Fakir non c’è più

Dopo la cronaca di questi giorni, attraverso la newsletter di Radio Onda d’Urto, si alternano gli articoli di: Alessandro Canella, Claudileia Lemes Dias, Donata Columbro, Francesco Matteuzzi con le foto di Laura Pasotti, Gianluca Cicinelli, Giulia Borelli, due interventi di Lavinia Marchetti, Lorenzo Guadagnucci e, a seguire, due commenti di Enrico Semprini

dalla newsletter di Radio Onda d’Urto del 21 -22 e 23 luglio


BOLOGNA – Omicidio di polizia, questa volta a Bologna dove Abderrahim Fakir, 42 anni, domenica 19 luglio, è morto durante un fermo nel quartiere popolare del Pilastro.

Come documenta il drammatico video diffuso nel primo pomeriggio si vedono due agenti costringere Fakir a terra, a faccia in giù, con le mani bloccate dietro la schiena nel tentativo di ammanettarlo mentre l’uomo immobilizzato gridava: “Aiuto, basta, basta”. Un terzo uomo, probabilmente un residente, aiuta gli agenti trattenendogli le caviglie, attorno alla scena sono presenti anche due soccorritori, che non intervengono. Dopo alcuni minuti Fakir smette di dimenarsi, perde conoscenza e, poco dopo, muore.

“Fakir viveva una situazione di forte disagio psicologico: temeva che le nuove norme sull’immigrazione potessero colpirlo e di essere deportato dopo 35 anni trascorsi in Italia”.

Lo racconta ai nostri microfoni l’avvocata Barbara Spinelli, che lo aveva seguito nelle pratiche relative al permesso di soggiorno.

La sorella di Fakir denuncia: “lo hanno ammazzato, voglio giustizia” e ieri sera una prima manifestazione si è tenuta in quartiere proprio per chiedere che questo omicidio non rimanga impunito”.

Dal quartiere Pilastro abbiamo raggiunto Laura, del Comitato Popolare Pilastro e Paola Rudan, del Coordinamento Donne Migranti di Bologna, presente in manifestazione.

Sul piano giudiziario, la Questura di Bologna afferma di aver consegnato alla Procura le immagini registrate dalle bodycam degli agenti intervenuti. La Procura di Bologna ha iscritto nel registro degli indagati sei persone: due poliziotti del commissariato Bolognina-Pontevecchio e quattro operatori del 118. L’ipotesi di reato è quella di omicidio colposo, in vista degli ulteriori accertamenti investigativi. Non risultano invece indagati gli altri cittadini presenti sulla scena e visibili nel video girato da un residente.

Sul fronte politico, il governo guidato da Fratelli d’Italia sostiene che “l’intervento delle forze dell’ordine è stato adeguato”, mentre le opposizioni del Campo largo chiedono che venga fatta piena luce sull’accaduto e sollecitano un accertamento delle responsabilità.

Per questa sera, lunedì 20 luglio, a partire dalle 22, il Si Cobas ha proclamato uno sciopero all’Interporto di Bologna in memoria di Fakir, che era titolare di un’impresa di facchinaggio attiva proprio nel settore della logistica. “Come a Genova venticinque anni fa e negli Stati Uniti di questi tempi, gli sbirri, senza alcuna pietà, hanno ammazzato Fakir Abderrahim, un nostro ex iscritto” scrive il sindacato nel comunicato con cui invita alla mobilitazione.

Nel tardo pomeriggio, in piazza del Nettuno, una prima manifestazione (in foto). Mentre scriviamo la newsletter, via Rizzoli è stata chiusa al traffico e i percorsi degli autobus sono stati deviati a causa della partecipazione di massa.

Federico della nostra redazione Emilia-Romagna ricostruisce la vicenda e ci parla delle iniziative di questa sera.

 


BOLOGNA – Iniziamo FuoriOnda di questa sera aggiornando la notizia data in apertura nella newsletter di ieri, lunedì 20 luglio.

Ieri sera a Bologna migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere verità e giustizia per Abderrahim Fakir, lavoratore di 42 anni ucciso domenica da due agenti di polizia nel quartiere Pilastro del capoluogo emiliano.

