Agosto 1619, negli Usa arrivano i primi schiavi africani

L’anniversario sta generando dibattiti anche nelle Chiese

della redazione di Riforma.it (*)

a seguire una noticina – e un consiglio di lettura – di db

           400 anni fa i primi schiavi ufficialmente acquistati a tal scopo giungevano dall’Africa. Le Chiese riflettono

 

Nell’agosto del 1619, circa 50 persone dall’Angola arrivarono a Jamestown, in Virginia – i primi schiavi africani appositamente spediti come forza lavoro. Quattrocento anni dopo negli Stati Uniti gli afroamericani lottano ancora con i resti onerosi di quell’eredità.

«Nel 2019, dopo secoli di cambiamenti strutturali, proteste e riforme politiche condotte per lo più da donne e uomini di discendenza africana, perché questi gruppi sperimentano ancora percentuali così sproporzionate di fame e povertà?» ha scritto la pastora Angelique Walker-Smith nell’introduzione a “Lament and Hope: Una guida devozionale panafricana”. La guida, edita da Bread for the World, associazione cristiana che si occupa di combattere la carestia nel mondo, è stata prodotta per aiutare le persone a riflettere sul quarto centenario di una ricorrenza così divisiva nella storia degli States.

«E perché c’è ancora un divario di ricchezza e reddito così ampio tra questi gruppi di individui e quelli di discendenza europea e asiatica?», si è chiesta.

La guida devozionale è tra le risorse fatte proprie dalla Chiesa metodista unita (Umc) per aiutare i cristiani a studiare e commemorare l’inizio della schiavitù negli Stati Uniti.

Include un libro di preghiere, un ricordo dello sbarco del 1619 al Fort Monroe Visitor and Education Center di Hampton, in Virginia, e i documenti relativi all’iniziativa delle Nazioni Unite che ha dichiarato il Decennio internazionale per persone di discendenza africana (2015-2024).

«È importante riconoscerlo perché stiamo ancora vivendo con le vestigia di ciò che accadde nel 1619», ha detto Walker-Smith. «Viviamo ancora con il dolore e al tempo stesso con la forze della speranza che è emersa da quel periodo».

John Wesley, padre del Metodismo, definì la schiavitù come «una malvagità esecrabile, uno scandalo della religione, dell’Inghilterra e della natura umana», in una lettera del 1791 a William Wilberforce, un membro del Parlamento.

Ma i metodisti bianchi «hanno avuto una grande difficoltà nel vedere una via praticabile verso la vera uguaglianza», ha detto lo storico Alfred T. Day, leader della United Methodist Commission on Archives and History.

«Il metodismo ha mantenuto un notevole impegno contro la schiavitù, ma allo stesso tempo ha fatto delle preoccupanti concessioni al razzismo», ha affermato Day. I metodisti bianchi erano convinti che gli africani dovevano sempre avere la supervisione dei bianchi nelle loro decisioni e che questi non dovevano essere autorizzati a incontrarsi da soli. I metodisti neri abbracciano e fanno tesoro del vangelo metodista egualitario e dell’affermazione di salvezza che esso ha offerto, ma rapidamente hanno trovato la loro crescita nella fede e nella consapevolezza bloccata, ostacolata ogni volta».

Ad oggi, ci sono pulpiti della United Methodist Church in cui è improbabile che un pastore o una pastora afroamericana vengano nominati a causa del colore della pelle, secondo Day. «Lo accettiamo tacitamente».

Un crocifisso e i pesi che erano attaccati alle catene degli schiavi sono esposti al Museo nazionale degli schiavi dell’Angola, vicino a Luanda. La didascalia sulla base del crocifisso recita “Crocifisso – strumento religioso usato dai missionari, che rivela la loro partecipazione al traffico degli schiavi”. 

Quest’anno segna anche un secondo importante anniversario relativo ai rapporti di razza negli Stati Uniti.

