Sceriffi, con o senza stelle

I 20 anni dell’operazione Arcadia in Sardegna, l’internazionale anti-antifascista di Rubio, gli sceriffi vannacciani. Interventi di Omar Onnis, Pier Francesco Devias, Salvatore Bandinu, Ilaria Salis, Caty La Torre, Luigi Manconi e Marica Fantauzzi

Può sembrare arduo voler trovare un filo che leghi eventi apparentemente lontani, operati da soggetti evidentemente molto diversi, quali dei magistrati che portano avanti un’inchiesta giudiziaria, e dei privati cittadini che si sentono autorizzati ad ergersi a giustizieri nelle nostre città.

Eppure sono sintomi ed evidenza dell’ampiezza e della pervasività dell’animo illiberale e sbirresco che anima sia parti consistenti degli apparati istituzionali sia singoli privati cittadini.

Un’inchiesta che si trascina da vent’anni senza dimostrare i fondamenti giuridici che l’hanno fatta aprire, che anzi si conferma, almeno in Sardegna, come il prototipo di tutte le inchieste aperte contro i vari movimenti che sono susseguite da allora, e la tolleranza, se non addirittura l’incoraggiamento, al farsi giustizia da sé, nascono entrambe dal clima di paure e pericoli immaginari costruito al fine di imporre, e far accettare, un controllo sempre più totalizzante e pervasivo della vita dei cittadini. Per limitare libertà di movimento e costruzione di spazi sociali condivisi per chi non si riconosce nello stato delle cose che si va costruendo. Per ingaggiare, a vari e articolati livelli, chi crede invece di riconoscersi in questo stato di cose e se ne sente parte, attiva o passiva poco cambia. Anzi, cambia ovviamente, ma ogni livello è funzionale alla costruzione del sistema, dal cittadino giustiziere/sceriffo al semplice votante o istigatore sui media o sui social.

Ecco perché penso che le riflessioni sul trascinarsi infinito di un’operazione giudiziaria come quella denominata Arcadia, le riflessioni sui casi di Giuseppe Barboni o del gioielliere Mario Roggero, e dei tanti casi simili della nostra cronaca, aiutino a comprendere che stiamo parlando della stessa cosa: la restrizione progressiva degli spazi fisici e mentali di libertà di dissenso.

L’Operazione Arcadia 1

L’Operazione Arcadia fu la vasta azione repressiva degli apparati di sicurezza dello Stato contro la sinistra indipendentista (allora rappresentata soprattutto dalla formazione A Manca pro s’Indipendèntzia). Dopo vent’anni e varie vicissitudini processuali, la morte di uno degli imputati e costanti riformulazioni delle accuse, non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda.

l ministro degli esteri (segretario di Stato) USA, Marco Rubio, convoca un summit internazionale anti-antifascista, sotto la fattispecie della lotta al “terrorismo rosso”. La fissazione dell’amministrazione Trump e dei suoi sostenitori per la minaccia “comunista” somiglia un po’ alla retorica di Silvio Berlusconi trent’anni fa.

Agitare uno spettro fittizio come quello del comunismo è un espediente di comodo per delegittimare e se possibile colpire in termini repressivi qualsiasi movimento democratico e popolare, organizzato o meno che sia. Lo spostamento a destra dell’asse politico occidentale (ma non solo) è un fenomeno ormai conclamato, le cui radici affondano nella reazione delle élite internazionali al periodo di fermento sociale e culturale tra anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Si innerva di ideologie securitarie e di fede cieca nelle virtù taumaturgiche del “libero mercato”.

(…)

L’iniziativa di Rubio, per quanto possa suonare grottesca e quasi caricaturale, ha un senso profondo che dovrebbe allarmarci molto. Ormai sta diventando legittimo il discorso pubblico di stampo fascista (lo vediamo sotto l’amministrazione Trump negli USA, ma anche nella maggior parte dei paesi europei, Italia in testa). Al contempo viene sempre più colpevolizzato qualsiasi discorso emancipativo, popolare, solidale, internazionalista, autodeterminazionista (sia nel senso delle garanzie per le scelte di vita individuali, sia nel senso del diritto di esistere delle varie minoranze, sia in termini di autodeterminazione dei popoli).

