Anna Achmatova posterebbe gatti?

di Alessandra Berardi

In tre diverse occasioni, tre amici fb che stimo moltissimo hanno inveito contro chi «posta gatti», tacciandoli implicitamente o manifestamente di ignoranza e disimpegno. Ora: io sono notoriamente «gattolica» e ogni immagine di gatto che incontra i miei occhi… non solo non mi disturba ma aggiunge tenerezza e spirito selvaggio alla mia giornata. Ma non è questo il punto. Il punto è per me riscontrare che spesso c’è chi sembra avere per mestiere quello di tracciare severe differenze gerarchiche fra “alto” e “basso” della vita, dei nostri pensieri, dei sentimenti, delle occupazioni. Fra cosa sia degno di essere fatto in un dato momento, cosa più nobile, cosa invece risibile. Mi è tornata in mente Anna Achmatova. Incontrai un’unica volta, per il tramite della mia amica Ilaria, Joyce Lussu. (ricordi, Ilaria?) Era tanto tempo fa. Ci parlò fra l’altro di Anna Achmatova, come di un’autrice da trascurare: mentre la storia decideva cose gravi e importanti come la fucilazione dello zar e la rivoluzione, lei osava scrivere una poesia sullo sguardo del suo gatto e sull’universo che lei vi percepiva. Fui subito dalla parte dell’Achmatova! L’avevo già letta e mi era piaciuta, e il monito a non leggerla mi portò ad approfondire notizie della sua vita. Anna non aveva bisogno di mettere la storia nelle sue poesie, almeno non nel modo “dritto” e impegnato che una certa concezione della letteratura vorrebbe. La storia attraversò come una lama di spada tutta la sua vita: il regime totalitario sovietico fucilò il suo ex marito, imprigionò suo figlio, ed emarginò lei dalla vita culturale per decenni: accusata di “estetismo”, fu espulsa dall’associazione degli scrittori sovietici. Credo che sia delle persone sagge e sensibili trovare il grande nel piccolo, come l’universo nello sguardo del proprio gatto; e che non sia esercizio facile. Credo anche che chi ama i gatti ne riconosca in sé lo spirito selvaggio e libero. Il gatto di questa grande russa è sempre stato per me simbolo di indipendenza di pensiero e di capacità di resistenza vitale alle ingiustizie dell’esistenza, attraverso la tenacia dello spirito e l’irriducibile volontà di arte. Se fosse ancora viva, chissà… forse Anna Achmatova posterebbe gatti anche lei.

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