Breviario 11 – Ritratto 2 (la prof di matematica)

di Mauro Antonio Miglieruolo

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Senza esagerazioni. Giuro. Se credete le abbia usate per descrivere La Pennina (vedi Breviario n. 9) vi sbagliate di grosso. La Pennina era esattamente l’inaudito insegnante che ho descritto. Ne ho avuto conferma alcuni anni fa, dopo un confronto con altro allievo della stessa scuola (la Pietro della Valle di Roma). Concordammo anche nei particolari, oltre che nel giudizio: La Pennina era memorabile, una vera macchietta, apocalittico professore di calligrafia, terrore delle genti.

Analoga raccomandazione conviene ribadire per la persona di oggi. Solo che, essendo donna, pudore vuole che qualche attenuazione venga adoperata. Se il bene per le donne è sempre ostico acquisirlo, almeno il male conviene sia attenuato: contrappasso o equanimità o comunque pudore che in quest’anno di rivocazioni dantesche è quasi d’obbligo. Credo di doverlo usare anche per descrivere l’improbabile “mia” insegnante di matematica.

Pudore? No, comprensione per una persona afflitta da un handicap oggi facilmente sanabile ma che allora poteva produrre sconquassi interiori che non ho mai saputo perfettamente comprendere. Per esempio, dover indossare occhiali da vista. A sedici anni ne ebbi la necessità, ma non credetti che questo in qualche modo potesse menomare la mia immagine, anzi la valorizzò. Dandomi quel tocco dottorale con il quale, pur non volendo, a volte impongo soggezione all’interlocutore; il quale sapesse quanto grande sia la dimensione immane di quel che non so (s’accresce giorno per giorno invece di diminuire) sarebbe molto più disinvolto nei miei confronti. Indossai quegli occhiali quasi con gioia, a parte il fastidio inziale di quel peso sul naso. Finalmente ci vedevo. Io che per anni avevo avuto una visione sfocata del mondo e ora d’improvviso era brillante, quasi aggressiva nei particolari.

Ma pensate a quel che doveva essere un handicap in un mondo ancora privo delle estensioni cibernetiche, alle quali siamo ormai adusi. Quando contasse allora la piena efficienza; mentre una salute cagionevole, una lieve zoppia, il fatto di non sentirci tanto bene, poteva costituire la differenza tra la tranquillità del pane quotidiano e una vita incerta nella quale mancava sistematicamente. Un mio compagno di scuola che dovette ricorrere dopo di me al medesimo ausilio degli occhiali, cadde in una temibile depressione. Il suocero quasi picchiava mio cognato ch’era andato a trovarlo, lui d’accordo, per installare un segnale luminoso quando squillava il telefono, al quale non rispondeva se non quando ci si trovava vicino, lì a due passi. Sosteneva, inalberandosi, di non essere sordo, invece lo era come una campana. Non voleva accettare d’esserlo. O forse preferiva il mondo così com’era, silenzioso. La sordità lo difendeva dai tumulti della vita, dalla disonestà dei suoi simili: posso testimoniare che poche volte ho incontrato persona più alla mano e corretta.

2

Ma torniamo a noi, alla professoressa di matematica. Nella piena corpulenza dei suoi cinquanta anni, come andava di moda allora.

Sorda anche lei come una campana. Consapevole d’esserlo, e indisposta a patirne le conseguenze. Soprattutto a causa della palese indisponibilità di noi piccoli mascalzoni di sopportare i suoi eccessi. Spiegava male, in fretta, annoiata probabilmente dalla materia e metteva voti a vanvera. Ci vendicavano oscenamente di quel suo limite, per tutto quello che ci faceva, rendendole la lezione impossibile. Che a sua volta ne moltiplicava le difficoltà cercando di imporsi instaurando una sorta di dittatura militare.

Radunava a fianco della cattedra quattro alunni, mai meno di quattro e li interrogava a turno, imponendo al primo di rispondere e se non sapeva chiedendo lo stesso al seguente e poi a quello dopo ancora. Forse si trattava di prove di concorrenza, di un modo per dividere e aizzare gli uni contro gli altri. Non funzionò. La classe coalizzò contro di lei e si organizzò per neutralizzarne le aspettative. Dal fondo dell’aula venivano consultati libri e appunti e partivano i suggerimenti. Imparavano, cavolo! I suggeritori sì che imparavano! Si fossero comportati con la medesima solerzia in tutte le materie sarebbero diventati mostri di sapienza.

