Dall’Africa giunge sempre qualcosa di nuovo*

*scrive Plinio Il Vecchio

articoli e video di Eusebio Filopatro, Diego Ruzzarin, Alberto Fazolo, Antonio Mazzeo, Antonio Minaldi, Pepe Escobar, Enrico Vigna, Vinicio Albanesi, Lucio Caracciolo, Jesús López Almejo, Giuliano Marrucci.

 

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Macron, Ecowas e Niger: i “cani senza denti” e le minacce d’intervento militare – Eusebio Filopatro

Di seguito la seconda parte dell’approfondimento sul Niger da parte di Eusebio Filopatro. E’ altamente consigliata la lettura della prima prima di proseguire

PRIMA PARTE: Il Niger e il neocolonialismo europeo in Africa: sul futuro di un’illusione

 

PARTE SECONDA

Il “vaso di Pandora”

Nel primo articolo ho riassunto alcuni dei principali problemi economici, di sicurezza e di corruzione antidemocratica che hanno portato al golpe in Niger, oltre a richiamere lo strapotere coloniale occidentale e in particolare francese e il suo esercizio iniquo, il quale ha imposto ai nigerini condizioni inaccettabili e insopportabili nell’ambito dell’estrazione e commercio dell’uranio e non solo.

In questa seconda parte rifletterò invece sulle prospettive del paventato intervento militare da parte dell’ECOWAS: sul perché paia irrazionale e, nel caso si concretizzi, potenzialmente disastroso.

La premessa necessaria a questo ragionamento è la considerazione delle capacità dei golpisti e del loro sostegno popolare, secondo quanto possiamo desumere dalla dinamica e dagli sviluppi del colpo di stato.

Tecnica del colpo di stato

Il rivolgimento nigerino è stato inizialmente presentato dai media occidentali come l’abborracciata protesta personale del capo della Guardia Presidenziale, Abdourahamane Tchiani, contro il suo licenziamento. Secondo un copione che abbiamo sentito raccontare su tutt’altri scenari, le “fonti militari citate dalla stampa francese” parlavano inizialmente “di un «ammutinamento» e di «richieste corporative su bonus e le carriere di alcuni soldati»”. Questa ricostruzione stravagante, volta forse a minimizzare l’accaduto e a screditare i golpisti, potrebbe essere stata alimentata dagli stessi con buone ragioni. Infatti l’esercito nigerino si è inizialmente dichiarato contrario, salvo poi cambiare completamente e repentinamente posizione – o, a seconda delle interpretazioni, gettare la maschera – non appena la presa del potere è stata consolidata ed è stato scongiurato il pericolo di un precoce intervento esterno.

Tchiani è emerso quasi immediatamente come figura di riferimento del nuovo corso, e sebbene le caricature personalistiche non aiutino la comprensione, il personaggio esemplifica in qualche modo l’operazione nigerina, analogamente a quanto Meloni o Biden sono emblematici dei relativi establishment.

Tchiani è un esperto militare quasi sessantenne che, lavorando dal 2011 nella Guardia Presidenziale, ha sventato almeno 3 tentativi di putsch. Ha ricevuto un addestramento e una formazione d’élites e internazionali, tra Sénégal, Francia, Marocco, Mali e Stati Uniti. Nel 1989, è stato decorato con una medaglia per essere giunto per primo in soccorso delle vittime di un disastro aereo nella zona di Bilma. Ha partecipato a missioni delle Nazioni Unite in Costa d’Avorio, nel Darfur Sudanese, e nella Repubblica Democratica del Congo. Ha servito in una missione dell’ECOWAS/CEDEAO (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale) in Costa d’Avorio, e in una task force internazionale con truppe da Niger, Chad, Nigeria e Camerun nel contrasto ai guerriglieri islamisti di Boko Haram (alcune fonti: RFIFrance24 e la BBC.France24 descrive la Guardia Presidenziale come una forza di 700 uomini, armata di tutto punto con strumenti modernissimi.

