Calaciura, Carrino, Longhi, Oggionni, Pagnotta con…

con due coppie: Bonomi-Turi e Zamburru-Spalatro

7 recensioni di Valerio Calzolaio

 

Luigi Romolo Carrino

«Non è di maggio»

Arkadia (Cagliari)

254 pagine, 16 euro

Procida. Decenni fa e 2008. Un sabato di maggio. Sul piroscafo che si avvicina lento alla meravigliosa isola c’è la bella ricca ventenne Angela Rosamaria Lieto, figlia dei baroni Serafino e Anna, capelli biondi e ricci, con due gemelli in grembo. L’attende Rosina, vedova (il marito e i due figli dispersi in mare vent’anni prima), la strega di Procida più potente di una janara di Benevento, custode e governante della casa dei Lieto. Rosina già conosce il padre, secondo amore della ragazza, Salvo, uno studente alto e moro di Giurisprudenza a Napoli; lui le ha regalato castagne e il libro di Elsa Morante, L’isola di Arturo, uscito da poco (1957); Angela lo sta leggendo, bello; è uno dei figli a raccontarcelo, quando nasce viene lasciato da solo ed evolve, l’altro presto scompare. Evoca e narra in prima persona l’ottimo scrittore Luigi Romolo Carrino (Napoli, 1968), dedicando il nuovo poetico romanzo “Non è di maggio”, luccicante dei colori di Procida, a Elsa Morante e Anna Maria Ortese.

 

Ugo Zamburru e Angela Spalatro

«Piccolo manuale di sopravvivenza in psichiatria»

GruppoAbele

158 pagine, 14 euro

Il cervello di ciascun umano e il pianeta Terra. C’era una volta un nobile cavaliere che si chiamava Franco Basaglia. C’era anche un drago che si chiamava Manicomio. La lotta fu lunga e difficile, alla fine il cavaliere e i suoi prodi riuscirono ad abbattere il drago. Il villaggio fu liberato dal Manicomio e nacquero così i Servizi territoriali per la salute mentale. Il disagio immateriale del cervello è molto diffuso, come noto, e noi sapiens non abbiamo mai saputo affrontare granché bene i casi più gravi. Tante esperienze drammatiche, storie e fiabe possono confermarlo anche per gli ultimi decenni. La legge 180 del 1978 e la riforma che ne seguì furono una conquista, tuttavia la piena realizzazione di quella rivoluzione della cura non si è purtroppo tradotta fino in fondo nella pratica. Non è facile la vita fra e intorno a chi ha sofferenza mentale, forme di follia, disperazione, disturbi mentali, allucinazioni, fobie, bipolarismo, e usa psicofarmaci: uno studio recente suggeriva che una persona su cinque è stata almeno una volta nella vita un paziente psichiatrico. Facciamo il punto, dunque; i tanti di noi che oggi abbiamo relazioni con i Dipartimenti e i Centri di salute mentale ci troviamo inermi e confusi di fronte alla invadente fragilità delle risposte dei sistemi di cura. Leggere un piccolo manuale di sopravvivenza ci arricchisce di utili informazioni. Partiamo dai dati, quelli pubblicati a metà 2019 e riferiti al 2017: strutture territoriali in aumento; personale dipendente in diminuzione per tutte le figure professionali; destinazione alla salute mentale del 3,2% del budget sanitario, a fronte del 5% medio del resto d’Europa; persone variamente assistite 860.000 (ovvero 80.000 in più rispetto al 2015). Aumentano notevolmente anche i soggetti ai quali vengono prescritti antipsicotici, che quasi raddoppiano dal 2015 al 2017, passando da 23 a 40 per mille.

