Maysoun. “Quando mangiano, è come se mangiassi io.”

Maysoun è rappresentativa delle madri di Gaza. Volti diversi, storie diverse, ma lo stesso sacrificio.

Ogni ciclo è un incubo

Per più di due anni, le donne sfollate non hanno potuto accedere ai servizi igienici o alla privacy, private di sicurezza e dignità. Queste donne sono cresciute in un rifugio, con spazi sicuri dove pregare, mangiare e lavarsi. Condividere un bagno con 1.000 persone è qualcosa a cui non ci si abitua mai.

Devono gestire le mestruazioni, la gravidanza, il parto e le malattie vivendo in rifugi sovraffollati, tende o all’aria aperta, senza i beni di prima necessità necessari per sopravvivere.

Non sono stata risparmiata da questa realtà. Anch’io non riuscivo a trovare assorbenti o antidolorifici dopo un intervento chirurgico.

Ogni ciclo mestruale è un incubo: un promemoria mensile di quanto fragile diventi la dignità in guerra. Di come il dolore diventi qualcosa che ci si aspetta che sopportiamo in silenzio.

Migliaia di donne sono rimaste vedove durante la guerra.

Vivere senza un marito aggiunge un ulteriore livello di vulnerabilità per molte. Molte donne mi hanno raccontato di quanto si sentano vuote dopo aver perso l’amore della loro vita. Altre descrivono la difficoltà di gestire le proprie famiglie sotto bombardamenti incessanti e sfollamenti.

Essere vedova a Gaza non è solo una perdita: è esposizione, paura e isolamento.

Mentre il punto di distribuzione degli aiuti israelo-statunitensi, GHF, era in funzione, migliaia di palestinesi sono stati colpiti o uccisi in attesa di aiuti.

La politica israeliana di impedire l’ingresso di aiuti o forniture commerciali ha costretto le donne a rischiare la vita nel tentativo di assicurarsi razioni di cibo per le loro famiglie.

La fame inflitta da Israele ha spinto queste donne in zone di morte. Molte di quelle che si sono recate sono rimaste ferite. Molte sono state uccise.

Quasi tutti a Gaza sono malnutriti, comprese le neomamme che fanno fatica ad allattare i loro neonati, a causa dei loro corpi indeboliti da mesi di fame prolungata.

Molte non sono fisicamente in grado di produrre latte e, con il latte artificiale non disponibile o inaccessibile, le madri sono costrette a nutrire i loro bambini con qualsiasi cosa riescano a trovare – scelte che nessuna madre a Gaza doveva fare prima dell’inizio della guerra.

All’ospedale di Al-Aqsa, ho incontrato una donna con un proiettile conficcato nello stomaco; era stata colpita in un punto di distribuzione  GHF. Mentre sosteneva il mio sguardo, si è sollevata la maglietta e mi ha mostrato la ferita, chiedendomi se pensassi che la cicatrice avrebbe potuto sfigurarle il corpo. Ha continuato a raccontarmi del dolore provato per essere stata suturata senza anestesia.

questo mi ha riportato  indietro al ricordo di quando mi ero svegliata dopo un intervento chirurgico alla cistifellea senza antidolorifici.

Ho pianto. Ho urlato. Tutto ciò che volevo era qualcosa che potesse anestetizzare il dolore, qualcosa che lo facesse cessare.

Ho pensato alle tante donne incinte di cui ho scritto, che partorivano senza anestesia, senza antidolorifici, senza nemmeno una stanza sterile in cui partorire.

Donne che urlavano nel vuoto, che portavano la vita al mondo circondate da morte e distruzione. E pensare che, se ci fosse stata abbastanza volontà politica tra gli alleati occidentali di Israele, niente di tutto questo sarebbe successo.

Ci sono altre storie taciute che devono essere raccontate. Rasha, una paziente malata di cancro al seno che aspettava incessantemente l’apertura del valico di Rafah per poter lasciare Gaza per le cure, mi ha detto di credere di aver sviluppato un cancro dopo essere rimasta intrappolata per ore sotto le macerie della sua casa bombardata.

“Ho inalato tutte le tossine, tutta la polvere”, ha detto, con le lacrime che le rigavano il viso scavato. “Ecco perché ora penso di avere un cancro al seno. Ero sana prima di questa guerra”.

E mentre continuo a raccontare gli orrori affrontati dalle donne di Gaza, anch’io mi sento come se fossi stata cancellata. Cerco di offrire tutto il conforto possibile, ma so che le mie parole non possono dare a queste donne il conforto di cui hanno bisogno, il sollievo che meritano.

Come reagisci a tutto questo, da giornalista?

Un’altra donna che non dimenticherò mai è Hala, che ha avuto un aborto spontaneo mentre veniva sfollata forzatamente dal nord al sud.

“Ero incinta di due gemelli”, mi ha detto. “Ne ho abortito uno e ho salvato l’altro.”

Faceva una pausa. “Sanguinavo per tutto il viaggio, mentre trasportavo le mie cose. Sono stata costretta a raccogliere tutto quello che potevo da casa nostra e a fuggire, altrimenti avrei rischiato la morte per bombardamento.”

Ricordo la sua voce: tremava ma non si spezzava.

Ricordo quanto mi sentissi impotente di fronte a lei, la mia unica arma era il mio quaderno, la mia macchina fotografica, la mia voce.

Ovunque vada, porto con me le voci di queste donne.

Risuonano nella mia testa e nel mio cuore. Le sento quando cerco di dormire e quando faccio un reportage in diretta. Le sento quando sono in silenzio.

Ogni donna che ho incontrato mi ha affidato il suo dolore, la sua storia, la sua verità. E nessuna di loro abbandonerà mai la mia mente. Le porterò con me per il resto dei miei giorni.

Perché essere una donna a Gaza significa sopportare l’insopportabile – e continuare ad amare comunque.

Traduzione a cura di: Nicole Santini 
"su questa terra esiste qualcosa per cui vale la pena vivere"
-Mahmoud Darwish- Gli articoli del BLOG Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi

 

Netanyahu vola sopra l’Italia, AVS e Amnesty contro il governo: Meloni lo faccia arrestare

di Matteo Pucciarelli,

La Repubblica, 2 gennaio 2026.

L’aereo del premier israeliano, su cui pende un mandato di cattura internazionale, ha sorvolato lo spazio aereo italiano senza che venissero adottate misure o chiarimenti ufficiali da parte dell’esecutivo.

(agf)

Come all’andata, così al ritorno. Il volo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per e dagli Usa, ospitato con tutti gli onori da Donald Trump, ha attraversato lo spazio aereo italiano senza che venissero adottate misure o chiarimenti ufficiali da parte del governo. La denuncia arriva da organizzazioni per i diritti umani, a partire da Amnesty International e dalla campagna Last Day of Gaza, che hanno monitorato la mappa Flight Radar. E non sembrano esserci spazio per i dubbi: il Wing of Zion – questo il nome dell’aereo di Netanyahu, su cui pende un mandato di cattura internazionale – ha volato serenamente sopra i nostri cieli, evitando invece la Spagna, il cui governo di centrosinistra ha preso posizione in maniera netta contro i crimini perpetrati a Gaza e in Cisgiordania da Israele.

Amnesty ricorda che l’Italia, in quanto Stato parte dello Statuto di Roma, ha l’obbligo di cooperare pienamente con la Corte Penale Internazionale. Un dovere in realtà già aggirato, in maniera clamorosa, per la vicenda Almasri, il trafficante libico su suolo italiano non solo non consegnato alla giustizia internazionale ma anzi fatto rimpatriare con un volo di stato.

Lo Statuto di Roma, sottolinea Amnesty, non può essere aggirato facendo finta che il transito nello spazio aereo nazionale sia un fatto neutro o privo di rilevanza giuridica. «La giustizia internazionale non è selettiva», è il messaggio rilanciato in queste ore, «e non può dipendere da valutazioni politiche».