Contro le violenze e gli abusi in divisa, decine di migliaia di persone hanno prima affollato piazza del Nettuno con il presidio lanciato (anche) dalle istituzioni cittadine, ma poi sono partite in corteo verso la Prefettura felsinea. Davanti al palazzo del governo sono scoppiati gli scontri con la polizia, che ha usato idranti e lacrimogeni contro i manifestanti. La piazza ha risposto compatta per diverse ore, con barricate e lanci di oggetti e petardi. Il bilancio è, al momento, di una persona fermata.

Alle 22 di ieri, intanto, è iniziato lo sciopero dell’intera giornata all’Interporto – dove lavorava Fakir – indetto dal sindacato Si Cobas.

Radio Onda d’Urto ha raccolto diverse voci (clicca qui):

  • Il racconto della serata a Bologna da parte di Federico della redazione di Radio Onda d’Urto Emilia Romagna.
  • Le considerazioni sull’uccisione di Abderrahim Fakir di Mauro Palma, tra i fondatori di Antigone, ex Garante nazionale delle persone private della libertà personale.
  • Il commento di Luca Masera, docente di diritto penale all’Università di Brescia, sullo “scudo penale” e l’iscrizione dei poliziotti e dei sanitari nel registro speciale anziché nel registro degli indagati

Pilastro, Bologna – 19 luglio 2026

Le iniziative per chiedere “verità e giustizia”, comunque, non si spengono. A Bologna mercoledì 22 luglio è stata lanciata un’assemblea cittadina con appuntamento alle 19 in piazza Lucio Dalla. Qual è la situazione ora al Pilastro? Radio Onda d’Urto ha intervistato Francesca del Comitato popolare Pilastro di Bologna:

Qui l’intervista completa.

Non solo Bologna. Per la giornata di oggi, ma anche nelle prossime, sono state lanciate manifestazioni di piazza in tante città italiane.

A Milano il corteo, mentre scriviamo la newsletter, ha mosso i primi passi verso Porta Venezia. A Brescia è in corso un presidio, dalle 19.30, in piazza Rovetta/Largo Formentone, organizzato da csa Magazzino 47, Diritti per tutti e Collettivo Onda Studentesca.

Qui le interviste e l’elenco dei presidi in aggiornamento.

BOLOGNA – Sono emersi altri video sull’omicidio di Abderrahim Fakir da parte di due agenti della polizia, domenica, nel quartiere popolare del Pilastro, a Bologna. Uno di questi mostra l’uomo a terra, legato con fascette alle caviglie e braccia dietro la schiena. Intorno a lui, nelle immagini, ci sono 4 soccorritori della Croce Rossa, due dei quali tentano di rianimarlo. “Il volto presenta macchie marroni scure dovute allo spray al peperoncino spruzzato da molto vicino, la rianimazione avviene mentre è ancora legato, è inammissibile”, commenta il legale dei familiari di Fakir.

I nuovi video, in effetti, immortalano anche il momento in cui gli agenti utilizzano lo spray al peperoncino: a quel punto, il 42enne è già immobilizzato a terra, in posizione prona e con gli agenti sopra di lui. I risultati dell’autopsia saranno pronti domani e saranno cruciali per capire le cause del decesso.

Ieri sera, intanto, centinaia di persone hanno preso parte all’assemblea pubblica promossa dalle realtà organizzate del quartiere Pilastro. Durante l’assemblea, che si è svolta in Piazza Lucio Dalla ed è poi sfociata in un corteo, sono state stabilite le prossime iniziative per continuare a chiedere “verità e giustizia” per Fakir: domenica 26 luglio corteo in quartiere; sabato 12 settembre assemblea nazionale per organizzare una grande mobilitazione “contro gli abusi di polizia e le logiche della remigrazione di questo governo”. Su Radio Onda d’Urto abbiamo raccontato l’assemblea e fatto il punto sulle prossime iniziative con Federico della nostra redazione emilianoromagnola. Di seguito un estratto del suo contributo:

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di — Altreconomia

Le risposte che la polizia deve dare (prima della magistratura) sulla morte di Abderrahim Fakir

Il fermo di polizia durante il quale è morto Abderrahim Fakir a Bologna © Fotogramma

