La memoria di Praga 1968
di Franco Astengo
Chissà se oggi 21 agosto verificheremo un completo smarrimento della memoria ignorando la ricorrenza dell’invasione di Praga da parte delle truppe del Patto di Varsavia e l’implicanza di quei fatti sull’allora movimento comunista internazionale e sul complesso delle relazioni internazionali all’epoca e nei tempi a venire?
E’ probabile che questa dimenticanza in effetti si verifichi : di conseguenza ne deriva una ragione di più per cercare di ricostruire (molto parzialmente) quello che era il clima politico dell’epoca.
Un’epoca contrassegnato da una “logica dei blocchi” che stavano irrigidendosi, dalla guerra del Vietnam al conflitto israelo- palestinese, all’emergere di forti contraddizioni nel ‘processo di decolonizzazione, fino alla scissione russo/cinese nella fase successiva alla rivoluzione culturale maoista.
Tutto questo avveniva nell’anno dei portenti, pochi mesi dopo il maggio parigino e tutto il mondo giovanile, da Berkeley a Dakar, in grande fermento.
La “primavera di Praga” era iniziata il 5 gennaio di quell’anno con l’elezione di Dubcek alla segreteria del PCC.
L’ipotesi che si andava coltivando era quella che fosse possibile andare oltre le diagnosi e i rimedi proposti dal XX congresso del PCUS nel 1956, utilizzando lo spazio aperto dalla nuova politica di destalinizzazione inaugurata da Kruscev.
Kruscev però in quel momento era già caduto da 4 anni e ci si trovava nel pieno della normalizzazione brezneviana.
L’idea di “andare oltre” il XX congresso pur essendo presente come corrente all’interno dei partiti comunisti in tutto l’ambito del Patto di Varsavia, ebbe effettivamente una funzione politica decisiva soltanto in due casi: in Ungheria e in Cecoslovacchia.
La Cecoslovacchia era il paese dove più forte era il consenso e la partecipazione della classe operaia in un paese fortemente e modernamente industrializzato almeno nella sua parte boema e morava.
Di fronte alla politica di “allineamento” seguita ai fatti ungheresi del 1956 in Cecoslovacchia si era aperta, fin dall’inizio degli anni’60 per poi prendere corpo nel corso del decennio, l’idea di un nuovo sistema politico.
Questa idea fu al centro dei più franchi dibattiti pubblici che ebbero luogo nei Paesi dell’Est, tra il gennaio e l’agosto del 1968.
Nella sinistra in cui i comunisti lavoravano in direzione dell’emancipazione politica delle forze sociali, c’era una traccia autenticamente pluralista.
Nel programma dei comunisti cecoslovacchi si ravvedeva anche uno sforzo per cambiare i rapporti tra stato e società civile.
A posteriori, si può vedere in questo passaggio un primo accenno a una strategia che, più tardi, sarebbe stata applicata in Polonia: basare la lotta per le riforme su un movimento sociale esterno al Partito.
Ma in Cecoslovacchia questa ipotesi fu prospettata solo quando il movimento della “primavera” era ormai sulla difensiva.
Dopo l’aprile del 1969 il tentativo di riforma, nel senso tradizionale del termine, non costituì più un’opzione praticabile, ma le conclusioni da trarre dalla sconfitta non erano per nulla ovvie.
Al PCI, alla sinistra occidentale, sarebbe toccato rispondere aprendo una riflessione orientata ad alimentare e organizzare un progetto consapevole di proposta alternativa della classe operaia. Sarebbe stato necessario aprire un dibattito che traducesse gli elementi più avanzati, più radicalmente anticapitalistici presenti nei bisogni e nei comportamenti di massa in un progetto di modificazione reale dell’economia, dello Stato, delle forme di organizzazione.
Sarebbe così tornato alla ribalta il concetto di egemonia facendolo crescere e consolidarsi nella realtà partendo dall’interno delle coscienze, facendolo vivere come dato materiale nella conflittualità quotidiana.
Per far questo sarebbe stato necessario assumere, nei confronti del blocco sovietico un atteggiamento di lotta politica concreta, prendendo atto che ormai era senza senso pensare a un’autoriforma del sistema.
Solo la crescita di un conflitto politico reale, di un’opposizione cui dar vita dall’interno del movimento comunista internazionale, avrebbe potuto costruire un’alternativa.
La posizione del Manifesto, attestata sull’indicazione di costruire una reale alternativa, restò sostanzialmente isolata sia sul piano internazionale (spaventoso il ritardo del PCF in rotta con gli intellettuali e del tutto sordo al 68 studentesco), sia all’interno del sistema politico italiano con il PCI non ancora attrezzato ad affrontare il tema del centralismo democratico (nonostante un dibattito interno “aperto” almeno fin dal convegno del Gramsci del ’62 sulle tendenze del capitalismo e poi proseguito nell’XI congresso), il PSI impigliato nelle spire dell’esito negativo delle riunificazione socialdemocratica (nonostante alcuni seri tentativi della sinistra interna) e lo PSIUP la cui maggioranza si era allineata alle posizioni dei “carristi” perdendo quelle posizioni di originalità che pure potevano trasformarlo in un soggetto critico e dialettico nell’ambito della sinistra italiana.
Oggi appare ancora un esercizio utile ricordare gli elementi fondativi della primavera di Praga.
Ricordiamo Praga infatti proprio nel momento in cui l’evolversi di nuove dimensioni dell’agire politico poste in relazione a profondi mutamenti avvenuti sul piano dell’innovazione tecnologica, della struttura della società e della modificazione nel rapporto tra gestione del potere da parte delle classi dominanti e il concetto di rappresentatività politica generato da nuove forme di dominio hanno generato stridenti contraddizioni che debbono essere affrontate con la stessa radicalità usata da chi l’ha generate.
La memoria di Praga può servire se non altro per ricordare e capire come esistano possibilità concrete di contrasto, di conflitto, di costruzione di una società diversa partendo dai princìpi-cardine di uguaglianza e solidarietà.
In “bottega” cfr Praga: 57 anni dopo, «Oratorio for Prague» di Jan Němec (1968) ma anche Da Praga a Managua, andata senza ritorno?, Atene – Bruxelles 2015, Praga 1968 (di Bozidar Stanisic) e Scor-data: 16 Gennaio 1969 (di Francesco Masala su Jan Palach)
COSA SONO LE “SCOR-DATE”
Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Dal primo marzo questa rubrica si è rafforzata, grazie all’impegno di Bruno Lai che sta proponendo almeno tre “scordate” (ma se saranno di più mica vi lamenterete, vero?) a settimana. L’ora di pubblicazione sarà le 22; e le 22,10 se quel giorno ce ne sarà una seconda. Grazie in anticipo a chi commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa. farà proposte … o anche solo ci leggerà.
La redazione – sempre un po’ ballerina – della bottega



Oratorio for Prague, di Jan Němec
https://www.youtube.com/watch?v=PWReNechtio
C’è la canzone di Guccini:
https://m.youtube.com/watch?v=-d3BTLZPtyY