Sulla stessa linea Last Day of Gaza, che parla apertamente di una “normalizzazione dell’impunità” mentre nella Striscia continua l’emergenza umanitaria. «Mentre vengono bloccati gli aiuti e colpita la popolazione civile — si legge in una nota — un leader sotto accusa per crimini internazionali sorvola indisturbato l’Europa». Per la campagna, il tracciamento pubblico del volo rappresenta «un simbolo dell’inazione degli stati che si proclamano difensori del diritto internazionale».

Dal governo al momento nessun commento ufficiale o spiegazione sul perché il sorvolo sia stato autorizzato né su quali valutazioni giuridiche siano state fatte. Un silenzio che, secondo le organizzazioni per i diritti umani, rischia di svuotare di significato gli impegni assunti dall’Italia sul piano internazionale.

Per Amnesty e Last Day of Gaza, il caso del volo di Netanyahu non è un episodio isolato, ma l’ennesima conferma di una frattura crescente tra dichiarazioni di principio e comportamenti concreti. «Se le regole valgono solo per alcuni — avvertono — allora il sistema di giustizia internazionale perde credibilità proprio nel momento in cui sarebbe più necessario».

A livello politico protesta Sinistra Italiana (AVS): «Meloni e il governo italiano violano la legge internazionale e permettono a questo criminale di violare e attraversare lo spazio aereo italiano, rendendo il nostro paese ancora più complice dei crimini indicibili di cui si sta macchiando il governo israeliano».

https://www.repubblica.it/politica/2026/01/02/news/netanyahu_volo_italia_avs_amnesty_governo_meloni-425072125

Israele non arretra: da domani 37 Ong internazionali senza più permesso

Israele non arretra: da domani 37 Ong internazionali senza più permesso

Scadranno il primo gennaio le licenze di 37 Ong internazionali che operano a Gaza e in Cisgiordania. Lo ha annunciato il Ministero israeliano per gli Affari della Diaspora, sostenendo che i gruppi non hanno rispettato i nuovi e più stringenti requisiti di sicurezza per la registrazione introdotti dal governo Netanyahu. Una decisione che rischia di avere un impatto forte sull’operatività umanitaria nei Territori palestinesi, proprio mentre la situazione a Gaza è sempre più grave.

L’elenco delle organizzazioni che rischiano di non poter più operare comprende alcune delle principali realtà umanitarie attive con i palestinesi: diverse sezioni di Medici Senza Frontiere, Oxfam, i Consigli danese e norvegese per i rifugiati, Caritas International, l’American Friends Service Committee e l’International Rescue Committee. La scadenza fissata per la cessazione delle attività è il primo marzo.

Secondo le autorità israeliane, le organizzazioni interessate non avrebbero fornito aiuti a Gaza dall’inizio dell’attuale cessate il fuoco, entrato in vigore il 10 ottobre. Prima di quella data, il loro contributo complessivo avrebbe rappresentato solo circa l’uno per cento del volume totale degli aiuti. Tel Aviv difende le nuove regole come una misura di sicurezza necessaria per impedire, secondo la sua versione, lo sfruttamento degli aiuti da parte di Hamas. Il Ministero per gli Affari della Diaspora, incaricato di guidare il processo di registrazione, sostiene che i servizi di sicurezza avrebbero accertato il coinvolgimento di alcuni operatori umanitari in attività terroristiche. Un’inchiesta ufficiale cita due lavoratori impiegati da Medici Senza Frontiere, identificati nel 2024 come membri rispettivamente di Hamas e del Jihad. Medici Senza Frontiere ha dichiarato che non assumerebbe mai consapevolmente persone coinvolte in attività armata.

Le nuove norme, introdotte lo scorso marzo, impongono alle organizzazioni non profit straniere di fornire un’ampia documentazione sulle proprie attività e sul personale, compresi gli elenchi completi dei dipendenti stranieri e palestinesi con numeri di passaporto e di identificazione personale. È inoltre prevista la creazione di un team interministeriale con il compito di valutare le domande di registrazione e di negarle per una vasta gamma di motivi, tra cui la negazione dell’esistenza di Israele come stato ebraico e democratico, la promozione di campagne di delegittimazione o l’appello al boicottaggio del Paese.

Le Ong definiscono queste regole arbitrarie e potenzialmente pericolose per il personale sul campo. Avvertono inoltre che, senza una licenza israeliana, continuare a operare a Gaza non sarebbe più fattibile, sia per l’impossibilità di transitare dall’Egitto, sia per la necessità di coordinarsi con le autorità israeliane.

La decisione arriva mentre cresce l’allarme internazionale per la crisi umanitaria a Gaza. I ministri degli Esteri di dieci Paesi, tra cui Regno Unito, Francia, Canada e Giappone, hanno espresso serie preoccupazioni per un nuovo deterioramento della situazione, definita catastrofica con l’intensificarsi dell’inverno. Nella loro dichiarazione parlano di civili che necessitano ancora di urgenti aiuti per l’alloggio, di oltre la metà delle strutture sanitarie solo parzialmente funzionanti e di 740 mila persone esposte a gravi rischi sanitari a causa del collasso delle infrastrutture igienico sanitarie. I ministri chiedono che alle Ong sia consentito di operare e che vengano revocate le restrizioni considerate irragionevoli sulle importazioni, comprese attrezzature mediche e materiali per i rifugi.

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Carrefour Tre anni di campagna

Dal 2022 Carrefour beneficia della colonizzazione di insediamento della Palestina e del sistema di apartheid imposto da Israele

Facendo accordi con società coinvolte (Electra Consumers Products e la sua filiale Yenot Bitan), Carrefour trae profitto dall’occupazione israeliana e viola il diritto internazionale. Le filiali israeliane di Carrefour forniscono pacchi dono ai soldati israeliani che stanno attuando il genocidio a Gaza, mentre fame e sete sono usate come armi contro i palestinesi.

Ha inoltre all’attivo partnership con aziende israeliane che operano nell’ambito di analisi dati, intelligenza artificiale e cybersecurity, ritenute fondamentali per il controllo della popolazione palestinese.

Sostenere l’economia degli insediamenti rafforza strutture che impediscono la fine dell’occupazione e contribuisce a perpetuare la privazione dei diritti fondamentali dei palestinesi. L’occupazione ha conseguenze devastanti sulla mobilità, sull’accesso alle risorse e sulla libertà economica della popolazione palestinese.

Carrefour ha cessato le operazioni in diversi paesi mediorientali a causa del clima commerciale e delle pressioni di boicottaggio. E ora si prepara a lasciare anche l’Italia dopo la vendita di Carrefour Italia alla società NewPrinces Group.

Viste le gravi complicità del marchio, chiediamo al nuovo acquirente di rescindere al più presto ogni legame con Carrefour senza attendere i tre anni ipotizzati per la sostituzione delle insegne, in quanto queste complicità ci risultano essere in netto contrasto con il codice etico di NewPrinces Group.

CARREFOUR: DALLA COMPLICITÀ ALL’AUTODISTRUZIONE.
TRE ANNI DI CAMPAGNA.

Insieme, in questi anni, abbiamo costruito una campagna di boicottaggio che è stata molto più di un appello al consumo critico.

È stato uno spazio di incontro, di organizzazione e di presa di parola collettiva alla quale hanno contribuito Ultima Generazione, Potere al Popolo!, Non Una Di Meno, Global Movement to Gaza, compagni e compagne dei sindacati di base e di altre realtà come Torino per GazaBologna per la Palestina, il Vittoria a Milano, Ostiantifascita a Roma, Giovani Palestinesi a Bologna e tanti altri cittadini che si sono uniti alle nostre azioni. Abbiamo attraversato territori, intrecciato relazioni, portato il tema della complicità economica con il sistema di apartheid israeliano fuori dalle nicchie militanti e dentro il dibattito pubblico.

Abbiamo informato, discusso, coinvolto nuove persone, rafforzato le reti esistenti e contribuito a rendere visibile una responsabilità spesso nascosta o normalizzata.

