Bassini, Bouchard, Bradley, Del Vecchio, Lin, Norek e…

… e Ricciardiello

7 recensioni (giallo-noir) di Valerio Calzolaio

Ludovico Del Vecchio

«La compagnia delle piante»

Elliot edizioni (2017)

190 pagine per 13,50 euro

Modena. 2015. “La compagnia delle piante” è il primo romanzo di una serie giunta al quarto, imperniata sul poliziotto Jan De Vermeer, italo-belga, un metro e ottanta per ottanta chili quasi di soli muscoli (faceva arti marziali), ecologista militante (aveva interrotto gli studi di veterinaria). Depresso e gran bevitore da sei anni per la scomparsa del cane Pagliuca, lo vediamo mentre incontra la bella assistente sociale Anna (con grande cicatrice), anche lei in bici. Dopo alcuni brutali omicidi, Jan riceve una lettera dal serial killer e deve rallentare il guerrilla gardening, la crociata personale per recuperare aree trascurate e fare compagnia alle piante (da cui il titolo). Il medico veterinario e scrittore Ludovico del Vecchio (Modena, 1957) ha inventato un’originale cruenta odorosa serie di romanzi verdenero o green thriller, in parallelo con saggi di botanica. I protagonisti sono tanti e la narrazione è in terza molto varia, pur se il perno è il poliziotto, visto il genere.

 

Alan Bradley

«Le trecce d’oro dei defunti»

Sellerio

traduzione Alfonso Geraci

354 pagine, 15euro

Toronto. 1952. Flavia, 13enne dagli occhi azzurri, udito sopraffino e talento chimico, è alla festa di matrimonio della sorella 19enne Feely, insieme all’altra sorella (di mezzo) Daffy. Dalla crema della torta vien fuori un dito mozzato, scopre che apparteneva al cadavere sepolto della chitarrista spagnola Adriana Castelnuovo. Sa di essere “una ragazza di intelligenza superiore alla media” e che la polizia di Sua Maestà ha speso richiesto con successo la sua consulenza. Decide di fondare un’agenzia investigativa insieme al fido Dogger, già valletto e giardiniere del suo defunto padre. Il loro primo caso riguarda una loro vicina, devono ritrovare la corrispondenza del padre di lei, omeopata appartatosi in casa di cura, ma la signora viene uccisa e forse c’entra qualcosa anche quel dito. Sempre godibile la serie iniziata nel 2009 dal canadese esperto d’ingegneria elettronica Alan Bradley (Toronto, 1940). Questo è l’undicesimo, “Le trecce d’oro dei defunti”, come sempre in prima persona.

 

Roxanne Bouchard

«Eravamo il sale del mare»

traduzione di Alberto Bracci Testasecca (originale del 2014)

e/o edizioni

288 pagine, 18 euro

Estuario San Lorenzo, Quebec, 1974 e 2007. A bordo del peschereccio L’Alberto (1974), O’Neil Poirier lavora nelle acque gelide del più grande estuario del mondo con il piccolo equipaggio di ragazzi. Quella notte una barca a vela ormeggia di fianco, hanno avuto la faccia tosta di collegarsi direttamente alla corrente elettrica del loro generatore. Lui stacca la spina e va a dirgliene quattro. Sente i rantoli, una donna ha appena partorito, lui taglia il cordone ombelicale e butta la placenta ai pesci, è nata Catherine Garant. Trentatré anni dopo è lei stessa che racconta la sua vita, la madre è morta da 15 mesi, lei ha chiuso un rapporto ed è stufa del lavoro allo studio d’architettura, parte per la Gaspésie, dove trovano un cadavere in alto mare, O’Neil ora gira con Il Delgado (2007). Anche l’insegnante e brava scrittrice canadese Roxanne Bouchard (Saint-Jérôme, Quebec, 1972) va per mare (da una decina d’anni) e nel suo quinto romanzo ne canta bene la gesta: “Eravamo il sale del mare”.

 

Tom Lin

«Ferrovia di sangue»

