«Calendario civile»: per (ri)costruire una…

memoria laica, popolare e democratica degli italiani

di Bruno Lai

 

Calendario civile.

Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani,

a cura di Alessandro Portelli

Donzelli, Roma 2017

Alessandro Portelli – docente universitario, storico, critico musicale e tanto altro – nel 2017 ha curato Calendario civile, un volume a più mani. Il lavoro risponde all’esigenza di proporre «un ciclo laico dell’anno […] non necessariamente antagonista ma indipendente rispetto al ciclo festivo e liturgico della Chiesa cattolica». Il fine è costruire un’identità civile, è, come recita il sottotitolo, di alimentare «una memoria laica, popolare e democratica degli italiani», ancora in parte assente.

Perché, spiegava Portelli intervistato per “Left” da Annalina Ferrante nel 2017: «la memoria non serve a capire, a farci sentire quanto siamo stati bravi o buoni. Serve a dirci chi siamo, cosa abbiamo fatto e di cosa ci vergogniamo. Perché una cosa che voglio sottolineare – e che è presente in tutti gli interventi del libro – è che le date scelte sono tutte date che hanno delle problematicità»i.

Le date individuate sono 22. Alcune hanno un’origine istituzionale, come il 2 giugno e il Giorno del ricordo (10 febbraio); altre sono sorte dal basso o sono state osteggiate prima di essere conquistate, come il 21 luglio in memoria dei fatti di Genova, o il 3 ottobre per le vittime delle migrazioni.

Coltivare la memoria è importante, sottolinea Portelli nell’Introduzione: «il passato non solo non è morto, ma non è nemmeno passato – non solo perché ne sentiamo ancora gli effetti (storia), ma perché ce lo portiamo tutto dentro in ogni momento (memoria)».

Nato dalla collaborazione tra l’editore Donzelli e il Circolo Gianni Bosio, il libro è frutto dell’apporto di intellettuali e studiosi di differenti formazioni e provenienze. Portelli è un teorico della storia orale, oltre che apprezzato esperto di cultura musicale. Così ogni contributo è arricchito da «una preziosa appendice di brevi documenti di storia orale, di brani autobiografici, poetici o musicali» assai interessante e variegato.

Le date del calendario scandiscono la memoria civile dell’Italia. Il 27 gennaio, Giorno della memoria, è affidato ad Adachiara Zevi, storica dell’arte, di chiara ascendenza ebraica – è presidente della Fondazione Bruno Zevi -. La voce è corredata da un’intervista di Portelli a Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz, che dichiara: «Io mi ricordo, quando so’ stato liberato, che è stato il 27 gennaio, sono stato liberato dalle truppe sovietiche […]; e mi ricordo che i soldati sovietici quando ci guardavano, avevano come un senso di ribrezzo. Non si avvicinavano. D’altra parte eravamo ridotti in condizioni tali che non eravamo più… non eravamo più persone». Segue un testo di Ivan Della Mea, Se il cielo fosse bianco di carta. Sono frammenti di memorie differenti, che tendono a saldarsi nel progetto di una memoria condivisa.

Viene ricordato il 9 febbraio 1849, proclamazione della Repubblica romana e dichiarazione di decadenza del Papato (Angiolina Arru). Questa voce è accompagnata da un documento storico “istituzionale”, un estratto della Costituzione della Repubblica romana (1849) seguito dal testo di una canzone garibaldina come Camicia rossa di Rocco Traversa e Luigi Pantaleoni.

Il 10 febbraio, Giorno del ricordo dell’esodo dei profughi istriani, è ricostruito da Raoul Pupo, tra i massimi esperti dell’argomento. Pupo spiega come sia stato difficoltoso il percorso che ha portato alla legge 92 del 30 marzo 2004 che istituisce la ricorrenza ufficiale. La legge fu resa possibile da un’inedita convergenza di interessi tra gli eredi di partiti che, nella cosiddetta prima Repubblica, erano stati esclusi dall’area di governo perché troppo estremi a destra ed a sinistra. Non c’erano più MSI e PCI, ma Alleanza Nazionale e Democratici di Sinistra. La maggioranza parlamentare che votò la legge fu trasversale e molto ampia. Ma questo travaglio, tutto interno alla politica italiana, non fu condiviso con Slovenia e Croazia, gli Stati che si trovano dall’altra parte del “Confine orientale”. Ci furono tentativi, precedenti alla legge, con la costituzione di commissioni storico-culturali miste, che però non produssero i risultati sperati; soprattutto quella italo-croata. Pupo narra anche del fallimento della costruzione di una memoria condivisa italiana, dovuto alla strumentalizzazione propagandistica che l’estrema destra ha fatto della tragedia delle foibe; le pesanti responsabilità fasciste vengono cancellate e le foibe sono presentate in una chiave in cui i fascisti, da invasori ed oppressori feroci, diventavano le vittime della violenza dei partigiani jugoslavi che, decontestualizzata, appare come insensata. Non c’è stato, cioè, il sincero tentativo di costruire una memoria condivisa anche con i popoli della ex Jugoslavia. In Slovenia e Croazia, infatti, in anni recenti si sono moltiplicate iniziative di recupero delle «memorie negate». «Il loro presupposto comune è molto spesso infatti costituito dall’esigenza di riscoprire e valorizzare una specifica identità nazionale, senza tenere adeguatamente conto del fatto che le tragedie di cui si fa memoria sono in buona parte legate proprio all’urto fra identità nazionali reciprocamente sopraffattrici».

