Roma, Reggio Emilia, Ferrara: si lotta per…

… per la “sicurezza sociale” cioè casa e ambiente.

Articoli di Enrica Muraglia e Federica Scannavacca, di Assemblea Bosco Ospizio, di Alfredo Alietti e Andrea Musacci,  introduzione di Enrico Semprini.

Introduzione di Enrico Semprini.

Oggi riportiamo tre situazioni, due di lotta sociale e una di difficile resistenza.

Parliamo di Roma, lotta per la casa, Reggio Emilia, in difesa di un polmone verde della città, Ferrara di nuovo sul diritto all’abitare.

Cosa intendiamo quando parliamo di “sicurezza sociale”? A sinistra dobbiamo intendere la sicurezza dell’alloggio, della salvaguardia della salute e, di conseguenza, dell’ambiente.

Vedremo che è proprio questa insicurezza che fa scaturire le lotte e spicca la differenza tra la prima e la terza situazione: la lotta sociale che è scaturita in difesa dello Spin Time, ha riacceso una speranza. L’esperienza sindacale che ho maturato nel mio percorso politico, mi ha fatto rendere conto che anche la difesa di interessi formalmente legittimi, non si attua se non si ha la forza organizzativa per farla valere. Solo la lotta di classe permette di difendersi da strutture amministrative addestrate al rispetto delle formalità quando trattano di persone socialmente deboli se disorganizzate, mentre chiudono entrambi gli occhi se gli inadempimenti formali riguardano coloro che “fanno girare i capitali”. Questo, naturalmente, vale anche per la questione del bosco nella quale le strutture giudiziarie di tutela “non vedono che il bosco c’è” perchè mancano le certificazioni della sua esistenza nel passato.

Viene in mente una canzone di Giorgio Gaber intitolata “Le Carte“(1) in merito a burocrazia e documenti e vien da dire che al Bosco Ospizio: “… non basta esistere, lo devi dimostrare, ci vogliono le prove…”

 

(1) https://www.giorgiogaber.it/discografia-album/le-carte-testo

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C’è fiducia per la trattativa su Spin Time che però si sta costruendo sulla pelle delle persone

Serigrafia solidale davanti a Spin Time © Federica Scannavacca

Un incendio dalle cause ancora poco chiare ha cambiato le sorti del palazzo occupato dal 2013 poco lontano dalla stazione Termini, a Roma, casa di circa 400 persone di più di 25 etnie diverse. Dopo l’intervento dei vigili del fuoco per la messa in sicurezza, il rientro sembrava imminente, invece non è mai avvenuto. Il presidio sociale prima ancora che sanitario è permanente mentre si continua a parlare in maniera anacronistica di “emergenza casa”. Il reportage

Spin Time può farcela. Dopo le trattative in prefettura il 3 agosto tra Roma Capitale e la proprietà InvestiRE Sgr, il Comune ha messo sul tavolo una proposta per l’acquisto del palazzo ex Inpdap occupato dal 2013 e conosciuto come Spin Time. La cifra si basa sulla valutazione dell’Agenzia del Demanio.

C’è fiducia per la trattativa in corso che però “si sta costruendo sulla pelle di centinaia di persone”, spiega Andrea Pace della Cgil. L’occupazione è nata durante lo “Tsunami Tour”, l’ondata di azioni per la riappropriazione abitativa promossa dai movimenti per il diritto all’abitare. “Era un esperimento, era una necessità”, dice Giovanna, abitante di Spin Time. A innescarla è stata anche l’apertura del nuovo bando per l’assegnazione delle case popolari che, cancellando la precedente lista d’attesa, lasciò migliaia di famiglie senza una prospettiva abitativa.

Un incendio dalle cause ancora poco chiare ha cambiato le sorti del palazzo poco lontano dalla stazione Termini, casa di circa 400 persone di più di 25 etnie diverse. Dopo l’intervento dei vigili del fuoco per la messa in sicurezza, il rientro sembrava imminente. Invece non è mai avvenuto. Da mercoledì 29 luglio, con una temperatura media al suolo di 40 gradi, lungo i lati di via Santa Croce in Gerusalemme si susseguono tende e brandine, insieme ai gazebo allestiti dalla Protezione civile e dai volontari che gestiscono donazioni ed emergenze. Il cancello rosso sotto sigillo segna il confine: “Ci troviamo in una situazione paradossale, la polizia è dentro e gli abitanti sono fuori. Polizia che dovrebbe essere a tutela e garanzia dei cittadini, invece è a tutela e garanzia della proprietà privata”, spiega Chiara Cacciotti, antropologa che ha vissuto a Spin Time.

