A scuola con la testa libera: la petizione…

…di “Terre des Femmes” contro il velo per le bambine

Un’associazione tedesca per i diritti delle donne, da sempre impegnata sul fronte della laicità dello Stato, ha consegnato al governo una petizione per vietare il velo a scuola. Una campagna difficile che non ha potuto contare sul sostegno dei partiti, neanche quelli di sinistra.

di Cinzia Sciuto (*)

L’associazione tedesca per i diritti delle donne Terre des Femmes ha consegnato al governo le 38mila firme raccolte per la petizione “Den Kopf frei haben” (“Avere la testa libera”), che chiede l’introduzione del divieto di portare il velo per le minorenni almeno nelle scuole. Secondo Terre des Femmes il velo per le bambine infatti non è un innocuo simbolo religioso ma un “segno di discriminazione e sessualizzazione”, con pesanti conseguenze in termini di salute psicofisica.

L’iniziativa, ci spiega la responsabile Parità e Integrazione di Terre des Femmes Çiler Kilic, è partita nel 2018 ma, anche a causa della pandemia che nel frattempo è esplosa, la consegna delle firme è stata possibile – peraltro virtualmente – solo alcune settimane fa.
Siete soddisfatte di come è andata la campagna di raccolta firme?
Non nascondo che ci aspettavamo di raccogliere molte più firme in molto meno tempo, ma nel corso della campagna abbiamo verificato che il tema è particolarmente spinoso e il bisogno di una discussione pubblica molto forte.  E questo è un obiettivo che abbiamo raggiunto: porre sul tavolo del dibattito pubblico l’argomento, che non può essere un tabù. In alcune zone della Germania ci sono bambine che indossano il velo alla scuola elementare e addirittura in quella dell’infanzia: non possiamo far finta di non vederle.
Quali sono i principali ostacoli che avete incontrato?
Sicuramente il principale è stato il racconto che di questa campagna hanno fatto i media. Molto spesso non si è discusso nel merito della campagna, ma siamo state superficialmente accusate di islamofobia e razzismo. Per questo abbiamo prestato molta attenzione a scegliere con cura i sostenitori della campagna. Hanno provato ad avvicinarsi associazioni di destra ma noi abbiamo categoricamente rifiutato il loro sostegno perché la nostra campagna non ha nulla di razzista e si fonda unicamente sulla difesa dei diritti delle bambine. Un altro problema è che la nostra campagna parla di “minorenni” ma oggettivamente non tutte le minorenni sono bambine. Ci sono quindicenni, sedicenni che in maniera molto consapevole e determinata indossano il velo e rappresentano un aspetto del fenomeno diverso rispetto alle bambine più piccole. Probabilmente se avessimo indicato 14 anni come limite di età [che in Germania è l’età della cosiddetta “maturità religiosa”, ossia il momento in cui si può scegliere per esempio se uscire dalla Chiesa] probabilmente avremmo ottenuto un consenso più ampio.
E perché allora avete scelto i 18 anni come limite?
Perché ci siamo rifatte alla Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia, dove è definito bambino “ogni essere umano avente un’età inferiore a diciott’anni”. Naturalmente saremmo già molto soddisfatte se si introducesse una regolamentazione fino ai 14 anni.
Siete dunque sempre convinte che la strada del divieto per legge sia quella giusta?
Naturalmente il divieto da solo non basta, deve essere parte di una strategia più ampia che deve prendere le mosse innanzitutto dall’analisi del fenomeno. Fra le nostre richieste al governo c’è proprio quella di avviare una indagine seria e approfondita per capirne la reale diffusione e le ragioni sottostanti. Noi stesse abbiamo realizzato una indagine fra gli insegnanti che conferma le grandi difficoltà che le scuole incontrano in merito. Per questo una cornice normativa è senz’altro utile, ma non da sola. Serve un programma di informazione e prevenzione, una strategia per entrare in relazione con le famiglie, con le ragazze, con le scuole.
Qual è stata la reazione della politica, in particolare dei partiti di sinistra, a questa vostra campagna?