Abbiamo praticato una forma di lotta dal basso, determinata e costante, che mette al centro la solidarietà con il popolo palestinese e il rifiuto di ogni complicità con colonialismo, occupazione e genocidio.

Una lotta che si inserisce nel percorso più ampio del movimento BDS, fatto di pressione, consapevolezza e azione collettiva. Carrefour lascia l’Italia, ma la campagna BDS è globale e la denuncia continua.

Continuiamo a boicottare, a organizzarci, a costruire alleanze e a lottare finché giustizia, libertà e autodeterminazione non saranno una realtà per la Palestina.

PRENDI CONTATTO CON IL GRUPPO LOCALE PIÙ VICINO A TE: CONTATTIRimani aggiornat*! Segui i nostri canali social Facebook, Instagram, Mastodon.

Lullaby, una canzone di speranza

“Lullaby” è una canzone realizzata per raccogliere fondi a sostegno della Palestina: i proventi andranno infatti alla campagna @t4plive dell’organizzazione benefica inglese @chooselove. Sono 16 gli artisti che hanno partecipato alla realizzazione di questo pezzo: oltre a nomi di fama internazionale come Brian Eno, Peter Gabriel, Leigh-Anne e Neneh Cherry, ci sono anche artiste palestinesi come Lana Lubany e Nai Barghouti.

Il contributo di queste ultime, come ha raccontato Barghouti, ha trasformato la canzone in un omaggio al patrimonio musicale della Palestina, oltre che a promuovere un messaggio di speranza, bellezza e dignità. “Lullaby”, infatti, è una cover di una canzone tradizionale palestinese intitolata “Yamma Mweel El Hawa” (la traduzione del testo in inglese è di Peter Gabriel). Brian Eno ha descritto la canzone come un atto d’amore per i bambini palestinesi, invitando il pubblico a scaricare e ad ascoltare la canzone in modo da contribuire alla campagna Together for Palestine. L’immagine che accompagna il singolo è un’opera realizzata dalla pittrice palestinese Malak Mattar, con il contributo anche dell’artista Cameron JL West, mentre il testo della canzone include dei riferimenti ad un opera del poeta palestinese Mahmoud Darwish.

“Lullaby” non è l’unica iniziativa a sostegno della Palestina presa da Brian Eno. Lo scorso 17 settembre aveva organizzato il concerto “Together for Palestine”, tenutosi alla OVO Arena Wembley di Londra, per raccogliere fondi destinati all’organizzazione umanitaria Choose Love. Recentemente si è anche unito a Together (assieme a, tra gli altri, Fontaines D.C. e Kneecap), l’alleanza di artisti che vogliono dare il loro contributo nella lotta contro l’estrema destra in Inghilterra, in Europa e nel mondo.

clicca qui per ascoltare

Appello per chiedere che Heba venga trasferita all’HMP Bronzefield

Heba Muraisi è al 58° giorno di sciopero della fame. Chiede di essere trasferita nuovamente all’HMP Bronzefield.

Heba si sente isolata perché è stata trasferita a chilometri di distanza dalla sua famiglia e dalla sua comunità a Brent, Londra. Il viaggio è troppo lungo per la sua famiglia. Sua madre non è in grado di percorrere i 286 chilometri che separano Londra da Wakefield a causa delle sue condizioni di salute e non vede sua figlia da oltre 4 mesi.

In ogni caso, le visite sono raramente approvate nell’HMP New Hall. Anche i propri cari che sono in grado di viaggiare non hanno potuto visitare Heba.

Agisci e Contatta oggi stesso l’HMP Bronzefield e chiedi che accettino la richiesta di trasferimento. Di seguito i recapiti:

01784 425690: Numero principale

01932 232300: Numero di telefono alternativo

charlotte.wilson@sodexogov.co.uk

bf.correspondence@sodexogov.co.uk

bfsafercustody@sodexogov.co.uk

socialvisits.bronzefield@sodexojusticeservices.com

HMPPSPublicEnquiries@justice.gov.uk

 

da Prisoners for palestine (traduzione a cura di Enzo Ianes)

La trasformazione della solidarietà in terrorismo

La repressione del movimento pro Palestina e contro il genocidio a Gaza cresce in tutta Europa. Nel Regno Unito, nel giugno scorso, l’associazione Palestine Action è stata definita terroristica e messa al bando e, nei mesi successivi, gli arrestati per solidarietà nei confronti dei suoi attivisti sono arrivati quasi a 2000 (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2025/12/31/gran-bretagna-arrestati-per-un-cartello/). Non diversa è la situazione negli Stati Uniti e negli altri Paesi dell’Unione Europea, a cominciare dalla Germania (https://volerelaluna.it/controcanto/2025/11/03/antisemitismo-le-strumentalizzazioni-che-lo-aggravano/) e dall’Olanda (https://ilmanifesto.it/sulla-scia-del-caso-olandese-con-il-dossier-costruito-dallidf).

È in questo contesto che si collocano, in Italia, diverse iniziative di segno analogo, che si affiancano a pesanti interventi nel corso di manifestazioni e cortei. Tra quelle di carattere legislativo spiccano i progetti di legge di diversa provenienza che prevedono l’adozione, a tutti gli effetti, della controversa definizione operativa di antisemitismo approvata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (è il caso del progetto di legge n. 1722/Senato, d’iniziativa del sen. Delrio e altri) o addirittura criminalizzano le “manifestazioni di antisionismo” e la “negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele” (è il caso del progetto di legge n. 1627/S d’iniziativa del senatore Gasparri). Sul piano amministrativo c’è, tra le manifestazioni più recenti, il decreto di espulsione dell’imam di San Salvario di Torino Mohamed Shahin a seguito di una controversa dichiarazione sulla natura terroristica o “di resistenza” dell’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre, e, dunque, di un supposto reato di opinione, peraltro ritenuto penalmente irrilevante dalla Procura torinese (https://volerelaluna.it/commenti/2025/12/01/limam-mohamed-shahin-noi-il-maccartismo/).

Mancava, a parte alcune vicende minori, un’iniziativa di carattere giudiziario che, puntualmente, è intervenuta nei giorni scorsi, con l’ordinanza del 26 dicembre del giudice per le indagini preliminari di Genova, che ha applicato la misura cautelare della custodia in carcere a Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad, responsabile dell’Associazione benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese, e ad altri otto attivisti, a cui è stato contestato il reato di cui all’articolo 270 bis codice penale “per avere finanziato l’associazione terroristica Hamas […] consapevolmente contribuendo all’attività dell’organizzazione terroristica, sia nella componente civile che in quella militare, anche provvedendo al sostentamento dei famigliari di persone coinvolte in attentati terroristici o di detenuti per reati terroristici, così rafforzando l’intento di un numero indeterminato di componenti di Hamas di aderire alla strategia terroristica e al programma criminoso del gruppo”. Il finanziamento sarebbe avvenuto – secondo il capo di imputazione – attraverso una rete di organizzazioni aventi sede in Italia e in Turchia e avendo come beneficiarie “associazioni con sede in Gaza, nei Territori Palestinesi o in Israele, dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas”, per un importo complessivo, dal 18 ottobre 2001 ad oggi, di poco più di 7 milioni di euro (per una media di 300mila euro all’anno). Questa la struttura dell’imputazione che desta gravi perplessità e lascia intravedere nel sottostante procedimento – al di là di eventuali (e tutte da dimostrare) responsabilità individuali per fatti specifici – una ulteriore iniziativa diretta, nei fatti, a contrastare la mobilitazione in favore della Palestina in quanto tale. Diversi sono gli elementi che depongono in questo senso.