Oltre alla cattura del potere, i golpisti hanno organizzato efficientemente la comunicazione, ostentando un plateale appoggio popolare. Hanno raccolto nello stadio di Niamey decine di migliaia di sostenitori festanti con bandiere nigerine e russe, e più recentemente un appello per integrare volontari nell’esercito è stato raccolto da altre migliaia, pronti a mettersi in fila di notte per farsi arruolare. L’Economist, che certo non può essere sospettato di simpatie per la giunta, ha mostrato con un sondaggio che il 78% dei nigerini la sostiene. Di più: il 54% sono generalmente contrari a interferenze da parte di organismi regionali o internazionali, ma l’ambiguità della domanda è parzialmente dissipata dal fatto che il 53% dei favorevoli sarebbero in realtà ben disposti verso un intervento della Russia, il 13% vedrebbe di buon occhio un’azione degli Stati Uniti, e solo il 6% invoca le armate dell’ECOWAS.

I golpisti hanno anche presentato un governo di 21 membri che pare relativamente moderato: il Primo Ministro è Ali Mahaman Lamine Zeine, già Ministro delle Finanze nel governo di Mamadou Tandja fino al golpe del 2010, e 3 ministri sono generali (l’esercito non era invece rappresentato nel precedente governo di 43 ministri a guida Bazoum).

Le reazioni ufficiali al golpe sono state disparate: gli stati e i media occidentali sono precipitati nella confusione e nell’incertezza, con la Francia ostinata a ignorare le autorità non elette del Niger, incluse le richieste di ritirare militari e diplomatici francesi. Gli USA sono restii a denunciare il colpo di stato per non dover troncare la cooperazione. Infatti, dal 2012, hanno profuso 500 milioni di dollari in aiuti militari e il Niger è, per dirla con Joshua Meservey (ricercatore dell’Hudson Institute), “il paniere dove gli USA hanno riposto tutte le loro uova”. Senza scendere nei dettagli, il resto della comunità internazionale ha formalmente invitato a rispettare i meccanismi della democrazia. La Cina ha dichiarato di aspettarsi un ripristino dell’ordine e una soluzione politica da parte dei poteri locali e regionali, nella protezione della sicurezza di tutte le parti coinvolte, incluso Bazoum, senza però chiamare l’accaduto “un golpe”. La portavoce del ministero degli esteri russo, Maria Zakharova, dapprima ha invocato una soluzione pacifica, basata sul dialogo, e poi con i consueti toni sferzanti ha deriso la fallimentare missione diplomatica di Victoria Nuland, le cui richieste sono state respinte. Diametralmente all’opposto dell’irritazione francese, i governi militari di Mali e Burkina Faso, notoriamente filorussi, hanno garantito fin da subito assistenza al Niger in caso di intervento militare esterno. Anche il famigerato leader della “Wagner”, Yevgeny Prigozhin, che nel frattempo è deceduto per la seconda volta, ha offerto i suoi servigi ai nigerini…

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Gli Usa e quella “stranezza” dietro il golpe in Gabon

Il canale russo Rybar ha pubblicato un approfondimento molto interessante sul colpo di Stato in Gabon. Il fatto è che il leader del colpo di Stato e capo della Guardia Repubblicana, Brice Oligui Nguema, ha stretti legami con gli Stati Uniti.

Le autorità statunitensi hanno sostenuto Nguema per diversi anni, preparandolo per le prossime elezioni, nelle quali avrebbe dovuto vincere e prendere il posto di Ali Bongo. Inoltre, tre anni fa, sono trapelati online i dettagli sulla proprietà di Nguema di tre case negli Stati Uniti, acquistate in contanti nello Stato del Maryland.

La parte divertente, prosegue Rybar, è che la CIA stava indagando sulla cosa.

Ma perché un generale filo-americano ha rovesciato un presidente filo-francese? A quanto pare il governo statunitense ritiene che le autorità francesi non siano più in grado di proteggere efficacemente gli interessi dell’Occidente collettivo, compresi gli Stati Uniti, sul territorio sotto il loro controllo. Pertanto, Washington ha deciso di prendere in mano la situazione e di prendere l’iniziativa dai francesi.

È improbabile che le autorità francesi vogliano inasprire le relazioni con gli Stati Uniti a causa del Gabon. Molto probabilmente Macron si limiterà a ingoiare il rospo.  L’intelligence francese ha il compito di occuparsi del trasferimento di Ali Bongo e della sua famiglia in una prigione in Marocco, e del loro successivo rilascio, solo dopo la condanna del presidente in Gabon.

