«I gatti persiani»

Chief Joseph invita a recuperare il film di Bahman Ghobadi

«I GATTI PERSIANI»

Regia: Bahman Ghobadi – Interpreti: Hamed Behdad, Ashkan Koshanejad, Negar Shaghaghi, Ashkan Koohzad, – Sceneggiatura: Bahman GhobadiHossein M. AbkenarRoxana Saberi – Montaggio: Hayedeh Safiyari – Fotografia: Touraj Asiani – Produzione Mij Film – Durata: 106’ – Origine: Iran – Anno: 2009 – Uscita in Italia: 16 aprile 2010.

TRAMA

Un ragazzo e una ragazza, Ashkan e Negar, vogliono poter suonare e creare musica rock, anche a costo di lasciare l’Iran, il loro Paese. Tramite il padre di uno di loro, conoscono Nader, un personaggio molto ben inserito nel mondo musicale sotterraneo di Teheran, che permette loro (e allo spettatore) di conoscere uno spaccato estremamente variegato della musica iraniana, passando dall’indie al folk, dal metal alla musica tradizionale, ma anche dalle feste nelle abitazioni private, dove la musica ha ancora un’altra espressione di sé. Il film mostra le difficoltà che questi ragazzi affrontano, spesso col sorriso sulle labbra, nel confrontarsi con un sistema di autorizzazioni e permessi difficilissimi da ottenere, visti e passaporti per poter fare un concerto all’estero, con tutti i sacrifici e le vie non proprio legali che sono costretti a scegliere.

COMMENTO

Esistono film che apparentemente non hanno grande valore artistico ma sono in grado di sprigionarlo attraverso la capacità di denuncia che riescono a fare senza essere intaccati da slogan e stereotipi di maniera. «Gatti Persiani» ne costituisce una esemplare dimostrazione. Bahman Ghobadi, regista di origine curda – già autore di due film come Il tempo dei cavalli ubriachi e Turtles Can Fly (mai arrivato in Italia) – con questa pellicola ha saputo mette in luce le contraddizioni esistenti nella Teheran odierna, dove le imposizioni teocratiche si scontrano violentemente con le esigenze profonde dei giovani iraniani e il loro sogno di una vita normale. In pratica, il regista riesce a rappresentare le catene senza la necessità di mostrarle e proprio per questo le fa diventare più evidenti. I desideri di esplorazione di una generazione si scontrano contro le rigide imposizioni di un mondo in cui la religione è diventata una inflessibile imposizione che impedisce di volare. Giova ricordare che Jafar Panahi (Leone d’Oro a Venezia nel 2000 con “Il cerchio”) è stato arrestato con familiari e collaboratori perché accusato di girare film contro il regime di Teheran. Appare quindi estremamente difficile riuscire a fare liberamente il proprio cinema a meno che questo non sia allineato con il potere. Ghobadi, forse prendendo sarcasticamente spunto dalla religione, ha realizzato il miracolo: un film di fiction vestito da spietato documentario che fa scorrere la storia di due ragazzi per diventare la personificazione di tutti i giovani iraniani. Una generazione che vorrebbe sorridere, gridare, amare e suonare ma alla quale vengono tarpate le ali da una religione che lungi dall’essere salvifica diventa dannazione. «I Gatti persiani» è una pellicola che presenta uno spaccato della realtà musicale underground di Teheran, ma soprattutto è un prodotto che diventa politico attraverso una spietata e violenta denuncia. Però Ghobadi ha realizzato un film che non costituisce una formale dichiarazione di guerra nei confronti del regime di Teheran, ma segna l’inizio della lotta alla maniera dei partigiani: si colpisce, ci si nasconde e si prepara una nuova incursione. Non a caso è stato girato totalmente in modo clandestino. Il film si discosta molto dal seppur molto bello cinema iraniano degli ultimi decenni che molto spesso si caratterizza come un racconto di viaggio. Si pensi a “Dov’è la casa del mio amico” di Abbas Kiarostami, con un bambino che va alla ricerca di un suo compagno di classe per riportargli un quaderno; a “Lo specchio” di Jafar Panahi, con una bambina che cerca la strada per tornare a casa dopo essersi persa nel caotico traffico di una città; a “Lavagne” di Samira Makhmalbaf, con insegnanti che percorrono chilometri a piedi per raggiungere i loro alunni. Ghobadi racconta in modo moderno la generazione dei canali televisivi musicali, degli mp3, di internet a cui però viene negata la possibilità di sperimentare, di conoscere e di conseguenza fare una scelta consapevole. La musica però non si può fermare, come non è possibile imprigionare l’aria e anche su Teheran volano il rock, l’hip hop, l’heavy metal. E poiché per una perversa e incomprensibile logica la religione deve essere dolore ed espiazione, la gioia non può avere cittadinanza, quindi per l’Islam anche la musica diventa impura, in quanto fonte di allegria e di gioia, Addirittura una donna che canta costituisce una insopportabile bestemmia. Il grandissimo coraggio di Ghobadi nel realizzare il film si mischia e si fonde con i musicisti rappresentati, con i pirati musicali che smerciano cd e dvd e con tutti coloro che in qualche maniera si oppongono al regime con apparentemente impercettibili gesti quotidiani. Bellissima la colonna sonora che sembra uscire dal corpo dei personaggi. Il finale non poteva che sfociare in una tragedia che aleggia su ogni singola inquadratura e in ciascuna sequenza e questo non lascia molto spazio alla speranza. Gramsci avrebbe detto che alla fine vince il pessimismo dell’intelligenza. Il titolo del film probabilmente prende spunto dal fatto che in Iran è proibito portare in giro cani e gatti, ma molti tengono in casa gatti persiani. Quindi una metafora con i musicisti, come i gatti segregati in casa, costretti a diventare clandestini per suonare la loro musica.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

Redazione
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