Il primo dato sconcertante è l’iter del procedimento. I fatti presi in esame si collocano nel periodo compreso tra il 2001 e oggi ma le indagini nei confronti di Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad risalgono addirittura, al 1991 quando la Digos di Genova inoltrò alla Procura della Repubblica una informativa sui suoi contatti con Hamas (che muoveva allora i primi passi). Orbene in tutti questi 35 anni l’attività di Hannoun e dei suoi collaboratori è rimasta sostanzialmente inalterata ed è consistita nella raccolta di denaro a beneficio della resistenza del popolo palestinese, come scritto nella denominazione della società che la coordinava e come pubblicamente dichiarato in ogni occasione. Tale attività, da sempre sotto i riflettori e scandagliata in tutti i suoi aspetti, è stata ripetutamente valutata dall’autorità giudiziaria che per ben due volte (nel 2006 e nel 2010) l’ha ritenuta priva di rilievo penale sottolineando, tra l’altro, l’assoluta ovvietà della frequentazione, “da parte di militanti della causa palestinese”, di “esponenti di quello che è il più importante gruppo palestinese”. I comportamenti degli attuali imputati – a quanto emerge dalla stessa ordinanza cautelare – sono rimasti immutati negli anni successivi e la destinazione del denaro raccolto all’aiuto alla popolazione palestinese ha trovato ulteriori conferme: nonostante anni di intercettazioni e ingenti acquisizioni documentali, non sono emerse prove di finalizzazione dei fondi al finanziamento di specifici atti terroristici, mentre la modesta entità delle somme raccolte e inviate a Gaza e nei Territori occupati (300mila euro ogni anno, come si è detto) nonché la mancanza di coperture per occultarle sembra escludere in positivo un finanziamento del terrorismo (che, come l’esperienza, anche giudiziaria, insegna, si avvale di ben altre risorse e di metodi sofisticati e criptati). Né il quadro è modificato da alcune delle circostanze riferite nell’ordinanza: i rapporti con Hamas di alcune realtà beneficiarie degli aiuti, come rilevato in passato dai giudici genovesi, sono – qualunque sia il giudizio politico ed etico su Hamas (che, almeno per me, è ampiamente negativo) – un fatto inevitabile, ieri come oggi, dato il controllo esercitato dal movimento sull’intera striscia di Gaza (addirittura in forma di governo, dopo le elezioni del 2006); una connotazione terroristica di tali realtà è priva di riscontri all’infuori delle attestazioni delle autorità israeliane, a cui non può certo essere riservato un particolare credito, se è vero che tale qualificazione è da esse attribuita anche alle agenzie dell’Onu e alle Ong operanti sul territorio, a cominciare da Medici Senza Frontiere; il rinvenimento di rilevanti somme in contanti nelle sedi delle associazioni facenti capo a Hannoun non è una scelta ma una necessità, avendo gli istituti bancari di riferimento, dalla fine 2023, disposto la chiusura dei relativi conti correnti a seguito delle pressioni di Israele e degli Stati Uniti (secondo una pratica diffusa che ha toccato persino la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/09/10/le-corti-internazionali-le-sanzioni-di-trump-la-complicita-delleuropa/ ; le modalità di introduzione del denaro nella Striscia di Gaza (occultato tra altre merci) non sono particolarmente significative essendo ampiamente giustificate dalla finalità di impedirne il blocco o il sequestro da parte dell’esercito israeliano; l’aiuto a famiglie di attivisti (e magari anche di terroristi) deceduti o detenuti, lungi dall’essere di per sé un favoreggiamento del terrorismo, è una delle attività più tipiche, ove quelle famiglie versino in stato di bisogno, dell’assistenza e della solidarietà internazionale. Tutto questo dimostra un dato fondamentale: ciò che oggi è cambiato non è l’attività delle associazioni coordinate da Hannoun ma la valutazione dei giudici. E tale ribaltamento di valutazioni dipende dal clima politico-culturale che si è determinato a seguito delle posizioni assunte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, dall’affermarsi della forza sul diritto e dai venti di guerra che soffiano sempre più forti.

L’esistenza di questo clima e l’adesione acritica al pensiero unico dominante sono, del resto esplicite nell’ordinanza cautelare fin dal capo di imputazione, dove le organizzazioni beneficiarie degli aiuti sono ritenute terroristiche non già sulla base di specifici accertamenti ma in quanto – come già si è detto – “dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas”. Questa subalternità all’impostazione israeliana percorre, poi, l’intera ordinanza: la ricostruzione della storia, del ruolo e della struttura di Hamas, effettuata nella sua parte iniziale, è condotta senza alcun rigore storico e in modo asettico, quasi in vitro, come se non si collocasse all’interno di un conflitto nel quale il popolo palestinese è vittima di un genocidio e gli atti di terrorismo intervenuti (ripetuti e gravi) sono ascrivibili, oltre che ad Hamas, ai responsabili dello Stato di Israele (come risulta non da opinabili valutazioni politiche ma dalle decisioni delle più elevate autorità giudiziarie internazionali, come la Corte penale Internazionale, la Corte Internazionale di Giustizia e la Commissione Internazionale Indipendente d’inchiesta sui territori palestinesi occupati: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/12/02/la-corte-penale-internazionale-le-regole-lipocrisia-delloccidente/ e https://volerelaluna.it/materiali/2025/09/18/a-gaza-e-genocidio/) ma, soprattutto, gli indizi di colpevolezza a carico di Hannoun e dei suoi coimputati sono in larga misura tratti dalla documentazione trasmessa da autorità amministrative e dall’esercito israeliano, documentazione rispetto alla quale il problema non è la possibilità tecnica di acquisizione (su cui inutilmente si sofferma l’ordinanza) ma la credibilità, siccome provenienti da autorità che si sono spinte sino negare i bombardamenti su scuole e ospedali e l’emergenza alimentare e sanitaria in atto a Gaza e a vietare l’accesso nei territori della stampa e degli osservatori dell’Onu. Una documentazione – merita aggiungere – di cui la stessa Procura di Genova, nel 2010, aveva sottolineato «la difficoltà, in alcuni casi impossibilità, di utilizzazione […] in quanto spesso raccolta nel corso di vere e proprie operazioni militari, peraltro senza l’osservanza dei principi fondamentali che regolano l’acquisizione delle prove nel nostro ordinamento».

Evidente, alla luce di quanto precede, che il procedimento genovese e le sue modalità, a prescindere – lo si ripete – da eventuali responsabilità soggettive per fatti specifici, rappresentano un’ulteriore escalation nella strategia in atto, nel nostro Paese e in tutto l’Occidente, di creazione del nemico islamico, di criminalizzazione del dissenso e di abbattimento del sistema delle garanzie dello Stato di diritto. C’è di che essere preoccupati e di che riflettere aumentando la vigilanza democratica.

prefazione di Enrico Semprini

Noam Chomsky – Ilan Pappé

Palestina e Israele: che fare?

Questo libro, che ha 10 anni, porta questo commento tratto da “Publishers Weekly” sulla copertina posteriore:

Quest’analisi sobria e risoluta dovrebbe essere letta e tenuta in considerazione da chiunque sia interessato a un cambiamento attuabile in questa regione che soffre da tempo”.

Credo davvero sia un testo da valorizzare ed ho pensato che, più ancora che limitarmi ad una semplice recensione, sia più opportuna la pubblicazione di ampi stralci di cui darò pubblicazione settimanale mentre parlo dell’attualità in Palestina.

Il problema fondamentale che vorrei inquadrare, è contenuto in questa affermazione di Ilan Pappé:

il movimento di solidarietà condanna le singole scelte politiche israeliane, ma non il regime in sé o l’ideologia da cui scaturiscono quella scelte. … Non si denuncia il sionismo e persino il Parlamento Europeo bolla queste forme di protesta come antisemite. … E’ come se, nei giorni del Sudafrica suprematista, non si fosse consentito di protestare conto il regime dell’apartheid, ma solo contro il massacro di Soweto o contro qualche altra atrocità del governo sudafricano.”

Spesso, infatti, si ha la sensazione che la battaglia per la Palestina segua un sentimento prevalentemente di carattere “umanitario” senza affrontare la riflessione politica che sta alla base delle pratiche israeliane e così siamo come in balia di un “continuo stupore”.

Chiaramente non si critica l’afflato solidale, ma si vuole andare oltre.