L’esperto psichiatra Ugo Zamburru (Torino, 1954) e la giovane ricercatrice in neuroscienze Angela Spalatro hanno redatto insieme (pure con altre collaborazioni) un importante impasto di informazioni e di testimonianze con lo scopo di unire le persone in cerca di aiuto e i Servizi ai quali si rivolgono, consapevoli giustamente che sulla sofferenza mentale e la sua cura sociale c’è ancora molto da dire e fare. Durante gli anni di clinica hanno incontrato familiari e utenti, raccolto i loro consigli, ascoltato domande spesso rimaste inevase o confuse e hanno ora tentato di dare delle prime risposte “scritte”, aldilà della consulenza e degli eventuali farmaci, con un bel volume, rilevante e chiaro anche per i non addetti ai lavori. Il primo capitolo offre sinteticamente l’epidemiologia dei disturbi psichiatrici a livello nazionale e internazionale, suggerendo poi di leggere criticamente le linee guida e i protocolli per il trattamento farmacologico. I capitoli successivi costituiscono un’ottima guida per l’eventuale “uso” dei servizi psichiatrici: a chi rivolgersi in caso di necessità; i falsi miti della psichiatria (oggettività, esiti in astratto, farmaci a tempo o vita); le buone prassi diffuse in giro per l’Italia, con meritata particolare attenzione per quella del “Caffè Basaglia, il ristorante come terapia”; le domande aperte (familiari, maggiore età, lavoro, specialisti). L’ultimo capitolo aggiorna il quadro ai tempi del coronavirus. Tutto il filo del ragionamento segue parole e fatti del grande Franco Basaglia (San Polo, Venezia, 1924 – 1980), il modello della partecipazione umana comunitaria. Chi è fragile ed è curato ha gli stessi bisogni e desideri di chi forse non è fragile e lo cura: casa, famiglia, amici, lavoro, affetti, cose reali che non possono essere delegate alla pur importante psichiatria. Già!

Vittorio Longhi

«Il colore del nome. Storia della mia famiglia. Cent’anni di razzismo coloniale e identità negate»

Solferino

280 pagine per 17,50 euro

Europa e Africa. Nel 2012 Vittorio Longhi (Catania, 30 marzo 1972) faceva il giornalista a Bruxelles, 40enne direttore del sito d’informazione Equal Times. All’aeroporto di Amman, il 5 settembre, mentre si accinge a tornare a casa dopo aver visitato il campo profughi di Zaatari, nel nord della Giordania e al confine con la Siria, apre finalmente il messaggio arrivatogli qualche ora prima da Aida, che si presenta come una cugina eritrea, insegnante in Svezia: “ti ho cercato perché penso che tu sia il figlio di mio zio Pietro… Mesi fa lui è partito per l’Eritrea…Da qualche settimana non abbiamo più sue notizie però. Temiamo che abbia avuto problemi con il regime. Se sei tu la persona che cerco e se hai informazioni, ti prego di farmi sapere qualcosa”. Solo che Vittorio non vede Pietro da 18 anni: si erano salutati alla stazione di Milano, Vittorio era poi rientrato nelle Marche dalla madre Loretta Muzi, definitivamente deluso e disinteressato per le sorti di Pietro, che lo aveva abbandonato piccolissimo: quando aveva tre anni fece perdere ogni traccia. Tre giorni insieme dopo venti anni di vuoto gli erano bastati. Fino a quel messaggio non aveva mai voluto davvero ricostruire le lontane origini eritree di un ramo dei progenitori. Dopo aver continuato per qualche tempo a prescinderne, coincidenze, vicende professionali, rovelli identitari, foto e altri sporadici contatti lo inducono a ritrovare le tracce del giovane sottoufficiale piemontese Giacomo Longhi (1864), giunto ad Asmara nel 1890 con l’ambiziosa fallimentare conquista monarchica di una colonia in Africa, lì legatosi a Gabrù Adahana (1874); poi del loro primo figlio “meticcio” Vittorio Longhi (17 settembre 1896 – 20 luglio 1950) a sua volta sposatosi con Maria Naumo nel 1921: un italoeritreo capace e di successo, rovinato dalle assurde feroci nefandezze del regime fascista in quell’area, ucciso a pochi metri dal cancello di casa, vicino al nero sedicenne Pietro, lasciando miseri e invisi tre femmine e quattro maschi, meticci, con caratteri somatici e sfumature della pelle che sconfessavano il cognome bianco.