La terribile morte dell’uomo durante un fermo a Bologna il 19 luglio impone riscontri da parte delle forze di polizia, al di là delle indagini. Dalla tecnica di immobilizzazione alla formazione “impartita” agli agenti fino alla scarsa trasparenza sulle regole di ingaggio. Sono le stesse domande rimaste inevase dopo la condanna della Cedu, nel gennaio di quest’anno, per la morte di Riccardo Magherini a causa proprio del “ginocchio sul collo”. L’intervento di Lorenzo Guadagnucci

La tragica fine a Bologna di Abderrahim Fakir il 19 luglio durante un fermo di polizia dev’essere ancora chiarita nei suoi dettagli: l’inchiesta è appena agli inizi ed è giusto aspettare l’autopsia e l’esame di tutti i materiali prima di esprimere giudizi definitivi. Tuttavia è lecito, perfino doveroso, esplicitare i dubbi e le domande che scaturiscono dalla visione del drammatico filmato realizzato da un residente.

La fine di Fakir, diciamolo subito, evoca i casi di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini anche loro morti per strada durante fermi di polizia -il primo a Ferrara nel 2005, il secondo nel 2014 a Firenze- e la terribile vicenda di George Floyd, la cui agonia, il 20 maggio 2020 a Minneapolis, durò nove lunghi minuti e fu ripresa da una passante. Il “basta, aiuto” di Abderrahim Fakir risuona sinistramente come l’”I can’t breathe”, non respiro, di George Floyd.

Chiediamo e ci chiediamo, innanzitutto, perché si continui a usare la tecnica di immobilizzazione mostrata dal filmato di Bologna, con il fermato schiacciato a terra e gli operatori che gli serrano le mani dietro la schiena mentre si appoggiano e spingono per fermare le sue escandescenze. Siamo o no di fronte in questo caso -lo chiediamo alle forze di polizia- alla tecnica detta del “ginocchio sul collo”?

È una tecnica nota per la sua pericolosità, a causa dell’alto rischio di soffocamento, specie su persone con problemi respiratori o cardiaci, impossibili da conoscere sul momento. È questa -chiediamo agli esperti che sicuramente sovrintendono le scelte e attività di formazione delle polizie– la tecnica più appropriata per calmare una persona che appare in forte stato di alterazione? Sì o no?

La Corte europea per i diritti umani ha condannato l’Italia nel gennaio 2026 a risarcire la famiglia per la morte di Riccardo Magherini, avendo giudicato non necessaria la tecnica di immobilizzazione utilizzata e carente la formazione degli operatori. La sentenza è passata sotto silenzio e nessuno si è sentito in obbligo di offrire chiarimenti.

Ora il filmato sulla fine di Fakir impone di ribadire la richiesta di pubbliche spiegazioni. E di aggiungere altre due domande: perché le forze di polizia sono così poco trasparenti, così restie a far conoscere le proprie regole di ingaggio, le proprie scelte? Perché hanno tanta difficoltà a ragionare in pubblico delle loro scelte e dei loro eventuali errori?

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova”, “Noi della Diaz”, “Parole sporche” e “Un’altra memoria”

Quel che resta – Ep. 1 per Stormi

Il 19 luglio 2026, a Bologna, un uomo muore durante un intervento di polizia.
Si chiama Abderrahim Fakir.
Secondo le prime notizie, all’arrivo delle forze dell’ordine Fakir sarebbe stato già morto. Poi però spunta un video girato da un residente, che racconta l’esatto contrario. Prime notizie, e primi tentativi di insabbiamento.
Adberrahim Fakir era vivo, quando gli agenti sono arrivati. Dopo il loro intervento, invece, non lo era più.
Partiamo da qui.

di Donata Columbro

È così frequente morire durante un fermo della polizia in Italia?

La risposta che potete immaginare conoscendo questa newsletter è che… non ci sono dati per capirlo e per fare confronti con altri paesi europei.

Come scrivevo su Sky Insider più di un anno fa

L’Italia non produce dati che possano aiutare a capire quante persone sono morte durante le operazioni delle forze dell’ordine, che si tratti di arresti o blocchi stradali. La prima mappatura, con casi che partono dal 2000 a oggi, l’ha creata Luigi Mastrodonato, giornalista che si occupa da anni di questioni legate alle carceri e alle situazioni di fragilità nel nostro paese.