Proprio per capire che la solidarietà è una parte fondamentale ma non sufficiente del problema,

comincio con un brano tratto dalla introduzione di Frank Barak, che ha curato il libro e le domande cui si è tentato di rispondere, steso nel settembre del 2014 a Bruxelles.

Come si diventa quindi un attivista?

Mi viene da rispondere che non diventiamo attivisti, semmai dimentichiamo di esserlo. Quando nasciamo, siamo tutti dotati di compassione, generosità e amore per gli altri. L’ingiustizia e la discriminazione ci danno fastidio. A tutti, nel profondo, sta a cuore l’essere umano.

Tutti noi vogliamo dare più di quanto non riceviamo.

Tutti noi vogliamo vivere in un mondo in cui la solidarietà e la fratellanza siano valori più preziosi dell’individualismo e dell’egoismo.

Tutti vogliamo condividere le cose belle, provare la gioia, l’allegria, l’amore e fare nuove esperienze, insieme.

Ma c’è un problema, un grosso problema. Viviamo in una società, e in un’epoca, in cui non abbiamo più il tempo per riflettere. Viviamo in un tempo in cui fermarsi e respirare profondamente è diventato un lusso che non ci possiamo permettere.

Viviamo in un mondo in cui il sistema d’istruzione tradizionale ti insegna ad obbedire all’autorità fin da quando sei piccolo e non ti dà la possibilità di pensare per conto tuo e di esprimere te stesso in modi che divergono dalle regole imposte dal sistema stesso.

Viviamo in una società in cui il “nulla” (lo shopping, la televisione) è diventato “qualcosa”, mentre “qualcosa” (rilassarsi, meditare, condividere) si è trasformato in un vuoto da riempire. La nostra mente, la nostra anima è stata lentamente corrotta dal nulla materialistico creato a bella posta per noi, affisso davanti ai nostri occhi, e poi, impresso, tatuato nelle nostre cellule dalla pubblicità, dal marketing e da un capitalismo rapace.

Il “telecomando” con cui controlliamo il nostro mondo ha solo due pulsanti: “Play” e “Avanti veloce” mentre noi vorremmo premere il pulsante “Pausa”.

Sono “diventato” un attivista grazie ai libri.

(…)

I libri mi hanno cambiato e penso che essi siano, più di qualunque altra cosa, lo strumento migliore per conoscere, riflettere e comprendere a fondo il mondo in cui viviamo.

(…)

Per questo con Ilan decidemmo che, nel caso si fosse fatto un altro libro, questa volta si sarebbe trattato di conversazioni intercorse di persona. (…) Noam accettò e (…) Ilan e io salimmo a bordo dell’aereo che ci avrebbe portato a Boston per incontrare Noam nel suo ufficio del Mit.

(…)

Ma qualcosa ci ha costretto a tornare al presente: una nuova aggressione di Israele a Gaza.

(…)

Quando le cose si mettono male, scrivere non dovrebbe essere la normale reazione per un attivista. Scrivere mentre si prova rabbia e un senso di impotenza non produce grandi risultati. Ma in quel momento mi ha confortato sapere che alcuni dei miei cari amici stavano praticando la disobbedienza civile in tutto il mondo. Mi ha dato la forza e la fiducia per continuare.

(…)

Lentamente, la Palestina sta diventando globale: una causa sociale che ogni movimento di lotta per la giustizia sociale deve abbracciare. Il passo successivo sarà unire tra loro le varie lotte sparse nel mondo e creare un fronte davvero compatto.”

Il libro si apre con un intervento iniziale di Ilan Pappé di cui qui troviamo un ampio, primo, stralcio:

La vecchia ortodossia pacifista e i suoi oppositori.

L’esigenza di trovare una nuova narrazione per la Palestina nasce innanzitutto dai drammatici sviluppi degli ultimi anni nel territorio. Le vicende sono certamente note alla maggior parte dei lettori, cosicché mi limiterò a riassumerle nel modo più aggiornato possibile, sul finale di questo intervento, e a valutarne l’impatto su quella narrazione.

L’esigenza di trovare nuove idee e un nuovo linguaggio sulla Palestina nasce da una crisi che dura da molto tempo. Tale crisi è stata caratterizzata dall’incapacità di tradurre le grandi conquiste raggiunte al di fuori della Palestina, in particolare il cambiamento operato nell’opinione pubblica mondiale, in concreti passi avanti sul territorio. Questa nuova ricerca mira dunque a sanare i divari e i paradossi che funestano il movimento di solidarietà alla Palestina a causa di quel fallimento.

Il fronte degli attivisti per la pace e la giustizia in Palestina, pur in costante crescita, deve fare i conti in questo momento con diverse contraddizioni difficili da superare. Esaminerò quindi in primo luogo i paradossi, per poi suggerirne la soluzione mediante la mia analisi e quella di altri e, infine, grazie alla conversazione con Noam Chomsky.

Il primo paradosso da annotare è la discrepanza tra il cambio di rotta dell’opinione pubblica mondiale e il perdurare del sostegno, da parte delle élite politiche ed economiche occidentali, allo Stato ebraico (da cui deriva l’inefficacia di quel cambio di rotta rispetta alla realtà territoriale).

Gli attivisti per la causa palestinese percepiscono, a ragione, che il loro messaggio di giustizia e la loro interpretazione della grave situazione in Israele e Palestina sono ormai ampiamente condivisi nel mondo, eppure finora questo non è servito ad alleviare le sofferenze dei palestinesi, ovunque essi si trovino.

Se in passato avrebbero potuto addebitare tale discrepanza alla mistificazione della azioni israeliane, che ne occultava sapientemente l’inquietante, spesso criminale linea politica, in questo secolo ciò non è più possibile. I governi israeliani succedutisi dall’inizio del secolo hanno dimostrato che qualsiasi analisi mistificante di Israele è ormai superata. Oggi è facile smascherare le politiche israeliane e l’ideologia razzista ad esse sottesa. Queste deplorevoli politiche, insieme all’impegno degli attivisti, hanno innescato un’inversione di rotta nell’opinione pubblica occidentale, anche in quella americana, sebbene finora essa non abbia interessato i settori più influenti della società, cosicché Israele persegue, indisturbato, le sue espropriazioni senza pagare il prezzo delle sue politiche.

Il secondo divario – un vero paradosso – è tra quest’immagine negativa di Israele e l’opinione assai positiva che la società israeliana continua ad avere dello Stato.

(…)

Il terzo paradosso è che il movimento di solidarietà condanna le singole scelte politiche israeliane, ma non il regime in sé o l’ideologia da cui scaturiscono quella scelte. Gli attivisti e i simpatizzanti della Palestina hanno ad esempio manifestato contro il massacro di Gaza nel 2009 e l’assalto alla flottiglia del 2010 (e poi ben altro, n.d.r.), eppure tra queste pubbliche proteste nessuno ha osato attaccare l’ideologia su cui si fondano tali azioni. Non si denuncia il sionismo e persino il Parlamento Europeo bolla queste forme di protesta come antisemite. E’ come se, nei giorni del Sudafrica suprematista, non si fosse consentito di protestare conto il regime dell’apartheid, ma solo contro il massacro di Soweto o contro qualche altra atrocità del governo sudafricano.

L’ultimo paradosso risiede nel fatto che quella della Palestina è una storia di colonialismo ed espropriazione, ma il mondo la legge come se fosse una vicenda complessa e sfaccettata, difficile da comprendere e ancor più ardua da risolvere. In realtà la storia della Palestina era già nota: è identica a quella dei coloni europei giunti in terra straniera e lì insediatisi, per poi massacrare o espellere in massa i popoli indigeni. I sionisti non hanno inventato nulla di nuovo da questo punto di vista. Eppure Israele è riuscito, con l’aiuto dei suoi alleati in tutto il mondo, a imbastire una narrazione così intricata e complessa da risultare comprensibile soltanto a loro. Qualsiasi interferenza del mondo esterno è etichettata nel migliore dei casi come ingenua, nel peggiore come antisemita.