Operazione Arcadia: non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda

Il che in Sardegna dovrebbe suscitare un allarme ancora più vivo. Per combinazione, l’11 luglio cadeva il ventesimo anniversario dell’Operazione Arcadia, la vasta azione repressiva degli apparati di sicurezza dello Stato contro la sinistra indipendentista (allora rappresentata soprattutto dalla formazione A Manca pro s’Indipendèntzia). Dopo vent’anni e varie vicissitudini processuali, la morte di uno degli imputati (Massimiliano Nappi) e costanti riformulazioni delle accuse, non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda. Ripensarci oggi dovrebbe suscitare ancora maggiori preoccupazioni di quanto non sia successo al momento.

Va anzi detto che, sulle prime, quella vicenda non destò l’indignazione che ci si sarebbe aspettati non solo dal mondo indipendentista ma anche dalla società civile democratica. Il ceto medio istruito, in Sardegna, è da tempo il bacino di consenso dei partiti italiani, come tale ostile a qualsiasi discorso autodeterminazionista, anche blandamente autonomista (a dispetto delle retoriche spesso impiegate). Ma almeno l’ambiente indipendentista, sia nelle sue organizzazioni sia nella sua base sociale (che non è affatto così esigua come i risultati elettorali lasciano supporre), avrebbe dovuto reagire in modo forte e compatto.

L’Operazione Arcadia avrebbe dovuto dotarci di una nuova consapevolezza

Era l’occasione per sviluppare anticorpi robusti contro ogni forma di repressione da parte degli apparati di sicurezza italiani. La memoria della repressione del “vento sardista”, negli anni Ottanta del secolo scorso, non era condivisa dalle nuove generazioni che animavano lo scenario politico del primo decennio di questo secolo: l’Operazione Arcadia avrebbe dovuto dotarci di una nuova consapevolezza. Certo, la copertura mediatica dell’intera vicenda ha sempre lasciato a desiderare. Se da parte dell’informazione italiana ciò non può destare meraviglia, dalla stampa sarda, in un mondo ideale, avremmo potuto avere un apporto molto più sensibile alla realtà socio-politica dell’isola. Ma anche la stampa sarda è perlopiù funzionale a dinamiche di potere e di posizionamento dentro il grande gioco spartitorio neo-coloniale che colpisce la Sardegna.

Molte persone, sedicenti progressiste, che nell’isola si scandalizzano per la deriva trumpiana e magari stigmatizzano la vicinanza del governo Meloni a tali istanze reazionarie, non hanno la minima idea di cosa sia stata l’Operazione Arcadia, di quale precedente inquietante rappresenti, proprio nell’ottica dell’aggressione all’anti-fascismo in atto. Così come non hanno mai battuto ciglio davanti a tutte le successive azioni repressive contro il movimento anti-occupazione militare, pure a volte clamorose (come l’Operazione Lince, per dirne una).

L’esclusione sistematica della popolazione locale da qualsiasi decisione riguardi il territorio sardo

Insomma, non c’è di che stare tranquilli. In Sardegna i disegni di sfruttamento coloniale sono così palesi da risultare quasi invisibili, per paradossale che possa sembrare. L’esclusione sistematica della popolazione locale da qualsiasi decisione riguardi il territorio sardo è una condizione basilare, purtroppo garantita dalle stesse forze politiche che occupano le istituzioni e tutti i vari posti di sottogoverno, para-pubblici, culturali ecc. Che siano affari generati dall’industria energetica, dal complesso militar-industriale, dai grandi fondi di investimento interessati a infrastrutture e speculazione immobiliar-turistica, dalle terre rare o da chissà cos’altro, la politica istituzionale sarda è delegata a garantirne il successo. È una tipica situazione coloniale, a dispetto delle obiezioni di intellettuali organici all’apparato di potere dominante.

Un’ulteriore stretta repressiva, che colpisca il dissenso nel cosiddetto Occidente (entità mitologica, più che altro, ma è per capirci), in Sardegna potrebbe avere effetti ancor più pesanti e assumere come obiettivi sia il mondo indy, sia quello dei comitati popolari, sia la galassia anti-militarista e anti-colonialista (ambiti che spesso si sovrappongono e si intrecciano, pur senza mai riuscire a diventare un fronte democratico compatto), sia anche le forze politiche non inquadrate nella consorteria oligarchica dei due (finti) contendenti del centrosinistra e del centrodestra di matrice italiana.