Secondo un’inchiesta di Civio, media spagnolo, in Europa tra il 2020 e il 2022 almeno 488 persone sono morte in custodia o in operazioni di polizia nei 13 paesi europei che pubblicano dati o li hanno forniti alla redazione. Tra questi, l’Italia non c’è.

La mappa creata da Mastrodonato è un insieme di storie: i segnaposto rossi raccontano i decessi avvenuti dal 2000 a 2025 durante fermi e controlli delle forze dell’ordine, e per ora il giornalista ne ha contati 76.

La maggioranza sono uomini e circa la metà di origine straniera:

“Ho iniziato a raccogliere queste storie cercando sui motori di ricerca, con parole chiave nella cronaca, tra battaglie legali e mobilitazioni sociali, e poi confrontandomi con i siti e i social di associazioni che se ne occupano, come Antigone, Osservatorio Repressione, Stefano Cucchi onlus e Acad, l’Associazione contro gli abusi in divisa”, racconta Mastrodonato. “In particolare, ho poi lavorato con Osservatorio Repressione che ha fatto un controllo sui miei dati incrociandoli con le loro fonti interne, per renderlo il più completo possibile. Infatti mi hanno segnalato altri casi che mi erano sfuggiti e sicuramente quello che ho contato rappresenta solo la punta di un iceberg”.

In Italia non ci sono nemmeno dati sulla profilazione razziale, cioè tutte quelle azioni delle forze dell’ordine che coinvolgono soprattutto persone razzializzate (che sono fermate e interrogate più frequentemente delle persone non razzializzate) e che possono portare a un uso eccessivo della forza e altre violazioni dei diritti umani. Il Regno Unito, invece, pubblica ogni anno questo tipo di statistiche. Non sono richieste impossibili.

Come osserva Michele Di Giorgio nel libro pubblicato da Nottetempo che ho citato sopra, studiare la polizia italiana è difficile, ma comprendere la refrattarietà delle istituzioni nel migliorare la propria accountability e trasparenza per me lo è ancora di più. I dati ci servono per unire i puntini, per capire come evitare nuovi abusi e incidenti, magari dovuti a una scarsa formazione degli operatori sulle tecniche migliori per eseguire un’immobilizzazione delle persone in stato confusionale. Non sappiamo ancora cosa sia avvenuto esattamente a Bologna con la morte di Abderrahim Fakir, ma abbiamo visto un video atroce e, come cittadine e cittadini, vorremmo evitare che succeda ancora e ancora (in questo pezzo su Internazionale Annalisa Camilli ricorda i precedenti). Anche le forze dell’ordine dovrebbero volere la stessa cosa.

 

Abderrahim Fakir era arrivato in Italia a sette anni. Ne aveva quarantatré quando è morto a faccia in giù sull’asfalto di via Svevo, e in mezzo c’erano trentacinque anni: la scuola, il lavoro, una moglie, una ditta di traslochi che era sua e che dava da vivere anche ad altri. In trentacinque anni questo Paese gli ha chiesto di essere un facchino, poi un piccolo imprenditore, poi un contribuente. Non gli ha mai concesso di essere un cittadino.

Al momento della morte Fakir aspettava di rinnovare un permesso di soggiorno. Non la cittadinanza: il permesso di restare. Un uomo cresciuto interamente qui, in regola, con dei dipendenti, era ancora, agli occhi dello Stato, un ospite di cui rinnovare periodicamente la licenza.

C’è una violenza che lascia i lividi e una che non si vede. La seconda è più grave, perché lavora nel tempo. Non voglio fare lo psicologo da bar e sostenere che un permesso di soggiorno spieghi una crisi di nervi. Dico una cosa più semplice, e verificabile su ciascuno di noi: chi resterebbe sereno sapendo che, dopo trentacinque anni di lavoro e di regole rispettate, il diritto che gli spetta continua a essergli negato? Che il suo posto qui è sempre revocabile, che il suo essere di questo Paese va riconfermato a scadenza come una bolletta? Non serve la psichiatria per capirlo. Serve mettersi al suo posto per un pomeriggio.