Purtroppo devo dire che non abbiamo praticamente avuto nessun sostegno pubblico da parte di nessun partito. Nei colloqui che abbiamo fatto con esponenti politici di tutti i partiti, in molti si sono detti d’accordo con noi e anzi ci hanno ringraziato e incoraggiato ad andare avanti, ma questo sostegno privato non si è quasi mai tradotto in un sostegno pubblico. E questo è sintomatico di quello che dicevo prima: è urgente che il tema venga sdoganato nel dibattito pubblico, che finalmente se ne possa liberamente parlare senza la paura di essere accusati di islamofobia a razzismo se si prende una netta posizione a favore dei diritti delle bambine. Questo è uno degli obiettivi che ci siamo date con questa campagna.
Peraltro anche molti musulmani sono d’accordo nel vietare il velo alle bambine, penso per esempio alle posizioni che ha assunto il teologo Mouhanad Khorchide…
Sì è vero, per esempio abbiamo ricevuto il sostegno di molte donne musulmane che hanno vissuto sulla propria pelle cosa significa indossare il velo fin da piccole e che ci hanno confermato che un intervento legislativo rappresenta un sicuro aiuto. E su questo fronte non abbiamo ricevuto solo sostegno da singole persone ma anche da organizzazioni, come l’Associazione dei curdi in Germania o l’Associazione dei lavoratori migranti autonomi.
Cosa vi aspettate adesso?
Abbiamo consegnato le firme al Ministero della Giustizia e ci è stato garantito che se ne discuterà. In autunno in Germania ci saranno le elezioni politiche, per cui dovremo attendere il nuovo Parlamento e il nuovo governo per riprendere la discussione. Fino ad allora continueremo con il nostro lavoro di informazione, di approfondimento, di discussione. Il tema è ormai sul tavolo e noi vigileremo affinché entri nell’agenda politica nazionale.
PETIZIONE “AVERE LA TESTA LIBERA”
di Terre des Femmes
La velatura delle bambine di tutte le età – un fenomeno crescente in molte scuole, persino in quelle dell’infanzia – rappresenta una discriminazione e una sessualizzazione delle minori.
Per questo Terre des Femmes chiede l’introduzione di un divieto per legge del cosiddetto “velo per le bambine” negli spazi pubblici, specialmente nelle istituzioni educative. Vogliamo che le bambine crescano senza hijab e veli integrali, nel nostro Paese e ovunque.
Le bambine dovrebbero essere libere di:
godersi il vento fra i capelli e il sole sulla pelle
godersi l’acqua sulla testa e sul corpo quando nuotano
muoversi liberamente mentre giocano
pensare e agire senza veli e in maniera autodeterminata
avere un rapporto sereno con la propria sessualità
avere una visione ampia del mondo e delle proprie possibilità
avere la possibilità di un sano sviluppo del corpo e dell’anima
Le bambine dovrebbero essere libere da:
i rischi per la salute dovuti alla minore esposizione alla luce e quindi alla carenza di vitamina D
i disturbi generali dello sviluppo dovuti alla carenza di esercizio fisico
la discriminazione percepita e reale rispetto ai compagni maschi “liberi”
la sessualizzazione del loro corpo come oggetto di piacere
l’immagine del “maschio nemico” vissuto come una costante minaccia sessuale
l’addestramento a un ruolo-identità della donna tradizionalmente inferiore
La velatura delle bambine non è un’innocua tradizione religiosa. Rappresenta una discriminazione di genere e un pericolo per la salute (psicologica e fisica), che limita pesantemente la possibilità di una partecipazione paritaria alla vita della società. La velatura precoce condiziona le bambine a tal punto che difficilmente saranno nelle condizioni di togliere il velo in seguito.
Le scuole pubbliche devono garantire uno sviluppo libero da paure per tutti i minori e, come luoghi neutri dello Stato, evitare qualunque simbolo religioso e ideologico. Solo in questo modo lo Stato può adempiere al proprio mandato educativo in materia di equo trattamento di bambini e adolescenti e di promozione del pensiero democratico. Ciò che ci preme è la protezione dei diritti delle bambine e la possibilità di un loro sviluppo libero e autodeterminato nella società.
(traduzione dal tedesco di Cinzia Sciuto)
(*) Fonte: Micromega. Link all’articolo originale: https://www.micromega.net/a-scuola-con-la-testa-libera/
La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • angelo maddalena