(…)

La storiografia palestinese e la “nuova storia” in Israele sono riuscite a smontare alcune assurde teorie israeliane sulle vicende del 1948 e, in misura minore, hanno confutato il ritratto ufficiale dell’OLP come di un’organizzazione terroristica e nulla più.

Eppure, a quanto pare, il revisionismo e il ripristino della verità storica non hanno inciso su un processo di pace che tralascia completamente il 1948. L’assenza di un dibattito e di una ricostruzione storica del processo di pace sembra servire piuttosto gli interessi delle élite politiche di turno, sia sui due fronti della barricata che nel resto del mondo. Non vi è alcuna spinta, almeno così pare, a trasformare il discorso politico dominante in un modo che possa sembrare accettabile, proprio perché non chiede alcun cambiamento sostanziale sul territorio.

(…)

Suggerisco quindi di incrementare la discussione creando un vocabolario teorico, specificamente per la questione palestinese, che sostituisca gradualmente il vecchio.

Questo nuovo vocabolario contiene, tra gli altri, termini come “decolonizzazione”, “cambio di regime” e “soluzione a uno stato” di cui discuterò più avanti con Noam Chomsky e in generale con tutti coloro che cercano una via d’uscita alla catastrofe in corso.

Con l’aiuto di questi lemmi, intendo sviscerare il discorso dominante, sia di chi è al potere sia del movimento di solidarietà alla Palestina.

Tuttavia, prima di presentare i nuovi termini, mi preme soffermarmi sul tramonto del vecchio vocabolario, pure ancora diffusissimo nel discorso sulla Palestina, tra i diplomatici, gli studiosi, i politici e gli attivisti dell’Occidente. Io lo definisco “Il vocabolario dell’ortodossia pacifista”.

Daniele Ratti, Massimiliano Bonvissuto

ITALIA e ISRAELE*

Storia e attualità

di una collaborazione

Introduzione

Israele ha saputo dare una risposta ad una domanda fondamentale che da anni si pone il modello neo liberista: perché sforzarsi tanto per sostituire il privato al pubblico se si può organizzare e piegare il pubblico affinché faccia gli interessi del privato? Israele in questo fa da maestro: basti pensare che ad oggi, nello stato sionista, non è più il complesso militare-industriale a cercare campo fertile per le sue ricerche all’interno delle università ma sono le stesse accademie a modificare i propri programmi e progetti formativi per rendersi più “attraenti”, per far sì che sia il militare a sceglierli. Questo è il modello d’istruzione che noi stiamo inseguendo: Israele come prototipo sociale economico nell’evoluzione del sistema liberista. Ricostruire i rapporti tra Italia e Israele quindi non è solo tracciare un percorso politico tra due entità che, data la contiguità mediterranea, devono necessariamente confrontarsi, e che, seppur con pesi diversi, hanno intrapreso una strada comune di un rapporto sempre più stretto tra ricerca ed apparato industriale militare, ma anche di come l’università sia il perno attorno al quale ruota questo sistema. L’osservazione del “modello israeliano” ci permette di comprenderne il funzionamento e di trarne le debite conclusioni tali da definire Israele la più riuscita sperimentazione e realizzazione di sinergia tra ricerca, apparato militare e il civile, un prototipo della struttura della società neoliberista. Sul suo territorio si sono sviluppati oltre 300 centri di ricerca privati, inclusi quelli di Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Alibaba; è il terzo paese al mondo per capacità innovativa: vi sono settemila start up (1). Oltre l’8% della popolazione attiva lavora nei settori High-Tech, che producono il 12% del pil e il 43% dell’export, il 4,25% del PIL è investito in ricerca e sviluppo (il tasso più alto nell’area OCSE). (2) Il segmento dell’innovazione contribuisce al 15,3% del PIL e alimenta il 54% dell’export

(3). Sono stati fatti investimenti nell’innovazione per 110 mld di USA$ praticamente quanto realizzato da Francia e Germania (4). Israele nella realizzazione di tali risultati ha fatto convergere diversi fattori tra i quali una curva demografica in crescita, una migrazione da tutto il mondo (dopo il crollo del muro sono immigrati oltre un milione di russi) e soprattutto una forte collaborazione tra università, esercito e industria. Innanzitutto è risultata decisiva l’istruzione, un tratto distintivo e storico della cultura ebraica. Lo stato israeliano ha una spesa per istruzione sul Pil pari al 9,2%, contro una media OECD (Organizzazione per lo Sviluppo Economico) del 5,7%, in Italia è del 5,0%. La produzione militare è ai massimi livelli: Israele è l’ottavo paese al mondo esportatore d’armi, il 75% del totale prodotto (l’apparato tecnico scientifico è una delle radici di Israele).

È necessario, seppur sinteticamente, richiamare i percorsi storici che hanno portato lo stato ebraico a essere un protagonista nel settore dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico. Sin dai primordi del sionismo la cultura ha avuto un ruolo di rilievo. Nel 1921 venne fondata la stazione agricola, che sarebbe poi divenuta ‘Organizzazione per la Ricerca Agricola’ (ARO), oggi la maggiore istituzione di ricerca e sviluppo nel settore agricolo. La ricerca nel campo della medicina e della sanità pubblica ebbe il suo inizio prima della I Guerra Mondiale con la fondazione della Stazione per la Salute Ebraica, la base attorno alla quale nacque il Centro Medico Hadas, la struttura di maggior spicco che svolge attività di ricerca medica.