Chi lo conosceva lo descrive come un bonaccione, uno che parlava «come un buon padre di famiglia, anche se non aveva figli». Le prime segnalazioni parlano di un uomo «in escandescenza». Tra queste due immagini si muoverà l’inchiesta, ma una cosa la sappiamo già: quel giorno Fakir non era un criminale da fermare. Era una persona in crisi, che aveva bisogno di essere aiutata. Chi ha chiamato, ha chiamato per quello.

La sorella ha detto che non si darà pace. La famiglia ha chiesto più volte calma, per bocca del suo avvocato, Fabio Anselmo, che è lo stesso di Stefano Cucchi e di Federico Aldrovandi, e alla fine si è dovuta dissociare da chi, a manifestazione conclusa, ha trasformato piazza Roosevelt in un campo di battaglia.

Non mi interessa unirmi al coro di chi da ieri dice «teppisti» per non dover dire Fakir. Mi interessa una domanda diversa, e la rivolgo a chi ha lanciato le bombe carta. A chi è servito? È servito al Pilastro, che sullo striscione aveva scritto «non si fa strumentalizzare»? È servito alla famiglia, che aveva chiesto rispetto? O è servito a voi, alla vostra serata, alla firma da mettere in fondo a una giornata di scontri? Chi vuole davvero giustizia per Fakir, stamattina ha soltanto un problema in più da affrontare e nessun sollievo in più.

Perché la giustizia, quella vera, si gioca altrove, su un terreno molto meno fotogenico. La procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Ma i due agenti e i quattro sanitari non sono indagati: sono iscritti in un registro separato, l’annotazione preliminare, il «modello 45 bis» introdotto a febbraio dal decreto sicurezza diventato legge 54 del 2026. La stessa legge di cui Amnesty ha chiesto l’abrogazione parziale tre settimane fa. La stessa che oggi tiene i nomi di chi teneva Fakir a terra fuori dal registro degli indagati.

Può, con questa norma, Fakir avere giustizia? In teoria l’annotazione preliminare non chiude nulla: l’indagine prosegue, e se il pubblico ministero vorrà un incidente probatorio dovrà iscrivere i sei come indagati. Il problema è il presupposto. Il meccanismo serve a far «apparire evidente» una causa di giustificazione fin dal primo giorno, cioè a stabilire, prima ancora dell’autopsia, che chi ha agito era legittimato. È il rovescio del modo in cui le scriminanti si accertano di solito, e cioè nel processo, non alla vigilia. C’è persino un paradosso che segnalano gli stessi difensori degli agenti: l’autopsia è un atto irripetibile, e non è chiaro se il 45 bis consenta ai sei di nominare i propri consulenti senza essere prima iscritti tra gli indagati. Una norma venduta come tutela rischia di complicare la difesa proprio nell’atto che conta di più.

Cosa si può fare, allora, in concreto. Pretendere che il quesito ai medici legali sia scritto per accertare se l’immobilizzazione prona prolungata abbia concorso alla morte, non per aggirarlo. Pretendere che le bodycam finiscano integralmente agli atti, ricordando che l’unica che ha ripreso la scena non era d’ordinanza, ma quella privata di un agente che l’aveva accesa per conto suo. E pretendere ciò che chiede la stessa famiglia, citando la Corte di Strasburgo: che a indagare non sia lo stesso corpo a cui appartengono le persone coinvolte. Perché il film lo abbiamo già visto. Riccardo Magherini, Firenze, 2014, tenuto prono per venti minuti: carabinieri assolti in Cassazione nel 2018, Stato italiano condannato a Strasburgo lo scorso gennaio. L’individuo si salva, lo Stato paga, e il morto resta morto.

E poi c’è la domanda che il nostro mestiere non può lasciar cadere: cosa ci faceva, lì, il 118. Gli agenti, chiamando i soccorsi, avevano segnalato «una crisi psichiatrica». Secondo le ricostruzioni, hanno immobilizzato Fakir a terra per poterlo poi sedare. Fermiamoci su questa parola. Sedare.