Cinquant’anni fa, nel maggio 1969, James Forman, il capo del Comitato di coordinamento nonviolento degli studenti, rese pubblico il “Manifesto nero”. Il manifesto richiedeva 500 milioni di dollari di risarcimento agli americani africani da parte di chiese e sinagoghe statunitensi per esser stati «costretti a vivere come gente colonizzata negli Stati Uniti, vittima del sistema più violento e razzista del mondo».

Le riparazioni sono state discusse il 19 giugno a Washington durante un’audizione al Congresso chiamato a valutare una proposta di legge per creare una commissione che andrebbe a valutare modalità per affrontare gli effetti persistenti della schiavitù.

Il Consiglio Ecumenico delle Chiese ha rilasciato una dichiarazione il 27 maggio chiedendo «a tutte le chiese dei membri del Cec di trovare opportunità per commemorare questo momento storico, chiedere il perdono di Dio a nome dei nostri antenati che sono stati coinvolti nella schiavitù del popolo africano e riprendere la lotta contro il razzismo e per la giustizia e le riparazioni razziali ed economiche»..

Il pastore Jean Hawxhurst, funzionario ecumenico del personale del Consiglio metodista dei vescovi, ha affermato che quest’anno ci sarebbero probabilmente opportunità «per un significativo pentimento per quelli di noi che sono privilegiati, ma anche per le ragionare sulle riparazioni, sulle compensazioni per quanto avvenuto».

Il Consiglio metodista unito dei vescovi, la Commissione per la religione e la razza e il consiglio di chiesa e società hanno contribuito alla raccolta di risorse e impegni per commemorare il quarto centenario della prima diaspora africana verso le colonie americane.

NELLA FOTO: museo della schiavitù in Angola

(*) Riforma.it è il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.

UNA NOTICINA DI DB

Per i grandi media gli anniversari – di solito tondi: 10, 50 o per centinaia – sono ghiotte occasioni. Ogni testata ha il suo stile: scandalistico e dissacratorio a forza (in Italia qui primeggia Repubblica), ingessato, il nulla ben fritto, museale incluse ragnatele, marchettaro per libri di Vip, al servizio della più pigra attualità e/o del padrone “politico” di turno…

Per una volta bisogna fare i complimenti a «La lettura» – supplemento settimanale del quotidiano «Il corriere della sera» – che sul numero 402 (dell’11 agosto, dunque ancora in edicola) affronta l’anniversario della schiavitù “americana” scavando a fondo nel passato e guardando il presente con occhi non banali. Vale darne un veloce sommario: «Il primo schiavo» di Tiziano Bonazzi, «Anche questo è successo» di Marco Missiroli (una breve chiacchierata con Toni Morrison), una lunga e utile cronologia, l’intervista di Marco Bruna a Paul Beatty, il ricordo (di Viviana Mazza) dell’abolizionista Benjamin Lay, le riflessioni – di Ivan Franceschini e di Anna Pozzi – sul lavoro schiavistico nell’Asia e nell’Africa contemporanea per arrivare all’Europa e Italia di oggi con tre testi interessanti: «Prostituzione e manodopera forzata: le nuove catene» (di Paola D’Amico), «I miei 7 mesi schiavo in Puglia tra i pomodori» con Giampiero Rossi che racconta la storia di Musa Yallow e la segnalazione (di Antonio Carioti) di «Afrofobia: razzismi vecchi e nuovi», l’ultimo libro di Mauro Valeri del quale in “bottega” certamente si riparlerà.

IN “BOTTEGA”

Consigliamo il post Un conto ancora aperto. Quanto valgono 250 anni di schiavitù?dove Francesco Masala ragiona sul libro di Ta-Nehisi Coates (appunto «Un conto ancora aperto») tradotto da Codice edizioni. Ma sull’altra faccia dello schiavismo – quella delle rivolte sconosciute – vale la pena di leggere anche un post (di Daniela Pia): Isabella, la schiava che divenne Sojourner Truth. Ovviamente c’è poi la faccia sedicente scientifica del razzismo: vedi Scor-data: 20 maggio 2002 (di Giorgio Chelidonio) su Stephen Jay Gould e il suo libro «Intelligenza e pregiudizio».

 

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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