Camilleri, “Hans Tuzzi”, Holt, Machiavelli, Morchio, Trapanese e «Il calcio in giallo»

recensioni giallo/noir di Valerio Calzolaio

Calzolaio-ilCalcioinGiallo

Loriano Macchiavelli

«L’archivista»

Einaudi

pagine 242, 14 euro

Bologna. 1981. Il Giallo Mondadori (il settimanale che va solo in edicola) pubblicò «L’archivista», il nuovo romanzo di Loriano Macchiavelli (Bologna, 1934), che aveva già scritto sette avventure con protagonista Sarti Antonio, sergente. Qui il poliziotto archivia la pratica di uno scippo per strada in cui l’autista dell’auto (con la targa di una città inesistente) aveva lasciato in coma la 18enne universitaria Norma Valini. In archivio c’è Poli Ugo, vice ispettore aggiunto. È lui l’odioso protagonista che risolverà il caso: insopportabile, presuntuoso, asociale; burocrate violento fascista; sciancato col bastone e un alibi per angariare tutti; misogino e misantropo; astemio, niente sigarette e caffè; moglie accasciata e figlio di sinistra; debole coi forti, forte coi deboli; ghigni e mai risate; intelligente e crudele. Finalmente arriva in libreria e lo sfortunato Sarti fa da comparsa. I lettori di oggi hanno di che divertirsi e riflettere.

 

Giancarlo Trapanese

«Chi mi ha ucciso?»

Italic

2015 (e non solo). Una villa del ‘700 a un passo da luoghi lontani tra loro. Un Autore invita 19 personaggi di alcuni suoi libri a trascorrere due notti e tre giorni insieme, annunciando decisive rivelazioni con una lettera di convocazione perentoria e sibillina e fornendo un indirizzo periferico prossimo alle loro città. Arrivano alla spicciolata, il personale di servizio li accoglie con gentilezza, li sistema nelle camere, avvisa tutti che alle 19.30 ci sarà la cena collettiva e conosceranno lo stesso Autore. Scoprono che non possono più comunicare con l’esterno (cellulari e internet non funzionano, non ci sono telefoni fissi, radio o tv) che ognuno pensa di essere vicino casa (per quanto vivano in Sicilia, Lombardia o in altre regioni) e che ognuno ha appena lasciato date di epoche differenti, dal 1970 a oggi (talora essendosi già conosciuti in periodi diversi e sapendo che qualcuno di loro era poi morto): non possono andarsene, i vialetti del parco riportano sempre verso l’edificio. Sono sospesi in una indefinita dimensione spazio-tempo, però vivono emozioni, si consolidano o nascono relazioni personali e sociali, per un paio di coppie forse si può addirittura parlare di un nuovo amore. Durante la cena capiscono poco, il giorno dopo potranno individualmente parlare con l’Autore prima dell’incontro che, nelle attese, dovrebbe sconvolgere le loro vite. Se non che, anche all’Autore la situazione sfugge di mano, si comincia a morire, il maresciallo dei carabinieri Luigi Braschi e l’amico caposervizio Rai Giorgio Catanese conducono le indagini, deduzione-induzione-abduzione non basteranno a risolvere il caso.

Il giornalista marchigiano Giancarlo Trapanese (Ancona, 1954) lavora alla Rai, per dieci anni ha scritto romanzi e racconti, i cui personaggi principali raccoglie qui insieme per un riuscito divertissement letterario. Narra in terza varia (più sugli ospiti che sull’Autore), al presente (qualsiasi esso sia). L’Autore ha capelli folti e brizzolati, è mancino, non risulta il proprietario della villa. Trapanese si diverte con il genere giallo: illustra alcune soluzioni pratiche del delitto della camera chiusa, richiama Eco e la semiologia per i metodi d’indagine, torna più volte sul binomio realtà–finzione per affrontare i punti di contatto fra universi paralleli, cura meticolosamente l’intreccio fra le singole biografie e la trama di questo giallo. Illustra princìpi della fisica (spazio, tempo, materia), della relatività, dei campi magnetici, della meccanica quantistica. Cita illustri scienziati e filosofi. Non arriva alla chimica, ma alla sensibilità vitale delle emozioni, all’amore, l’unica cosa trasversale a tutte le interpretazioni della realtà. La vita sarebbe un grande libro: persone, autori, lettori, personaggi, siamo tutti personaggi del libro, continuiamo a vivere, fare, scrivere, leggere e dovremmo (più e meglio) accettare l’altro (gli altri) come parte essenziale di noi. La chiave sta nei modi dei passaggi temporali: un dipinto, un amplesso. Segnalo la famosa veggente Pasqualina Pezzola di Civitanova, a pag. 68. I tortellini in brodo sono fatti in casa, l’abbinamento del vino non è specificato.