Qui è utile ricordare una riflessione di Portelli. Il calendario prevede sia una Giornata della Memoria, sia un Giorno del Ricordo. Sempre nell’intervista di Annalina Ferrante, già richiamata, Portelli afferma: «Quello che è interessante, in questa accoppiata con la “Giornata del ricordo” è che queste giornate sono state approvate all’unanimità ma ancora oggi sono luoghi, se non di conflitto, sicuramente di dissenso. Il 27 gennaio è chiaramente una data antifascista e, allora, il 10 febbraio è nata come una data anticomunista. Io sono sempre stato convinto che si poteva articolare benissimo la “Giornata della memoria” in modo da comprendere tutto, però quello che viene fuori, ripensando a tutte queste iniziative, a queste giornate, è che sono quasi tutte giornate divisive, non inclusive». Poi, più avanti: «Sono tutti momenti in cui una parte della società rivendica la propria presenza. Ma in realtà sono momenti che sono pensabili soltanto in una democrazia. Cioè, si possono concepire solo in un tipo di società che riconosce il conflitto e però offre degli strumenti per viverle e gestirle senza scagliarsi l’uno contro l’altro. […] In democrazia […] è un valore non ritenere importanti le stesse date perché non è pensabile che per tutti sia così».

Seguono l’8 marzo, Giornata internazionale della donna; il 24 marzo, Eccidio delle Fosse Ardeatine, voce scritta dallo stesso Portelli; il 25 aprile, Liberazione dal fascismo; il 1° maggio, Festa del lavoro, in cui Cesare Bermani ricorda, tra l’altro, come «il fascismo proibì il Primo maggio, vedendone con chiarezza uno dei principali punti di forza dell’idea socialista e del mondo dei lavoratori»; alla Festa dei lavoratori, nella parte dei documenti, viene affiancato un altro Primo maggio, quello della strage di Portella della Ginestra, il cui ricordo è affidato ad una ballata di Franco Trincale, nonché l’Inno al Maggio dell’anarchico Pietro Gori. Questi rapidi cenni danno l’idea, spero, della ricchezza di spunti e di rimandi presente in questo volume.

Il 9 maggio, Giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, è affidato a Benedetta Tobagi. Il 9 maggio 1978 è il giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, Presidente del Consiglio rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse. Benedetta è figlia di Walter Tobagi, altra vittima del brigatismo. La stessa data è stata individuata anche da una proposta di legge presentata al Parlamento europeo di Strasburgo, che aveva come prime firmatarie Sabina Rossa, figlia dell’operaio Guido, ucciso dalle Br, e Rosa Villecco Calipari, vedova dell’ufficiale Nicola Calipari, che invece fu assassinato da un militare USA in Iraq. In questo caso, la ricorrenza intende essere comprensiva di «tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale». Sono tacitamente escluse, però, le vittime del terrorismo neofascista, da piazza Fontana in poi, in quanto «una data dedicata allo stragismo avrebbe implicato, dal punto di vista simbolico, una forte assunzione di responsabilità da parte dello Stato: decenni di inchieste hanno documentato oltre ogni dubbio il ruolo di ampi settori degli apparati di sicurezza italiani nel depistare le indagini per allontanarle dai terroristi neofascisti».

Incruenta, invece, la data successiva: il 12 maggio, Introduzione del divorzio, affidato alla filosofa politica Nadia Urbinati. Conquista di civiltà che ha segnato la crescita della coscienza civile nell’Italia repubblicana, il superamento dell’indissolubilità del matrimonio civile è legato alla decisiva vittoria di un referendum che divise e contrappose il mondo cattolico, più conservatore, e quello di sinistra, più laico e progressista. Fu un’importante conquista per le donne, che votarono in massa contro l’abrogazione della legge istitutiva del divorzio.