Nonostante l’ufficio di Macron stia nuovamente criticando la DGSE per aver saltato la preparazione di un altro colpo di Stato contro il presidente Bongo (che era pubblicamente posizionato come amico di Macron), è improbabile che le autorità francesi vadano incontro a un’escalation nelle relazioni con gli Stati Uniti sul Gabon.

Almeno per ora, l’intelligence francese è stata incaricata di occuparsi solo del trasferimento di Ali Bongo e della sua famiglia in una prigione in Marocco, e del loro successivo rilascio, dopo la condanna del presidente in Gabon.

È anche curioso che le imprese francesi lascino il Gabon dopo il colpo di Stato, cosa che non è avvenuta, ad esempio, in Niger, dove la società di uranio Orano continua ad operare.

Intanto prima la Cina e poi anche la Russia hanno espresso “preoccupazione” per la situazione nel paese…

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“Bastona il cane che affoga”. Il ruolo dello Zio Sam nel tramonto della Françafrique – Alberto Fazolo

La Francia da sempre vive al disopra delle proprie possibilità, ciò è possibile solo grazie alla costante rapina ai danni di stati che di fatto sono ancora loro colonie.

Ora questo sistema di sfruttamento si sta sgretolando e l’esempio di alcuni coraggiosi africani viene raccolto in tutto il continente.

Nel generale quadro di decolonizzazione dell’Africa occidentale -che si sta progressivamente liberando del giogo di Parigi- c’è stato un fatto inedito. Finora la deposizione dei regimi filo francesi è in qualche misura avvenuta sulla spinta del vento di cambiamento che sta portando alla definizione di un nuovo ordine mondiale di tipo multipolare. I nuovi governi che si sono insediati al posto degli scagnozzi dei francesi sono generalmente propensi a favore del rafforzamento dei BRICS.

Se finora ciò ha portato all’emancipazione degli stati che nel momento di debolezza della Francia hanno colto l’opportunità di liberarsi, adesso c’è un fatto inedito.

Il colpo di Stato in Gabon forse non può essere collocato nella scia degli altri cambi di governo che hanno recentemente interessato il continente. La giunta che si è insediata non sembra orientata ad avviare un processo di decolonizzazione, ma solo ad un cambio di padrone. Nello specifico, parrebbe che il nuovo Governo abbia dei legami molto forti con gli USA. Se così fosse, sarebbe uno scenario alla “bastona il cane che affoga”: gli USA contrasterebbero il proprio declino a danno anche degli altri partner NATO. Cosa che in realtà è alla base anche dell’attuale strategia occidentale in Ucraina.

In precedenza Washington si sarebbe fatta qualche scrupolo a sottrarre una colonia alla Francia, ma evidentemente qualcosa si è rotto anche negli equilibri atlantisti e l’insofferenza monta in molti stati subalterni agli USA. La Francia sconta il fatto di aver espresso dei tentennamenti sul programma guerrafondaio americano, il colpo di Stato in Gabon potrebbe essere il prezzo che Washington gli vuole far pagare per mandare a tutti un messaggio: non sono ammesse defezioni nel blocco atlantista. La logica non è molto distante da quanto avvenuto alla Germania con la distruzione del gasdotto North Stream 2.

Non si può che guardare con piacere a ogni deposizione di governi fantoccio coloniali, ma l’attacco alla Francia potrebbe servire a rinforzare l’egemonia statunitense. Forse la strada verso la libertà è ancora lunga per il popolo del Gabon, ma in questo momento di grandi trasformazioni ci sono opportunità finora inedite.

Nella situazione di difficoltà in cui si trova la Francia, arriva dall’Italia un colpo tanto imprevisto quanto duro, anche Giuliano Amato “bastona il cane che affoga” e lo fa accusando Parigi della Strage di Ustica. Si fa fatica a credere che una persona come Amato abbia preso in autonomia da Washington la decisione di rilasciare certe dichiarazioni. La versione proposta da Amato non è inedita, è una di quelle su cui si è maggiormente soffermata l’attenzione degli investigatori, cioè l’abbattimento accidentale dell’aereo da parte delle forze francesi per tentare di uccidere il leader libico Gheddafi che viaggiava su un aereo poco distante. Quella che fino ad oggi era solo un’ipotesi, assume tutt’altro peso in quanto espressa da uno degli uomini che ha rivestito le più alte cariche dello Stato, pertanto diventa un duro atto d’accusa contro la Francia che potrebbe avere pesanti ripercussioni.