 

Anne Holt

«La minaccia»

traduzione di Margherita Podestà Heir

Einaudi

pagine 456 per 19,50 euro

Oslo. Aprile 2014. L’ottima scrittrice norvegese Anne Holt (Larvik, 1958), laureata in legge, giornalista dal 1984, avvocato dal 1994, ministro della Giustizia nel biennio 1996-97, ha pubblicato quasi una ventina di gialli, la metà per la serie Hanne Wilhelmsen, il primo nel 1993, «La minaccia» è il nono (originale del 2015). La protagonista è omosessuale e ombrosa, ex brava poliziotta tappata in casa da un decennio sulla sedia a rotelle, vive nella capitale con la compagna Nefis, la loro figlia Ida di quasi 11 anni e molto buon vino bianco. Sente un’esplosione dall’appartamento, viene coinvolta, considera un movente il buco della serratura dell’atto criminale, verifica vendette e razzismi, l’indagine serve a capire le connessioni (ben diverse dalle casualità). Così Holt ci immerge nell’attualità degli estremismi di varie fazioni, con acume, ritmo, competenza.

 

Bruno Morchio

«Fragili verità»

Garzanti

Genova. Luglio 2015. Giovanni Battista Bacci Pagano, ateo divorziato single, va al funerale del suo amico e coetaneo Cesare Almansi, senatore schiantatosi con la Bmw sul guardrail della Firenze-Lucca. Dalla precedente campagna elettorale (un paio d’anni) si erano ritrovati, affrontando poi una terribile complicata pericolosa vicenda criminale: “la verità è così fragile, e chi può escludere che sia stato un colpo di sonno?”. È un’altra indagine a occupare i pensieri dell’investigatore privato. I coniugi Selman lo chiamano nella loro stupenda villa del Seicento per capire dove può essere finito il figlio 16enne Giovanni, adottato 8 anni prima in Colombia. Sono ricchi: Jacqueline è un’architetta arredatrice d’interni, bella cinquantenne mediterranea, Chanel N. 5; Giacomo un ingegnere civile ereditiero, isterico e rammollito, astemio e vegetariano, esile con gli spermatozoi pigri; Giovanni si chiamava Bernardo, aveva trascorso un’infanzia povera e disperata, ha un fisico scolpito da arrapante indio, acerbo e atletico, potente in piscina. Bacci si sta ancora rimettendo dal gravissimo trauma che quasi lo aveva ucciso, sei mesi imbragato in una gabbia ortopedica. Fuma la pipa, gira in Vespa 200 PX, prova a chiacchierare dell’incarico con Totò Pertusiello, il carissimo capo della sezione omicidi andato in pensione da sei mesi, con problemi cardiologici. Ci riflettono su davanti a un Negroni e poi riesce a trovare subito il ragazzo. Scopre che spaccia in discoteca e si interessa alle FARC, le Forze armate rivoluzionarie del suo Paese d’origine, sarà complicato riportarlo a casa, ovunque essa sia.

