Cadorna e le decimazioni

L’altro giorno sono passato dalla stazione Cadorna a Milano: non è una notizia sconvolgente e dunque chi legge pazienti che presto arrivo al sodo. Nel vedere quel nome mi è tornato in mente un breve editoriale di Giovanni Belardelli (sul «Corriere della sera» del 24 ottobre) a proposito della proposta di cambiar nome a piazzale Cadorna. Sono andato a ripescarlo.

Inizia raccontando che «un consigliere comunale, Luca Gibillini di Sel, ha proposto di cambiare la denominazione di piazzale Cadorna attraverso un referendum popolare, magari sostituendo a quello del generale che comandò l’esercito italiano fino a Caporetto il nome di Vittorio Arrigoni, il pacifista ucciso a Gaza lo scorso aprile». Subito Belardelli si schiera: «E’ solo l’ultimo episodio di una guerra della toponomastica da cui bisognerebbe invece rifuggire, anche per evitare che, in un paese attraversato da umori antirisorgimentali – qualche comune ne tragga spunto per cancellare la sua via o piazza Garibaldi». Il resto dell’articolo sostiene che su Cadorna e sui soldati mandati al macello ci sono diverse interpretazioni storiche per così concludere citando (del tutto a sproposito secondo me) Mario Isneghi e Giorgio Rochat. «due studiosi certo non sospetti di inclinazioni militariste»): «non ha senso addebitare a Cadorna “la strategia offensiva, gli orrori della trincea, gli esiti deludenti delle grandi battaglie: se si doveva fare la guerra, non era possibile farla diversamente”. Gli errori e i limiti di Cadorna furono insomma, per la gran parte, gli stessi che caratterizzarono gli altri eserciti impegnati in un conflitto dai costi umani terribili». Insomma «fa parte della nostra storia» come chiude Belardelli.

Dissento da questa tesi per un motivo generale e per uno specifico, cioè legato a Luigi Cadorna.

Il motivo generale è che la «guerra della toponomastica» è sempre in corso e se Belardelli non se ne fosse accorto negli ultimi tempi è quasi tutto un dedicare piazze, vie, musei, monumenti a fascisti come se non bastassero i rimasugli del Ventennio. Tanto per capirsi nella città dove abito (Imola) risultano intangibili in centro tre enormi fasci. Non risulta invece che gli ultimi due sindaci di Roma (Veltroni e Alemanno) abbiano ascoltato chi chiedeva di dedicare una viuzza al povero Gino Girolimoni, accusato (dal fascismo) di essere «il mostro di Roma» e poi scarcerato senza però una vera riabilitazione. Chi si fa un giro per le università troverà più facilmente i nomi dei 10 sedicenti scienziati che sottoscrissero «il manifesto della razza» che quelli dei 12 (solo 12 su oltre 1200) docenti che non firmarono la fedeltà al fascismo e che per questo furono licenziati e perseguitati. Forse qualche guerricciola toponomastica non sarebbe una cattiva idea anche perché in Germania non ci sono vie dedicate alle Ss e nessuno pensa di inaugurare un museo a qualche boia nazista mentre in Italia il Comune di Filettino vuole onorare il suo cittadino, il generale massacratore Rodolfo Graziani. Per tacere di quel che viene tollerato a Predappio.

Questo in generale ma in particolare vorrei invitare Belardelli a documentarsi meglio su Cadorna. Non si comportò come gli altri generali. Fu lui a imporre la pratica della decimazione, cioè la fucilazione (a volte senza neppure un sommario processo, spesso per sorteggio) in caso di ribellioni o diserzioni. Se vuole Belardelli troverà alcuni testi (non molti purtroppo ma esistono) che documentano come Cadorna impose questa prassi.