La situazione è confusa e in costante evoluzione, sicuramente è troppo presto per fare previsioni su quello che sarà il destino della Francia (e di riflesso quello della UE), ad ogni modo, i colpi di scena non mancano e le prospettive possono essere eclatanti.

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NUOVO GOLPE MILITARE IN AFRICA: È LA VOLTA DEL GABON. GLI AFFARI DI ENI & C. – Antonio Mazzeo

Un gruppo militari gabonesi ha annunciato con un comunicato stampa letto sul canale televisivo statale Gabon 24 l’annullamento delle elezioni e lo scioglimento di “tutte le istituzioni della Repubblica” del paese dell’Africa centrale. Il presidente Ali Bongo Ondimba, al potere da 14 anni, era stato rieletto qualche giorno fa per un terzo mandato con il 64,27% dei voti.

La presenza italiana più significativa in questo paese è rappresentata dal colosso energetico ENI: a partire del 2008 sono stati conclusi sei contratti di esplorazione e nell’estate 2014 è stata annunciata un’importante scoperta di gas e condensati a circa 13 chilometri di distanza dalla costa gabonese e a 50 chilometri dalla capitale Libreville. ENI, inoltre, vende in Gabon lubrificanti attraverso contratti di compravendita tramite le società DIESEL e ECIG.

Altre aziende di proprietà di gruppi economici italiani operano neli settori dello sfruttamento di legname, nella ristorazione, nelle costruzioni, nell’arredamento e nel turismo.

Il 17 febbraio 2023 il pattugliatore portaelicotteri “Foscari” della Marina Militare impegnato in operazioni antipirateria nel Golfo di Guinea aveva fatto sosta a Libreville. In quell’occasione l’ambasciatore d’Italia in Gabon, Gabriele Di Muzio, aveva accompagnato il Segretario Generale del Ministero della Difesa gabonese, Dieudonné Pongui, ed il Capo di Stato Maggiore della Marina gabonese, Charles Bekale Meyong, a visitare l’unità da guerra italiana. A bordo del “Foscari” il dottore Di Muzio ha consegnato al direttore dell’Ospedale di Akanda tre ventilatori polmonari donati dall’Italia.

Il pattugliatore portaelicotteri è stato il quarto vessillo militare che ha fatto tappa in Gabon: la prima visita ufficiale risale al novembre 2021 con la fregata “Marceglia”, a cui ha fatto seguito la fregata “Rizzo” nell’aprile 2022 ed il pattugliatore portaelicotteri “Borsini” nel novembre 2022. Per testimoniare “la stretta amicizia e la collaborazione tra Roma e Libreville”, sul “Borsini” erano stati ospitati il rappresentante del ministro della Difesa gabonese, generale Jude Ibrahim Rapontchombo, ed il vice capo di Stato maggiore della Marina gabonese, ammiraglio Roland Tombot Mayila.

Italia e Gabon hanno sottoscritto a Roma il 19 maggio 2011 un Accordo quadro di cooperazione nel settore della difesa, in attesa di ratifica da parte del Parlamento. Il Memorandum per la Cooperazione nel campo dei materiai della difesa, firmato nella stessa giornata, è invece entrato automaticamente in vigore.

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Le menzogne sul Gabon – Antonio Minaldi

Si dice che bisogna imparare dalla storia. Io che la storia l’ho insegnata per tutta la vita non ci ho mai creduto, per due ragioni. La prima è che dalla storia ognuno impara solo quello che gli fa comodo. La seconda è che spesso i presunti insegnamenti vengono stereotipati in frasi fatte, buone per tutte le minestre.

Prendiamo una recente notizia di cronaca. “colpo di Stato militare in Gabon abbatte regime democratico”. Detta così non è una informazione ma un giudizio di merito. Il pensiero corre subito a Pinochet che occupa la Moneda e uccide Allende, o ai colonnelli greci che usurpano il potere. Ma la realtà di oggi è altra cosa.