S. è seduto davanti al tendone del presidio sanitario, lamenta mal di testa, dolori alle braccia e alle ginocchia. È giovane, fa il muratore. Una delle volontarie del presidio lo visita e gli chiede dove stia dormendo in questi giorni. “Qua”, dice indicando l’accampamento a pochi metri di distanza. Tende, panche, brandine, bagni chimici. Tra le persone sfollate, molte soffrono di patologie croniche e non hanno potuto recuperare i farmaci salvavita né le prescrizioni rimaste dentro le abitazioni. “Ci sono pazienti ipertesi, cardiopatici, diabetici, alcuni fanno chemioterapia”, raccontano dal presidio sanitario, dove circa ottanta volontari dell’Ambulatorio popolare Garbatella, della Croce Rossa, di Medu e dell’Ambulatorio popolare di Roma Est si alternano nell’assistenza. Una situazione destinata “prevedibilmente a peggiorare”, dice Diego De Leo, medico volontario. L’Unità emergenza di Lav ha effettuato le prime visite anche agli animali ma molti sono rimasti chiusi dentro il palazzo, senza cure né assistenza.

Lo stress psicofisico della vita di strada è altissimo e a pesare c’è anche “tutta l’angoscia di una situazione del genere”. I bambini cominciano ad accusare nel corpo la fatica di queste giornate roventi tra piscine di fortuna, pompe d’acqua e giochi rimediati. “Oggi compie quattro anni” sussurra uno di loro indicando C., piccolo abitante di Spin Time. Ci si procura qualche candelina, una merenda confezionata dal presidio “Richieste e necessità” e si intona “buon compleanno”.

Secondo l’analisi della graduatoria per l’assegnazione della casa popolare, aggiornata a dicembre 2023, sono oltre 16mila le famiglie in attesa di un alloggio e il 44% attende da oltre dieci anni. “Gli occupanti che vedete oggi in strada sono tutte persone che hanno fatto domanda di casa popolare, ma ancora non hanno ottenuto risposta”, spiega Cacciotti. Le case vuote a Roma sono più di 153mila, potrebbero accogliere oltre 305mila persone. “Parlare di emergenza è anacronistico, si tratta di un problema strutturale e ci vorrebbe una visione lungimirante che non si esaurisca in una sola amministrazione”, prosegue Cacciotti. “Nel 2022 l’attuale giunta ha varato un piano strategico per l’abitare nel quale ha inserito tre occupazioni da acquisire e regolarizzare. Tra questi c’è anche Spin Time, ma la trattativa è sempre stata ferma, almeno finora”.
Mentre la giunta capitolina ragionava sulla regolarizzazione, dal governo arrivava un segnale opposto. La prima minaccia esplicita risale al 2023: “La proprietà vorrebbe farci un albergo in vista del Giubileo”, aveva dichiarato il ministro dell’interno Piantedosi. Togliere la casa a centinaia di famiglie per fare posto ai pellegrini di una stagione. All’epoca una vasta coalizione scese in piazza per difendere Spin Time, con il sostegno del sindaco Roberto Gualtieri e l’ipotesi di un acquisto dell’edificio da parte del Campidoglio. Piantedosi era tornato sugli sgomberi ad agosto 2025, promettendo che sarebbe arrivato il turno anche della sede di CasaPound all’Esquilino, a pochi isolati da Spin Time, i cui militanti si definiscono “fascisti del terzo millennio”. Un movimento che la Costituzione non permetterebbe nemmeno di fondare. Dopo gli sgomberi del Leoncavallo a Milano e di Askatasuna a Torino, la pressione del Governo Meloni sugli spazi sociali storici continua a crescere.

“L’hanno calpestato migliaia di persone questo posto” dice Fabio, storico abitante di Spin Time, ricordando le innumerevoli iniziative culturali e sociali che si sono susseguite negli anni. “Spin Time è anche co-creatore di reti territoriali e nazionali, per esempio il Polo civico Esquilino”, aggiunge Cacciotti.