Le sussurravano quelle soluzioni.

Sussurrando per modo di dire. Dopo le prime volte sussurrando sempre meno. Tanto la professoressa comunque non udiva. E invece a volte udiva. Se non il senso completo delle parole, il suono emesso. Altre, non essendo stupida, deduceva dai movimenti istintivi del viso dell’interrogato, che si volgeva istintivamente verso la fonte del suggerimento.

Come si arrabbiava la poveretta! S’alzava in piedi, strepitando, inveiva contro i maleducati scorretti profanatori della sacralità dell’interrogazione, minacciando sfracelli. Ma non come avrebbe fatto ognuno richiamando con severità all’ordine. Urlando. Con voce chiara da soprano, voce cristallina. Cantando, appunto. Quando si arrabbiava diventava canterina.

«Zeeeeeerooooo, vi mettoooo zeeeeeroooo» inveiva contro i suggeritori. Per poi mettere effettivamente Zero agli interrogati.

Non però zero per modo di dire, come usava il professore di calligrafia, un bravuomo in fondo, non ha mai messo una nota o bocciato nessuno. La professoressa di matematica non si limitava a minacciare (tipo: Uno ti metto uno ti lascio). Lei scriveva effettivamente sul registro, accanto al nome del reietto, uno zero tondo tondo. Anche due, tre, senza risparmiarsi. Tant’è che alla fine del primo trimestre alcuni alunni erano costretti a piatire un’amnistia.

Invano.

«Non cancello niente» rispondeva dura lei. «Te li sei meritati. E faranno media».

Il che equivaleva a mettergli uno in pagella. Un 1 in matematica, che non aveva nulla a che fare con la materia.

La pazza.

Dovette intervenire il preside. Che impose la pulizia del registro.

«Macchessarebbestaroba?».

Uno zero in condotta, passi pure (in realtà non passava: lo si sarebbe poi dovuto giustificare con la denuncia di fatti gravi; e non accampando di averli dati per il sospetto di un suggerimento in matematica, dato o ricevuto). Ma un registro di classe pieno di zeri era comunque impresentabile. Da manicomio.

Lo era. Da manicomio. Una volta (non fu l’unica) ci ritrovammo in 29, da trentasei che normalmente affollavamo la classe; e credette possibile controllare la masnada assassina detta scolaresca a furia di zeri. Ci mise tutti seduti nei banchi, bene allineati, le palme poggiate sul banco, il viso rivolto in avanti, l’espressione necessariamente pietrigna, immobili, impossibilitati persino a sbattere troppo spesso le ciglia. Poteva trattarsi di un segnale. Peggio, piegare di lato le labbra: un segnale trasmesso al vicino. O un riso maltrattenuto. Esibire stanchezza: aperta ribellione.

Un vero e proprio esempio di quello che può essere la paranoia di una dittatura. Che sa bene in quale considerazione è tenuta. Ma non si deve dire, non si deve ascoltare, non dar segno di sapere. Ebbene quel giorno mise sul registro di classe ben 33 zeri. Alcuni, pochi se la scapolarono, riuscendo a evitare miracolosamente il micidiale «zeeeerooooo» della prof. Tutti gli altri, una venticinquina di alunni, bollati clamorosamente. Qualcuno ne meritò due, qualcuno tre e anche quattro: zeri che avrebbero fatto media…

(Machesarebbestaroba?)

Bastava la lievità di un sorriso, segno di una battuta anti professoressa pronunciata da chissà chi, per far scattare la censura:

«Zeeeeeroooooo, ti meeeeetttoooooo zeeeeroooooo!» cantava subito la prof. Che non aveva tempo di metterne uno che già l’altro era alle porte.

«Zeeeeeroooooo, ti meeeeetttoooooo zeeeeroooooo!» e poi di nuovo; e ancora e ancora, interminabilmente. Una furia inarrestabile. Inviperendosi per ben 33 volte.

Finalmente le due ore finirono e cessò l’incubo. Per riprendere la lezione successiva e, a volte, quella dopo ancora.

«Zeeeeeroooooo, ti meeeeetttoooooo zeeeeroooooo».

Mi risuona ancora nell’orecchio. Un incubo.