In Gabon la presunta democrazia era in mano della famiglia Bongo dal 1967 e si trasmetteva di padre in figlio. (Altro che “ricambio delle élites” come vero valore della democrazia, al di là delle frasi fatte sul presunto “potere del popolo”). La corruzione la faceva da padrone, le opposizioni perseguitate e i brogli elettorali erano pressoché certi. L’unico vero punto di forza della “democratura” dei Bongo era la difesa dell’imperialismo francese. Un imperialismo, se vogliamo ridicolo e straccione e già cacciato di recente dal Niger con modalità molto simili, ma con le mani bene in pasta nel petrolio e nel manganese, le vere ricchezze del paese.

Al momento non possiamo sapere cosa farà la giunta militare e non possiamo dare giudizi, ma la motivazione addotta per l’atto di forza, che dice come le elezioni che sancivano la vittoria di Omar Bongo al suo terzo mandato, “non erano credibili”, è più che condivisibile.

Tutte le potenze mondiali condannano, anzi “condannicchiano”, quanto avvenuto, con l’evidente intento di capire come e quando potere intervenire per accaparrarsi un posto in prima fila per una (da loro) auspicata nuova spartizione della torta africana.

Dal punto di vista della radicalità antimperialista che ci caratterizza, riteniamo un bene che le acque siano mosse e non stagnanti, ma in prospettiva la sola soluzione è quella di una nuova primavera dei popoli. Speriamo che i fatti di oggi siano solo un annuncio.

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Pepe Escobar – La vera decolonizzazione è finalmente all’orizzonte?

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

Con l’aggiunta di due nuovi Stati membri africani al suo elenco, il vertice della scorsa settimana a Johannesburg, che ha preannunciato la sua espansione ai BRICS 11, ha dimostrato ancora una volta che l’integrazione eurasiatica è inestricabilmente legata all’integrazione dell’Afro-Eurasia.

La Bielorussia propone ora di organizzare un vertice congiunto tra i BRICS 11, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) e l’Unione Economica Eurasiatica (UEE). La visione del Presidente Aleksandr Lukashenko sulla convergenza di queste organizzazioni multilaterali potrebbe, a tempo debito, portare alla realizzazione della Madre di Tutti i Vertici della Multipolarità.

Ma l’Afro-Eurasia è una proposta molto più complicata. L’Africa resta ancora molto indietro rispetto ai suoi cugini eurasiatici nel cammino verso la rottura delle catene del neocolonialismo.

Il continente si trova oggi a dover affrontare sfide tremendi nella lotta contro le istituzioni finanziarie e politiche profondamente radicate della colonizzazione, soprattutto quando si tratta di abbattere l’egemonia monetaria francese sotto forma del franco CFA – del Communauté Financière Africaine (Comunità Finanziaria Africana).

Tuttavia, una tessera da domino sta cadendo dopo l’altro: Ciad, Guinea, Mali, Burkina Faso, Niger e ora Gabon. Questo processo ha già trasformato il presidente del Burkina Faso, il capitano Ibrahim Traoré, in un nuovo eroe del mondo multipolare – mentre l’Occidente, frastornato e confuso, non riesce nemmeno a comprendere il contraccolpo rappresentato dai suoi 8 colpi di Stato in Africa occidentale e centrale in meno di 3 anni.

 

Bye bye Bongo

Gli ufficiali militari hanno deciso di prendere il potere in Gabon dopo che il presidente iper-filo-francese Ali Bongo aveva vinto un’elezione losca che “mancava di credibilità”. Le istituzioni sono state sciolte. Le frontiere con Camerun, Guinea Equatoriale e Repubblica del Congo sono state chiuse. Tutti gli accordi di sicurezza con la Francia sono stati annullati. Nessuno sa cosa accadrà con la base militare francese.

Tutto ciò è stato molto popolare: i soldati sono scesi in strada nella capitale Libreville in canti gioiosi, incitati dai curiosi.

Bongo e suo padre, che lo ha preceduto, governano il Gabon dal 1967. È stato educato in una scuola privata francese e si è laureato alla Sorbona. Il Gabon è una piccola nazione di 2,4 milioni di abitanti con un esercito di 5.000 uomini che potrebbe entrare nell’attico di Donald Trump. Oltre il 30% della popolazione vive con meno di 1 dollaro al giorno e in oltre il 60% delle regioni non ha accesso all’assistenza sanitaria e all’acqua potabile.