La trattativa è in corso ma “il presidio è permanente”, sottolinea Maurita, altra abitante. È stato lanciato un appello per raccogliere proposte di eventi, esibizioni musicali e laboratori, per portare fuori tutte le attività che per 13 anni si sono svolte negli spazi interni. La strada si è riempita con danze boliviane, Murga, tornei di calcetto, musica dal vivo, proiezioni di film, assemblee.

“È così che si difendono le città, proteggendo chi le vive e non chi ci specula”, ha ricordato Roberto Saviano, presentatosi a supporto. La solidarietà arriva da ogni quartiere della città, dalle istituzioni, dalla Chiesa. “Una società immobiliare è stata costretta a confrontarsi con un modello di città che loro evidentemente non capiscono o non vogliono vedere”, dice Lorenzo Ianiro, consigliere del Municipio XIII con Aurelio in Comune. Quella di Spin Time è una comunità “protesa all’esterno: c’è la solidarietà interna tra le famiglie ma anche verso il territorio. L’esistenza stessa di questo posto tiene in piedi la speranza di un altro mondo possibile”, dice don Mattia Ferrari, sacerdote e attivista. Il riferimento è al modello mutualistico e comunitario di welfare che qui ha funzionato e che si potrebbe replicare altrove. Forse è proprio questo a far paura.

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Redazione Pressenza

Salviamo il Bosco Ospizio di Reggio Emilia, un polmone verde che non può essere sacrificato al profitto!

Da lunedì 3 agosto, un gruppo di cittadine e cittadini dell’Assemblea del Bosco Ospizio di Reggio Emilia, insieme a realtà e persone amiche attive in altre città, sta facendo resistenza civile nonviolenta con tutte le sue forze per difendere un pezzo prezioso di natura urbana: 45.000 metri quadrati di bosco urbano nella zona est della città. Un bosco che non è solo alberi, ma ossigeno, biodiversità e un ecosistema ricco nato in venti anni riforestazione naturale, in un’area abbandonata dall’uomo dopo la demolizione della vecchia casa di riposo.

L’area è di proprietà di Conad Centro Nord, che ha in progetto di distruggere questo ecosistema per costruire un supermercato – supportata dall’Amministrazione Comunale. Un’operazione che rappresenta l’ennesimo schiaffo alla sostenibilità, all’ambiente e al futuro delle nuove generazioni.

Nei primi giorni di presidio, gli operai, sostenuti dalle forze dell’ordine, hanno tentato di entrare con le ruspe per abbattere gli alberi, ma la resistenza civile nonviolenta è stata forte: oltre 100 persone si sono sedute davanti ai cancelli – nonostante l’identificazione selvaggia nessuno ha ceduto. Questo è un segnale chiaro: la cittadinanza non accetta più che il profitto privato venga anteposto al diritto collettivo a vivere in un ambiente sano.

Non possiamo permettere che il Bosco Ospizio venga sacrificato sull’altare del cemento e del consumo sfrenato. È tempo di dire basta a questo modello di sviluppo che distrugge la natura e ignora le esigenze reali delle persone.

Il presidio adesso va avanti in maniera permanente e a oltranza: dalle 6:30 del mattino davanti all’ingresso del bosco – durante la giornata con workshop e momenti di socialità – durante la notte con una tendata preavvisata.

L’assemblea del bosco, le realtà ambientaliste amiche e tutti i cittadini e le cittadine che hanno a cuore il futuro della città e la lotta al cambiamento climatico non hanno intenzione di arretrare di un passo, ma di rimanere in presidio un minuto di più di chi questo polmone verde a Reggio Emilia vuole asfaltarlo.

Unitevi a noi in presidio permanente.