L’ottimo psicologo e psicoterapeuta Bruno Morchio (Genova, 1954) prosegue la serie notevole e di successo (11 romanzi, prima Frilli ora Garzanti), il noir dei caruggi, con un bel testo dedicato “a tutti i Giovanni che ho conosciuto nel mio lavoro in consultorio”. Una lunga relazione condizionata dal non aver figli, l’adozione da adulti di chi ha già maturato indimenticabili passaggi di vita, i lussi di relazioni affettive insicure e parzialmente insincere, i percorsi per farsi male e per accettarsi davvero, i contesti emotivi e culturali della guerriglia contro oppressioni inaccettabili sono il filo di una narrazione in prima, intensa e psicosociale, dopo la parentesi giallo politica. Non a caso il riferimento continuo è questo monito del Che: “bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”. Già. Anche Guevara fu ucciso a sangue freddo il giorno dopo la cattura (e l’anno prossimo ricorrerà il cinquantenario dell’assassinio nel 1967, seguite Taibo II)! Il vero elemento thriller del romanzo è la parte colombiana della storia, anche nelle ricadute italiane. Segnalo la presbiopia affettiva: capacità di giudizio offuscate verso le cattive scelte di persone vicine, stoica determinazione nel combattere la cattiveria lontana. La figlia Aglaja, prossima a laurearsi in lettere (Morchio si laureò con Sanguineti), convivente col padre, è in vacanza a Le Castella (ricordo) e prima o poi se lo sposa l’acuto cuoco fidanzato Essam, con dote da detective. Molti cocktail, decisivo l’Asinello. Ottimi bianchi e fiaschi di Chianti. Conte e Guccini nei passaggi chiave.

 

Hans Tuzzi

«Il sesto faraone»

Bollati Boringhieri

Alessandria d’Egitto. Aprile 1921. Mentre si trova a Cadice, senza soldi e senza patria, il giovanottone montenegrino Neron Vukcic, alto e atletico ma sovrappeso (arriva a oltre un quintale), ora con il suo vero nome (aveva fatto la spia e poi trascorso sette anni ramenghi) viene invitato in Egitto dall’ultraottantenne uomo d’affari Taamar Margulies per un’indagine delicata. Gliela illustra in tedesco: dovendo dividere fra i quattro figli le quattro sedi della ditta (Costantinopoli, Trieste, Cadice, Alessandria) vuole valutare bene la situazione egiziana. Lì una delle due donne, la più piccola di tutti, la bionda serena Miriam è sposata dal 1909 con il fatuo mercante ebreo Aaron Peres (hanno un ragazzino, Ruben), sui comportamenti commerciali del genero Margulies non è tranquillo. La città mediterranea è meravigliosa e moderna, quasi 600mila abitanti di cinque lingue e una dozzina di religioni, luce elettrica e acqua potabile, arricchita dal traffico sul canale di Suez. Vengono presentati a Vukcic parenti e amici; mentre dormono, dopo un’ottima cena, si sente uno sparo. Nel padiglione ci sono morto il piccolo antiquario greco cipriota, traffichino e strozzino, Eleftherios Theofanous detto Lefteris, e svenuta Miriam, in pigiama, con la pistola in grembo, a lungo intontita. Viene arrestata e l’incarico evolve: l’avvocato Horne difende la donna, Vukcic deve trovare chi e perché ha ucciso. Ci sono di mezzo traffici occulti o illeciti, non solo di reperti archeologici. Avvengono altri omicidi, forse connessi. Il capitano Cyril Johnston usa cortesia verso Miriam ma è convinto sia incontrovertibilmente colpevole.

Un altro lindo colto giallo classico per il saggista e consulente editoriale Adriano Bon (Milano, 1952) ben conosciuto come affermato scrittore grazie allo pseudonimo Hans Tuzzi (personaggio di Musil) sia per la decina di avventure con il commissario Melis (2002-2015) sia per il precedente (2014, ambientato nel 1914) dell’annunciata trilogia storica dedicata all’ex agente segreto asburgico Vukcic, che molto richiama Nero Wolfe. È grosso e ateo, esperto di cucina, nato nel 1893 in Montenegro, amante della cioccolata e delle orchidee, poliglotta e decrittatore, grande osservatore curioso. Prepara un perfetto Tuxedo. E cita di continuo frasi e opere di grandi scrittori (pur non conoscendo ancora Agatha Christie): Marlowe Flaubert Carroll Baudelaire Platone Plutarco Congreve Shakespeare e via leggendo. Nella storia si incrociano personalità reali, anche del mondo culturale come Konstantinos Petrou Kavafis (1863-1933) e Margaret Alice Murray (1863-1963). Preferendo l’arabesco alle linee rette, nel deserto vanno con un decrepito furgone Fiat 15 ter ma trovano quel che cercano. Restano ben accennate sullo sfondo le dinamiche di politica internazionale di quegli anni, rispetto al protettorato inglese, alla vicina Palestina e alle crisi degli imperi (incipiente per quello ottomano). Dettagli d’epoca: belli i gioielli della XII dinastia, i faraoni sono anche una marca di sigari. Menu stellati. Molto champagne, vari rossi francesi, pure fiaschi italiani e il Chianti. Dotte citazioni enogastronomiche, a esempio sulla frittata poco sbattuta di Artusi, alla fine resta la curiosità di conoscere lady Consydine oltre alla ricetta della cioccolata in tazza degustata nel convento.