Le notizie riguardanti il summit convocato dalla destra statunitense e l’anniversario dell’Operazione Arcadia, nella loro concomitanza, assumono dunque il carattere di un monito, che nell’Isola dovrebbe essere colto non solo dai gruppi e dalle persone potenzialmente bersaglio di tale recrudescenza reazionaria, ma da tutte le persone e i gruppi, più o meno formalizzati, di sensibilità sinceramente democratica.

QUI l’articolo completo S’Indipendente

da La Nuova Sardegna, Tribunale di Sassari

L’Operazione Arcadia 2

Dalla pagina FB di Pier Franco Devias una riflessione sui vent’anni passati dagli arresti di vari militanti indipendentisti sardi nella sedicente “operazione Arcadia”

Venti anni fa, in queste stesse ore, decine di militanti indipendentisti in tutta la Sardegna venivano sottoposti a perquisizione domiciliare.

Io, assieme ad altri nove compagni, venivamo tratti in arresto e di seguito portati nel carcere di Buoncammino a Cagliari.

Era l’Operazione Arcadia, il teorema repressivo per colpire e criminalizzare l’indipendentismo sardo.

Iniziò un lungo calvario per noi ma soprattutto per le nostre famiglie, costrette per mesi e mesi a viaggi estenuanti per ottenere una manciata di minuti a colloquio con noi, e a sobbarcarsi enormi spese per avvocati e per i fonici incaricati dell’ascolto delle intercettazioni.

Passò circa un anno e mezzo tra il periodo di detenzione carceraria in una galera fatiscente e dalle condizioni assai precarie, i successivi arresti domiciliari, a cui seguirono ulteriori misure di obbligo di permanenza nel comune di residenza, e poi obbligo di firma in questura a giorni alterni.

Dopo di che dovettero lasciare in libertà quelli che l’11 luglio del 2006 erano stati sbattuti in prima pagina nei giornali e nei telegiornali di tutta Italia con l’appellativo di terroristi. Non c’erano prove che permettessero di tenere nessuno agli arresti.

Tuttavia l’obiettivo era già stato raggiunto: criminalizzare l’indipendentismo sardo.

Uno stigma che ancora aleggia su tutta un’area politica, composita e variegata, composta da decine di migliaia di sardi che vorrebbero solo vivere in una nazione libera, prospera e felice.

Uno stigma del sospetto che tanti di noi, me compreso, ci portiamo appresso da vent’anni, e che condiziona la nostra attività politica, rende facile ai nostri avversari la critica nei nostri confronti. O ci sbatte di nuovo in prima pagina in piena campagna elettorale, come mi accadde anni fa, quando un giornale italiano mi presentò da candidato nella lista degli “impresentabili” per essere sotto processo per “terrorismo”.

Ci misero dieci anni per aprire il processo.

Ed oggi, a distanza di altri dieci anni dall’inizio del processo, a vent’anni dagli arresti, e a ben ventiquattro anni dai fatti contestati, il processo non è arrivato nemmeno al primo grado di giudizio, mentre si ascoltano ancora funzionari della polizia politica che devono testimoniare su intercettazioni ascoltate ventiquattro anni fa.

Nel frattempo uno dei compagni che aspettavano giustizia è morto. E morti sono diversi genitori, tra cui mio padre, dei militanti indipendentisti travolti dal teorema Arcadia.

Morti senza vedere giustizia per il loro figli.

Noi, che rimaniamo inchiodati a questa vicenda kafkiana, attendiamo ancora.

In questo modo lo Stato ha ottenuto il più paradossale dei risultati: quello di aver trasformato il processo stesso in condanna.

Noi siamo condannati a passare la nostra vita sotto processo, e perciò condannati a trascorrere una vita in cui siamo sempre considerati, nelle carte burocratiche, nella stampa e nell’opinione pubblica che si ha di noi, come gente che è eternamente “sotto processo per terrorismo”.