I militari hanno definito i 14 anni di governo di Bongo come causa di un “deterioramento della coesione sociale” che stava facendo sprofondare il Paese “nel caos”.

Capitando a fagiolo, la società mineraria francese Eramet ha sospeso le sue attività dopo il colpo di Stato. Si tratta di un quasi monopolio. Il Gabon è un paese ricco di ricchezze minerarie – oro, diamanti, manganese, uranio, niobio, minerali di ferro, per non parlare del petrolio, del gas naturale e dell’energia idroelettrica. Nel Gabon, membro dell’OPEC, quasi tutta l’economia ruota attorno all’estrazione mineraria.

Il caso del Niger è ancora più complesso. La Francia sfrutta l’uranio e il petrolio ad alta purezza, oltre ad altri tipi di ricchezza mineraria. E gli americani sono in loco, gestendo tre basi in Niger con fino a 4.000 militari. Il nodo strategico chiave del loro “Impero delle Basi” è la struttura per droni di Agadez, nota come Niger Air Base 201, la seconda più grande in Africa dopo Gibuti.

Gli interessi francesi e americani si scontrano, però, quando si tratta della saga del gasdotto trans-sahariano. Dopo che Washington ha spezzato il cordone ombelicale d’acciao tra la Russia e l’Europa bombardando il Nord Stream, l’UE, e in particolare la Germania, aveva bisogno di un’alternativa.

Le forniture di gas algerino riescono a malapena a coprire l’Europa meridionale. Il gas americano è terribilmente costoso. La soluzione ideale per gli europei sarebbe il gas nigeriano che attraversa il Sahara e poi il Mediterraneo profondo.

La Nigeria, con 5,7 trilioni di metri cubi, ha ancora più gas dell’Algeria e forse del Venezuela. A titolo di confronto, la Norvegia dispone di 2 trilioni di metri cubi. Ma il problema della Nigeria è come pompare il suo gas a clienti lontani – quindi il Niger diventa un paese di transito essenziale.

Per quanto riguarda il ruolo del Niger, l’energia è in realtà una partita molto più importante del più volte citato uranio – che in realtà non è così strategico né per la Francia né per l’UE, perché il Niger è solo il quinto fornitore mondiale, molto dietro al Kazakistan e al Canada.

Tuttavia, l’ultimo incubo francese è quello di perdere i succosi accordi sull’uranio più un remix del Mali: La Russia, post-Prighozin, che arriva in Niger in piena forza con la contemporanea espulsione dei militari francesi.

L’aggiunta del Gabon non fa altro che rendere le cose più azzardate. L’aumento dell’influenza russa potrebbe portare a un potenziamento delle linee di rifornimento per i ribelli in Camerun e Nigeria e a un accesso privilegiato alla Repubblica Centrafricana, dove la presenza russa è già forte.

Non stupisce che il francofilo Paul Biya, al potere da 41 anni in Camerun, abbia optato per un’epurazione delle sue Forze Armate dopo il colpo di Stato in Gabon. Il Camerun potrebbe essere la prossima tessera da domino a cadere…

 

L’ECOWAS incontra AFRICOM

Gli americani, allo stato attuale, stanno giocando a Sphynx. Finora non ci sono prove che l’esercito nigerino voglia chiudere la base di Agadez. Il Pentagono ha investito una fortuna nelle sue basi per spiare gran parte del Sahel e, soprattutto, la Libia.

L’unica cosa su cui Parigi e Washington sono d’accordo è che, sotto la copertura dell’ECOWAS (la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), dovrebbero essere imposte le sanzioni più dure possibili a una delle nazioni più povere del mondo (dove solo il 21% della popolazione ha accesso all’elettricità) – e dovrebbero essere molto peggiori di quelle imposte alla Costa d’Avorio nel 2010.

Poi c’è la minaccia di guerra. Immaginate l’assurdità dell’invasione da parte dell’ECOWAS di un Paese che sta già combattendo due guerre al terrorismo su due fronti distinti: Contro Boko Haram nel sud-est del Paese e contro l’ISIS nella regione tri-frontaliera.

