Ahmet Kaya, democratico stanco

di Murat Cinar

Nasce nel 1957 a Malatya e muore per un attacco cardiaco il 16 novembre 2000, a Parigi, in esilio. Ahmet Kaya continua ancora oggi a detenere il record delle vendite per il proprio album, 2.800.000 copie, e ritirato per decisione del giudice. Un cantautore rivoluzionario e censurato, finito in carcere a 16 anni, voce melodica di tanti detenuti politici. Oggi le sue canzoni vengono sfruttate nel corso delle campagne elettorali dei partiti e vengono riproposte da giovani cantanti. Tuttavia Kaya, come ha espresso più volte, ha dato l’addio alla luce del sole per sempre, chiuso in una sorta di isolamento.

 

Sua mamma era turca, suo padre curdo. Le loro origini ebbero un impatto notevole sulla sua vita di artista e di uomo comune. Da piccolo iniziò a suonare un cordofono, il baglama, durante le feste dei matrimoni; poi, quando i suoi genitori migrarono ad Istanbul, dove vide per la prima volta il mare, iniziò a studiare e a fare diversi lavori fra cui il venditore ambulante. Nella nuova Constantinopoli la prima cosa che lo colpì fu l’enorme differenza economica e sociale fra le persone. A 16 anni iniziò a interessarsi di politica, e a ruota arrivarono affissioni, concerti, manifestazioni, attivismo e associazionismo. Cantò nelle «Serate Rivoluzionarie» insieme ad altri cantanti e, il primo maggio 1977, durante la sparatoria in piazza Taksim, perdette alcuni fra i suoi più cari amici. «Non ho mai difeso la povertà della gente; ho sempre voluto che tutte le persone fossero più ricche. Per più di 30 anni ho cercato di sopravvivere» disse e, nel mentre, non abbandonò mai la musica. In un documentario asserì di aver cercato, a un certo punto, «di far funzionare il sistema al contrario»: per questo, cercò una dimora fra le mura del carcere, ma, non trovandola, fallì nel suo intento. Tuttavia con la prigione instaurò un rapporto piuttosto stretto: dai versi di un detenuto politico, Nevzat Celik, compose una canzone, e diede poi voce alle poesie di Nazim Hikmet, Selahattin Ali, Enver Gokce, Ataol Behramoglu, Can Yucel e Atilla Ilhan mettendole in musica. Tutte queste persone, per motivi politici si trovarono a dover respirare l’aria viziata della detenzione. Le sue canzoni trattavano problematiche sociali, soprattutto quelle degli anni ‘70 e ‘80. L’ondata anti-comunista, le conseguenze delle politiche di avvicinamento agli Uda dopo la Seconda guerra mondiale e l’ultimo colpo di stato militare. Tutti questi accadimenti ebbero un peso fondamentale nelle canzoni di Kaya.

 

Lungo la carriera artistica, le sue canzoni furono censurate o ricevettero periodici rigetti televisivi e radiofonici. Negli anni ‘90 in particolare, grazie a una forte campagna mediatica, Kaya fu presentato come un traditore della patria; ciononostante i suoi album erano sempre all’apice delle liste dei più venduti. Nel 1993, durante una serata organizzata dall’Associazione degli Imprenditori curdi a Berlino, secondo il quotidiano nazionale «Hurriyet», egli rilasciò dichiarazioni a favore del Pkk. A causa di questo, fu intentato un processo contro di lui e, nel 1999, venne condannato a 10 anni e 6 mesi di carcere senza la condizionale. Poco dopo si scoprì che la notizia diramata da «Hurriyet» era falsa. Ormai, però, Kaya aveva abbandonato il Paese. Una simile campagna denigratoria fu messa in atto anche durante una serata di gala, quando decise di dedicare un premio ricevuto in quell’occasione all’Associazione dei Diritti Umani, alle Mamme del Sabato (donne che manifestano ogni sabato perché non si fermi la ricerca dei propri figli scomparsi, come accade in Plaza de Mayo) e a tutti i lavoratori della musica. Lanciò poi pubblicamente un appello: «Sono in fase di preparazione di un nuovo album che conterrà anche una canzone in curdo; immagino che fra i dirigenti televisivi presenti in questa sala ve ne siano alcuni che potranno trasmettere video di questa canzone, quando l’avrò girato. In caso contrario, non so come potrebbero fare i conti con il popolo della Turchia». Pochi minuti dopo venne investito dagli insulti e volarono posate. Dopo questa esperienza nacque una vera caccia alle streghe e, addirittura, il prefetto della città di Ordu proibì la vendita degli album di Kaya. Qualche mese dopo, nel giugno 1999, Ahmet Kaya, non riuscendo più a sostenere queste condizioni e volendo tutelare la propria vita, decise di abbandonare la Turchia e si stabilì a Parigi.

Ahmet Kaya chiuse gli occhi nella propria casa a Parigi, nel 2000, mentre stava lavorando a un nuovo album. Nonostante una serie di impedimenti e di censure, Kaya registrò 18 album e compose 200 canzoni; nel 1990, nel Parco di Gulhane, a Istanbul, tenne un concerto davanti a 150.000 persone, nonostante i posti fossero solo 70.000; nel 1994 il suo album «Sarkilarim Daglara» arrivò a vendere 2.800.000 copie; ai funerali di Kaya, a Parigi, accorsero 30.000 persone da tutte le parti dell’Europa. Non si stancò mai di esprimere il proprio augurio di una convivenza pacifica fra tutti i popoli, in una Turchia indipendente e democratica. Nell’ultima conferenza stampa, Ahmet Kaya espresse i propri sentimenti pronunciando queste parole: «Un giorno qualunque, qualcuno scriverà la storia di un uomo curdo che avrebbe voluto cantare in curdo senza voler dividere nessun Paese. Chi leggerà questo racconto capirà che non c’è bisogno di avere paura delle canzoni e di chi le canta. Non voglio arrendermi a un classico destino e non vorrei essere capito dopo la mia morte, ma adesso».

Le sue spoglie riposano al cimitero Père Lachaise, a Parigi. Se n’è andato fra il silenzio assordante dei media e l’incomprensione del mondo della politica, ma amato e apprezzato dal popolo turco.

 

Qui sotto la traduzione di una sua canzone.

 

Quello che ci resta

 

Quello che ci resta non era quello che avremmo voluto lasciare all’umanità

Abbiamo piantato migliaia di alberelli nel deserto del popolo

Ma non li hanno annaffiati, così si sono curvati

 

All’epoca avevamo delle passioni

Ci siamo vergognati di baciare guance arrossite

E poi si è messo in mezzo il reato

 

All’epoca avevamo delle speranze

Ci siamo appoggiati su corpi di muri crollati

Poi si è messo in mezzo l’errore

 

Ci sono rimaste la sporcizia, la ruggine, il fondo

Gli amici si sono esauriti e sono caduti

Ci è rimasta la paura di scomparire

 

All’epoca avevamo sorrisi

Li abbiamo distribuiti così tanto ai cuori spezzati

Poi si è messo in mezzo il pianto

 

All’epoca avevamo la rabbia

Ci siamo fidanzati con il crepuscolo delle montagne accese

Poi si sono messe in mezzo le botte

 

Ci sono rimasti il sangue, il sudore e le lacrime

Gli anni sono passati calpestandoci

C’è rimasta la frenesia di vivere

 

Redazione
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