Il giornalista Vittorio Longhi mostra ottime doti di narratore lungo e ci intrattiene intelligentemente attraverso una splendida sanguinante vicenda no fiction e fiction, in parte biografica, storica, introspettiva e investigativa, insieme pure un avvincente romanzo di vari meticci generi letterari e una cruda denuncia di molteplici indegni comportamenti sociali e istituzionali. La sceneggiatura mescola tre piani temporali: la vicenda dell’originaria maschia famiglia italiana e l’incontro con le donne eritree lungo un paio di generazioni meticce; la propria esistenza dalla nascita con i genitori in Sicilia, alla quasi immediata ennesima fuga triste e assurda di Pietro (già segretamente marito e padre molto tempo prima), alle coraggiose scelte di Loretta che gli garantiscono affetto, benessere e l’identità del cognome paterno; la costruzione della propria stessa identità culturale, morale e lavorativa, in particolare con le attività professionali fra il 2012 e il 2014 a Bruxelles, fino al fatidico delicato viaggio verso l’altra africana metà dei suoi colori, odori, umori, sapori e immaginari. Sono convinto che da decine di millenni siamo tutti afrodiscendenti e che da millenni sia l’intera nostra specie a essere meticcia, biologicamente e culturalmente. Purtuttavia, nel corso dell’esistenza di una singola persona, si verificano specifiche ulteriori materiali mescolanze, di geni e colori, di culture e sopraffazioni. Così, la concreta vita di popoli e comunità ha indotto da oltre cinque secoli a questa parte la tentazione di nominare e raggruppare (e spesso discriminare) come colorati o “meticci” gli arrivi di bimbi e bimbe dalla riproduzione (più o meno consensuale) fra umani di differente colore della pelle (da cui il titolo del libro). Longhi ricostruisce molti aspetti anche giuridici della questione, nell’Italia coloniale e poi fascista, ma anche nell’Italia e nell’Eritrea di oggi, sempre irrisolti, con un utile parallelo con l’americana one drop rule. La narrazione è in prima al presente per il 2012-2014, in prima e terza al passato per i secoli e decenni precedenti. Usa la terza anche su sé stesso infante e adolescente, l’attenzione grata si rivolge alla biografia della madre, del resto la dedica è “per le donne che oltrepassano i confini. Del nome, del colore, del tempo”. Potendo, Vittorio porta Rosso Conero alle cene a casa d’amici. Non ci resta che riassaggiare e provare a fare del buon ziginì.

Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi

«Laura non c’è. Dialoghi possibili con Laura Conti»

Fandango

128 pagine, 12 euro

Milano. Agosto 2020 e mesi successivi. Laura Conti ha da poco compiuto novantanove anni e sta per arrivare al secolo di vita. Risiede con Luba, una badante ucraina, e tante gatte e gatti. Continua a essere attiva, ascolta legge scrive; s’aggiorna e si arrabatta muovendosi col bastone, raramente fuori casa; riceve visite. Ora sta lavorando a un testo sui referendum relativi al nucleare, intanto chiacchiera con Luba ascoltando le ultime notizie sulla pandemia in corso. Un’altra volta, sente e commenta la notizia sull’esondazione del Seveso, ricorda il disastro di cui si occupò a metà degli anni settanta, cita l’amico biologo Barry Commoner e riceve l’amica Enza; mentre bevono un bicchiere di rosso, il discorso scivola sugli effetti degli inquinamenti, sugli aborti spontanei e sulla normativa per l’interruzione della gravidanza. Enza resta a lungo, entrambe felicemente affette da ecofemminismo, citano Lyubov Sirotà, Rachele Carson, Marie Curie, il movimento contemporaneo “Non una di meno” le rappresenta bene. Un’altra volta, quando per radio parlano di un anziano con la doppietta, le viene di raccontare della sua originale scientifica posizione sulla caccia, che ai tempi del referendum del 1990 le costò qualche grattacapo. Vengono interrotte dalla bionda veterinaria perugina Emma Fiorucci che vuole chiederle lumi sulla nozione di “equilibrio ecologico” per le sue ricerche relative agli allevamenti intensivi, ottenendo utili spunti e un rimbrotto sulla riprovevole egemonia delle desinenze maschili, che non rispetta il carattere sessuato della realtà e del linguaggio. Emma resta a cena e, all’ultimo momento, si aggiunge anche Rita, vegetariana, ottima occasione per riflettere sull’energia e le sue trasformazioni, sulla fotosintesi e su Langer. Un’altra volta passeggia all’aperto e incontra la figlia di un vicino, ha 17 anni ed è un’attivista per il clima: la invita a salire, si bevono insieme una cosa mentre la ragazza prepara coi pennarelli un manifesto e lei illustra il proprio punto di vista, parlando (bene) pure di Greta. Poco tempo dopo, viene intervistata su vita e scritti da Ilenia, una giornalista televisiva, in vista del prossimo compleanno.