L’ECOWAS, una delle 8 unioni politiche ed economiche africane, è un proverbiale pasticcio. Conta 15 Paesi membri – francofoni, anglofoni e uno lusofono – nell’Africa centrale e occidentale, ed è piena di divisioni interne.

I francesi e gli americani volevano che l’ECOWAS invadesse il Niger come loro fantoccio per il “mantenimento della pace”. Ma non ha funzionato a causa della pressione popolare contraria. Così sono passati a una forma di diplomazia. Tuttavia, le truppe rimangono in attesa e un misterioso “D-Day” è stato fissato per l’invasione.

Il ruolo dell’Unione Africana (UA) è ancora più torbido. Inizialmente si è schierata contro il colpo di Stato e ha sospeso l’adesione del Niger. Poi ha fatto marcia indietro e ha condannato la possibile invasione sostenuta dall’Occidente. I paesi vicini hanno chiuso le frontiere con il Niger.

L’ECOWAS imploderà senza il sostegno di Stati Uniti, Francia e NATO. È già un chihuahua sdentato, soprattutto dopo che Russia e Cina hanno dimostrato, attraverso il vertice dei BRICS, il loro soft power in tutta l’Africa.

La politica occidentale nel vortice del Sahel sembra consistere nel salvare tutto il possibile da una potenziale debacle senza attenuanti – anche se la stoica popolazione del Niger è impermeabile a qualsiasi narrazione l’Occidente stia cercando di architettare.

È importante ricordare che il principale partito nigerino, il “Movimento nazionale per la difesa della patria” rappresentato dal generale Abdourahamane Tchiani, è stato sostenuto dal Pentagono – con tanto di addestramento militare – fin dall’inizio.

Il Pentagono è profondamente radicato in Africa e collegato a 53 nazioni. Il concetto principale degli Stati Uniti, fin dai primi anni 2000, è sempre stato quello di militarizzare l’Africa e trasformarla in carne da macello per la Guerra al Terrore. Come lo ha rigirato il regime di Dick Cheney nel 2002: “L’Africa è una priorità strategica nella lotta al terrorismo”.

Questa è la base del comando militare statunitense AFRICOM e degli innumerevoli “partenariati di cooperazione” istituiti con accordi bilaterali. A tutti gli effetti, l’AFRICOM occupa ampie zone dell’Africa dal 2007.

 

Quanto è dolce il mio franco coloniale

È assolutamente impossibile per chiunque, nel Sud globale, nella Maggioranza Globale o nel “Globo Globale” (copyright Lukashenko), comprendere le attuali turbolenze dell’Africa senza capire i rudimenti del neocolonialismo francese.

La chiave, ovviamente, è il franco CFA, il “franco coloniale” introdotto nel 1945 nell’Africa francese, che sopravvive ancora oggi anche dopo che il CFA – con un’elegante svolta terminologica – ha iniziato ad essere l’acronimo di “Comunità finanziaria africana”.

Tutto il mondo ricorda che, dopo la crisi finanziaria globale del 2008, il leader libico Muammar Gheddafi chiese la creazione di una moneta panafricana ancorata all’oro.

All’epoca, la Libia disponeva di circa 150 tonnellate d’oro, conservate in patria e non nelle banche di Londra, Parigi o New York. Con un po’ più di oro, la valuta panafricana avrebbe avuto un proprio centro finanziario indipendente a Tripoli – e tutto si sarebbe basato su una riserva aurea sovrana.

Per decine di nazioni africane, questo era il piano B definitivo per aggirare il sistema finanziario occidentale.

Il mondo intero ricorda anche quanto accaduto nel 2011. Il primo attacco aereo sulla Libia è stato effettuato da un caccia Mirage francese.  La campagna di bombardamenti della Francia è iniziata ancor prima della fine dei colloqui di emergenza a Parigi tra i leader occidentali.

Nel marzo 2011, la Francia è stata il primo Paese al mondo a riconoscere il Consiglio nazionale di transizione dei ribelli come governo legittimo della Libia. Nel 2015, le famose e-mail hackerate dell’ex segretario di Stato americano Hillary Clinton, notoriamente violate, hanno rivelato le intenzioni della Francia in Libia: “Il desiderio di ottenere una quota maggiore nella produzione di petrolio libico”, di aumentare l’influenza francese in Nord Africa e di bloccare i piani di Gheddafi di creare una moneta panafricana che avrebbe sostituito il franco CFA stampato in Francia.