Altre date del calendario civile sono il 23 maggio, Strage di Capaci e il 2 giugno, Festa della Repubblica. Per il 2 giugno è riportato un appassionato pezzo di Piero Calamandrei, Miracolo della ragione, che celebra la vittoria al referendum istituzionale del 1946 come il definitivo superamento dei «vent’anni di vergogna» fascisti. C’è poi il Bombardamento di Roma del 19 luglio. Subito dopo il 21 luglio, una data decisamente sorta dal basso, affidata alla lucida trattazione di Luigi Manconi e Federica Graziani. Si tratta di una memoria dolorosa, ancora in formazione, che riguarda la «macelleria messicana» effettuata da quasi trecentocinquanta agenti in tenuta antisommossa che entrarono alla scuola Diaz di Genova, dove erano ospitati, su autorizzazione del Comune, attivisti di diverse associazioni aderenti al Genova Social Forum. Seguirono pestaggi pesantissimi ai danni di innocenti cittadini, italiani e stranieri, che ormai dovrebbero essere abbastanza noti. Eppure «sul versante giudiziario, il bilancio dei processi relativi ai fatti di Genova ha confermato la sostanziale impunità di una grandissima parte di agenti e ufficiali coinvolti nelle illegalità e negli abusi, la continuità nella gestione del Dipartimento di Pubblica sicurezza e la mancata collaborazione, quando non la vera e propria omertà (e talvolta, addirittura, il ricorso alla falsificazione delle prove nel corso delle indagini), della polizia italiana». Per capire come siano stati possibili violenze ed abusi tremendi, può essere utile ricordare che al governo, durante il G8 di Genova, c’erano Forza Italia, Lega Nord ed Alleanza Nazionale ed altri partiti minori di destra.

A questa pagina nera ne segue un’altra, il 2 agosto (1980): Strage di Bologna. L’attentato terroristico fascista è raccontato da Vanessa Roghi. Fu una carneficina, con 85 morti.

La data successiva è il 1° settembre, l’Occupazione delle fabbriche nel 1920, esposta da Pietro Natoli. Poi c’è l’Armistizio dell’8 settembre (1943). Qui Anna Bravo sceglie di raccontare i tanti episodi di generosità, di cui furono protagoniste soprattutto donne, che accolsero, nascosero e nutrirono tantissimi sbandati. La guerra è ancora in corso, e «nell’Europa occupata, chi protegge un ebreo, uno zingaro, un disertore, un partigiano, un prigioniero, lo fa perché ha deciso che non sono nemici né alieni, e che i criteri di innocenza e colpa sanciti dal potere sono ingiusti. Perché ha capito “che i crimini restano crimini anche una volta legalizzati dal governo e tollerati dalla maggioranza”. Diversamente, la solidarietà non riuscirebbe a materializzarsi; il cuore non può bastare. L’autonomia di giudizio e il coraggio sì».

Segue il 20 settembre, la Breccia di Porta Pia (1870). Poi il 29 settembre delle Quattro giornate di Napoli. Il 3 ottobre, Giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione, che ricorda il naufragio di un peschereccio con oltre 500 persone nel mare di Lampedusa nel 2013. Il 16 ottobre ricorda la Deportazione degli ebrei di Roma (1943). Il 4 novembre la fine della prima guerra mondiale.

Chiude il calendario civile il 12 dicembre (1969), data della Strage fascista di piazza Fontana. Ne scrive Gad Lerner che ricorda e affianca due vittime collaterali di Piazza Fontana: Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi: «Né l’anarchico Pinelli né il commissario Calabresi furono colpiti direttamente dalla bomba del 12 dicembre. Pinelli e Calabresi spirarono rispettivamente tre giorni e tre anni dopo, entrambi di morte violenta. Il primo mentre si trovava in stato (illegale) di fermo negli uffici della Questura di Milano, dunque sotto la diretta responsabilità dello Stato. Il secondo colpito alle spalle da un killer armato di pistola appena uscito di casa». Entrambe queste vittime sono state poi oggetto di una falsificazione dei fatti. I loro assassini non sono stati assicurati alla giustizia; così come anche gli autori della strage, nonostante le indagini ne abbiano dimostrato la matrice di destra, non hanno subito condanne.