Dopo tutti questi anni io, con alcuni altri compagni coinvolti in quel teorema delirante, e assieme a tantissimi altri figli liberi di Sardegna, continuiamo imperterriti la nostra lotta per la libertà.

Perché non c’è violenza di Stato, non c’è ingiustizia, non c’è repressione che possa riuscire a fermare un popolo determinato a conquistare la sua libertà.

Il nostro giorno verrà.

Non ci fermerete mai.

Pier Franco Devias da FB facebook

Operazione Arcadia nel corso degli anni, alcuni link (fatti risalenti al 2002, Ministro degli Interni Giuliano Amato)

2006 Ministero dell’Interno: Operazione antiterrorismo in Sardegna. 10 arresti in un blitz della Polizia interno.gov.it/mininterno

2007 il manifesto: Sassari, microspie in casa degli indipendentisti ilmanifesto

2010 il manifesto sardo: Processo breve manifestosardo

2015 Sardiniapost: Arcadia, 18 imputati per terrorismo. Presidenza Consiglio parte civile  sardiniapost.it

2017 La Nuova Sardegna: Arcadia, l difesa riscrive le intercettazioni lanuovasardegna

2023 Teleregione Live: Prosegue in Corte d’Assise a Sassari il processo dell’operazione “Arcadia” youtube.com

2024 Sardegna Libera: Chi è davvero l’impresentabile? sardegnaeliberta

 

Il Comune di Ascoli Piceno solidale con Barboni

 

Lo sceriffo vannacciano

Salvatore Bandinu

Quando ho fatto il soccorritore del 118 è capitato spessissimo di intervenire davanti a soggetti in evidente stato confusionale che bloccavano il traffico e inveivano contro tutto e contro tutti. Si tratta di soggetti scompensati, in sofferenza mentale per milioni di motivi a noi sconosciuti. Ma oggi nasce una nuova figura figlia di questi tempi terribili: lo sceriffo vannacciano.

Lo sceriffo vannacciano si sente onnipotente, migliore di tutti e al di sopra di tutto. Pensa sia da supereroe intervenire al posto del 118 o della polizia e pestare un poveraccio a piacimento. E si sente figo, enormemente figo perché, nella sua veduta limitata, ha fatto “giustizia”. Il plauso di migliaia di suoi simili che lo ammirano e lo supportano completano il quadro. Tempi bui. Terribilmente bui.

Salvatore Bandinu  QUI

 

Ilaria Salis

Questo “signore” – l’imprenditore del lusso Giuseppe Barboni, vicino a Futuro Nazionale di Vannacci – si crede figo perché pubblica un video in cui picchia una persona in evidente stato di disagio psichico?

Che squallore, che pena infinita.

Questa non è forza. È solo vigliaccheria.

Esibita con stupido orgoglio, proprio come fanno i bulli più sfigati.

La cifra caratteristica dei fascisti, gli unici stranieri.

Non dobbiamo permettere mai e poi mai a questa gentaglia che disonora il nostro Paese di dettare legge nelle strade, né nelle istituzioni.

NO, NON È NORMALE.

Avvocata Caty La Torre, su fb

Non è normale che un cittadino qualunque, peraltro esperto di arti marziali, e per quanto convinto di avere ragione, decida di farsi giustizia da solo per strada, immobilizzando una persona a terra e colpendola ripetutamente al torace prima di scagliarla contro dei pali.

Non è “ripristinare l’ordine”, è violenza. Punto.

Non è normale che la vittima di questo pestaggio fosse, con ogni evidenza, una persona in stato di forte alterazione, con bisogno reale di un intervento sanitario – non di un pugile improvvisato che si sostituisce alla polizia, ai servizi sociali, alla sanità pubblica.

Se una persona ha bisogno di un TSO, la risposta è un’ambulanza, non una scarica di pugni o calci.

Non è normale che chi si rende protagonista di una scena del genere venga ripreso e pubblichi il tutto con orgoglio sui social, come fosse un trofeo, spiegando pure di essersi mostrato “particolarmente tranquillo” mentre stendeva un uomo a terra. Non è normale che questo racconto venga presentato come autodifesa civica invece che come quello che è: un’aggressione.

