Cancel culture? Ecco come la pensano negli Usa

Un articolo di Ingrid Colanicchia. A seguire Claudio D’Aguanno sull’odonomastica coloniale del quartiere romano Garbatella (*)

Da quando ha fatto il suo ingresso nel dibattito pubblico statunitense l’espressione “cancel culture” ha rivestito significati molto diversi a seconda dei contesti e della prospettiva assunta.

 

Pubblichiamo un estratto dall’articolo “Cancel culture? Ecco come la pensano gli americani”, di Ingrid Colanicchia, pubblicato il 24 maggio su Micromega.it

Per alcuni non esiste, per altri è un modo di rendere le persone responsabili delle proprie azioni, per altri ancora una strategia per limitarne la libertà di parola. Da quando ha fatto il suo ingresso nel dibattito pubblico statunitense l’espressione “cancel culture” ha rivestito (e riveste) significati molto diversi a seconda dei contesti e della prospettiva assunta. Per meglio comprendere come la pensa l’opinione pubblica americana, nel settembre 2020 il Pew Research Center ha condotto un sondaggio a riguardo di cui ha diffuso i risultati il 19 maggio scorso, rivelando profonde divisioni.
Come spesso accade quando un nuovo termine entra nel lessico collettivo, la conoscenza di esso nell’opinione pubblica può variare molto a seconda dei gruppi demografici.
Per quanto riguarda la cancel culture, il sondaggio rivela che il 44% degli adulti statunitensi ne ha sentito parlare molto o abbastanza; il 38% non ne ha mai sentito parlare e il 18% non così tanto (c’è da dire che il sondaggio è stato condotto prima di una serie di polemiche e dibattiti che hanno avuto al centro la questione).
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L’odonomastica coloniale della Garbatella
di Claudio D’Aguanno

Un popolo di santi e missionari, di naviganti e uomini di mare, di capitani coraggiosi e di virtuosi della fede. E anche, ahinoi, di colonizzatori e inquisitori in tonaca e crocefisso nonché di “portatori di civiltà” a mano armata. Questo infatti il quadro dei rimandi storici che viene fuori da un’attenta lettura delle strade della Garbatella la cui prima sistemazione risale agli esordi del fascismo.

La pietra d’angolo con tanto di data in versi scalpellata nel marmo – «per la mano augusta del Re… questo aprico quartiere fondato oggi XVIII Febbraio MCMXX» – non s’era infatti ancora ripresa dalle generose cucchiare di malta e dalla cerimonia innaffiata d’acquasanta che, intorno ai primi lotti di Piazza Brin, la borgata già godeva delle attenzioni di cartografi e regi commissari. Come informa la Deliberazione comunale 1281 firmata dal Regio Commissario Filippo Cremonesi – Cav di Gr Cr è la raffica di consonanti dei suoi titoli in sigla – la riqualificazione delle strade del Suburbio Ostiense parte di 30 luglio 1925 e divide le vie di Garbatella in due porzioni con la linea di separazione segnata dall’asse che da piazza Sauli punta a settentrione per via Giovan Battista Magnaghi.

Al di qua della linea, verso l’Ostiense, si celebravano gli armatori, gli scrittori di cose navali, il genio militare degli ingegneri nautici, gli ammiragli. Al di là della stessa, nel versante che saliva lungo via delle Sette Chiese in direzione dell’Appia, si santificava invece il ricordo «dei Missionari italiani i quali – recita sempre il testo regio – contribuirono a diffondere insieme al Vangelo la civiltà mentre i più moderni di essi contribuirono all’incremento della nostra cultura e del sentimento patriottico sia nelle Colonie che all’Estero».

Link all’articolo completo pubblicato da DinamoPress:

https://www.dinamopress.it/news/lodonomastica-coloniale-della-garbatella/

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