 

Andrea Camilleri

«L’altro capo del filo»

Sellerio

Vigata (Montelusa). Inizio primavera. Livia ha trascorso qualche giorno da Salvo. Appena arrivata lo informa che gli ha preso appuntamento dalla sarta perché ha promesso ai due amici Giovanna e Stefano che di lì a qualche settimana avrebbero festeggiato insieme a Udine il loro anniversario di 25 anni di matrimonio, quando si rinnova il giuramento. Il commissario Montalbano avrebbe di che non dormirci la notte se solo potesse andarci, a letto! Ogni notte, con qualsiasi condizione di tempo, anche i poliziotti devono dare una mano in porto per gestire gli sbarchi: quelli che sono sopravvissuti al deserto, alle angherie, alla traversata arrivano sulle coste meridionali della Sicilia; si tratta ogni volta di decine o centinaia di uomini, donne, bambini, vecchi. La mobilitazione delle istituzioni e dei volontari è a tempo pieno, serve tutto, dall’interprete al medico. Il questore lo chiama perché risulta scomparso un migrante 15enne, c’è l’allarme sicurezza, sarà certo un terrorista; invece all’alba Salvo e Livia ne trovano il cadavere sulle onde davanti la spiaggia di fronte casa loro. Ci sono anche due scafisti che violentano una ragazza sul barcone. Salvo fa bene il suo mestiere. Quando Livia riparte, lui dalla sarta ci va: è una bellissima donna poco più che quarantenne, Elena Biasini, bionda accogliente serena allegra, trasferitasi lì dopo essere rimasta vedova giovanissima di un vigatese perché molto legata alla cognata, la adorano tutti. Gli fa conoscere le stoffe, prendono le misure, gli consiglia un tessuto adatto, poi fanno una prova in vista della prima del vestito completo. Qualche sera dopo la trovano morta, 22 colpi di forbice, nessuno sul petto. E inizia un’altra storia gialla.

Il centesimo di Andrea Calogero Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento, 1925), wow! La trama gialla si inserisce nel contesto noir delle rotte cangianti dei migranti, dei drammi sociali che ne sono all’origine e che li accompagnano nel percorso, una descrizione empatica e solidale, una riflessione esplicita (del protagonista) e implicita (i fatti), efficaci almeno quanto due saggi sulla libertà di migrare. Grazie Camilleri! Che, come sempre, narra in terza fissa su Salvo, opere pensieri sogni mangiate, una partitura musicale in capitoli ritmati dall’argot vigato-camillerese, ora dettato a Valentina Alferj (occhio, orecchio e contrappunto immediato del metodico grandissimo autore). Il commissario va assolutamente invidiato per Enzo e Adelina, più che per il successo con l’altro sesso (non a caso continua a stare con Livia). Va a pranzo all’ottima trattoria del primo (la moglie in cucina, passeggiata sul molo a seguire), a cena trova le leccornie preparate dalla seconda. Quando si mangia non si parla di lavoro. È proprio una goduria. In ordine cronologico prima l’uno poi l’altra. Zuppa dei migranti; spaghetti e vongole: cannicciola e trigli al sali; pasta di tò mogliere e virdurina sconnita; pasta con la buttarica e trigghi fritti ca cipudda; purpiteddri e gammari fritti; ‘nsalata di mari e residuati di pisci (da liccarisi le dita). Pasta ‘ncasciata; baccalà co i passuluna; sarde marinate con oglio e aranci; timballo di riso; sfincioni con la carni; sartù di riso con pisci; pitaggio di favi, piseddri e cacoccioli. Buon vino di accompagno. Una dieta settimanale per non morir mai. Canticchia i Beatles, ascolta Bach in chiesa.