Due brave giornaliste e ottime narratrici, femministe militanti, Barbara Bonomi Romagnoli (Roma, 1974) e Marina Turi (Roma, 1959) ci sollecitano con maestria a riscoprire e rileggere Laura Conti, hanno ragione. Per riuscirci, ce la presentano viva e vegeta. Le sue idee e le sue lotte, i suoi indirizzi e le sue intuizioni di partigiana e pionera sull’ecologia e sulla comunicazione scientifica sono ancora validi, hanno molto da insegnarci per l’oggi e per il domani. Adesso, in realtà, Laura Conti non c’è, morì quasi trenta anni fa pur avendo scritto o detto gran parte di quel che nel testo le viene attribuito. Era davvero nata il 31 marzo 1921 a Udine, in una famiglia laica e antifascista; è però morta il 25 maggio 1993 a Milano, la città dove si era trasferita nel 1944 per frequentare la facoltà di Medicina. Divenne presto una militante della Resistenza, fu arrestata, evitò fortunosamente la deportazione, riprese e terminò l’università, avviando l’attività di medica ortopedica. Iniziò pure a fare politica, prima iscrivendosi al PSI, poi al PCI nel 1951, consigliera provinciale dal 1960 al 1970, poi consigliera regionale fino al 1980, deputata dal 1987 al 1992. Non ebbe figli, scrisse tantissimo, girò l’Italia in lungo e in largo, incontrò centinaia di migliaia di donne e uomini di varie generazioni, fondò e sostenne comitati e associazioni ambientaliste, con esempi e nomi mostrò in mille occasioni la grossolana disinformazione (titolo del suo intervento a un convegno del Pdup sui fiumi dell’aprile 1983) del mondo giornalistico (non solo politico) in tema di scienza ed ecologia. L’iniziativa culturale delle due autrici è assolutamente meritoria. In contemporanea il loro editore Fandango avvia la pubblicazione anche delle opere di Laura Conti: già trovate in libreria Una lepre con la faccia di bambina, il suggestivo acuto romanzo che nel 1978 la fece conoscere a un pubblico più ampio, imponendo nuove normative in materia di rischi industriali, sia a livello europeo che a livello italiano. Il libro di Bonomi Romagnoli e Turi appare bello e riuscito, soprattutto perché emerge il metodo d’indagine di Laura Conti, scientifico e femminile, il parlare allo stesso modo semplice e competente con sé stessa e con gli altri, un’ecologia quotidiana e curiosa, mai dogmatica, sessuata e critica, libera e disobbediente, con tanto studio dietro, sulle spalle, e molte lotte avanti, da fare, produttiva di scelte ed azioni, individuali e collettive. I capitoli hanno nel sottotitolo il breve riassunto in corsivo tipico di Laura. L’ottavo ricostruisce motivazioni biografiche e culturali dei sette dialoghi, il nono e ultimo raccoglie precise note e riferimenti bibliografici, che non disturbano l’allegra narrazione letteraria, ricca di chiacchierate, intermezzi, distrazioni, eventi di vita casalinga, in terza persona su Laura. Se non la conoscevate, è ora di incontrarla!