Segue un estratto di Morte accidentale di un anarchico, lo spettacolo teatrale che Dario Fo rappresentò già nel 1970, che merita di essere riletto ancora oggi. Chiude il volume il testo di È finito il Sessantotto, di Paolo Pietrangeli, 1974. Prima strofa:

«È finito il sessantotto

È finito con un botto

Tutti a casa siam tornati

Gli ideali ripiegati

In tasca

In tasca».

E sentire l’ultima:

«Ora questa filastrocca

Che m’è uscita dalla bocca

Io vorrei che fosse intesa

Come vituperio offesa

Da coloro

Da coloro che al potere

Sopra canottiere nere

Vestono abiti azzurrini

E son pieni di santini

Con i quali compran tutto

Le coscienze ed il prosciutto

Credon che democrazia

Sia la serva della zia

Della zia di quel questore

Che ti può fermar se vuole

Solo perché porti addosso

Un bel fazzoletto rosso

Fan governi sulle bombe

E dischiudono le tombe

Se non bastan prece e motti

Volan bassi i candelotti

Che fan rima

Che fan rima con Andreotti».

i Annalina Ferrante, Quel calendario laico che difende la democrazia, in “Left” 22 aprile 2017, pp. 56-59.

 

La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • domenico stimolo

    La “cronistoria” del Parco comunale di Latina che si vorrebbe intitolare ad Arnaldo Mussolini, fratello del dittatore

     “ le carte parlano chiaro: nel luglio ’43, alla caduta del regime, il podestà Scalfati cancellò con una delibera tutta la toponomastica fascista.”.

    Un articolo di merito di Natalia Marino pubblicato da “ Patria Indipendente” – sito on line di ANPI Nazionale-, il 20 luglio 2017, come intervista al sindaco a quella data Damiano Colella.
    https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/interviste/arnaldo-chi/

    Arnaldo chi?
    Natalia Marino
    Parla il sindaco di Latina Damiano Colletta: intestato a Falcone e Borsellino il Parco comunale, che fino luglio del 1943 si chiamava “Parco Arnaldo Mussolini”. La solita gazzarra dell’estrema destra. Contro il neofascismo, necessaria una risposta unitaria della politica democratica.

    A Latina, Fratelli d’Italia, Noi Con Salvini, Forza Nuova e CasaPound, hanno provato a rovinare, senza riuscirci, la festa civile per l’intitolazione del parco comunale a Falcone e Borsellino, giudici simbolo della lotta alla mafia. Per il 25° anniversario della strage di via D’Amelio, la città pontina ha ospitato un convegno con la Presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi, e una cerimonia alla presenza della Presidente della Camera, Laura Boldrini. Nel frattempo la commissione Toponomastica ha votato all’unanimità di tutti gli 11 componenti la proposta di intitolare un luogo a Sandro Pertini, Presidente della Repubblica e partigiano. Un’iniziativa avviata col forte sostegno della cittadinanza e delle associazioni del territorio, la sezione Anpi di città in prima fila, come già avvenuto per il cambio di nome dei giardini pubblici. Questi ultimi, secondo i contestatori, erano dedicati ad Arnaldo Mussolini, fratello minore di Benito, e nulla sarebbe dovuto cambiare. Ne abbiamo parlato a poche ore dal cambio di intitolazione col sindaco di Latina, Damiano Coletta.
    Sindaco, come è arrivato alla decisione di intitolare il parco cittadino a Falcone e Borsellino, revocando la dedica ad Arnaldo Mussolini, fratello minore del duce?
    La vicenda dell’intitolazione è stata bassamente strumentalizzata, dando una chiave di lettura inappropriata dalla quale prendo le distanze e, aggiungo, nemmeno merita il mio rispetto perché è in malafede. Intitolare il parco a Falcone e Borsellino è frutto di una scelta di legalità della mia città, il sigillo al patto sancito tra la comunità delle persone perbene, gli inquirenti e le forze di polizia che operano sul territorio. Latina ha rialzato la testa, scendendo anche in piazza contro la criminalità organizzata e un sistema politico corrotto che aveva paralizzato e condizionato l’intera attività amministrativa. La città si è liberata, non uso a caso questo termine, da collusioni tra clan, malapolitica e cattiva amministrazione. Ovviamente questo non va giù e si sta facendo di tutto per tornare a fare affari sulla testa dei cittadini. Ma finché ci sarò io alla guida del Comune, non lo permetterò.