traduzione di Alfredo Colitto

Einaudi

312 pagine, 18 euro

Da Corinne (Utah) a Reno (Nevada) e Sacramento (California). 1869. Ming Tsu è un cinese alto e grosso, un orfano che non ha mai conosciuto i genitori, capelli e occhi neri, niente coda, 1,79 metri per 82 chili, pieno di cicatrici, bruciature e tagli guariti a metà. Uccise all’incirca duecento volte prima di fidanzarsi e furtivamente sposarsi con Ada, d’essere malmenato quasi a morte e reso schiavo dal padre di lei, d’aver lavorato duramente per un paio d’anni sulle Sierras alla costruzione della ferrovia pur di ritardare la morte del suo tutore Silas Root, di fuggire e iniziare a vendicarsi da pericoloso fuorilegge, presto con un’alta taglia sulla testa. Ora a Corinne ha appena eliminato il primo della sua lista, Judah Ambrose, ex reclutatore di operai per la Central Pacific; si dirige verso il Lago Salato per ammazzare il bersaglio successivo, James Ellis, un altro cinico caposquadra, gli spara davanti agli sfruttati cinesi al lavoro sui binari. E riparte; ormai è “un uomo senza vincoli”; a quel punto toccherebbe anche a uno sceriffo e a un giudice; pensa che alla fine ritroverà la moglie e staranno insieme. Con lui ora viaggia il Profeta, vecchio compatriota coolie cieco, capace di esprimersi per enigmi, facendo comunque capire prima dove si troveranno guai e se l’interlocutore morirà (Ming forse no, sempre che riesca a combattere libero). A Elko si fermano in una pensione, Ming esce in cerca di vizio e liquori, li trova e si perde per le strade deserte. Una donna lo invita in un tendone dove sta per iniziare uno spettacolo di magia, ne conosce confusamente gli strabilianti interpreti, dopo rocamboleschi miracoli e scontri i due cinesi si aggregano al loro percorso, denso di avventure e morti. Fino alla fine.

Premiato romanzo d’esordio per il giovanissimo Tom Lin (Pechino, 1996). Quando aveva quattro anni la sua famiglia si è trasferita negli Stati Uniti (a New York) e, nella nuova patria, si è laureato in letteratura inglese (in California), avviando poi la carriera di scrittore. Il titolo italiano sottolinea l’epopea di sfondo: la storica lenta impervia (geograficamente) terribile (socialmente) costruzione della parte occidentale della prima ferrovia transcontinentale americana, nella quale lavorarono tanti cinesi, poveri e malpagati, spesso morti in corso d’opera. Il titolo americano fa, invece, riferimento all’indiscusso protagonista della narrazione (in terza fissa), che ripercorre la strada ferrata per ricominciare a uccidere, questa volta non per mestiere ma per vendetta, ladro e killer a suo modo onesto. Siamo in montagna e nel deserto, fra gli animali di quegli ecosistemi (compresi vipere e puma, benevoli), a piedi o a cavallo, giusto una bisaccia sulle spalle e armi letali addosso (pistole o lungo accudito preferito chiodo), frequentemente con sangue addosso e fame dentro. Il Profeta sa molto sulla terra (al di là dei calcoli umani) e sui fossili antichi trovati per caso: “tutte le terre una volta erano state altrove, perché il pianeta girava e si muoveva continuamente, senza che nulla avesse mai un luogo fisso”. Sogni, ricordi, incubi e “ricordi sognanti” affollano la mente di Ming lungo il percorso, insieme alla necessità di far fuori ogni ostacolo, impersonato pure da indiani e ferrovieri: ho contato oltre una trentina di ostacoli morti ammazzati al di fuori di quelli della lista. Del resto, anche Hazel, la bella vedova dello spettacolo, era stata indotta a un omicidio. Torcibudella ogni volta che si può non bere acqua (difficile da trovare). Non è male intonare spesso nenie e ninnenanne: canzoni senza senso, senza ritmo, fatte per essere cantate lentamente e a bassa voce.

 

Franco Ricciardiello

«Torino Nouvelle Vague»

Todaro editore

244 pagine, 16 euro

Torino. Ottobre 2008. All’Hotel a cinque stelle Duc d’Aoste et de Chambéry soggiornano molte delle personalità ospiti del festival cinematografico della Nouvelle Vague, soprattutto registi, attori e relativi accompagnatori. Il sabato sera al Museo del Cinema si svolge proprio la splendente sfarzosa Nuit Blanche, premi e discorsi importanti. Quando tutti insieme tornano in albergo viene assassinata Alma Sofi Jensen Falk, famosa attrice francese 68enne, nata in Svezia e con cittadinanza italiana, da tutti conosciuta come Sophie Alma, il suo primo marito era stato l’immenso anziano Jean-Simon Leclercq, occhiali dalla montatura di celluloide nera e pochi capelli grigi pettinati in tutte le direzioni, anche lui presente con la nuova compagna. Arrivano i poliziotti, il cadavere si trova nell’ampia stanza all’ultimo piano, medico legale e scientifica compiono le iniziali verifiche, prima dell’alba prende in mano la situazione il commissario Mauro Ferrando, i giornalisti non sono ancora arrivati ma non tarderanno. Cercando nel giardino sotto le finestre del ristorante, Mauro trova la probabile arma del delitto, la statuetta consegnata poche ore prima dal festival all’attrice, e domenica mattina presto va a Palazzo di Giustizia per parlare con il Procuratore, che assegna il caso al più caro amico e coetaneo di Mauro, il 36enne pm Erasmo ‘Rasmo Mancini, da luglio tornato a vivere e lavorare a Torino (dopo otto anni a Roma con la moglie), ormai consensualmente separato e capace il mese prima (in ferie) di risolvere comunque due rapimenti di minori e un omicidio (oltre che di scrivere un libro), appassionato di cinema e indefesso lavoratore. Anche Mancini era andato alla Notte Bianca, per accompagnare la giovane traduttrice (dal e verso cinese e giapponese) Marina Cattani, aveva pure fuggevolmente incontrato l’uccisa sul belvedere che sorregge la guglia della Mole Antonelliana. È tutto un programma… tanto più che molti sono convinti che il colpevole sia Leclerq.

