Čapek, Greco, Pievani, Sami, Spadi, Valenti e…

il duo Delogu-Giasi

7 recensioni di Valerio Calzolaio

Karel Čapek

«L’anno del giardiniere»

traduzione, introduzione e cura di Daniela Galdo (originale 1929; prima ed. italiana 2008)

Sellerio

166 pagine, 14 euro

Un giardino cittadino alla periferia di Praga. Anni venti, circa un secolo fa. Il grande scrittore e drammaturgo cecoslovacco Karel Čapek (Malé Svatoňovice, 1890 – Praga, 25 dicembre 1938) aveva una deliziosa rubrica giornaliera sul quotidiano della borghesia intellettuale della capitale, Lidové Noviny. Dal 1925, poco dopo aver comprato una villa, vi raccontò spesso le proprie imprese eroiche e comiche di giardiniere dilettante, iniziando proprio con “come si crea un giardino” e continuando con una trentina di affreschi, uno per ogni mese di quello che fu appuntoL’anno del giardiniere”, intervallati da riflessioni su semi e germogli e cactus, su innaffiatoi e vanghe, su piogge e feste, su botanica e stagioni, accompagnate ogni volta da un’illustrazione o vignetta del fratello Josef. Scrisse a un amico: “Se andrò avanti così, lascerò la letteratura e mi dedicherò al giardinaggio – decisamente piuttosto al giardinaggio che alla politica” (era pacifista e antinazionalista, come noto).

 

Rossana Valenti

«Mito»

Doppiavoce edizioni

92 pagine, 12 euro

Parole antiche e moderne. Oggi il “Mito” è inteso come una narrazione favolosa, tramandata da tempi lontani, che ha per protagonisti divinità, esseri fantastici, eroi sovraumani; possiede inoltre significati ulteriori che lo collocano fuori dalla realtà concreta. Nella lingua greca delle origini, invece, mythos significa semplicemente parola e si differenzia da altri vocaboli di significato affine perché la intende come racconto, più o meno indipendentemente dal suo contenuto di verità o dal valore conoscitivo. Ovviamente, esistono poi forti differenze tra la tradizione mitografica greca e quella romana, differenze che rimandano a visioni quasi opposte del tempo e della storia. C’è di che approfondire con esempi letterari, concatenazioni tematiche, contrasti tonali, assonanze nascoste, pure mescolando generi epoche ambiti. Splendido, colto, arguto il volumetto dell’insigne latinista napoletana Rossana Valenti (Portici, 1951) nella collana “La parola alle parole” diretta da Ugo Leone.

 

Telmo Pievani

«Serendipità. L’inatteso nella scienza»

Raffaello Cortina editore

254 pagine, 15 euro

Da migliaia di anni. Ovunque può davvero capitare. La parola “serendipità” (Serendipity) sboccia da un fraintendimento, dallo scrittore inglese Horace Walpole (1717-1797) che a metà Settecento intende male un antichissimo schema narrativo favolistico, una novella sapienziale forse di origine araba (Sarandib o Serendib era il nome persiano dell’isola Sri Lanka, Ceylon o Silan) intrisa di astuzie e finzioni, di prove iniziatiche e associazioni abduttive, assegnandole il significato di una scoperta dovuta a “sagacia accidentale”. L’interpretazione è errata: in tutte le precedenti diramazioni letterarie la parola “caso” compare una sola volta e nessuno scopre ciò che non stava cercando. Walpole usa il termine una sola volta, con un tocco di auto-ironia, scelto più per la musicalità bizzarra ed esotica, senza altre determinazioni del concetto, circa la natura dell’oggetto scoperto, le competenze dello scopritore, alcuni esempi concreti e la frequenza del fenomeno. Una seconda tradizione interpretativa, parallela e indipendente, emersa in tempi più o meno coevi, si deve a Voltaire (François-Marie Arouet, 1694-1778) che sottolinea, invece, la “sagacia indiziaria”… alla radice del romanzo poliziesco come lo conosciamo oggi. Il termine va poi quasi in letargo per oltre un secolo, riemerge a fine Ottocento e il lemma viene inserito nell’Oxford English Dictionary del 1913, finché nel corso del Novecento la parola e il concetto di serendipità sfondano la barriera invisibile e vengono utilizzati in ambito scientifico, pur con forti ambiguità e differenti accenti, un carnevale alla moda di usi e significati, risultando comunque ancor oggi cruciali per la spiegazione storica di innumerevoli scoperte in quasi tutte le discipline e per la stessa filosofia della scienza.