    Sono state le forze politiche di destra e formazioni che si richiamano al fascismo come CasaPound a contestarla…
    La storia va rispettata ma nella giusta misura, senza alcuna rievocazione nostalgica. Si è voluto far intendere che volessimo abbattere monumenti del fascismo. Non abbiamo certo furie iconoclaste. Latina è nata nel periodo fascista, e dunque ha una sua architettura e un suo stile. Abbiamo realizzato una mostra dedicata all’urbanista Oriolo Rizzotti, autore del progetto dell’allora Littoria, ho siglato un accordo con l’Archivio centrale dello Stato per conservare i bozzetti originali: erano relegati in uno scantinato mangiati dalla povere e dai topi. Sto mettendo anche insieme una commissione di esperti per un’analisi storica oggettiva di ogni epoca della nostra città. La mia intenzione era proprio di aprire un dibattito pubblico sull’intitolazione a Falcone e Borsellino, consapevole inoltre che tanti cittadini non si riconoscevano in un personaggio fascista che non c’entra nulla con Latina. Se il parco fosse stato dedicato a Benito Mussolini, ma per fortuna la legge non lo consente, avremmo dovuto fare un ragionamento diverso per sensibilizzare la cittadinanza e averne l’appoggio. Per di più quel parco non era affatto intitolato ad Arnaldo Mussolini, io stesso l’ho scoperto in seguito. L’ho anche detto apertamente in Consiglio comunale.

    Eppure a Latina lo credevano tutti…
    Abbiamo appurato che il nome di quel luogo era Parco comunale, mentre una targa apposta vent’anni fa all’ingresso fa lo dedicava al fratello minore del duce, morto nel 1931. Ma le carte parlano chiaro: nel luglio ’43, alla caduta del regime, il podestà Scalfati cancellò con una delibera tutta la toponomastica fascista. Nel 1996, l’ex sindaco Ajmone Finestra, ex repubblichino e poi parlamentare del Msi, ritirò fuori il nome senza però varare alcun atto pubblico. Quel giardino si chiamava dunque, per legge, “Parco comunale”. Volevo comunque uscire da ogni ambiguità.

    Il sindaco di Latina, Damiano Coletta, è preoccupato per il proliferare di organizzazioni politiche che si richiamo espressamente al fascismo?
    Sono un convinto fautore e sostenitore della Costituzione e con altri colleghi abbiamo avviato un percorso della sua attuazione anche nella pubblica amministrazione. Sono moderatamente preoccupato per le derive estremistiche, credo che la maggioranza delle persone abbia a cuore la democrazia. La politica però deve assumersi le sue responsabilità. Non dare risposte certe, per esempio, sull’accoglienza di migranti e rifugiati offre l’occasione a frange pseudo nazionaliste di fare demagogia e alzare la voce. In questo momento storico manca i centristi e una destra moderata, che in passato ha saputo contribuire alla democrazia. Così prendono la scena organizzazioni che esprimono pura violenza nei contenuti e nei modi. Lo dimostra l’utilizzo politico dei social da parte dell’estrema destra. La libertà di espressione è altra cosa, questa è una libertà “drogata”.
    Adottare dei protocolli antifascisti da parte delle istituzioni locali può essere uno strumento utile nel contrasto alla destra nera?
    Latina ha fatto grandi passi avanti negli ultimi tempi, ma aveva una storia molto “nostalgica” fino a pochissimo tempo fa. Sono stato eletto nel giugno 2016. Condivido nella sostanza le scelte adottate da alcune amministrazioni, ma le istituzioni locali devono essere messe nella condizione di farlo e ogni percorso deve essere frutto di un’acquisizione culturale da parte dei cittadini. Nel mio caso, la maggioranza della comunità mi ha sostenuto. Moltissimo l’Anpi, tra le associazioni. Mi aspettavo più supporto e meno “timidezza” da parte di alcune forze politiche democratiche. Così non è stato.
    Come rispondere a livello nazionale al crescere della destra estrema e alla deriva democratica?
    Servirebbe appunto una risposta unitaria della politica democratica, ma paradossalmente chi prova a offrire soluzioni concrete spesso rischia di ritrovarsi fuori dal coro. Invece su alcuni temi soprattutto sarebbe indispensabile, pur mantenendo la propria tradizione politica, recuperare la coralità.

    LE NOTIZIE DEGLI ULTIMI GIORNI sono diventate di largo possesso nazionale. Nel corso di un comizio a Latina – 4 agosto – Claudio Durigon, sottosegretario in conto della Lega ha proposto di intitolare il Parco a Arnaldo Mussolini, fratello del dittatore, sostituendo l’attuale denominazione del Parco, intitolato ai martiri uccisi : GIOVANNI FALCONE E PAOLO BORSELLINO.

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