Armenia: una discesa nel Syunik

di Alfio Sironi – per “Altreconomia”

Una discesa nel Syunik, la provincia più a Sud dell’Armenia, dopo le elezioni vinte da Pashynian

Una veduta sul Syunik © Alfio Sironi

Reportage dal lembo di terra che si infila tra le scoscese valli del Caucaso minore verso il confine con l’Iran. Anche se l’aggressione israelo-statunitense contro Teheran non ha prodotto effetti diretti, arrivare qui nell’estate 2026 vuol dire fare i conti con uno dei luoghi geopoliticamente più delicati di tutta la regione. Tra villaggi screpolati e l’affare della Trump route for international peace and prosperity caro al primo ministro appena rieletto

A guardarla sulle carte geografiche l’Armenia sembra un piccolo Paese, quando ci si mette in auto per attraversarla pare invece di percorrere una terra smisurata. La condizione delle strade e un’orografia accidentata rendono faticoso l’avanzare: dalla capitale Yerevan al confine con l’Iran si impiegano, se tutto fila liscio, sette ore per fare 350 chilometri.

Avanziamo a rilento nel Syunik, quel lembo di terra che si infila tra le scoscese valli del Caucaso minore verso il confine con l’Iran. Dopo Kapan, città mineraria con la sua edilizia sovietica che si arrampica in modo sinistramente spettacolare sulle montagne attorno, la strada sale con curve che sembrano portare in cielo. In mezz’ora si arriva ai 2.500 metri del Passo di Meghri, il valico stradale più alto d’Armenia, cime e tornanti a perdita d’occhio, punteggiati da tir iraniani che arrancano.

Dal passo al villaggio di Meghri sono 30 chilometri in discesa, su una strada piuttosto malconcia. Lungo tutta la sinuosa vallata che ci accompagna si vedono lavori in corso per il futuro Corridoio stradale Nord-Sud (Nsrc), che al suo completamento garantirà un collegamento un po’ più rapido con la Georgia.

Siamo reduci da una lunga campagna elettorale e sono molti i cantieri ancora aperti in tutto il Paese. Il primo ministro Nikol Pashinyan si è da poco assicurato un altro mandato. Le sue politiche controverse hanno minato alla base alcuni dei capisaldi della geopolitica armena dell’ultimo secolo: su tutti il legame privilegiato con la Russia e l’ostilità verso la Turchia. Eppure con circa il 49% dei voti, il suo partito “Contratto civile” si è imposto nelle elezioni parlamentari del 7 giugno 2026 lasciando a distanza i principali partiti di opposizione.

Dalla sua prima elezione nel 2018, Pashinyan ha perso la guerra con l’Azerbaigian, è entrato in conflitto con la chiesa apostolica armena e ha cercato un dialogo con Stati Uniti e Unione europea per allentare la stretta di Mosca. La pace (forzata) con il governo di Baku, benedetta da Donald Trump, e la partecipazione nel Board of Peace su Gaza hanno accompagnato una riapertura diplomatica con azeri e turchi.

Lenin e l’Ararat nel villaggio di Arin © Alfio Sironi

Una serie di operazioni “forti” che alcuni analisti hanno definito “pragmatiche e coraggiose” e altri “avventate”: una cosa è certa, alle urne la società armena ha concesso a Pashynian ulteriore tempo per portare avanti il suo progetto di cambiamento. E in molti aggiungono anche che, malgrado alcune mosse indigeste e crescenti accuse di autoritarismo, è meglio tenersi l’attuale classe dirigente che ritornare alle precedenti.

Intanto arriviamo a Meghri, 600 metri sul livello del mare, una manciata di chilometri dal confine. Dal paesaggio alpino del valico in quaranta minuti ci troviamo nel mezzo di un arido avamposto di frontiera. Meghri è un villaggio screpolato sparso su due o tre colline; fichi, melograni e cachi spuntano in mezzo a cemento e lamiere, piante di kiwi e di rosa si arrampicano su pergole sgangherate. Anche qui, sopra il villaggio, qualche palazzone da dieci piani sta aggrappato alla costa brulla delle montagne, una specie di Persia in versione sovietica.

Il villaggio di Meghri dall’alto © Alfio Sironi

Chiediamo in giro com’è la situazione vista la guerra che in questi mesi ha imperversato più a Sud. La gente del posto si dice tranquilla: “La parte di Iran oltre confine non ha subito sconvolgimenti, la situazione è sempre rimasta tranquilla; andiamo di là tutti i giorni per fare la spesa, ci conviene”.

Anche se l’aggressione all’Iran non ha prodotto effetti, arrivare qui nell’estate 2026 vuol dire in ogni caso fare i conti con uno dei luoghi più geopoliticamente delicati di tutto il Caucaso.