Il grande Telmo Pievani (Bergamo, 1970) fu allievo di uno straordinario scienziato americano (Stephen Jay Gould, 1941-2002) e oggi è lui stesso maestro di cultura scientifica universale, docente di Filosofia delle scienze biologiche e pro-rettore a Padova, direttore di Pikaia (il portale italiano dell’evoluzione), direttore del magazine Il Bo Live, protagonista di rappresentazioni teatrali e trasmissioni televisive di successo. L’autore mette in ordine le interpretazioni sin qui storicamente sedimentate e differenzia quattro accezioni di serendipità in base al peso che ciascuna di esse assegna al caso: massima accidentalità; scoprire qualcosa di prezioso cercando altro (Walpole); scoprire quasi casualmente qualcosa di prezioso cercandolo altrove; quasi nessuna accidentalità, solo abduzione, ovvero lavoro logico d’indagine a ritroso sui rapporti di causa ed effetto nei fenomeni (Voltaire e Sherlock Holmes), evoluto probabilmente come adattamento anti-predazione. Per analizzarle viene riesaminata tutta la letteratura scientifica sull’argomento teorico, oltre che vicende reali, contesti sociali e aneddoti tramandati di centinaia di casi di “scoperte” dei vari tipi in tutti i campi, dalla medicina all’astronomia, dalla paleontologia alla biologia evoluzionistica, dalla fisica alla chimica e alla matematica. Capiamo così meglio la storia sociale delle ricerche scientifiche e le intenzionalità logicamente determinate, l’importanza delle domande del ricercatore e delle menti preparate, il ruolo preponderante della contingenza serendipitosa, il peso possibile di errori e dimenticanze, le eventuali anomalie degli accidenti e dei sogni, insomma l’ecologia della serendipità. La specie umana è un’enciclopedia di exaptation (Gould), di riuso ingegnoso e opportunistico di strutture già esistenti. L’ignoto è e sempre sarà sterminato: la vera ignoranza non è l’assenza di conoscenza ma il rifiuto di acquisirla, di usare (insieme e democraticamente) il metodo sperimentale e la razionalità. La serendipità va coltivata.

Carlotta Sami

«Rifugiati. Verità e falsi miti. Dati, analisi e storie vere per demolire pregiudizi e luoghi comuni»

HarperCollins

148 pagine, 16 euro

Mondo. 1948-2021. I rifugiati sono persone in fuga da conflitti armati, violenze, persecuzioni, discriminazioni per motivi politici, di orientamento di genere, religioso o di appartenenza etnica. La condizione di rifugiato è soggettiva e ha a che fare non solo con la nazionalità originaria, ma anche e soprattutto con la condizione del singolo individuo nel paese di cui è cittadino ma dal quale non riesce a ottenere protezione. Questi princìpi sono maturati in millenni di storia umana e dopo la seconda guerra mondiale sono divenuti regole della convivenza internazionale, norme accolte e registrate in trattati internazionali. La Convenzione di Ginevra sui rifugiati fu approvata dalle Nazioni Unite il 28 luglio 1951, entrò in vigore il 22 aprile 1954 e fino a oggi è stata ratificata da 144 Stati. Fu a quel tempo creato anche un Alto Commissariato Onu per i rifugiati, costituito nel 1950 con un mandato di soli tre anni riferito alla sola Europa. Di lì a poco sono scoppiati ulteriori conflitti e sono emerse nuove situazioni persecutorie. La missione dell’Unhcr si è prolungata nel tempo, dura ancor oggi (meritoriamente) e si è allargata a tutto il mondo, abbraccia almeno 135 Paesi per un totale di oltre 80 milioni di rifugiati interni e internazionali nel 2020, cui è stato concesso l’asilo che hanno richiesto, non necessariamente nel primo Paese sicuro in cui sono giunti e con la garanzia conseguente di non essere spinti verso un luogo (come il proprio) in cui la vita libera potrebbe essere a rischio. Ecco, allora, la differenza – non solo formale – con un migrante, che è invece colui che sceglie di lasciare il proprio Paese con un certo margine di libertà.

