Ben pensato, zia Ursula (1)

 Subito sotto il titolo («Sur») si legge «Relazione sommaria della spedizione Yelco all’Antartico, 1909-1910». Poi il racconto (del 1982) di Ursula K. Le Guin parte così: «Sebbene non abbia intenzione di pubblicare questa relazione, penso che sarebbe bello se una mia nipote, o la nipote di qualcun altro, la ritrovasse un giorno; quindi la terrò nel baule di cuoio in soffitta con l’abitino del battesimo di Rosita, il sonaglio d’argento di Juanito, le mie scarpette del matrimonio e gli scarponi da neve».

C’è dunque una sorta di diario segreto in un baule proprio come in due bei film – «I ponti di Madison County» di Clint Eastwood, «Terra e libertà» di Ken Loach – e in uno dei romanzi più avvincenti degli ultimi anni, «Regina di fiori e di perle» di Gabriella Ghermandi. Una vicenda d’amore e dunque privata nel primo caso, una storia soprattutto pubblica nel film di Loach mentre il romanzo della Ghermandi e questo «Sur» sanno mescolare il personale e la grande storia.

Dopo quella frase sugli «scarponi di neve», l’autrice della relazione ci parla di soldi: «la prima cosa necessaria per organizzare una spedizione, il denaro, è di solito la più difficile da trovare». Ma per fortuna c’è un benefattore, «che ahimè non posso nominare».

Alla fine della prima pagina capiamo che la spedizione mira a ripercorrere, in modo vincente, i tentativi di raggiungere il Polo Sud. La donna, senza nome, che scrive questa relazione trova 8 compagne di viaggio. Così il 17 agosto 1909 le donne che vogliono sfidare l’Antartide si incontrano a Punta Arenas (in Cile): «Juana e io (le due peruviane); Zoe, Beta e Teresa, venute dall’Argentina; e le nostre cilene Carlota, Eva, Pepita e Dolores».

Si parte.

Non vi racconterò quasi nulla di «Sur» perché vorrei che foste voi a snidare questo splendido, semplicissimo, geniale racconto e gustarvelo. Dirò solo che, come si intuisce quasi subito, è il “diario” di un’allegra vittoria non di una sconfitta.

E’ anche molto altro. Per esempio mostra un’«altra faccia dell’eroismo» come l’autrice della relazione sottolinea. Non fatevi sfuggire questa frasetta, buttata lì: «Del resto l’altra faccia dell’eroismo è spesso molto triste: le donne e i servitori lo sanno».

Il 22 dicembre 1909 le nove coraggiose (incoscienti?) ma anche organizzatissime latino-americane raggiungono il Polo Sud; il 19 febbraio, dopo molte disavventure (persino un parto imprevisto) sono in salvo.

«Nel 1912 tutto il mondo apprese che il coraggioso Amundsen aveva raggiunto il Polo Sud». Perché le 9 donne scelgono il silenzio? Perché affidare la vittoria a un baule? Non lo svelerò ma a me pare che questa “fanta-storia” di Ursula Le Guin sia geniale come le motivazioni del silenzio. I bauli sono pieni di storie (vere, false, verosimili) meravigliose e dimenticate. Perciò apriteli il più spesso possibile.

NOTA SUL RACCONTO PIU’ UNA SUBDOLA NOTICINA

Questo racconto è stato tradotto in due belle antologie, purtroppo non semplici da trovare. La prima è «La rosa dei venti» (Editrice Nord) che raccoglie racconti di Ursula Le Guin ma oramai gira solamente nelle bancarelle. La seconda antologia, curata da Oriana Palusci, raccoglie 21 ottimi racconti di 18 autrici: si intitola «Aliene, amazzoni, astronaute» e fu pubblicata (nel 1990) dagli Oscar Mondadori. Curiosissima e significativa la nota finale, una specie di post scriptum, della bella prefazione di Oriana Palusci. Si legge infatti: «Questa antologia vuole testimoniare alcuni dei modi in cui le scrittrici di lingua inglese hanno trasformato la fantascienza in uno strumento narrativo adatto a esprimere la visione femminile del mondo moderno e di quello futuro. Una visione che, per paradosso, contrasta con quella dell’immaginario maschile rappresentato dalla copertina di questo stesso libro». Infatti la tristemente banale, vagamente porno-soft e “spaventosa-spaventata” copertina con il libro non c’entra. Immagino sia stata imposta dall’editore e che la curatrice, un bel po’ arrabbiata, abbia preteso almeno quelle righe per dissociarsi. Una micro-storia interessante per valutare il livello di maschilismo e stupidità che regnavano negli anni ’90 (ora è anche peggio).

Ed ecco la subdola noticina su questa serie. Si prosegue e si cambia: dopo «Isaac (1)» e «Isaac (2)» ecco «Ursula (1)». Io continuerò ma c’è posto per altre/i. Se approvate la cornice – la buona fantascienza – per il vostro quadro… massima libertà espressiva: il blog è aperto.

Rilancio anche il mio urlo di dolore “scolastico” ovvero quanto farebbe bene leggere un po’ di buona fantascienza una scuola italiana senza futuro. Fra gli anni ’80 e ’90 con Riccardo Mancini pubblicammo due libri – “Immaginare futuri” per la media superiore e “Imparare dal futuro” per la inferiore, ora fuori catalogo – con La Nuova Italia. Mi chiedevo e continuo a domandarmi: se oggi un collettivo (di appassionate/i, docenti, piccole case editrici e kenesò) ritentasse? Subdolamente annuncio che un amico si propone di rieditare quei vecchi due libri in e-book – vi aggiornerò – e ne sono felice ma io vorrei mirare anche a un progetto nuovo e collettivo perciò chiedo a chi passa di qui e ama la fantascienza e dintorni: secondo voi, in quel che resta della scuola italiana, c’è trippa per gatti/e o no? (db)

Redazione
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