 

Aykol, Costa, Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Savatteri

«Il calcio in giallo»

traduzioni: Maria Nicola (dallo spagnolo), Şemsa Gezgin (dal turco)

Sellerio

Istanbul. Proprio ora. Mentre fa colazione al caffè Mavra, Katharina Kati Hirschel riceve una concitata chiamata dalla libreria di gialli che gestisce: il grande amico spagnolo gay Fofo l’avvisa di un nuovo allarme bomba lì vicino, meglio se ne vada. La preoccupazione di morire dilaniati è il prezzo da pagare per vivere nella cuore della città, sempre più segnata dal cattivo governo e dall’Islam politico. Appena arriva scopre quel che Fofo voleva davvero dirle di urgente: si è innamorato di Saeed, un 32enne calciatore nigeriano molto bello; penserebbe addirittura di sposarlo ma è scomparso da cinque giorni. Lo vanno a cercare e scoprono due fenomeni contemporanei: i pregiudizi e le angherie nel mondo dello sport, la sofferenza e l’inventiva dei migranti lungo il percorso. È l’occasione per raccontarci la Turchia di oggi questo intenso racconto “Il rifugiato”, con protagonista la bella simpatica single stambuliota. I racconti del volume sono sette e anche gli altri autori prendono il tema comune (alla vigilia della Copa America del centenario e degli Europei 2016) come spunto per divagare sui propri personaggi seriali e per metterli in un contesto criminal-calcistico. L’elettrotecnico investigatore Enzo si dibatte fra la manovalanza per rapine e prostituzione legata al calcio minore siciliano; Petra e Garzón devono capire chi può aver ucciso un arbitro strano, solo e deluso dalla vita, iperprotagonista sobillatore nei campi dei dilettanti di Barcellona; Massimo e i vecchietti assistono alla tappa di Pineta del campionato italiano di beach soccer femminile, le vecchie compagne di squadra hanno coinvolto la vicequestora Alice, mangiano da Aldo, c’è odore di reati; l’amico vicequestore Rocco deve fare l’allenatore giocatore nel big match annuale di Aosta “questura contro tribunale”; Donatella dell’appartamento 15 lascia Marghi a Consonni (dell’8) e accompagna Gianmarco a Sesto per la partita dei ragazzi (con turbamenti gay), lo stronzo genitore avversario incappa nel pluriomicida evaso; il disoccupato ex vip Saverio lavoricchia in provincia di Trapani e, quando muore il cugino dopo aver sbagliato un calcio di rigore, incappa nelle scommesse clandestine.

La giornalista e scrittrice Esmahan Aykol (Edirne, 1970) vive tra Berlino e Istanbul e spesso racconta con acume il crocevia turco sui giornali europei. Ora sta assistendo alla crisi del terrorismo e delle migrazioni 2015-16, resa ancor più confusa dalle menzogne del potere e dalla censura dei mass media. Narra di calcio attraverso Kati e allude agli attacchi razzisti (in Turchia quelli da fischiare e mortificare sono curdi e armeni), alle rotte degli scafisti, al mercimonio dei passaporti. Spiega la fuga degli occidentali da Istanbul, divenuta un melting pot per gli arabi di diversi Paesi e di differenti realtà socioeconomiche. Ci guida nell’evoluzione triste di Taksim e di Galata. Il suo racconto va letto come un fondo e andrebbe studiato da chi usa Erdogan a fini privati, pur mantenendosi nel garbo e nell’ironia caratteristiche dell’autrice. Gli altri sette graziosissimi testi della tradizionale e tempestiva raccolta Sellerio hanno lo stesso filo, in un analogo rapporto con tecniche e obiettivi degli autori seriali. Ancora una volta forse quello letterariamente più riuscito e composito (e lungo) è quello del giornalista Gaetano Savatteri, palermitano trapiantato a Roma; il più simpatico come sempre Marco Malvaldi; il più divertente è Antonio Manzini, davvero esilarante e scoppiettante, non perdetevelo per la prima volta col suo Schiavone in una storia breve aostana. Alicia Giménez-Bartlett indulge un poco nel macchiettiamo, gli altri italiani (maschi e non più proprio ragazzini, Malvaldi è comunque del 1974) garantiscono produzione di qualità in una composizione per sportivi attempati. Non c’è compatriota che non abbia giocato a calcio in gioventù: de te fabula narratur. E qualche buon vino si rintraccia in ogni pagina. Per consolarsi dalle delusioni europee?

 

Redazione
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