La portavoce per l’Italia dell’Unhcr Carlotta Sami (Milano, 1971) dopo la laurea in Giurisprudenza nel 1995 e un dottorato in Teoria Generale del Diritto nel 1998, ha iniziato a lavorare per varie organizzazioni internazionali, primo incarico da volontaria in Palestina ad Abu Dis, Gerusalemme Est. Con il suo interessante libro cerca ora di centrare un doppio obiettivo: chiarire i tanti fraintendimenti in materia e contribuire a liberare i rifugiati dalle strumentalizzazioni di cui sono vittime, soprattutto dall’odio ignorante e senza scrupoli che li travolge. Ci riesce con chiarezza e tanti esempi concreti, prendendo di petto da una parte le falsità che li infangano (sono tutti finti, non hanno voglia di lavorare ma ci rubano il lavoro, finiscono tutti per commettere crimini, l’Europa ci lascia da soli) e dall’altra parte le domande preoccupate che alcuni cittadini italiani si fanno: “perché vengono tutti qui invece di tornarsene a casa loro?”; “sono davvero così disperati?”; “come faremo ad accoglierli tutti?”; “perché l’UNHCR non fa di più?”; “cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro?”; accennando anche alla contingenza della pandemia e alla strutturalità delle migrazioni forzate dai cambiamenti climatici antropici globali. Ovviamente l’attenzione è molto concentrata sullo status dei refugees e, quindi, meno approfonditi sono gli aspetti complessivi del fenomeno migratorio antico e contemporaneo (fino ai recenti Global Compact), diacronico e asimmetrico, aspetti che in larga parte riguardano tutti i migranti, compresa la parte più piccola dei profughi, refugees, internally displaced people e altri.

Pietro Greco

«ETI»

Doppiavoce edizioni

146 pagine, 13 euro

Prima o poi. Altrove. La storia della ricerca con metodo scientifico di intelligenze extraterrestri, ovvero di SETI (Search for ExtraTerrestral Intelligence), risale al mattino dell’8 aprile 1960, quando il 29enne Frank Drake riesce finalmente a puntare l’enorme telescopio dell’osservatorio della West Virginia verso Tau Ceti (una stella ad appena 11,9 anni luce dal sistema solare) dopo aver convinto il direttore Otto Struve del suo pazzo progetto: captare i segnali radio che esseri intelligenti extraterrestri, se esistono, hanno certamente diffuso per il cosmo. Vediamo allora se davvero esistono. Con la consueta maestria il miglior giornalista scientifico italiano degli ultimi decenni, a lungo formatore dell’intera categoria, il chimico Pietro Greco (Barano d’Ischia, 1955 – Ischia, 2020) delizia lettori curiosi con “ETI” (che va molto più indietro nel tempo e avanti nello spazio) secondo suo volume (il primo “Errore”) nella collana “La parola alle parole” curata da Ugo Leone.

 

Marco Delogu e Francesco Giasi (a cura di)

«In movimento e in posa. Album dei comunisti italiani»

Marsilio (e Fondazione Gramsci Roma); prima edizione Mondadori 2004

280 pagine, 39 euro

Italia. 1921-1991. Una meraviglia! Il noto fotografo ed editore Marco Delogu (Roma, 1960) e l’esperto gramsciano Francesco Giasi (Policoro, 1971) hanno assemblato un ricchissimo originale album di magnifiche (ben) selezionate foto per il centenario della nascita del Pci: “In movimento e in posa”, perlopiù in bianco e nero, con brevi didascalie. La prima ritrae Amedeo Bordiga nei primi anni venti, dopo quasi altre 200 (di ambienti, dirigenti e persone comuni) le ultime riguardano l’allestimento della sala per l’ultimo XX congresso e un quadro del 2021 (appositamente ideato e realizzato da Ventura) dedicato al palazzo delle Botteghe Oscure. La presentazione è comune e riflette sia sull’uso della fotografia da parte del Pci che sull’uso del Pci da parte della fotografia, un ottimo spaccato storico sulla vicenda politico-sociale italiana del Novecento, completato da un corposo saggio politico di Giasi e (in fondo) dalla cronologia curata da Maria Luisa Righi e Sorgonà.