Pionieri nel campo della ricerca industriale sono stati i Laboratori del Mar Morto negli anni ’30, mentre i primi passi nelle scienze basilari e nella tecnologia furono compiuti dall’Università Ebraica di Gerusalemme (fondata nel 1925) e dal Technion – l’Istituto di Tecnologia d’Israele (fondato a Haifa nel 1924). Uno dei punti di forza della ricerca è lo stretto collegamento tra università ed industria, ed Il technology transfer (applicazioni di nuove soluzioni di ricerca tecnologica al settore produttivo) dall’università all’industria garantisce lo sfruttamento economico delle innovazioni sviluppate in campo universitario, fornendo risorse per finanziare la ricerca e dando vita a un flusso costante di nuove aziende tecnologiche. Il perno del successo è da ascriversi all’esercito, il vero protagonista di tutto il processo della ricerca. La media dei ragazzi si diploma a 18 anni, poi partono per 3 anni di servizio militare. L’esercito funziona da primo selezionatore di risorse, con una grande competizione per entrare nei corpi scelti. Per esempio, uno dei più ambiti è l’Unità 8200, incaricata della cybersecurity: da lì sono usciti moltissimi startupper di successo. L’unità è caratterizzata da una età media molto bassa, il personale viene selezionato direttamente dall’esercito già nelle classi d’età più basse, per poi essere chiamato nelle formazioni dell’intelligence, sulla base della conoscenza delle materie quali la matematica, l’informatica e le lingue straniere. I candidati dell’unità 8200 devono dimostrare doti di rapido apprendimento e adattabilità ai mutamenti. Non meraviglia che l’aver prestato servizio nell’unita 8200 è un biglietto da visita per una carriera di prestigio nel privato. La maggioranza delle innovazioni ed invenzioni ad uso civile sono di provenienza militare e massicce sono le risorse pubbliche e private nel settore bellico. Lo Stato ha storicamente incentivato università, centri di eccellenza, forze armate e privati fornendo gran parte del capitale necessario alle loro attività di ricerca e sviluppo. Il risultato è stata la nascita di un’economia mista, in cui i settori pubblico e privato sono separati, ma si intersecano e collaborano congiuntamente ed attivamente. Da oltre un decennio Israele è saldamente presente nella classifica Unesco dei Paesi con la spesa più alta in ricerca e sviluppo. Nel 2018 si è posizionato secondo, dietro la Corea del Sud, con una spesa pari al 4,2% del prodotto interno lordo (Pil), ossia quasi il doppio rispetto alla media di Stati Uniti (2,7%). Israele è il paese che conta il maggior numero di ingegneri pro capite, ed è secondo solo agli Stati Uniti per il numero di società quotate al Nasdaq (l’indice dei titoli tecnologici della borsa americana). Israele ha il più alto numero di ricercatori pro capite del mondo: 8,250 ogni milione di abitanti, lo Stato è a supporto dell’innovazione, con fondi e servizi. La ricerca civile è quasi doppia rispetto alla media OECD: 2,4% (in Italia è 1,4%). A questi numeri si aggiunge la ricerca militare, che pesa per un ulteriore 5,6%. (5) I settori in maggiore crescita: Cyber, Digital Health, Industria 4.0, mobilità, foodtech, fintech (innovazione finanziaria resa possibile dall’innovazione tecnologica, ndr). Gli investimenti nella ricerca sono stimolati dallo strettissimo rapporto con gli USA, con uno scambio costante di persone e aziende tra Tel Aviv e la Silicon Valley, tanto che Israele è il “supermercato dell’innovazione” per gli USA. Le corporate americane vengono a fare shopping di innovazione: acquistano startup, le integrano nel loro business, le portano negli Stati Uniti e da lì nel mondo. Il percorso tipico delle startup israeliane di successo è di nascere intorno a un’innovazione tecnologica, a volte sviluppata a partire da un progetto militare, crescere fino a raggiungere un valore di 100-300 mln, per poi essere acquisita da una corporate americana. Nell’ultimo decennio il settore dell’alta tecnologia è cresciuto ad un tasso annuale dell’8%, arrivando ad impiegare quasi 310mila persone. Si tratta di una cifra enorme, che assume ulteriore significato considerando che nel paese vivono meno di 9 milioni di persone. In tale contesto non poteva mancare l’interesse italiano ed in tale prospettiva Leonardo ha concluso due accordi in Israele. Il primo è stato stipulato con l’Israel Innovation Authority (IIA), agenzia pubblica indipendente a supporto tecnico e finanziario di progetti innovativi promossi da start-up, aziende mature, multinazionali e università israeliane e internazionali. Il secondo è stato siglato con Ramot, Technology Transfer Company per la valorizzazione della proprietà intellettuale dell’Università di Tel Aviv, ateneo con oltre 30mila studenti, di cui 16mila ricercatori. Le partnership, promosse da Leonardo e sostenute e coordinate dall’Ambasciata d’Italia in Israele, con il contributo dell’Ambasciata d’Israele in Italia e la Missione Economica d’Israele a Milano, mirano al potenziamento della cooperazione in materia di scouting e sviluppo startup, facendo leva sull’esperienza registrata in tale settore da Israele, compresi quelli d’interesse strategico per il business di Leonardo, quali difesa, cybersicurezza, aeronautica, intelligence e spazio. Se quelli sopra descritti sono i diversi fattori che hanno determinato lo sviluppo negli anni dello strettissimo e storico legame tra ricerca, università, mondo militare, riteniamo che uno degli elementi che hanno contribuito a fare di Israele una potenza tecnocratica militare sia stato il fattore umano, più precisamente l’emigrazione dall’ex Unione Sovietica a partire dagli anni novanta. Il tema dello sviluppo economico e dell’assorbimento dei migranti in Israele, nel periodo dopo la caduta del muro di Berlino sono strettamente legati ed hanno contribuito in modo sostanziale se non decisivo alla “svolta digitale” del paese. In tale periodo, è ricominciata l’immigrazione verso Israele dalla Russia e dalle altre repubbliche dell’ex Unione Sovietica, quali l’Ucraina, ed ha inizio la seconda grande Aliyàh (salita verso Israele) dalla costituzione dello Stato di Israele. La grande Aliyàh dai paesi dell’ex Unione Sovietica ha portato nell’arco di 10 anni a circa 1 milione di immigranti da quei paesi (6), circa il 20% della popolazione israeliana dell’epoca. Si stima oggi che almeno il 40% della popolazione sia di origine russa o di altri paesi dell’ex URSS: la lingua russa è diventata praticamente la terza lingua del Paese dopo l’ebraico e l’arabo (7). Dal 1990 al 2000 poco meno del 90% degli immigrati proveniva dalle nazioni dell’ex URSS, percentuale poi gradualmente discesa al di sotto del 50% nel periodo 2001-2008, anni in cui invece riprendeva la migrazione dai Paesi OCSE, in particolare Stati Uniti e Francia. Nel 2019 il 73,8 % dei migranti proveniva dai Paesi dell’ex Unione Sovietica (principalmente Russia ed Ucraina), seguiti dagli Stati Uniti (7,6%) e dalla Francia (6,8%). L’immigrazione russa degli anni 1990 ha cambiato di molto la composizione sociale del Paese soprattutto sotto il profilo delle competenze. Il fenomeno è stato spesso trascurato ma riteniamo abbia inciso profondamente nella società israeliana. Nel periodo 1990-2009 la maggioranza degli emigrati dall’ex Unione Sovietica aveva completato 12 anni di istruzione ed uno su cinque aveva terminato un ciclo di studi di 16 anni, quindi era in possesso di diploma di educazione superiore o laurea primaria e secondaria. Secondo i dati del Ministero dell’Assorbimento, il numero di ingegneri arrivati in Israele nel periodo 1989-2009 è stato di 110.000, ben tre volte superiore agli ingegneri locali. Inoltre, Israele ha accolto più di 80.000 tecnici: 35.000 insegnanti; circa 16.000 scienziati (8), 40.000 tra medici dentisti ed infermieri oltre a 60.000 lavoratori industriali qualificati. La migrazione dall‘ex URSS, oltre ad aumentare la forza lavoro, ha contribuito ad accrescere i ranghi delle forze armate, molto spesso nei settori dell’intelligence e della tecnologia militare. La politica di assorbimento del governo ha contribuito all’integrazione dei migranti russi nei campi delle start up tecnologicamente innovative. Nel periodo 1989-2007 sono arrivati dall’Est Europa più di 16.000 scienziati (63% circa in scienze matematiche e campi tecnici, il 23% circa nel campo della medicina e delle Life Sciences). Se queste sono state le direttrici lungo le quali si sono avviati i percorsi che hanno costruito gli intrecci tra mondo militare e civile, la via tracciata è risultata sempre più, con il trascorrere degli anni, a senso unico: quella di una società che si è inevitabilmente rivolta al conflitto. Se il meglio che Israele ha saputo esprimere in tema di sapere, competenze, investimenti, ha come committente ed allo stesso tempo cliente utilizzatore finale, l’apparato militare, il risultato è una società che si consegna alla logica della guerra permanente (così come ormai appaiono pressoché “permanenti” gli oltre sessant’anni di guerre mediorientali) e a una classe dirigente che deve la sua posizione a tutto ciò che è utile alla cosiddetta “difesa”, dove i confini tra chi difende e chi offende ormai, da tempo, sono scomparsi. Il conflitto è la logica dell’intero impianto tecnocratico-scientifico israeliano e tale rimarrà sino al momento in cui l’esercito sarà il reale motore della ricerca e dell’innovazione. Si è costruito nel tempo un fitto intreccio di interessi tra mondo scientifico, accademico, industriale e militare. In Israele non vi è ricerca in laboratorio che prima o poi non trovi sperimentazione pratica nello scenario di guerra mediorientale. È altrettanto facile immaginare che non vi sia carriera privata nel campo delle conoscenze tecnologico – scientifiche che non dipenda direttamente o indirettamente dall’apparato militare e, specie in quel contesto perennemente conflittuale, dal suo impiego bellico. Possiamo affermare che la ragione, dalla razionalità della scienza, è passata al servizio della irrazionalità della guerra o meglio del profitto.