In Italia non si seda una persona per terra, tenendola ferma con la forza, perché lo decide chi la tiene ferma. Dal 1978 c’è la legge 180. Un trattamento sanitario contro la volontà di chi lo subisce ha una procedura, delle garanzie e dei nomi: la proposta di un medico, la convalida di un secondo, l’ordinanza del sindaco, il controllo del giudice tutelare. Non è un cavillo. È la differenza tra la cura e il manicomio, ed è costata a questo Paese una battaglia che qualcuno ricorda ancora. Schiacciare un uomo a faccia in giù «per sedarlo» non è un trattamento sanitario. È l’esatto contrario di ciò per cui la 180 è stata scritta.

C’è di più, e a dirlo sono i medici del 118, non i militanti. Il presidente della loro società scientifica ha spiegato che l’agitazione psicomotoria richiede sempre un’équipe con medico e infermiere: è l’unica che può decidere e praticare una sedazione in sicurezza, monitorando la persona. La prima ambulanza arrivata in via Svevo era della Croce Rossa, senza medico. La sedazione, quella vera, non poteva farla. Ha chiesto l’automedica alle 12.36. L’automedica è arrivata alle 12.53 e ha potuto solo constatare la morte. Nel mezzo, per minuti, un uomo in crisi è stato tenuto in posizione prona, quella che le linee guida dello stesso ministero, da maggio, dicono di non prolungare mai «per i rischi al sistema cardiaco e agli organi respiratori». Ed è stato tenuto così davanti a soccorritori che non potevano curarlo e non hanno fermato chi lo stava uccidendo.

È questo il buco nero della vicenda. Non «perché non sono intervenuti». Ma perché nessuno, in trentasei minuti, ha smesso di trattare una malattia come un reato.

Cosa possiamo fare per Fakir, dunque. Esserci a partecipare, per cominciare, senza voltare la testa dall’altra parte o sentirci soddisfatti perchè abbiamo fatto atto di presenza a un’iniziativa pubblica. Non vendicarlo: aiutarlo a ottenere, da morto, ciò che da vivo gli è stato negato. Da vivo gli hanno negato la cosa più semplice, l’essere riconosciuto come uno di noi dopo che per trentacinque anni lo era stato di fatto. Da morto possiamo almeno impedire che gli venga negato il resto: che il suo nome resti in un registro separato, che la sua morte diventi un atto d’ufficio archiviato in centoventi giorni, che di lui rimanga soltanto la parola «escandescenza» in una nota della questura.

La rabbia può spegnersi in una notte. Le domande no. Continuiamo a farle, una per una, ora che la piazza è vuota, e a pretendere risposte. È l’unica cosa che a Fakir serve ancora. Ed è l’unica che possiamo davvero dargli.

Abderrahim Fakir, 43enne marocchino morto a Bologna durante un intervento della polizia, Bologna, 19 luglio 2026. ANSA/SARA FERRARI

Giulia Borelli su Fb

“Il 2 giugno, festa della repubblica, sono andata in piazza a Lodi per incontrare una amica. Già sapevo che per l’occasione avevano allestito tutti gli stand delle varie  forze dell’ordine (perché la festa della repubblica debba essere una parata militare non me lo spiegherò mai e non mi va giù). Ad ogni modo mi è capitato di passare davanti allo spazio del corpo delle guardie carcerarie (polizia penitenziaria). La dimostrazione pratica di intervento che stavano facendo era esattamente quella che ha portato alla morte di Farik a Bologna: due agenti belli prestanti hanno bloccato un uomo, lo hanno atterrato, gli sono montati sopra schiacciando il petto e la nuca col peso del loro corpo e col ginocchio, gli hanno stortato le braccia, gli hanno stretto le orribili fascette. Mancava solo lo spray urticante iniziale (spererei bene venga eliminato in un prossimo futuro perché ignobile strumento, così come i taser e le fascette e questo violento “protocollo”) .
Io me ne sono andata rabbrividendo; la gente intorno applaudiva.”


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Un commento

  • FAKIR

    È passato un mese da quando il 19 luglio scorso a Bologna è stato ucciso Abderrahim Fakir, 42 anni, schiacciato a terra e soffocato dalla polizia durante un fermo.
    Fakir viveva in Italia da quando aveva sette anni ed era titolare di una ditta di trasporti e facchinaggio. Negli ultimi mesi alla sua avvocata aveva manifestato timori legati all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione. Aveva paura di essere espulso dall’Italia nonostante avesse i documenti in regola.