Partiamo dal passato: negli anni Venti i confini tra Armenia e Azerbaigian furono ridisegnati secondo il classico principio del divide et impera. Questo territorio, in particolare, nei piani del georgiano Stalin era una zona chiave e venne diviso in tre parti nonostante storicamente fosse abitato in prevalenza da armeni: il Syunik rimase in capo all’Armenia, consentendole il collegamento con l’Iran; il Nakhchivan fu assegnato alla Repubblica socialista azera come exclave autonoma (la Turchia premeva in tal senso per mantenere un canale aperto con il mondo turcofono); il Karabakh, infine, nonostante il 94% di abitanti armeni, venne anch’esso assoggettato a Baku. Queste demarcazioni, che non tenevano conto delle realtà etniche ma di equilibri politici, sono alla base delle tensioni nate dopo la fine dell’Unione sovietica, tra cui il trentennale conflitto per il Nagorno Karabakh.

La fine di quel conflitto ci riporta all’estate 2025 e alle manovre geopolitiche sulla frontiera di Meghri. Nella sua rincorsa al premio Nobel e nel tentativo di arrogarsi successi di pace qua e là per il globo, Trump l’8 agosto scorso ha riunito a Washington Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev. L’incontro ha portato alla firma di una dichiarazione congiunta e a un accordo preliminare per porre fine alla guerra. Quel documento, in linea con l’approccio dell’amministrazione statunitense, non era solo un atto politico: preludeva a un’operazione che vorrebbe intrecciare business e strategia, puntando allo sviluppo infrastrutturale della regione.

Il pilastro dell’accordo dovrebbe infatti essere la Trump route for international peace and prosperity (Tripp), un corridoio multimodale lungo circa 42 chilometri per collegare l’Azerbaigian al Nakhchivan, attraversando il Syunik da Est a Ovest. Il corridoio sarebbe realizzato da un consorzio di aziende statunitensi e armene e dovrebbe restare formalmente sotto sovranità di Yerevan ma la sua operatività verrebbe garantita da contingenti di sicurezza inviati da Washington (laddove fino a pochi mesi fa erano di stanza soldati russi).

Ci spostiamo quindi verso il confine con l’obiettivo di visitare la vecchia stazione di Meghri. Per raggiungerla bisogna passare sotto lo sguardo svogliato di alcuni giovanissimi militari e dirigersi qualche chilometro verso Est, seguendo il fiume Aras e le recinzioni che lo accompagnano.

Davanti alla stazione di Meghri ci accoglie la statua di una donna: un tempo teneva in mano una colomba, simbolo di pace, ma oggi il braccio è spezzato e della colomba non c’è più traccia. La stazione stessa è un piccolo edificio abbandonato con una sala d’aspetto scalcinata e vecchi documenti in cirillico sparsi sul pavimento. Fuori, sui binari, giacciono alcune locomotrici arrugginite.

La stazione di Meghri © Alfio Sironi

La stazione faceva parte della linea che dal 1941 univa Kars, in Turchia, a Baku, costeggiando per un lungo tratto l’Aras e il confine iraniano. Altri tempi: di qui passavano treni merci e passeggeri; armeni e azeri litigavano già ma il Caucaso era prima di tutto Unione sovietica e bisognava andare oltre gli screzi. A fine anni Ottanta le tensioni etniche aumentarono e i collegamenti divennero pericolosi; nel 1992 il traffico ferroviario è stato definitivamente interrotto in seguito all’avvio della prima guerra del Karabakh e alla chiusura delle frontiere con l’Azerbaigian.

Osservando la desolata stazione di Meghri, del “corridoio Trump” non si vede traccia. Turchi e azeri sono già al lavoro sui rispettivi lati ma gli armeni al momento restano cauti. Il progetto si inserirebbe in una rete infrastrutturale complessa ma da una posizione debole: in trent’anni, i flussi di merci ed energia sull’asse Est-Ovest si sono consolidati lungo altre rotte.

Molti analisti sottolineano come, al di là degli affari, questo corridoio porti con sé obiettivi di natura geopolitica: gli Stati Uniti vedono l’opportunità di mettere un piede nel Caucaso e controllare una porta di accesso all’Iran, Turchia e Azerbaigian sono molto vicini a realizzare un passaggio che le unisca definitivamente. L’Armenia, incrinato il rapporto con il Cremlino, va in cerca definitiva di un nuovo garante della sua integrità territoriale, ma non sa se fidarsi del volubile Trump e di un’Unione europea che appare lontana.

Con un rinnovato mandato elettorale e senza più l’appoggio di Mosca, Pashinyan deve risolvere un’equazione non semplice: trovare nuove partnership (e nuove vie di uscita) con i suoi nemici storici ed evitare che il Tripp possa rivelarsi un “collo di bottiglia” controllato da mani altrui. Le sterpaglie, nel frattempo, avanzano tra i binari di Meghri.

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