L’ottimo poliedrico scrittore Franco Ricciardiello (Vercelli, 1961) voleva realizzare un omaggio a Jean-Luc Godard (1930) e non poteva certo sapere che sarebbe morto il 13 settembre, a pochi mesi dalla pubblicazione del suo bel romanzo (*) narrato in terza persona su Erasmo (alcune scene su Mauro, in parallelo, la soluzione spetterà a entrambi). Leggere quest’avventura è un buon modo no fiction per ricordare il grande réalisateur de cinéma. I titoli dei quindici capitoli riprendono i titoli dei film da lui diretti, da À bout de souffle a Un film comme les autres; poi l’indagine impone di vedere o fa tornare alla memoria innumerevoli sue scene, raccontate con cura e precisione. I dialoghi spesso surreali fra i protagonisti e il regista sono in linea con i personaggi creati nella relativa cinematografia (Mancini era vissuto a Parigi e parla bene francese, meno l’inglese). Ovviamente Leclerq è Godard, praticamente ogni straordinaria risposta agli interrogatori più o meno formali è tratta da sue interviste e dichiarazioni. Del resto, quasi a metà romanzo, il regista sceglie di confessare l’omicidio, pur se il pm capisce subito che non è vero, lui invece è l’affascinante protagonista della fiction. Se può va elegante e comodo in bicicletta, evita i giornalisti e le telecamere, non beve alcolici, scrive di musica, non ha un televisore, l’aspetto spicca oltremodo. Ogni donna gli sorride e lo brama, molte e belle lo insidiano. Il suo metodo investigativo è accumulare quante più informazioni possibili, tentare collegamenti incrociati e aumentare le probabilità di incappare nell’indizio casuale che può aiutare. Così studia eventuali casi analoghi di femminicidi o violenze da parte di gente famosa (e li rileggiamo con lui) e non gli sfugge che c’è stato anche l’annegamento nel Po di un uomo con fisionomia scandinava o svedese. Erasmo è attratto da Marina e vivono da settimane una storia segreta (vegetariana), hanno fatto il patto di non nascondersi mai nulla, ma anche lei piace e deve pure testimoniare in un processo nel quale lui sostiene l’accusa da pubblico ministero, non si potrebbe. Inoltre, Mancini è davvero assorbito dal lavoro, come Ferrando soffrono di terrore del vuoto e di alta febbre del fare. Una giornalista intraprendente si ubriaca col Beaujolais, Erasmo ricomincia a gustare il bicerin con il cioccolato fondente. Musiche tante e ben scelte, anche se la soluzione sta negli Abba.

 

Remo Bassini

«La suora»

Golem edizioni

304 pagine per 13,90 euro

Lago d’Orta. 2020. Il 25 gennaio 2010 il pugliese Romolo Strozzi, mentre è in fuga da Milano (dove insegna) per il funerale della suicida Annetta, ha incontrato una donna gentile davanti a un albergo di Orta San Giulio. Lui ha 36 anni, né moglie né figli, deciso ad abbandonare tutto e trasferirsi in Valsesia. Lei 37, in procinto di diventare novizia e poi suora dell’ordine benedettino, in clausura nel monastero Mater Ecclesiae dell’isola di San Giulio: autoisolamento detentivo. Nora diventa suor Beatrice, continuano a scriversi, lui matura un’ossessione amorosa, finché nel 2020 lei lo chiama per chiedere aiuto: a Vercelli la madre 81enne ha volutamente investito una donna senza dare spiegazioni. Gli chiede di scavare nel passato, lui indaga su una storia tragica del 1945. “La suora” è il nuovo bel romanzo di Remo Bassini (Cortona, 1956), bravo colto giornalista e scrittore in quel di Vercelli, meditabondo ed esistenziale, di amori e di morti, narrato in prima dal protagonista.