    La sua terribile storia è sparita dai giornali. Non se ne parla già più.
    Sembra che non rimanga altro da fare che aspettare i risultati dell’autopsia. Anche se non ne abbiamo bisogno per sapere come è morto.

    Da quando il 3 marzo 2014 Riccardo Magherini è morto schiacciato a terra a Firenze, contenuto e soffocato dai carabinieri, non abbiamo fatto un passo avanti. Siamo rimasti sempre e ancora lì.

    Riccardo chiedeva aiuto. Come Fakir.

    Sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza, all’intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo schiacciamento a terra, il ginocchio sulla schiena, le manette, la contenzione, il soffocamento.

    Le cronache sono piene di storie simili a quella di Fakir o di Riccardo Magherini. Chi vuole, (noi come Collettivo ci siamo cimentati in questa impresa) si prenda la briga di cercarle, studiarle, divulgarle… Tantissime sono le persone decedute in seguito all’esecuzione di un fermo di polizia con annesso Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), all’azione congiunta di divise e camici bianchi, di gazzelle della polizia e ambulanze del 118 o della Croce Rossa.
    Riccardo e Fakir sono morti come tanti altri. Luigi Marinelli, schiacciato da un ginocchio sulla schiena durante l’intervento della polizia nella sua abitazione a Roma il 5 settembre 2011. Giacomo Zotti, morto a Urago d’Oglio in provincia di Brescia durante un TSO, a causa di due iniezioni di sedativo mentre era bloccato dai carabinieri il 26 ottobre 2011. Vincenzo Sapia, soffocato a terra da un carabiniere a Mirto Crosio in provincia di Cosenza il 24 maggio 2014. Andrea Soldi, immobilizzato con una presa al collo, ammanettato e soffocato durante un TSO (non voleva recarsi al CSM a farsi somministrare la dose di psicofarmaci) da tre vigili urbani e uno psichiatra il 5 agosto 2015 a Torino. Arafet Arfaoui, morto a Empoli il 17 gennaio 2019 dopo un’iniezione di sedativo mentre era ammanettato e schiacciato a terra dai carabinieri, con i piedi legati da un cordino di plastica. Igor Squeo, morto a 33 anni in circostanze ancora non chiarite la notte tra l’11 e il 12 giugno 2022 a Milano in seguito a un intervento di polizia e sanitari nel suo appartamento, ammanettato, schiacciato a terra in posizione prona e potentemente sedato. M.M, soffocata a 39 anni all’interno di una chiesa di Vigevano dopo essere stata ammanettata, contenuta e bloccata a pancia in giù da due vigili urbani il 3 novembre 2023.
    E chissà quante altri.
    Tante, troppi hanno perso la vita nel corso di un intervento delle forze dell’ordine durante l’esecuzione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Il TSO a tutt’oggi continua a essere l’unica pratica considerata “medica” che impone una “cura” indesiderata e involontaria attraverso l’intervento della forza pubblica. A migliaia ne vengono praticati ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso finiscono così, con la morte “accidentale” di chi li subisce.

    Come società e come individui facciamo fatica a empatizzare con chi esprime una sofferenza latente, evitiamo di considerare il dolore interiore e nascosto. Siamo capaci di percepire solamente la minaccia. L’unica risposta a chi si trova in un momento di difficoltà, chiede aiuto ed esige cura, ascolto, vicinanza e accoglienza sono le forze dell’ordine e dosi massicce di neurolettici e sedativi. L’incontro ravvicinato con una persona in forte crisi ha come conseguenza quasi meccanica l’appello a chi ha il monopolio della forza. Farsi carico, prendersi personalmente cura di una persona che esprime difficoltà sembra appartenere a spazi, tempi e dimensioni lontane. Nel nostro tempo, nel nostro spazio, nella nostra dimensione ciò non è più possibile. Si salta a piè pari qualsiasi rapporto umano. Chi urla per strada è potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri, e al cittadino che non vuole guai non rimane che una soluzione, chiamare le forze dell’ordine o l’ambulanza per il ricovero coatto in psichiatria. Spesso quando le divise operano insieme ai camici bianchi, le parole si trasformano in armi, le relazioni sono surrogate da bombardamenti di psicofarmaci, contenzione e segregazione in reparti psichiatrici. Fakir è morto perché bravi cittadine alla finestra desiderosi di tranquillità, cellulare alla mano in modalità ripresa video, lo hanno consegnato a uomini in divisa. I quali, ben lungi dal preservare l’incolumità delle persone, hanno messo in atto il loro compito primario: controllare, contenere e reprimere.