    io ho un pò di perplessità: ricordo che Anna Maria Rivera pubblicò un libro anni fa sull’obbligo di togliere il velo per le donne islamiche in Francia, credo che il velo sia un aspetto culturale, che vuol dire? Allora le donne siciliane, compresa mia nonna, che portava il fazzoletto nero in testa, certo, se lo facessero le bambine siciliane forse sarebbe diverso, non so se cento anni fa in Sicilia lo mettevano anche le bambine, certo è un discorso complesso, però mi sembra riduttivo concentrarsi su un elemento estetico, non so, ho letto un pò in fretta il testo della petizione, non mi convince in ogni caso, magari dovrei documentarmi e confrontarmi meglio, vorrei sapere cosa ne pensano un pò di donne che conosco, comprese le mie sorelle, e anche Sara Ongaro, una mia amica antropologa

  • Grazie Angelo del tuo commento alla notizia e di chiamarmi in causa su un tema che mi è caro, per averci ragionato molto. Per quello che ho imparato da tre decenni di frequentazione del mondo musulmano e da un po’ di studio al riguardo credo che il velo per le donne sia un ottimo indicatore del livello di aggressione percepito dalla comunità musulmana e in alcuni casi anche dalle singole donne rispetto al mondo esterno. Diciamo che la categoria “velo” comprende tantissime cose molto diverse: dal semplice hijab -il velo sulla testa con volto scoperto usato in tutto il mondo musulmano con il quale anche le atlete si destreggiano benissimo- fino al niqab nero di origine saudita abbastanza stretto e lungo che copre tutto il corpo e tutto il volto lasciando fuori solo la striscia degli occhi; al burqa afgano, che può essere colorato, è largo e tiene anche gli occhi dietro una retina; al chador iraniano nero molto ampio e lungo fino ai piedi che lascia scoperto il volto. Negli ultimi 20 anni a partire dalle aggressioni dell’Occidente al mondo arabo (vedi guerre in Iraq, in Afganistan, ecc ecc) e al progredire delle versioni più integraliste dell’islam, le versioni più integrali del velo si stanno diffondendo non tanto e non solo in occidente, ma anche in paesi dove erano totalmente assenti e dove sono state percepite come mode d’importazione, inizialmente anche con un po’ di disprezzo, come ho sentito commentare 15 anni fa da donne mussulmane in Palestina rispetto agli chador iraniani.
    Che quindi il velo sia una interessantissima cartina di tornasole della temperatura interna della società musulmana non è però da oggi: a livello storico e sociale lo è da sempre. Se guardiamo la storia dell’islam dal VI sec ad oggi, da quando cioè Maometto lo suggerì, secondo quanto si legge negli hatith, alle sue discepole, desiderose di muoversi e continuare la vita di sempre nei rovesci drammatici della violenta persecuzione che investì la prima comunità mussulmana a Medina da parte della popolazione legata ai culti pre-islamici, l’uso del velo si è rafforzato e diffuso ogni volta che i mussulmani, uomini e donne, si sentivano in pericolo ed è diminuito, fino quasi a sparire, ogni volta che la società araba è stata attraversata piuttosto da dinamiche di convivenza serena fra vari gruppi religiosi e culturali, di prosperità economica, di trasformazione sociale e apertura culturale (si vedano tutti i movimenti rivoluzionari del novecento in Egitto, in Algeria, in Siria tanto in città come nelle campagne e lì spesso le donne sono state protagoniste).
    Ovviamente il discorso che accompagna il suo uso è stato sempre anche religioso, ma ricordiamo che l’islam è un concetto di religione molto diverso da quello che i cristiani, i laici e gli atei cresciuti in contesto cristiano, intendono per religione: per molti mussulmani la religione ha a che fare più con aspetti aspetti giuridici e legali, per altri è un’appartenenza di cultura e di costume, per altri investe aspetti sociali e pubblici fondamentali, per altri è un’adesione e una militanza politica, e per altri ancora contano solo gli aspetti interiori. In diversi periodi storici hanno prevalso alternativamente queste visioni o hanno convissuto per secoli non essendoci nell’islam un’autorità unica che definisce una linea unica. Ci sono infine le diverse sfumature nazionali perché ogni paese oggi mussulmano ha dietro centinaia di secoli di altre appartenenze culturali e religiose pre-islamiche che ancora lasciano le loro tracce (si pensi all’Iran, all’India, all’Indonesia, alla Palestina…).
    Una cosa che trascuriamo quasi sempre è quanto l’islam sia plurale, si sia modificato e si modifichi, quanto dentro l’islam si discuta appassionatamente su quasi tutto, molto più che dentro il cattolicesimo sicuramente. Il fatto che oggi a molti appaia monolitico e integralista è solo una deformazione, la stessa che vede i “terroristi islamici” come rivolti solo verso l’occidente quando sono molto più letali e devastanti contro i loro correligionari che attuano innumerevoli strategie di protezione (ma in occidente non le viadiamo) e comunque oggi mostra questo volto, ma domani quel volto potrebbe trasformarsi e questo dipende anche da come agisce ciò che sta intorno all’islam.
    Che sulle donne e sui confini del loro corpo si giochino identità sociali e certezze o paure maschili è quello che avviene in tutto il mondo, in quasi tutte le culture (in quella occidentale sicuramente). Ma di nuovo dipende verso cosa speriamo di far evolvere le società, la nostra prima di tutto.