L’innovazione tecnologica e le startup

Israele, nel campo dell’innovazione e della ricerca, occupa le prime posizioni mondiali. Cyber-security, soluzioni per il lavoro remoto, big data, meditech sono i settori di punta dell’high-tech israeliano. Forti investimenti in formazione tecnologica di giovani, adulti e bambini, una profonda connessione con l’apparato militare, l’utilizzo di tecnologie dual use e un aiuto del Ministero dell’Economia attraverso l’Autorità per l’innovazione (Israele investe nella R&S il 4,3% del Pil) hanno consentito uno sviluppo rapido e di alto livello delle startup israeliane. Molte delle startup hanno superato una capitalizzazione di un miliardo di dollari e hanno portato il paese (chiamato anche Startup Nation o Silicon Wadi) a diventare uno dei poli mondiali della tecnologia. Lo sviluppo si è concentrato nei settori bio-medicale, e soprattutto della sicurezza con aziende leaders internazionali nei loro settori come:

La Technion Research & Development Foundation istituto che rappresenta uno dei pilastri storici della ricerca tecnologica scientifica israeliana. La Technion controlla l’Electroptics Research & Development (EORD) Ltd., società che svolge attività di ricerca e produzione di tecnologie acustiche, sismologiche, elettro-ottiche per il mercato militare, della homeland security e delle piattaforme per i mini-droni aerei. EORD, in particolare, ha realizzato lo “Scream”, un sistema acustico che “crea dei livelli sonori insopportabili per le persone a distanze fino a 100 metri”. Il dispositivo denominato anche “Shofar,” arma “non letale,” è utilizzata principalmente per il controllo della folla e per reprimere manifestazioni non violente nei Territori Occupati.

Redis Lab, che mette a disposizione una piattaforma di dati in tempo reale ed è uno dei data base più veloci al mondo.

TytoCare, che opera nel settore della telemedicina e produce dispositivi che monitorano a distanza i parametri dei pazienti.

LessTests, fondata nel 2020, ha definito il metodo pooling nei tamponi Covid che consente di analizzare campioni utilizzando solo un quarto dei test. I punti di forza del sistema dell’innovazione israeliano si devono individuare nella stretta collaborazione tra pubblico e privato, ed a una sinergica collaborazione tra università ed apparato militare, elementi che hanno una forte capacità di attrazione di capitali stranieri.

Riportiamo alcuni dati sintetici che possono dare meglio un quadro complessivo. Israele è attualmente al primo posto al mondo per numero di:

  • Startup pro-capite (9)
  • 30 Unicorni attivi (10). Si definiscono oggi “Unicorni” quelle società che hanno un valore superiore al miliardo di dollari.

Con 3mila scaleup e 110 miliardi di dollari investiti rimane il secondo sistema al mondo per densità di innovazione (11)

Israele è entrato fra primi 24 paesi al mondo per reddito pro-capite.(12)

Sono attivi più di 380 Centri di Ricerca di multinazionali (13) ed in molteplici settori. Lo Stato finanzia costantemente l’innovazione, al punto che oggi è il Paese al mondo con la più alta percentuale di investimenti in Ricerca & Sviluppo sul Prodotto Interno Lordo 4,95 % (14) e per sostenere finanziariamente la ricerca, il governo ha istituito la Israel Innovation Authority, che gestisce un budget annuo statale di circa $500 milioni di finanziamenti a fondo perduto per agevolare l’ingresso di multinazionali nel Paese. Le maggiori Università Israeliane sono di elevata qualità e soprattutto focalizzate nella “Ricerca Applicata”. Hanno, cioè, professori e studenti focalizzati non tanto a pubblicare le conclusioni delle loro ricerche su rinomate riviste scientifiche, bensì a individuare vere e proprie innovazioni da portare sul mercato. Ciascuna Università affianca poi i propri ricercatori con un dipartimento, il cosiddetto “Technology Transfer”, incaricato di aiutare a trovare finanziamenti per le loro ricerche, rivolgendosi ad imprese, fondazioni, istituzioni pubbliche nazionali e internazionali. La disponibilità di fondi e la qualità della ricerca sono un circolo virtuoso che si autoalimenta. Il servizio di leva in Israele, è obbligatorio per ragazzi e ragazze, rispettivamente di circa tre e due anni, ed è un fattore determinante per lo sviluppo economico nazionale. Ad un certo numero di giovani, individuati come ad alto potenziale durante il loro percorso di studio, viene offerta la possibilità di una ferma di diversi anni più lunga nelle Unità di Ricerca del Ministero della Difesa. Questo significa avere accesso a laboratori tra i più sofisticati al mondo specializzati in cyber security, intelligenza artificiale, telecomunicazioni, criptografia, scienze dello spazio, medicina, trasporti e in tutto quello che può servire per essere ai più alti livelli tecnologici per la migliore difesa e sicurezza del paese. Al termine della loro leva, questi ragazzi e ragazze si trovano quindi con competenze ai massimi livelli tecnologici, e possono vantare esperienza concreta in questi campi, già al momento di accesso al mondo del lavoro e universitario. Israele è dotato quindi di un ecosistema di ricerca, avviamento di imprese tra i migliori al mondo. Di particolare rilevanza è la collaborazione con l’industria italiana. I due sistemi sono complementari l’uno quello israeliano eccellente per la ricerca e l’innovazione, l’altro quello italiano meglio articolato per la fase di realizzazione e commercializzazione del prodotto quindi un partner valido nella fase di industrializzazione dei prodotti e delle tecnologie. Grazie all’accordo intergovernativo risalente al 2002 sono stati finanziati oltre 200 progetti, di cui 74 di ricerca di base sviluppati da Università ed enti di ricerca e 135 di carattere industriale (15). I progetti di collaborazione banditi annualmente seguono due percorsi distinti, scientifico e industriale, con un finanziamento 1,6 milioni di euro ciascuno. Dal 2019 l’Accordo consente anche di promuovere la presenza di startup italiane in Israele e viceversa, attraverso il programma di mobilità ‘Accelerate in Israel’.

La collaborazione con l’industria italiana, viene considerata dagli ambienti hi-tech israeliani come un naturale complemento nel passaggio dalla fase di ricerca e brevettazione a quella di realizzazione e commercializzazione dei prodotti finiti. Infatti in tale prospettiva a Tel Aviv il 23 ottobre 2023 si è tenuto il Business & innovation forum Italia-Israele nell’ambito del V Vertice Intergovernativo Italia-Israele – presenti il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale con la collaborazione di ICE Agenzia e del Ministero delle Imprese e del Made in Italy – incentrato sui seguenti settori: Transizione energetica e water technology (anche con specifico riferimento alle applicazioni in agricoltura), ICT(tecnologie riguardanti i sistemi di telecomunicazioni), AI (intelligenza artificiale) e cybersecurity, Aerospazio e difesa, Infrastrutture e mobilità sostenibile, Farmaceutica e biotecnologie. L’Italia è il quinto fornitore di Israele (dopo Cina, USA, Turchia e Germania) e il tredicesimo acquirente (ai primi posti si collocano, nell’ordine, USA, Cina, India e Regno Unito). L’interscambio tra i due Paesi nel 2022 è in crescita del 14,7% rispetto all’anno precedente (16).

Note

  1. Camera di Commercio Israel-Italia.com
  2. Info Mercati Esteri 24 febbraio 2021
  3. Info Mercati Esteri 24 febbraio 2021
  4. Networkdigital360 del 19 aprile 2023
  5. Ansa.it del 19 aprile 2024
  6. CeSpi. Considerazioni sull’assorbimento dei migranti dai Paesi ex Unione Sovietica in Israele
  7. CEO Cohen&Co-Milano
  8. CeSpi.Considerazioni sull’assorbimento dei migranti dai Paesi ex Unione Sovietica in Israele
  9. Network Digital 360 del 28 marzo 2023
  10. Network Digital 360 del 28 marzo 2023
  11. Network Digital 360
  12. SRM Economic Research Centre for Southern Italy and the Med Area
  13. Il Sole 24 Ore 10 gennaio 2019
  14. INNOVITALIA IL PORTALE DELLA DIPLOMAZIA SCEINTIFICA 31.1.2024
  15. info Mercati Esteri Scambi Commerciali Israele 2023

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