Simone Oggioni

«Lucio Magri. Non post-comunista, ma neo-comunista»

Efesto editore

358 pagine, 15 euro

Italia. 1932 – 2011. Lucio Magri (Ferrara, 19 agosto 1932 – Bellinzona, Svizzera, 28 novembre 2011) è stato un grande illustre dirigente della sinistra comunista italiana, eccelso studioso autodidatta (dopo la maturità classica), protagonista autorevole in vari passaggi della storia politico-istituzionale del dopoguerra, molto conosciuto e apprezzato a livello internazionale. Intrecciando sempre il gusto per la ricerca culturale con l’impegno diretto in partiti e movimenti, scrisse molto e chiaramente: saggi di vasto spessore scientifico e articoli di commenti quotidiani, documenti e mozioni destinati a un uso collettivo, interventi nelle aule parlamentari o in pubbliche conferenze. Molto è possibile rintracciare anche oggi. Non esiste una biografia completa di Magri, ora è però finalmente uscito un ottimo testo che riprende la dettagliata evoluzione storica e i fili abbastanza coerenti della maggior parte dei suoi scritti, con un continuo pertinente riferimento alle vicende politiche nelle quali era immerso e alcuni delicati cenni anche alla vita cosiddetta privata (termine da usare con grande pudore e cura per alcune generazioni di militanti comunisti). Magri cresce a Bergamo e a scuola inizia a “militare”, dapprincipio e a lungo nel movimento giovanile della Democrazia Cristiana, mostrando presto doti intellettuali e morali di notevole spessore e divenendo perciò punto di riferimento per tanti altri giovani impegnati. Entra nel Pci a cavallo dell’indimenticabile 1956 e vi resta fino alla radiazione a fine anni sessanta del gruppo del Manifesto, di cui è uno dei leader. Per quasi dieci anni diviene poi segretario di un piccolo partito, dal 1978 al 1984 come unico riconosciuto legittimato segretario nazionale del Pdup. Tornerà poi nel Pci fino allo scioglimento e alla trasformazione, sarà capogruppo di Rifondazione Comunista alla Camera per tre anni, infine attento partecipe dei travagli della sinistra italiana, autore di significativi saggi e conferenze, non solo nel nostro paese.