    Le persone sofferenti sono spesso circondate da uno stigma: una modalità collettiva, costruita nei secoli, di osservare la realtà che ci circonda e di rapportarsi alle persone, che trasforma la vulnerabilità in vergogna o pericolo. Dei matti si ride o se ne sta alla larga. Lo stigma psichiatrico va anche oltre: previene e annulla qualsiasi responsabilità personale anche se si mettono in atto trattamenti violenti e contenitivi prolungati. Alle persone considerate matte, pazze, deliranti difficilmente si crede, anche quando denunciano un danno o un abuso. Così agisce lo stigma. Ci si sente più liberi di agire impuniti. Chi è in crisi non è credibile e non è attendibile come testimone.
    Fakir è stato colpito anche da questo stigma. Dopo la sua morte è stata orchestrata dai media e dal dibattito politico di infimo livello a cui siamo abituati una campagna stampa tesa a screditarlo come persona. Si è detto che forse aveva delle patologie pregresse, che assumeva stupefacenti. È stata perquisita la sua abitazione ed è comparsa la sua cartella clinica di un ricovero risalente a un mese prima della morte, quando era andato al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna per un taglio al polso, durante il quale aveva chiesto un aiuto psicologico. Il fine era chiaro: dimostrare che lui stesso fosse la causa del suo omicidio.

    La famiglia di Fakir chiede verità e giustizia. La procura di Bologna ha già mostrato da che parte sta lo Stato: il fascicolo sui due poliziotti e i quattro operatori del 118 intervenuti al Pilastro non è stato aperto nel registro ordinario degli indagati, ma nel cosiddetto modello 45 bis, il registro “scudo” introdotto dall’articolo 12 del decreto sicurezza, riservato ai casi in cui si presume sin da subito una causa di giustificazione per chi porta una divisa, in adempimento del dovere. Chi vi finisce iscritto non è formalmente indagato e gli accertamenti procedono su un binario separato e più rapido rispetto a quello ordinario. Per la morte di una persona disarmata, bloccata a terra e ammanettata, il punto di partenza dell’inchiesta è la presunzione che agenti di polizia e i volontari della Croce Rossa abbiano agito legittimamente. Si tratta della prima applicazione in assoluto di questa norma in Italia.
    Siamo con le famiglie di chi subisce abusi di questo tipo, spesso destinate a un doppio lutto, a una doppia perdita: strappate per sempre alla presenza dei propri cari, private della consolazione di una verità processuale plausibile e accettabile. Pochissimi sono i processi che giungono a una conclusione effettiva. Il che aggiunge un ulteriore inquietante elemento alla violenza che famiglie, parenti, amici della persona deceduta a causa dell’abuso sono costretti a sopportare: la privazione anche di una spiegazione, di una successione plausibile dei fatti e delle cause che hanno portato alla morte delle persone a loro più care.

    Quello che è successo a Fakir e a tutti gli altri è il risultato della perdita di qualsiasi contatto umano. È la conseguenza della delega di azioni, pensieri e rapporti solidali a istituzioni prive per statuto di capacità relazionale, di reale interesse verso le sensazioni altrui e nei confronti di stati d’animo non rispondenti a uno standard conforme.
    Un vero cambiamento non può passare che dalla consapevolezza diffusa della necessità di un ritorno alla disponibilità alla cura, quella vera, fatta di ascolto, capacità di relazione, vicinanza. Tutte caratteristiche che, inesorabilmente, stiamo, forse per sempre, perdendo in questi anni infami.
    Ci rifiutiamo di pensare che questa deriva rappresenti la nostra nuova normalità.

    Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

    Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
    via San Lorenzo 38, 56100 Pisa
    antipsichiatriapisa@inventati.org
    http://www.artaudpisa.noblogs.org
    3357002669 

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