Non è normale che tutto questo arrivi da un imprenditore che si vanta pubblicamente della sua vicinanza a un partito, Futuro Nazionale, che si propone come forza politica candidata alle elezioni democratiche di questo Paese. Se questa è l’idea di “ordine e disciplina” che circola tra i suoi tesserati e simpatizzanti, e se questo è il trattamento riservato a chi si vuole “rimandare a casa”, allora il problema non è solo di un singolo esaltato: è politico, ed è serio.

La sicurezza dei cittadini – italiani e stranieri, sani e fragili – non si costruisce con le mani di chi si sente in diritto di menare chi gli sta antipatico. Si costruisce con lo Stato, con i servizi, con i finanziamenti e la formazione per le forze dell’ordine con le istituzioni. Tutto il resto è solo violenza travestita da “ordine”.

NO, NON È NORMALE. NON ABITUIAMOCI.    da QUI

“Aggressione in strada, Vannacci riabilita l’imprenditore influencer di San Benedetto: «Barboni non sarà espulso da Fn» corriereadriatico

Il giustiziere della notte

“Il rischio che perdesse il primato faticosamente conquistato di giustiziere della notte ha fatto sì che Simone Ruzzi, in arte Cicalone, si reinventasse in versione più istituzionale. Da qualche mese, infatti, il suo canale YouTube è diventato una cassa di risonanza delle operazioni delle forze di polizia tra i quartieri di Roma.

Cicalone inizia il suo tour a bordo della radio mobile dei Carabinieri assistendo agli interventi che si susseguono incessantemente dalle 18:00 a mezzanotte: uomini che si accasciano sul marciapiede, liti di condominio, ma anche presunte violenze domestiche e accoltellamenti. I carabinieri si rivolgono a Cicalone come a un interlocutore investito di una certa autorità, al quale vanno spiegati i dettagli delle operazioni e i diversi approcci da utilizzare. Lui è lì, attento e proattivo, vigile sul luogo del misfatto.

Cicalone, da repubblica.it

Ascolta, registra con la telecamera, interviene per mediare e tradurre la situazione ai cittadini che, in attesa di dettagli il più possibile intriganti, aspettano il caricamento del video. Persino il montaggio è da analizzare: si parte lentamente con il discorso motivazionale dei superiori agli agenti, e si procede via via più velocemente a ritmo di sirena, con i titoloni che anticipano la prossima operazione: “Violenza Domestica” / “Uomo accoltellato” / “Fratelli feriti”.”

continua QUI fb fantauzzi e QUI fb manconi

e QUI repubblica.it

 

 

In Bottega su le operazioni repressive in Sardegna

febbraio 2026   Cagliari, 91 denunce: statevene a casa

settembre 2021   Operazione Lince

* L’immagine “Il giudice sceriffo” è presa dalla copertina del libro di Giovanni Seu sul giudice Luigi Lombardini, edizioni EDES, 2025. Qui usata solo per la suggestione del titolo, senza alcun collegamento fra il libro, la figura di Lombardini, e i temi dell’articolo. O forse si?…

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2 commenti

  • Piccola lezioncina semiseria sulla difesa legittima nel codice penale italiano.