Nel giugno 2010 Lucio Magri fu invitato a Marzabotto, presso la Scuola di Pace di Montesole, per relazionare ai giovani di Rifondazione Comunista in un seminario pubblico. Venne chiamato, presentato e introdotto dal loro segretario (appena eletto) Simone Oggionni (Treviglio, Bergamo, 1984) che ha ora scritto questa ottima monografia sullo stesso Magri. Dopo l’accorata toccante prefazione di Luciana Castellina (Roma, 1929), che fu da sempre legatissima a Magri, e una propria breve introduzione, l’autore ha organizzato il testo in tre parti, la prima, lunga e precisa, dedicata alla “vita di Lucio Magri nel contesto dell’Italia e del mondo” (1950-2010); la seconda con l’inedito testo sbobinato di Marzabotto, “La storia dei comunisti in Italia e le nostre prospettive: da dove veniamo, dove vogliamo andare” (2010); la terza con le acute personali riflessioni dell’autore sulle idee di Magri, “Spazio e ruolo del magrismo: attualità e nodi aperti” (2020). Il libro sarebbe molto piaciuto a Magri, un taglio tutto “politico”, pochi salamelecchi superflui e molta profonda sostanza, rilevante per futuri studi sul pensiero marxista comunista e sul Partito Comunista Italiano (1921-1991). Il testo è tutto su una singola straordinaria personalità intellettuale, ovvio che vi siano parzialità e vuoti. L’autore cerca di tener conto del rapporto fra scritture astratte e politiche effettive, Magri riuscì quasi sempre a essere concreto e lucido nella temperie dei confronti e degli scontri; le sue ricostruzioni di quanto era avvenuto prima furono sempre lucide, nel segno dell’innovazione anche teorica di fronte alle novità del capitalismo reale; tuttavia, nel mentre accadevano gli eventi, le dinamiche erano sempre collettive e i contributi individuali storicamente determinati, non somme, sintesi o elisioni di intelletti. Tanto più che pacifismo, ecologismo, femminismo ebbero una loro specifica storia. Nelle esistenze, inoltre, il privato svolge ruoli plurimi, biologia e psicologia pesano più di quel che si crede, anche in politica. Magri era un maschio di invidiabile aspetto fisico e notevole rigore valoriale, spesso si mostrava poco accattivante nei modi, geloso del proprio carattere e dei propri affetti. Alcuni passaggi vitali ne furono condizionati, come per tutte le umane plurivalenze, fino alla fine, ai due viaggi in Svizzera e al piccolo cimitero di Recanati. In fondo al testo la bibliografia essenziale, primariamente i suoi scritti, poi gli altrui saggi politici e culturali utili a contestualizzarli, e la postfazione di Famiano Crucianelli. Non ci sono indici di nomi e argomenti. In copertina la bella lettera scritta a Magri da Sartre nel luglio 1962. Il sottotitolo è la dedica di Magri all’autore, firmandogli il libro più importante, Il sarto di Ulm.

Giosuè Calaciura

«Io sono Gesù»

Sellerio

284 pagine, 16 euro

Nazaret e Galilea. Tempo fa, circa duemila anni. “Sono nato a Betlemme, trent’anni fa. Non avevamo il dono di essere stanziali. Erranti, perseguitati da pericoli reali e persino immaginari, dagli uomini, dalla natura, almeno sino al compimento del mio quinto anno.” Poi accaddero molte varie cose. Il nuovo bel romanzo di Giosuè Calaciura (Palermo, 1960) s’intitola “Io sono Gesù” ed è narrato in prima persona, costellato di citazioni evangeliche e dei testi sacri, come di fertili invenzioni letterarie. L’autore immagina un ventennio di biografia terrena abbastanza sconosciuta alle Scritture: un ragazzo fragile e un uomo sensibile, normalmente ignaro di poter essere figlio di Dio, nato da una madre bambina taciturna con un anziano marito che non voleva farle subire scandalo e che presto se ne va chissà dove. Gesù s’avventura solo nella vita, incontra tante persone, sogna e si ubriaca, estraneo a ogni trascendenza, sempre alla ricerca del padre, sempre atteso dalla madre.

 

Grazia Pagnotta

«Prometeo a Fukushima. Storia dell’energia dall’antichità ad oggi»

Einaudi

484 pagine, 28 euro

Sistema solare. Da quando c’è vita a domani. L’energia sulla Terra viene dal Sole, in vario modo, con una lenta evoluzione, anche quella dei nostri muscoli, degli animali e del fuoco, che abbiamo imparato a gestire per sfruttarle meglio, pure con tecniche e macchine, come da principio la macina, la ruota, i mulini ad acqua e a vento. Poi abbiamo inventato tecnologie per risiedere, riscaldarci e muoverci, trasformando energia soprattutto grazie ai combustibili fossili. Ci voleva proprio una storia globale delle fonti e degli scenari energetici, del passato e verso il futuro, come “Prometeo a Fukushima”. Riesce nella complessa impresa la storica dell’ambiente Grazia Pagnotta, che narra con chiarezza attraverso tre grandi periodizzazioni: dalla preistoria all’epoca moderna, l’Ottocento (rivoluzione industriale ed elettricità), il Novecento (la globalizzazione di armi e centrali, di guerre e incidenti), utile anche per l’attenzione alla geopolitica e ai cambiamenti climatici antropici.

 

La Bottega del Barbieri

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