Brasile, emergenza carceri

di David Lifodi

Le carceri brasiliane sono al collasso. In tutti gli stati del paese migliaia di persone sono costrette a scontare la loro detenzione in condizioni disumane, in celle superaffollate e in una situazione igienico-sanitaria degradante. I dati forniti dalla Pastoral Carcerária, una tra le realtà brasiliane che lavora maggiormente con e per i detenuti, stima che la popolazione di reclusi si aggiri intorno alle 630mila persone. Il sovraffollamento degli istituti di pena ha spinto numerosi penitenziari ad aprire delle succursali, ma l’insostenibilità della vita in carcere è costata al Brasile anche una denuncia a livello internazionale.

Il 13 Febbraio 2000 un documentato reportage scritto per Avvenimenti da Giuseppe Bizzarri, raccontava l’inferno di Carandiru, il carcere di San Paolo ed il più grande dell’America Latina, chiuso ormai da alcuni anni: torture, corruzione dilagante, mancanza dello spazio minimo vitale per i detenuti (costretti a dormire in 4 o 5 in un bagno) ed escrementi nei corridoi testimoniavano le precarie condizioni in cui i reclusi erano costretti a vivere. Da allora la situazione non è cambiata molto, nonostante nel Luglio 2011 fosse stata approvata una legge che modificava alcuni punti del Codice di Processo Penale. In particolare, veniva abolita la prigione preventiva per crimini con pene inferiori ai 4 anni, in modo tale che i tanti disperati colpevoli di furtarelli o poco più non andassero ad aumentare una popolazione carceraria già in crescita esponenziale. Tutto questo dovrebbe portare, nel tempo, alla revisione di oltre duecentomila processi. La legge 12.403 in un certo senso serve anche per mettere alle strette i giudici, che devono decidere immediatamente se convalidare l’arresto, e quindi il carcere per il colpevole, o concedere la libertà provvisoria. L’ossessione per la sicurezza ha sempre spinto l’opinione pubblica a chiedere la costruzione di nuovi istituti di pena, soluzione magica invocata anche da magistrati e studenti di diritto, nonostante la Lei de Execuções Penais stabilisca a chiare lettere, e a più riprese, che ogni detenuto deve aver garantito uno spazio minimo di almeno sei metri quadrati e il diritto al reinserimento nella società tramite attività lavorative svolte in carcere per consentire ai condannati una vita degna durante il compimento della pena. In realtà lo stato non è in grado di soddisfare nessuna di queste due condizioni. Il sovraffollamento resta un problema grave ed è strettamente connesso con le precarie condizioni igieniche: il contagio di malattie facilmente trasmissibili resta la norma. Ad un percorso di risocializzazione dei detenuti dovrebbero contribuire gli agenti penitenziari, ma la maggior parte di loro si considera al livello dei militari o dei poliziotti, per cui sfuggono alla funzione di educatori e spesso si trasformano in nemici degli stessi carcerati. E’ per questo motivo che molteplici associazioni della società civile, insieme alla Pastoral Carcerária, si sono mobilitate, nel 2010, per respingere un emendamento costituzionale presentato da alcuni deputati e senatori affinché fosse costituito un altro corpo di polizia all’interno delle carceri, quello penale. La nascita della Polizia Penale, secondo la Pastoral Carcerária, avrebbe solo aggravato i problemi di corruzione, violenza e violazione dei diritti, già presenti negli istituti di pena, e sarebbe in contrapposizione con la Costituzione del 1988, il cui principio fondamentale sta nel liberare il paese dal militarismo che aveva impregnato il Brasile dagli anni della dittatura. Un altro problema proviene dalla composizione sociale della popolazione carceraria, che riflette un forte meccanismo di esclusione all’interno della società brasiliana. La maggior parte dei detenuti sono infatti neri, indigenti e analfabeti, provenienti da fasce sociali poverissime costrette, in qualche modo, a sbarcare il lunario per provvedere ai bisogni minimi. Tutto ciò è stato condotto alle estreme conseguenze da una crisi finanziaria che, in America Latina, ha parzialmente risparmiato la classe media per abbattersi su coloro che hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese. La chiusura di molte fabbriche nella cintura industriale delle metropoli, nota la Pastoral Carcerária, unita alla disoccupazione galoppante e all’impossibilità di reinserirsi nel mercato del lavoro, hanno spinto una fascia di popolazione nelle mani di trafficanti e criminali che, in buona parte, vivono indisturbati nel lusso in qualità di boss delle favelas o signori del narcotraffico, vedi il ruolo preponderante di bande malavitose trasformatesi negli anni in veri e propri imperi economici, è il caso di Primeiro Comando da Capital, Amigos dos Amigos o Comando Vermelho. Questo non significa che tutti i marginali e i senza lavoro si siano trasformati in criminali, ma la congiuntura economica attuale di certo ha spinto più facilmente alcune fasce sociali verso la devianza. Dall’altro lato le istituzioni ufficiali non hanno fatto granché per scongiurare l’emergenza carceri, trattata sempre come un problema di sicurezza nazionale e non come opportunità di reinserimento sociale per i detenuti. Gli stessi funzionari del Ministero della Giustizia ammettono che, in molti casi, un carcerato sconta pene sproporzionate rispetto alla gravità del reato commesso, sull’onda di una grancassa mediatica che costringe lo stato a porsi come paladino della sicurezza per dimostrare di saper tutelare i cittadini.

E’ quindi la società civile organizzata ad occuparsi principalmente dei problemi quotidiani dei detenuti. La Pastoral Carcerária, una delle realtà principali, nacque nel 1986 come costola della Conferencia Nacional dos Bispos do Brasil (Cnbb) nel segno dell’impronta progressista che ha sempre caratterizzato le realtà cristiane di base latinoamericane, e nel tempo si è attivata in un difficile lavoro di sensibilizzazione della dura realtà del carcere presso tutta la società brasiliana, impegnandosi per promuovere la dignità dei reclusi, denunciando i frequenti casi di tortura e offrendo appoggio giuridico e sociale alle famiglie dei detenuti, ma dovrebbe essere compito dello stato darsi da fare per restituire i diritti a tutti quei carcerati costretti ad arrangiarsi in situazioni al limite in tutti i penitenziari del paese.

Redazione
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2 commenti

  • Sempre che il “blog di Daniele Barbieri & altri” pubblica articoli di David Lifodi, io mi affretto a leggerli perché Lifodi mi aiuta a vedere il mio paese co occhi lucidi.

  • Grazie, troppo buona, anche per il bel commento all’altro articolo che avevo scritto tempo fa sul lavoro schiavo utilizzato da Zara in Brasile!
    In realtà io non sono mai stato in Brasile, mi piacerebbe molto andarci, un giorno, ma tramite letture e approfondimenti sulle lotte sociali del tuo paese (da Belo Monte al diritto all’abitare, dalla questione agraria a quella mineraria) mi sono appassionato a tutte queste tematiche e poi ne ho scritto più che volentieri! A presto, David

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