Assemblea Bosco Ospizio

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Il grattacielo di Ferrara: una storia paradigmatica

Il grattacielo, l’altra città di Ferrara, è divenuto nel corso degli anni una sorta di luogo impuro, distante per quanto visibile dalla sua alterigia verticale. Inaugurato nel maggio del 1958 nell’area in prossimità della stazione ferroviaria, sulla base del progetto realizzato dagli architetti romani Luigi Pellegrin e Sergio dalle Fratte, il grattacielo fin da subito ha coagulato intorno a sé resistenze e rifiuti, come mostrano le parole forti utilizzate da Giorgio Bassani in consiglio comunale: «Ogni volta che scendo dal treno alla stazione e vedo il famigerato grattacielo, non saprei dire se più brutto o più stupido, letteralmente mi si stringe il cuore».

La scelta architettonica e urbanistica dell’allora amministrazione comunale rispondeva all’idea di costruire un edificio moderno contrario alle logiche medievali e rinascimentali della città orizzontale entro cui si delineava l’interazione tra residenza e servizi costituendo una città nella città e, principalmente, rivolto ai ceti medio-alti, divenendo nell’immaginario collettivo un simbolo di modernità post-guerra. Nei successivi decenni questa realtà muta profondamente. A partire degli anni ’90 le migrazioni interne trovano nel grattacielo una possibilità abitativa a basso costo, poiché i residenti originari avevano abbandonato gli alloggi per trasferirsi in altre zone più appetibili, alle quali si aggiunge l’insediamento di diverse famiglie migranti nelle prime decadi degli anni 2000 anch’esse attirate dai relativi bassi costi di locazione. Questo ribaltamento sociale e demografico ha generato nel tempo retoriche, pratiche, rappresentazioni negative che ne hanno di fatto ribadito la sua anormalità. Del resto, nato come segno indelebile di una modernità sfuggente in chiara rivolta alle mura rinascimentali, tale anormalità sociale e urbana è il suo carattere immanente. In una città in cui la rendita e il commercio, frutto accomodante del turismo e dell’università, raffigurano la spina dorsale economica, appare del tutto evidente quanto tale spazio, e le sue trasformazioni nel tempo, si sia allontanato dalla coscienza cittadina. Una coscienza nutrita, soprattutto all’interno del dibattito politico, da un reiterato processo di stigmatizzazione. Infatti, da tempo su quel lembo di terra urbana isolata si sono concentrati un numero assai significativo di articoli, cronache, notizie orientato a enfatizzarne le contraddizioni, i problemi e le diverse fragilità di chi lo abita. Spaccio, criminalità, mafia nigeriana, immigrati sono i termini attraverso i quali si è costruito un’equivalenza sociale che non ammette risposte: grattacielo, immigrazione, insicurezza e delinquenza. Tramite questa egemone distorsione sicuritaria si è occultata la sua composita realtà multietnica capace di creare relazioni comunque positive tra gli abitanti, le normali traiettorie di vita quotidiana scandita da lavoro e socialità, l’insieme delle esperienze di intervento, alcune delle quali assolutamente innovative nel cercare di ricucire gli strappi e le lacerazioni subite in quel contesto. Il decoro di Ferrara si è confrontato, o meglio scontrato, con l’indecoroso grattacielo in una logica di sospensione di qualsivoglia diritto alla città e all’abitare. Appare del tutto evidente quanto la presenza di questo luogo stigmatizzato sia stato funzionale alla produzione del nemico interno che, a sua volta, attiva la reazione di una cittadinanza impaurita dalla sua presunta ingovernabilità.

Intorno a questo simulacro di perdizione, la città di Ferrara si è svegliata dal suo torpore dopo l’evento drammatico dello scorso 11 gennaio che si è abbattuto sulle famiglie residenti, per complessive 800 persone, obbligate da due ordinanze comunali a sgomberare senza alcuna colpa e senza alcuna reale alternativa. Riprendendo un termine adottato dalla letteratura sociologica, siamo di fronte a un vero e proprio “domicidio”, ovvero la scomparsa dello spazio di vita raffigurata dalla casa, dalla domesticità che essa esprime, in seguito a dinamiche legate a precise politiche di esclusione quali gli sfratti, gli sgomberi o a episodi traumatici e catastrofici. I residenti si sono trovati ad essere vittime di questa dinamica domicida con l’aggravante di non poter contare su risposte credibili in grado di dare, pur nelle difficoltà, delle speranze. Dentro al grattacielo non c’era soltanto il passato ambivalente, ma vi era un presente e un futuro, vi erano processi faticosi di inclusione e integrazione. Famiglie italiane, famiglie migranti, anziani che all’interno di esso hanno costruito relazioni, affettività, interazione con il resto del quartiere e della città.