Il più celebre uscì da Laterza nel lontano 1968 e ruppe un silenzio che sapeva di rimozione e di censura. Si intitolava «Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale» e lo scrissero Enzo Forcella e Alberto Monticone. Ma il testo più documentato è del 2004 e racconta (in 300 minuziose pagine) i casi noti di fucilazioni sommarie: 750 per condanne di tribunali e 300 senza alcun processo. Scrivendo “casi noti” si intende che furono molti di più ma la documentazione non esiste o è stata distrutta. E’ uscito da un piccolo editore di Udine (Paolo Gaspari) e si intitola «Le fucilazioni sommarie nella prima guerra mondiale». Lo hanno scritto due giovani storici, Marco Pluviano e Irene Guerrini. Il libro ha la prefazione di Giorgio Rochat. Due anni fa, partendo da quella documentazione, Gianluca Costantini ed Elena Stamboulis hanno raccontato a fumetti l’impressionante «Officina del macello» (Edizioni del vento ma lo si può scaricare gratuitamente in rete) ovvero «la decimazione della Brigata Catanzaro», Del libro si è già parlato su «Il Dirigibile» ma vale ricordarlo perché quelle immagini arrivano più facilmente dove purtroppo faticano corposi volumi.

Per decenni i (pochi) documenti disponibili vennero segregati; nella prefazione a «Le fucilazioni sommarie nella prima guerra mondiale» Rochat parla di miti, lacune, rimozioni, buchi neri nella memoria. Ma quel che sappiamo è comunque impressionante e rimanda sempre, in modo inequivocabile, agli ordini di Cadorna.

Solo lui o magari solamente l’esercito italiano? Purtroppo no. Al riguardo scrivono Pluviano e Guerrini che le fucilazioni «per esempio» vi furono anche – ma assai meno – negli eserciti francese e britannico. Ma in altri Paesi la lotta per la memoria è stata affrontata diversamente: «in Italia non si è ancora giunti a quanto realizzato in Francia e in Gran Bretagna cioè all’avvio di un dibattito sulla necessità di riabilitare ufficialmente i militari giustiziati che non si fossero macchiati di crimini comuni. Non si è verificato il caso di un Primo ministro che abbia avuto il coraggio di pronunciare un discorso come quello formulato il 5 novembre 1998 a Craonne da Lionel Jospin quando affermò che “i soldati fucilati per dare l’esempio […] sfiniti dagli attacchi condannati in anticipo all’insuccesso, scivolanti in un fango inzuppato di sangue, immersi in una disperazione senza fondo […] vittime di una disciplina il cui rigore non aveva eguale che nella durezza dei combattimenti […] completano oggi la nostra memoria collettiva nazionale”. Né si sono levate (in Italia) esortazioni paragonabili a quella pronunciata il 13 gennaio 1999 dal conte di Carlise alla Camera dei Lords nell’atto di domandare il perdono per tutti i fucilati di guerra. Né si è vista traccia di un ministro che, come il titolare del dicastero britannico della Difesa, il laburista John Reid, abbia proposto – nell’estate del 1998 – di reintegrare a pieno titolo i fucilati nella memoria nazionale e di commemorarli insieme alle altre vittime della guerra».

Sarebbe una buona idea per aprire finalmente questo dibattito storico un referendum per decidere se una importante stazione milanese debba rimanere intitolata a un massacratore come Cadorna.

(riprendo questo mio articolo da www.ildirigibile.eu)

Redazione
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  • Per quasi trentanni ho attraversato, per andare a casa, Via Diaz e, dopo il Ponte della Vittoria, Piazzale Cadorna. A volte pensando all’ipocrisia di questi 3 accostamenti, ma anche di essere in estrema solitudine nel farlo.
    A casa, il mio babbo (un “ragazzo del ’98”) mi chiariva il problema socio-storico : catturato dagli austriaci nella rotta di Caporetto sopravvisse a 2 durissimi anni di campo di concentramento.
    Ma prima era sopravvissuto ad un anno di trincea “cadroniana” sul fronte del Carso: quando gli chiedevo come era riuscito a scampare da quella carneficina (mi diceva che, in media, dopo una settimana di prima linea, la sua compagnia risultava “10 sopravvissuti su 100”) mi ricordava anche che fra le preoccupazioni di salvare la pelle c’era anche quella di non essere colpiti alle spalle da ufficiali o da carabinieri, che sparavano a soldati italiani che avessero esitato a proseguire nell’assalto nonostante l’evidente quanto inutile massacro in cui si trovavano coinvolti.

    Giorgio

  • A Udine da novembre piazza Cadorna è diventata piazza unità d’italia

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