Non c’è più tempo. «Trans. Una poetica del paradosso»
Giuliano Spagnul sul libro di Sandra Cane
Non c’è più tempo, Bram.
Ti pungerò appena abbiamo fatto.
Octavia Butler, «Figlio di sangue» (1)
Sandra Cane nel suo libro «Trans. Una poetica del paradosso» uscito alla fine dell’anno scorso per le edizioni Nero definisce il genere come «un’astrazione politica, verbale e narrativa incarnata nei nostri corpi» (pagina 22) in assonanza con quanto scriveva centoventi anni fa Otto Weininger: «noi possiamo idealmente proporci un uomo e una donna perfetti, che in verità non esistono, quali tipi sessuali. Tali tipi non esistono ma devono essere costruiti come tali. Il tipo, l’idea platonica non forma solo l’idea dell’arte, ma anche della scienza». (2)
Se l’etichetta di misogino (3) non può non addossarsi a questa figura di giovane intellettuale, suicidatosi all’età di soli 23 anni, che influenzò il pensiero dei massimi filosofi e scienziati dell’epoca, tra cui Ludwig Wittgenstein, Sigmund Freud, Robert Musil ecc., non si può peraltro non riconoscere, come ha fatto nel suo recentissimo libro Lea Melandri, come molte delle sue osservazioni siano «di una modernità sorprendente, accostabili alle teorie queer e alla critica che si muove oggi all’eterosessualità normativa». (4)
Così come la misoginia weiningeriana può essere ripresa e ribaltata, come ha fatto Karl Kraus nella sua corrosiva opera di distruzione dell’ipocrisia borghese della sua epoca nei confronti del sesso,
Sandra Cane ci dice che si può prendere le stesse categorie astratte delle costruzioni binarie per «usarle come categorie del fantastico e dell’immaginazione, da cui plasmare i nostri desideri corporei di trasformazione e rappresentazione della differenza sessuale di genere» (p. 22).
Assumere il genere trans porta quindi a declassare un’essenza, come quella identitaria del genere sessuale a cui la biologia ci avrebbe assegnato in modo univoco e imprescindibile, a puro strumento che deve «dar vita a un tentativo effimero di trasformazione». Ed ‘effimero‘ proprio in quanto non riconducibile ad una nuova identità fissa, e ancora non «un costrutto sociale», non solo «atto performativo» ma «narrazione del corpo e del desiderio. È come la pelle si racconta, è come il suo linguaggio assume significato. Non è un’identità, non è una categoria, è uno strumento narrativo e politico» che fa sì che il genere possa vivere «di contraddizioni e ripensamenti, di aggiustamenti nel percorso verso un territorio sconosciuto» (p. 28).
Nella consapevolezza infine che, come afferma Karen Barad, «il genere non è ciò che si è, né una caratteristica che si possiede, né una performance che si sceglie di mettere in atto». (5) Ed è da qui, da questa instabilità assoluta che determina la nostra peculiarità umana, che sorge il tentativo, sempre operante nonché necessario, di trovare stabilità e certezze; ma è ancora da qui che le stabilità di volta in volta ottenute si trasformano in prigioni di ferro in cui la vita inevitabilmente tenderà a insterilire e a morire.
«Trovare un equilibrio richiede un esercizio di traslazione e creazione di un immaginario che corre troppo veloce» (p. 28). E, come avverte Kai Cheng Thom, «spesso sembra che siamo molto più interessat* alla diversità di identità piuttosto che alla diversità di pensiero» (p. 40).
Il pensiero, questo atto che «suscita l’indifferenza generale. E [che] tuttavia non è sbagliato dire che è un esercizio pericoloso» (6) è il convitato di pietra posto qui per disturbare. Poiché «disturbare è anche un modo di vivere, per farsi spazio, per creare nuove infrastrutture di senso e di vita». Un’azione di disturbo verso quella delegittimazione del «sapere trans incarnato» che «non assume valore se non nei termini accettabili dal sistema, attraverso una narrazione neoliberale, strutturata come una richiesta di diritti o di riconoscimento legale» facendo in modo che «la capacità critica di soggettività marginalizzate [venga] limitata nel suo potenziale radicale di costruzione collettiva del mondo e circoscritta a mera necessità e desiderio di inclusione» (p. 55).
Ma per far sì che il pensiero sia disturbante, quindi vitale, occorre che il pensare operi un atto di sabotaggio contro se stesso, affinché ci si possa incontrare là dove «finiscono le parole per categorizzare e opprimere». (p. 76) Non in un luogo utopico ma in uno spazio in cui si operi il «linguaggio dell’esitazione, della possibilità, delle alternative, [e che] si costruisce sulle discrepanze tra le lingue, tra i limiti dell’una e dell’altra, sugli errori di comunicazione che scompongono il nostro senso del sé di fronte all’altr* da sé. È un linguaggio che vive sulla soglia, nei disaccordi, nelle paradossali sfumature tra comprensione e incomprensione, di sé e dell’altr*, nelle banalità quotidiane delle lingue e nei loro mutamenti ondivaghi» (p. 43).