    Se vi andasse di leggere questo libro di cui vi pubblico la copertina (Giovanni Fiandaca e Enzo Musco, Diritto penale Parte generale, Zanichelli), ma anche tanti altri manuali di diritto penale (non vi consiglio di leggere direttamente il codice perché, finora, non ho ancora sviluppato tendenze sadiche), scoprireste che cos’è la difesa legittima di cui all’art. 52 del codice penale.
    Un consiglio, attaccate il deretano alla sedia e collegate la lingua al cervello e non alla pancia.
    Quando si può parlare di difesa legittima secondo il codice penale italiano?
    Secondo l’articolo 52 del Codice penale, la difesa legittima è possibile solo se sono presenti tre requisiti:
    1. un pericolo attuale;
    2. la necessità di difendersi;
    3. una reazione proporzionata all’aggressione.
    Se l’aggressione è terminata e, per esempio, nel caso della rapina, il rapinatore sta fuggendo, il pericolo non è più attuale e la reazione non rientra nella difesa legittima.
    Vi è una particolare figura di difesa legittima, costruita dalla giurisprudenza della Cassazione a partire dal caso Re Cecconi (i penalisti capiranno): la difesa legittima putativa.
    La difesa legittima putativa si verifica quando una persona crede, per errore, di essere in pericolo. Ma anche in questo caso l’errore deve essere fondato su elementi concreti. Inseguire il rapinatore che sta scappando dopo una rapina non integra i presupposti della difesa legittima putativa, perché è evidente che manca un pericolo attuale.
    Una sentenza della Corte di cassazione ribadisce un principio fondamentale del diritto penale: la difesa legittima non può trasformarsi in vendetta. La legge tutela il diritto di difendersi, ma non legittima la giustizia privata. Quando il pericolo è cessato, spetta allo Stato accertare le responsabilità e punire chi ha commesso il reato.
    Essere vittima di una rapina non è irrilevante, sicuramente.
    Questa circostanza può incidere sulla pena attraverso le attenuanti, che servono proprio ad adeguare la sanzione al caso concreto. Tuttavia non rendono lecita una reazione che supera i limiti previsti dalla legge.
    Anche chi commette un reato conserva il diritto alla vita.
    Per questo l’ordinamento riconosce ai familiari delle vittime il risarcimento del danno, pur potendo ridurre l’importo se il comportamento del rapinatore ha contribuito a provocare l’evento.

    P.s. le leggi e i codici li fanno i parlamentari, quindi i politici, per il principio della notoria e storica divisione dei poteri a partire dal Barone Charles Louis de Secondat.
    I giudici applicano le leggi fatte dai politici.

    Lo dico solo, en passant: l’attuale assetto dell’art. 52 del codice penale è frutto di una riforma di un governo di centro – destra, la Legge 26 aprile 2019, n. 36.
    Buona lettura per chi volesse.
    Giuseppe Bandinu, criminologo, da qui: https://www.facebook.com/share/198zjb8Z3h/

