Akio Takemoto – Le longobarde

Tratto da “Nuove lettere persiane” – sguardi dall’Italia che cambia –

a cura di Francesca Spinelli  (Ediesse 2001- Editore)http://www.ediesseonline.it/catalogo/arte-e-lavoro/nuove-lettere-persiane

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Caro me adulto,
non so in che mondo starai vivendo, non so che ne sarà di te. Se le cose, però, saranno andate come sembrano andare in questo momento, immagino che tu e tanti altri vi starete chiedendo perché. Perché questa intolleranza di inizio secolo, perché i respingimenti, perché la crisi, perché le guerre «pre-ventive». Incolpare qualcuno, poi, non sarà affatto facile. È per questo che ti scrivo: per aiutarti a capire. Se non si saprà contro chi puntare il dito o lo si farà troppo facilmente, ricorda che il male, come diceva Hannah Arendt, è banale. Incompetenza, confusione e contraddizioni in questi anni contraddistinguono il popolo italiano; soprattutto quel 10,2 per cento che alle europee del 2008 ha votato Lega Nord. Ti ricordi le tue coinquiline all’università? Ti ricordi quelle due venete che candidamente a pranzo ti dissero di aver votato per Bossi?
Dopo un po’ per voi sarebbero diventate «le longobarde». Due venete, una bassa e tonda e l’altra alta e secca; assomigliavano un po’ a Stanlio e Olio, ma in versione femminile.
Quel giorno, uno dei primi di quei lunghi 690 in cui avreste condiviso lo stesso tetto, stavate pranzando in fretta prima di andare a lezione. La televisione, purtroppo quasi sempre accesa, sciorinava i risultati delle elezioni.
«Che schifo. Voi siete andate a votare?».
«Sì», e sorridono. Cazzo avranno da sorridere…
«E per chi?».
«Per la Lega, ovviamente».
Silenzio. Eppure sembravano così simpatiche, così normali. Nella tua testa fino a quel momento il leghista aveva l’aspetto di una casalinga frustrata padovana o di un bifolco con il sangue negli occhi; una specie di Borghezio con o senza tette, insomma.
Intanto guardavi sgomento il quarto coinquilino, quello napoletano, e ti interrogavi su cosa avresti dovuto rispondere in quanto non-italiano-doc.
«Ma perché?».
«Come perché?».
«Ma… sono razzisti!».
«Ben. Con tutti ’sti zigagni e negri che ci sono in giro», e ridono spalleggiandosi l’un l.’altra. Silenzio. Ti avevano preso in contropiede, non te l’aspettavi proprio e non riuscivi più a spiccicar parola.
Probabilmente non te lo ricordi, ma hai passato una settimana a chiederti perché le longobarde, che sulla carta odiavano «terroni» e «stranieri», fossero venute a vivere proprio con voi; per non parlare poi del loro miglior amico, un ecuadoriano. Poi col tempo hai capito. Hai capito che quelle due erano confuse. E non era un problema solo loro… Italiani, leghisti e non, confondevano il razzismo con qualcosa di molto più antico: la paura del povero. Non si tratta di colore della pelle, non si tratta di cultura, possono mentire quanto gli pare. La verità è che come al solito chi ha tanto, troppo, ha paura di chi vive con pochi euro al giorno, ha paura di chi stenta ad arrivare a fine mese. È talmente semplice che quasi nessuno se n’è accorto. Sanno che se possono vivere come vivono è solo sulla pelle di qualcun altro, e le spade di Damocle sono tante e diverse.
E, infatti, non tutti gli stranieri erano «immigrati» per le due longobarde: da una parte ci sono i «turisti permanenti», quelli con un accento buffo, abitudini strane e a cui si deve parlare lentamente, ma che capiscono molto bene le cifre del conto al ristorante; dall’altra ci sono quelli che, al ristorante, se sono fortunati ci lavorano otto ore al giorno e per pochi spiccioli l’ora. Giapponesi, tedeschi, americani sono sempre i benvenuti e a tempo indeterminato; nessuno si sognerebbe mai di accusarli di «venire in Italia solo per delinquere». Marocchini, albanesi, nigeriani, invece, sono in costante lotta per dimostrare semplicemente di volere un lavoro, una casa, una famiglia. E quel lavoro, quella casa, sia chiaro, non la tolgono a nessuno, perché quel lavoro e quella casa sono di un’altra «classe»: oggi gli immigrati sono il nuovo proletariato e questo fa paura a un bel po’ di gente. Così ci si nasconde dietro a dei pregiudizi, si nega la realtà e si ripetono a pappagallo idee sentite dall’amico o dai genitori, solo per dar forma a timori troppo evidenti per essere ammessi candidamente. Ecco quanto è banale il male in Italia, quanto era banale il male delle tue coinquiline che votavano Lega Nord.
I valori di cui si facevano portatrici le due longobarde sono quelli propagandati a gran voce dal Carroccio, ma che, appunto, restano solo propaganda. Se, quando leggerai questa mia lettera dal passato, vi starete interrogando su come sia possibile che nessuno a inizio secolo si accorgesse di tutte le contraddizioni politiche e sociali, sappi che queste contraddizioni sono le stesse della vita quotidiana: il coinquilino «terrone» doveva sempre sentirsi dare del «sud-icio» («e infatti a Napoli c’è il problema rifiuti!»), mentre loro con incredibile caparbietà continuavano a buttare la carta nel cestino della plastica, l’umido nell’indifferenziato e così via; il loro femminismo, becero e ridicolo, si fermava all’affermazione «speriamo che vinca la Clinton, è donna e l’altro è nero»; il loro innato e cattolico senso della famiglia («che schifo i gay») non vacillava mai, nonostante fossero assidue frequentatrici di una squallida discoteca chiamata Decadence, dove s’inscenavano spettacoli pseudo-sadomaso e da dove tornavano spesso raccontando di sveltine con tipi di cui non ricordavano neppure il nome.
Insomma, caro me adulto, come è già successo in un passato abbastanza recente, in questa Italia leghista ed intollerante tutti siamo colpevoli e tutti siamo vittime. Non c’è coscienza; la complessità sociale e l’incapacità di dare risposte chiare facilitano il male, che si insinua lentamente e senza fare scandalo. Le logiche sono quelle del gruppo, e servono per elaborare i lutti che tutti i rapidi cambiamenti di questi anni si trascinano dietro. Ecco perché si arriva a votare Lega Nord. Ecco perché è più facile scordarsi dei respingimenti. Non ti sto chiedendo di giustificarci, di capire le due longobarde; ti vorrei solo mettere in guardia dal dare giudizi troppo facilmente. Puntare il dito contro qualcuno o qualcosa tradisce un distacco molto simile a quello delle venete, che si indignavano con il coinquilino «sudi-cio» e non sapevano fare la raccolta differenziata.
In fondo, siamo un po’ tutti longobardi.
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Akio Takemoto, nato a Carrara da madre italiana e padre giapponese, vive a Bologna. È critico d’arte, lavora per Crossing Tv (crossingtv.it), «la web tv delle nuove generazioni», e, come videomaker, per la compagnia teatrale Semi-Cattivi.

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per informazioni e invio testi:
clelia pierangela pieri – xdonnaselva@yahoo.it
luigi di costanzo       – onig1@libero.it

Clelia

2 commenti

  • Lo trovo ben scritto. Forse non ben esplicitate le tesi sull’origine di questa “confusione” giovanile.

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