 

Milvia Spadi

«Le parole di un uomo. Incontro con Primo Levi» (precedenti edizioni 1997 e 2003)

Di Renzo editore

202 pagine, 12 euro

Primo Levi (Torino, 1919-1987), ebreo e partigiano, fu chimico e scrittore prima e dopo Auschwitz, di cui ci ha lasciato indimenticabile memoria. Con curiosità e grazia, sensibilità e dottrina, praticò pure un terzo amato mestiere: fu linguista, filologo, dialettologo. Fra innumerevoli lasciti molto noti e ripresi vanno sempre ricordati tre cruciali indirizzi assumibili da ogni cittadino nelle proprie consapevolezza e azione: il parlare chiaro (in un’intervista del 1976 Levi mostrò fastidio per l’esibizione linguistica e per i venditori di gergo), il sistema periodico (la chimica è antifascista perché è disciplina in cui le parole corrispondono alle cose), le due culture (sia tecnici che letterati svolgono lavori sotto il segno del fare, lavori anche pratici, un tutt’uno per gli umani sapienti). A pochi mesi dalla morte, nell’autunno 1986 l’ottima giornalista italiana Milvia Spadi lo intervistò lungamente per la rete radiofonica tedesca Westdeutscher Rundfunk. La trascrizione di quella conversazione è poi divenuta il prologo a un bel libro che contiene interviste a personalità, riflessioni storiche, brevi saggi, raccolti dall’autrice per approfondire successivamente i diversi temi trattati con Levi, ben affrontati o poi riproposti in occasione della celebrazione della giornata della memoria del 27 gennaio (dal 2001). Milva Spadi ricorda che Primo Levi usò più volte la lingua tedesca nella conversazione del 1986, alla ricerca dell’espressione adeguata al suo pensiero. I nazisti si rivolgevano ai prigionieri solo nella “propria” lingua, sicché comprendere il tedesco era vitale per la sopravvivenza, frasi e concetti hanno continuato a vivere nell’animo dei reduci in vario modo, sociale e psicologico. Ogni paragrafo della seconda parte del volume riprende un argomento di Levi con una sua frase nel dialogo (il titolo combina appunto l’attenzione alle parole e la denominazione del testo più famoso e tradotto): la scuola e la memoria con alcuni studenti dell’Istituto Leonardo di Vinci di Roma; gli ebrei fascisti e i tedeschi internati, attraverso riferimenti a Riccardo Ovazza, Alexander Stille, Fey von Hassell; il nazismo, il fascismo e i loro figli, con riflessioni lunghe di Rolf Uesseler, Erri De Luca, Alberto Franceschini; i figli e il dolore, attraverso Esther Koppel; la normalità del reduce, attraverso Liana Millu; e tante altre preziose storie poco conosciute. La terza parte affronta cruciali elementi paralleli: la Resistenza tedesca, uno su cento; la Shoah e le leggi del regime; il ruolo della Chiesa; la ragion di Stato, attraverso l’opinione di vari storici ed esperti. In appendice altri opportuni materiali su discriminazioni e intolleranze, pure contemporanei. La prima edizione del testo di Spadi risale al 1997, la seconda al 2003 dopo l’istituzione della giornata della memoria, la nuova appare nel 2021, sempre utile in vista del 27 gennaio.

 

Redazione
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Un commento

  • Andrea Ettore BERNAGOZZI

    Grazie a Valerio Calzolaio per le bellissime recensioni e a Daniele Barbieri che le propone in Bottega.

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