  • Bandinu 2 la vendetta (o la difesa legittima, fate Voi!)
    Ancora una lucida e ironica “lezione” del criminologo Giuseppe Bandinu, dalla sua pagina Fb:
    Mi scrive in privato un signore in Messenger, dopo aver letto il mio post di ieri sulla difesa legittima, signore che sarebbe mio amico (amico di facebook, mai visto né conosciuto, ma a cui ho concesso l’amicizia tempo fa, colpa tutta mia ahimè) dicendomi più o meno: “hai scritto sciocchezze, ti metti a dire cazzate sulla legittima difesa e a favore di delinquenti, come tutti gli avvocati e magistrati di sinistra e comunisti”; “ma ci penseranno Giorgia e Salvini e Vannacci a sistemarvi”; i toni minatori non mi sono mai piaciuti, ma gli rispondo pacatamente (all’inizio) che avrebbe potuto tranquillamente commentare pubblicamente il mio post e avrei rispettato le sue opinioni anche se lontane dalle mie, come hanno fatto altri: è il sale della democrazia per bacco, non mi sottraggo al contraddittorio. E lui: “E che sono scemo? Cosa credi? Se lo scrivo su facebook, mi denunci per calunnia, la so la legge”; “guarda che la calunnia è un’altra cosa e la denuncia un’altra ancora, posso querelarti anche se mi scrivi in privato, se mi diffami, ovvero, al limite, farti causa civile per ingiuria, dato che è stato depenalizzato come reato”; “calunnia, ingiuria, diffamazione, è tutto uguale, non sono mica scemo”; “giuridicamente non è proprio così, comunque, buona vita”; e tronco così la conversazione perché mi stava cadendo l’aureola dalla testa e stavo per passare al turpiloquio.
    Mio compare e amico di una vita, Gianfranco Brundu, me lo dice sempre che è ora di abolire l’esame di stato per gli avvocati e il concorso per i magistrati e passare a reclutare tali figure direttamente dai laureati in facebook.
    Forse è giunto quel tempo ahinoi!
    Ora, la canea mediatica intorno al caso del noto gioielliere è visibilmente potenziata ad arte da certa politica (per inciso, ho letto oggi che Salvini e Vannacci lo vogliono candidare, non sapendo che, data l’entità della pena inflitta, il gioielliere ha sicuramente perso i diritti politici e non potrà essere candidato – “studiate ragazzi studiate”, ci diceva sempre il Maestro Franco Cordero all’università), che dovrebbe perlomeno guardare indietro alla propria storia e ai propri atti politici. Perché, sapete, Voi che volete la grazia per il gioielliere, o la sua candidatura, che questi è stato condannato proprio in base ad una legge voluta dall’allora ministro dell’interno che risponde al nome di Matteo Salvini. Singolare che oggi chieda la grazia o voglia candidare il gioielliere contro la sua stessa legge.
    La perdita dei diritti politici a seguito di una condanna penale in Italia è automatica quando viene inflitta la pena accessoria dell’interdizione (perpetua o temporanea) dai pubblici uffici. Questa misura comporta l’incapacità di votare (elettorato attivo) e di essere eletti (elettorato passivo).
    La legge n. 36/2019, approvata in quel giorno del 26.4.2019 (l’indomani della festa della Liberazione, doppio sic!), che Salvini definiva “una bellissima giornata”.
    In tutte le piazze i militanti della Lega a urlare “la difesa è sempre legittima”, slogan ripreso oggi dai vannacini, giunti perfino sotto la Cassazione a Piazza Cavour con magliette e striscioni recanti tale dicitura.
    Or dunque, per passare a una disamina seria di quella legge che modificò l’art. 52 e l’art. 55 del codice penale in tre punti principali, è da sottolineare che:
    1. Venne introdotto il lemma “sempre” nel rapporto tra offesa e difesa quando l’aggressione avviene dentro casa o sul luogo di lavoro (pertanto, anche in una gioielleria). Per dirla in soldoni, se taluno ti entra in casa o nel tuo negozio con violenza o minaccia e tu reagisci, la legge presume “sempre” che la tua reazione sia proporzionata.
    2. Venne anche aggiunto un comma per cui la difesa “è sempre legittima” quando si respinge un’intrusione “con violenza o minaccia”.
    3. La detta legge modificò anche l’art. 55 c.p. sull’eccesso colposo di legittima difesa, escludendo che, chi ne ha ecceduto i limiti perché si trovava “in stato di grave turbamento” causato dal pericolo, poteva essere punito.
    In buona sostanza, la legge allargava a dismisura la difesa legittima rispetto al passato, tanto che sia l’avvocatura che la magistratura vi si erano opposte duramente, denunciando una deriva forcaiola e giustizialista poco degna di un paese civile.
    Tuttavia, il Legislatore è sovrano e la legge fu approvata.
    Ora, questi giorni, i politici che oggi vogliono candidare il gioielliere o chiedere per lui la grazia, non dicono mai che questo signore non è stato processato con una legge “di sinistra” (se ha senso quest’espressione), favorevole ai delinquenti e ostile ai cittadini lavoratori onesti. Il gioielliere è stato processato sulla base di una legge scritta e approvata da Salvini (scritta sarebbe troppo, qualcuno gliela avrà scritta, Salvini al massimo l’avrà letta), ma questo è.
    La legge per cui la difesa è “sempre legittima”, come scritto negli striscioni di Salvini e Vannacci.
    Una legge che ha passato il vaglio di tre gradi di giudizio, com’è giusto che sia in uno stato di diritto.
    Tre corti giudicanti, due Corti d’Assise e la Corte Suprema di Cassazione, che hanno escluso che nei fatti de quibus ricorressero gli estremi della difesa legittima.
    Ma si sa i giudici sono degli agenti di Stalin redivivo infiltrati nella magistratura italiana.
    Quella politica dice oggi: “dobbiamo correggere un’ingiustizia della legge attuale”, non dicendo però che la legge attuale è la loro, l’hanno scritta loro, l’hanno votata loro.
    Il problema, semmai, è che il caso concreto non si piega alla narrazione che avevano già scritto prima ancora che il processo iniziasse e peggio che mai quella legge che quei maledetti giudici comunisti hanno interpretato e applicato a favore dei delinquenti!
    Tempi bui!

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