In altre parole è la «lingua della fuggitività» (p. 46) una lingua trans, cioè una lingua consapevolmente umana capace di «tracciare una linea di fuga» contro tutte quelle opposizioni che come diceva Alfred N. Whitehead rendono «la nostra conoscenza biforcuta». (7)
Trans non è spostarsi da un polo verso l’altro; trans è vivere «nel processo, nella traduzione, nella costruzione narrativa che ci creiamo di giorno in giorno, di momento in momento». E «siamo donne, ma nello stesso momento non lo siamo» ribadisce Sandra Cane aggiungendo, cosa di estrema importanza, «e ne siamo consapevoli» (p. 63).
Il finale, tutt’altro che utopico, è catastrofico e va incontro, idealmente, a tutti quei posizionamenti privi di speranza a cui Bifo ci ha abituati da un po’ di anni a questa parte: «vi interrogate sul vostro futuro, ma siete già estinti» (p. 230). È una sentenza senza scampo e riguarda l’umano tutto. A questa umanità può sopravvivere solo un’altra forma, non postumana, ma un’«ultima forma avanzata di un’ontologia priva di genere» (p. 230). Nella consapevolezza, come dice McKenzie Wark che «non c’è un altro mondo, ma non può essere questo» (p. 248).
Un paradosso che interseca una via tracciata per fuggire, per vivere in fuga, come è, da sempre destino dell’avventura umana prima che le filosofie illuministe europee stabilissero ciò che «i confini della conoscenza contengono, [e] che può essere controllato, mentre tutto il resto è escluso in quanto caos» (p. 158).
Questo libro disturbante e bellissimo contiene e dice ovviamente molto e molto di più. Come la narrazione LGBTfriendley di Milano che si sposa col decoro della città, o la logica della medicalizzazione che «opera come un dispositivo di depoliticizzazione [che] sposta il discorso dal piano dell’autodeterminazione a quello della patologia e della correzione» (p. 70). E ancora alla rabbia, alla sua «rielaborazione collettiva (…) non solo come reazione, ma come atto generativo», che ci ricorda la rivendicazione solidale, contro tutti i tatticismi politici, dei NoTav negli ultimi fatti recenti accaduti in valle. E come ci ricorda la rabbia di Eddy Marcucci stigmatizzata dal tribunale di sorveglianza per il suo portamento militaresco non consono a una persona di sesso femminile, e pertanto giudicata potenzialmente pericolosa e da sorvegliare:
“Fiore di rabbia
Che mi proteggi
Circondami di spine
E liberami il cuore” (8)
Sì, una poesia perché come dice Sandra Cane infine «la poesia non è solo sogno e visione; è l’architettura-scheletro delle nostre vite. Pone le basi per un futuro di cambiamento, un ponte attraverso le nostre paure di ciò che non è mai esistito prima», una “poetica trans” verso una poetica della vita. (p. 46)
E per andare a chiudere – o ad aprire? – dobbiamo dirci che «non c’è più tempo. Non c’è più gioia senza lotta. Ci teniamo per mano nella rabbia e nella forza costruendo spazi e reti, che ci nutrono e proteggono» (p. 13).
Nota 1: Octavia Butler, «La sera, il giorno e la notte», Sur, 2021, p. 23. L’autrice scrive in questa antologia a proposito del racconto Figlio di sangue di «aver sempre voluto esplorare cosa potesse significare per un uomo essere messo in una posizione così altamente improbabile. Sarei stata in grado di scrivere un racconto in cui un uomo decide di restare incinto non per un incongruo spirito di competizione tramite cui dimostrare che un uomo può fare qualsiasi cosa faccia una donna, non perché sia costretto, e nemmeno per pura curiosità? Volevo capire se fossi capace di scrivere una storia drammatica su un uomo che resta incinto come atto d’amore» (pag 39).
Nota 2: Otto Weininger, «Sesso e carattere», Mimesis, 2012, Milano, p. 46.
Nota 3: «Weininger sosteneva che tutte le principali realizzazioni della storia umana sono dovute al principio maschile. L’arte, la letteratura, le istituzioni giuridiche e così via discendono da questo principio maschile, mentre ‘l’eterno femminino’ lungi dallo spingere in avanti ed in alto è responsabile di ogni tendenza ed evento distruttivo e nichilista della storia»: A. Janik – S. Toulmin, «La grande Vienna», Garzanti, Milano, 1984, p. 70.
Nota 4: Lea Melandri, «Dialogo tra una femminista e un misogino», Bollati Boringhieri, Torino, 2025, p. 26.
Nota 5: Karen Barad, «Incontrare l’universo a metà strada», Mimesis, Milano, 2026, nota 73 a pag. 287. Qui Barad rimanda alla teoria della performatività di genere di Judith Butler.
Nota 6: G. Deleuze – F. Guattari, Cos’è la filosofia, Einaudi, Torino, 2002, p. 32.
Nota 7: Isabelle Stengers, «Thinking with Whitehead», Harvard University Press Cambridge, Massachusetts, an London, England 2011, p. 250.
Nota 8: Maria Edgarda Marcucci, «Rabbia proteggimi», Rizzoli, Milano, 2022, pag. 253.