    Direi per concludere e tornare all’appello per la legge che vieti il velo in Germania: se avere le bambine e le ragazze con il velo a scuola è davvero un problema (andrebbe anche capito davvero cosa fa problema: per la Francia non era solo a scuola il problema ma in qualsiasi luogo pubblico e comprendeva qualsiasi segno religioso, anche il velo delle suore e la crocetta d’oro al collo che sfido a contare per quante persone anche in Francia sia un segno religioso e non semplicemente il regalo della nonna alla cresima ma per l’ossessiva repubblica francese questo è irrilevante; per la Germania sembra essere, dall’appello, un problema di salute -carenza di vitamina D, ma anche di libertà sessuale e di libero movimento all’aria aperta- e di cosa sia uno stile di vita salutare per una donna, magari anche la dieta perché il canone di bellezza delle donne arabe che non contempla la magrezza, cozza molto con l’ideale di bellezza femminile occidentale) servirebbero due cose: una campagna veramente radicale e capillare contro l’islamofobia e formazione a tappeto per tutti gli operatori che si trovano a relazionarsi con bambine/i e ragazze/i musulmane/i e non, perché le problematiche di autodeterminazione, di pensiero critico rispetto a quello di provenienza e a qualsiasi altro che si incontra, di protagonismo e assertività, di ascolto delle esigenze e di sostegno nei contesti familiari, mi pare che emergano identici in tutte le culture e classi sociali e per qualche ragazza, incredibilmente forse, ma passa anche dalla scelta di portare, pur giovanissima, il velo contro il parere della famiglia (ne ho conosciute sia in Francia che in Italia vari anni fa).
    C’è davvero tanto bisogno di mediatori e mediatrici capaci di ascoltare i ragazzi e le ragazze e di sostenerle nei loro percorsi di crescita e di scoperta del mondo, degli affetti, delle novità, del corpo a prescindere che in testa abbiano un velo o no, che lo usino o che lo subiscano e la scuola sarebbe il posto migliore per farlo.
    Temo che un divieto spingerebbe semplicemente alcune bambine e ragazze, non so se molte o poche, a non andare più alla scuola pubblica e le loro famiglie a diffidare ancora di più di quello che lì si fa.

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