Capitalismo immor(t)ale

di Gian Marco Martignoni

Al di là dello storico inserto “Tuttolibri”, che esce il sabato con la Stampa di Torino, l’inserto culturale per eccellenza è sempre stato quello della domenica allegato al Sole 24 Ore, con una sua fisionomia certamente ricca e apprezzata anche da parte di lettori e lettrici non ascrivibili al verbo di Confindustria.

Ora, nella lotta per l’accaparramento dei lettori di quella che è considerata la borghesia del nostro Paese, da domenica 13 novembre il Corriere della Sera offre un inserto decisamente di spicco sul piano della grafica e della ricchezza delle tematiche culturali trattate, con un formato di ben quaranta pagine.

Ovviamente sul piano della battaglia culturale non solo i NO TAV vengono definiti come conservatori e reazionari dalla penna di Pierluigi Battista, ma se nell’89 Fukuyama aveva addirittura parlato in coincidenza con la caduta del muro di Berlino di fine della storia e quindi di intrascendibilità del migliore dei mondi possibile, il filosofo ateo Michel Onfray domenica 20 novembre arriva a sostenere – nonostante e dopo il diluvio che ci è piovuto addosso – che “Il capitalismo è immortale” e gli indignati sono illusi in quanto anticapitalisti .

Per Onfray l’unico futuro è un’economia di mercato più “libertaria”, con tanto di riscoperta del pensiero di Pierre Joseph Proudhon, che come è noto fu oggetto dell’acuminata critica di Karl Marx nella “Miseria della Filosofia”.

Senonché, vent’anni dopo l’89, il capitalismo è attraversato da una crisi ben peggiore di quella del ’29, per via di una palese sovrapproduzione di merci e di una gigantesca sovraccumulazione di capitali, per cui scoppiano a ripetizione bolle finanziarie e speculative, per l’immissione sui mercati di una congerie di prodotti derivati altamente tossici. Da qui la definizione di capitalismo “ tossico” (Bertorello e Corradi) con la dovuta precisazione che la distinzione fra un cosiddetto capitalismo industriale buono e un capitalismo finanziario cattivo è decisamente fuorviante e infondata sul piano dell’analisi marxista.

Ritorna allora di attualità il pensiero di Karl Marx, che nella prefazione alla prima edizione de “Il capitale” (sottotitolato “Critica dell’economia politica”) memorabilmente aveva sentenziato: “Per quanto riguarda i pregiudizi della cosiddetta opinione pubblica, alla quale non ho mai fatto concessioni, per me vale sempre il motto del grande fiorentino: segui il tuo corso, e lascia dir le genti”.

Non casualmente un teologo dello spessore di papa Ratzinger nella enciclica “ Spe Salvi”( 2007) ha riconosciuto che “con puntuale precisione Marx ha descritto la situazione del suo tempo ed illustrato con grande capacità analitica le vie verso la rivoluzione. La sua premessa, grazie all’acutezza della sua analisi e della chiara indicazione degli strumenti per il cambiamento radicale, ha affascinato e affascina tuttora sempre di nuovo”.

Nel primo volume de “Il Capitale” Marx indaga il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono, a partire dalla prima sezione “Merci e denaro”, per chiudere il suo discorso con la settima sezione “Il processo di accumulazione del capitale”.

Chi ha studiato e compreso “Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano” non può che convenire con l’affermazione di Marx per cui “il processo di produzione padroneggia gli uomini e l’uomo non padroneggia ancora il processo produttivo”.

Quindi, il problema storico non è tanto quello di proporre un illusorio “capitalismo libertario”, cosa assolutamente di per sé priva di senso al pari di quanti teorizzano un improbabile “capitalismo sociale”, ma padroneggiare il processo produttivo “come prodotto di uomini liberamente uniti in società sotto il loro controllo cosciente e condotto secondo un piano”, contrastando la tendenza alla mercificazione di ogni essenza, che è squadernata drammaticamente dinanzi a noi, con la sua carica di violenza sull’umano, sul lavoro e sulla natura.

A tal proposito, non solo è significativo che rispetto alla distruttività connaturata al modo di produzione capitalistico, dopo le riflessioni anticipatorie di Dario Paccino e Jean Fallot negli anni ’70, si stia misurando il pensiero critico di impostazione marxista (P.Bevilacqua, T.Perna, D.Harvey, L.Seve, D.Tanuro, A.Tosel, ecc.); ma soprattutto che Hervè Kempf, un valente giornalista del quotidiano Le Monde, dopo il saggio “Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta” (2008) abbia dato alle stampe il pampleth emblematicamente intitolato “Per salvare il pianeta dobbiamo farla finita con il capitalismo” (2010).

Che poi assieme al pianeta bisogna contemporaneamente salvare il genere umano dall’insensatezza capitalistica, che svaluta tutti i valori, è la tesi che Lucien Seve ha ben argomentato nell’ultimo numero di Le Monde Diplomatique, come di consueto in abbinamento in edicola con il quotidiano il manifesto.

 

 

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