Ora queste vite di lavoratrici e lavoratori, di bambine e bambini sono sospese in un limbo che assomiglia tanto a una punizione collettiva: una punizione conseguente alla “colpa” di vivere in un luogo indecoroso, una macchia che diviene giustificazione per controllare lo spazio, i corpi e le coscienze, per indebolire laboratori di convivenza interetnica, spazi autonomi, stili di vita differenti dal supposto “decoro” della città patrimonio Unesco. Inoltre vi è da sottolineare il gioco ambiguo dell’attuale giunta comunale, per quanto le condizioni degli abitanti fosse da tempo critica rendendo colpevoli anche le passate amministrazioni: da un lato, il carattere autoritario di atto pubblico il quale elimina il diritto alla casa e sbriciola un luogo di socialità costruitosi – pur tra contraddizioni – negli anni; dall’altro, nel momento di dare alternative concrete per l’alloggio si appella alla forma “privata” della questione, delegando – fra l’altro – a un’azienda di vigilanza, questa sì privata, la gestione della sorveglianza e dell’accesso nei propri appartamenti ai legittimi proprietari o affittuari.

Il caso ferrarese risulta essere paradigmatico di una profonda crisi che attraversa le nostre realtà urbane. Una crisi che trasforma nel profondo il significato del vivere dentro all’immanente eterogeneità della città. Si è instaurata una sorta di egoismo collettivo, ossimoro che testimonia quanto la rappresentazione oltremodo negativa di determinati luoghi accentuano la distanza e il disinteresse verso chi raffigura la parte scabrosa della città e ha perduto gran parte delle sue certezze materiali ed esistenziali.

Insomma, secondo questa logica il carattere “privatistico” dell’accaduto non può e non deve essere trasformato in una responsabilità pubblica: logica, questa, che appare in tutta la sua drammaticità poiché deresponsabilizza l’intera comunità verso chi esprime un bisogno e, al contempo, un diritto. Governare i dilemmi del grattacielo, così come quelli di altre situazioni simili nelle loro conseguenze vissuti in altre città, significa cogliere il nesso sempre più problematico tra politica e politiche. La politica, al di là del colore di chi amministra le nostre grandi o piccole città, persegue “il qui e ora” di interventi senza una prospettiva di medio-lungo futuro, la quale differisce dalle questioni pubbliche rilevanti che attraversano le città. Questo limitato orizzonte favorisce e alimenta politiche emergenziali che non costruiscono legami e opportunità di cambiamento fondamentali per rispondere concretamente alla molteplice vulnerabilità in gioco. A fronte della progressiva complessità che le aree urbane devono e dovranno affrontare in relazione alle politiche abitative e urbane si materializza un quadro assai critico, al di là ripetiamo dei differenti colori di chi governa le città, in cui prevalgono azioni frammentate, strettamente connesse all’estrazione di valore e non di bene pubblico, e soprattutto disconnesse dalla partecipazione della cittadinanza.

Nondimeno, in questo contesto di iperindividualismo e di indifferenza al destino di diverse centinaia di persone, nello sfilacciato tessuto locale si è comunque intrecciata una rete capace di unire solidarietà e lotta politica. Pur senza abbandonare la critica alle istituzioni (tutte: dal Comune allo Stato passando per la Regione), crediamo sia importante sottolineare come siano vive forme di mutualismo conflittuale che mostrano, nell’immediatezza del gesto di aiuto, il vuoto colpevole lasciato dal potere, le conseguenze nefaste di politiche selettive sulla carne degli ultimi e dei penultimi. Forme di costruzione dal basso di una democrazia autentica, piena perché partecipata, plurale, fatta di relazioni dirette che mostrano il venir meno, da parte di chi amministra la città e di governa ai livelli più alti, del rispetto dei diritti fondamentali alla casa e alla libera convivenza. Tentativi, pur deboli, di rintrecciare tra gli sfollati legami perduti e di crearne di nuovi tra questi e altre cittadine e cittadini. Una forma di resistenza per non rassegnarsi alla normalizzazione di uno stato d’eccezione permanente.

 

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