Ma perché, opinerete voi, non risolvere con un apparecchio acustico? Ha già detto delle riserve dell’epoca rispetto certi ausili che oggi appaiono naturali, oltre che indispensabili. Nella Prof, oltre all’imbarazzo sociale, vigeva anche il timore di un declassamento. Una volta conclamata la sua sordità (e cosa meglio di un apparecchio acustico?) il preside l’avrebbe sicuramente retrocessa nella categoria B, nella quale appunto navigavano altri frustrati tenuti in poco conto nei consigli di classe. Tipo quelli di calligrafia, ginnastica e religione, che non avevano voce. Ignorava, la poverina, di essere stata collocata in una specialissima, la C, quella dei prof che prima se ne andavano meglio era.

Dio l’abbia in gloria. È l’unico che possa e forse pure debba. Io no, non le devo nulla: non ho imparato nulla da lei. La compatisco, non riesco a comprenderla.

 

Miglieruolo
Mauro Antonio Miglieruolo (o anche Migliaruolo), nato a Grotteria (Reggio Calabria) il 10 aprile 1942 (in verità il 6), in un paese morente del tutto simile a un reperto abitativo extraterrestre abbandonato dai suoi abitanti. Scrivo fantascienza anche per ritornarvi. Nostalgia di un mondo che non è più? Forse. Forse tutta la fantascienza nasce dalla sofferenza per tale nostalgia. A meno che non si tratti di timore. Timore di perdere aderenza con un mondo che sembra svanire e che a breve potrebbe non essere più.

2 commenti

  • Mariano Rampini

    Non so perché ma queste “memorie” scolastiche dell’amico Mauro (continuo imperterrito a considerarti tale) stimolano i miei di ricordi e riportano alla mente quanto avveniva nell’aula della sezione E del Giulio Cesare di Roma negli anni tra il 1970 e il 1972. Anni strani per tantissimi motivi che poco avevano a vedere (o molto se lo si vuole) con la scuola. Perché in un liceo classico l’insegnante di matematica (professoressa, manco a dirlo) aveva un peso simile a quello de La Pennina. Cioè poco o niente. Trovarsi quindi davanti una tipa bassa e segaligna con un accento indefinibile che apriva il libro di testo e diceva “studiate da pagina 10 (chessò) a pag. 20”, senza neanche degnarci di una spiegazione dei misteri che si celavano tra quelle righe. Quando lo faceva era sbrigativa e non amava le domande. Il mio amico Gao (Gregorio) Reggiani si azzardò un giorno a sollevare il braccio e a pronunciare la fatidica frase: “professoressa, può spiegarmi perché…”. La risposta fu fulminante e, al tempo stesso illuminante: “Nun te li pone ‘sti crucci bello figlio dell’ammore”. Capimmo tutti, anch’io, poco propenso ad amare la matematica, che non avremmo ottenuto altro. Nonostante questo però, dalla classe sono emersi diversi farmacisti, medici, anche un commercialista. Come dire figure insospettabili che, in ogni caso, con la matematica avevano in qualche modo a che fare. Io ne scoprii la bellezza solo qualche anno dopo: troppo tardi per tornare sui miei passi. Mi aiuto a comprenderne l’insondabile meraviglia un carissimo amico (110 e lode e tesi con Lombardo Radice) che mi sorresse nella preparazione dell’esame di Economia politica (presi 18 e l’accettai senza remore) guidandomi attraverso cose per me totalmente sconosciute… forse, avessi avuto un altro tipo di docente (magari come il mio amico che rinunciò alla carriera universitaria per dedicarsi, appunto, all’insegnamento) la mia strada sarebbe stata diversa…

  • L’amicizia, cosa di meglio al mondo? Ah, sì, l’amore di una donna, per un uomo almeno è il massimo al quale possa aspirare. Lo stesso credo valga per le donne.
    Per il resto occorre rasssegnarsi. Questo passa il convento. Non so d’adesso, ma allora l’interesse di chi governava era d’avere anzitutto soggetti bene addestrati all’obbedienza. La competenza veniva dopo.
    Anche oggi viene dopo. Ma forse la presa della scuola si è allentata (non a caso la trascuratezza) ben più efficace strumenti d’addomesticamento sono a disposizione di Lorsignori. La TV e i quotidiani a far da battistrada.

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