 

Oliver Norek

«Superficie»

traduzione di Maurizio Ferrara (originale del 2009)

Rizzoli

330 pagine, 18 euro

Parigi e Aveyron. Primavera 2019. In borghese i poliziotti dell’antidroga fanno irruzione alle 6 di mattina in un appartamento al secondo piano di un edificio fatiscente della periferia parigina. La capitana Noémie Chastain è in prima linea, come sempre, caposquadra non è solo un titolo. Sanno che dentro, insieme a 25 chili di cocaina, c’è Sohan, una sudicia carogna di spacciatore armato fino ai denti, che probabilmente non si sarebbe fatto prendere senza sparare. Entrano con meticolosa attenzione, ma la reazione è fulminea: Noémie si becca in pieno viso il colpo di un fucile da caccia. Il suo vice Adriel è anche il suo compagno, spara due volte e fa arrestare il criminale, s’inginocchia e si dispera, la portano d’urgenza all’ospedale militare Percy: l’operazione chirurgica di “salvataggio” dura sette ore e trenta minuti, a suo modo perfetta. La parte destra della faccia era stata quasi interamente strappata via: oltre sessanta punti di sutura per il riposizionamento della guancia, cicatrice circolare di venti centimetri, un brutto segno per ognuno dei pallini di piombo, metà del cuoio cappelluto (bruciato) rasato, tre placche metalliche per la mandibola (fratturata), contingenti mutismo fisico e occhio nero pieno di sangue. Lo psichiatra dovrà essere bravo e Melchior sa di avere varie pazienti in quella sola persona, a rischio psichico: la poliziotta che vorrebbe riprendere servizio, la donna che pensa di aver perso la femminilità, la bambina morta di paura, l’adulta che convive con un’estranea. Dopo il mese di convalescenza si è visto che Adriel non ha retto la prova: l’ha lasciata sola affettivamente e poi la boicotta sul lavoro al leggendario Bastione. La mandano nella sperduta campagna, una tranquilla missione per chiudere il locale commissariato, dove la accoglie un simpatico tenente figlio del sindaco. Solo che presto vengono fuori orrendi crimini dal passato. E cercano di ucciderla. Quel mese sarà dura.

Splendido il nuovo romanzo giallo di Olivier Norek (Tolosa, 1975), nipote di un sottufficiale della Legione Straniera, già operatore umanitario in Guyana ed ex Yugoslavia, poi poliziotto per 18 anni dalla strada fino al grado capitano nel noto distretto Seine-Saint-Denis, infine dal 2013 competente scrittore polar. Dopo l’interessante e apprezzata Trilogia 93 (della Banlieue) qui tutto è azzeccato e maturo, ben congegnato e scritto, praticamente mai così piacevolmente (e curiosamente) da leggere. L’ambientazione non sono tanto le solite piccole comunità di paesini isolati (sei mila cittadini di un dipartimento in Occitania), quanto una versione aggiornata degli ecosistemi delle piccole aree di campagna-montagna, qui sostanzialmente ridisegnato dalla costruzione di una diga venticinque anni prima, all’origine delle dinamiche attuali (ci sarà pure da sommergersi nel lago artificiale di Avalon per capire il vecchio e infine da svuotarlo, lo si ritrova in copertina). La protagonista femminile (narrata in terza persona, quasi fissa e al passato) è certo bella di aspetto, rossa di capelli, dura di carattere, una nemmeno 40enne vissuta e di notevole esperienza (sei anni alla Omicidi, otto all’antidroga), ma appare come un probabile inedito letterario, appena sfigurata e alle prese con una nuova oggettiva e soggettiva identità, esplorata grazie al bravissimo esperto psichiatra 50enne Melchior, con un giustificato contorno di complicati affetti e amicizie (un cane malandato e un bello sensibile aiuteranno molto), tutti personaggi e relazioni ispirati a biografie reali. La storia serve all’uopo, mescola quel che si era prima della diga (con tre bambini sul punto di scomparire e i relativi rapporti) e quel che si è diventati dopo (quando per caso riappare un fusto con uno scheletro), il profilo poliziesco-criminale riguarda vecchio e nuovo caso, un tragico miscuglio di segreti e misfatti, sempre con l’adrenalina giusta. Soprattutto a determinare ammirazione è il fresco efficace saggio stile narrativo, “interno” alle procedure ma non pedante, secco ma non arido, coinvolgente e incalzante, per far venir fuori quel che sempre cova sotto la superficie (da cui il titolo) dopo il comune (superficiale) impatto con i sensi e con le parole, con i corpi e con le menti. In questo la deturpata No Chastain risulterà ostinata e precisa, profonda e ironica, risolutiva. Rum e altri analgesici. Impariamo molto anche sul cervello (bravo a farci ammalare) e sul viso (ventuno emozioni dirette oltre alle microespressioni, la sola parte del corpo che usa i cinque sensi, aperto al mondo).

(*) in “bottega” cfr «Torino Nouvelle Vague» di Giulia Abbate

 

Redazione
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