Non c’è da stupirsi che l’Occidente collettivo sia terrorizzato dalla Russia in Africa – e non solo a causa del cambio di guardia in Ciad, Mali, Burkina Faso, Niger e ora Gabon: Mosca non ha mai cercato di derubare o schiavizzare l’Africa.

La Russia tratta gli africani come persone sovrane, non si impegna in Guerre Eterne e non prosciuga l’Africa dalle risorse pagandole una miseria. Nel frattempo, la “politica estera” dell’intelligence francese e della CIA si traduce nel corrompere i leader africani fino al midollo e nell’eliminare quelli incorruttibili.

 

Avete il diritto di non avere una politica monetaria

Il racket della CFA fa sembrare i mafiosi dei teppisti di strada. Significa essenzialmente che la politica monetaria di diverse nazioni africane sovrane è controllata dal Tesoro francese a Parigi.

Inizialmente, la Banca Centrale di ogni nazione africana doveva tenere almeno il 65% delle proprie riserve valutarie annuali in un “conto operativo” presso il Tesoro francese, più un altro 20% per coprire le “passività” finanziarie.

Anche dopo l’attuazione di alcune lievi “riforme” dal settembre 2005, queste nazioni dovevano ancora trasferire a Parigi il 50% della loro valuta estera, più il 20% di IVA.

E c’è di peggio. Le Banche Centrali CFA impongono un tetto al credito verso ogni Paese membro. Il Tesoro francese investe queste riserve estere africane a proprio nome alla borsa di Parigi e ricava enormi profitti a spese dell’Africa.

Il dato di fatto è che dal 1961 oltre l’80% delle riserve estere delle nazioni africane si trova in “conti operativi” controllati dal Tesoro francese. In poche parole, nessuno di questi Stati ha la sovranità sulla propria politica monetaria.

Ma il furto non si ferma qui: il Tesoro francese utilizza le riserve africane come se fossero capitale francese, come garanzia per i pagamenti francesi all’UE e alla BCE.

In tutto lo spettro della “FranceAfrique”, la Francia controlla ancora oggi la valuta, le riserve estere, le élite di comprador e gli affari commerciali.

Gli esempi sono numerosi: Il conglomerato francese Bolloré controlla i porti e i trasporti marittimi in tutta l’Africa occidentale; Bouygues/Vinci dominano l’edilizia e i lavori pubblici, l’acqua e la distribuzione dell’elettricità; Total ha enormi partecipazioni nel petrolio e nel gas. E poi ci sono France Telecom e le grandi banche – Société Generale, Credit Lyonnais, BNP-Paribas, AXA (assicurazioni) e così via.

La Francia controlla di fatto la stragrande maggioranza delle infrastrutture nell’Africa francofona. È un monopolio virtuale.

La “FranceAfrique” è un’opera di neocolonialismo hardcore. Le politiche sono emanate dal Presidente della Repubblica francese e dalla sua “cellula africana”. Non hanno nulla a che fare con il Parlamento o con qualsiasi processo democratico, fin dai tempi di Charles De Gaulle.

La “cellula africana” è una sorta di Comando Generale. Utilizzano l’apparato militare francese per installare leader compradori “amici” e sbarazzarsi di quelli che minacciano il sistema. Non c’è diplomazia. Attualmente, la cellula riferisce esclusivamente a Le Petit Roi, Emmanuel Macron.

 

Carovane di droga, diamanti e oro

Parigi ha supervisionato completamente l’assassinio del leader anticoloniale del Burkina Faso Thomas Sankara, nel 1987. Sankara era salito al potere con un colpo di stato popolare nel 1983, per poi essere rovesciato e assassinato quattro anni dopo.

Per quanto riguarda la vera “guerra al terrore” nel Sahel africano, non ha nulla a che vedere con le finzioni infantili vendute in Occidente. Non ci sono “terroristi” arabi nel Sahel, come ho potuto constatare attraversando l’Africa occidentale con lo zaino in spalla pochi mesi prima dell’11 settembre. Si tratta di gente del posto che si è convertita al salafismo online, intenzionata a creare uno Stato islamico per controllare meglio le rotte del contrabbando attraverso il Sahel.

Quelle antiche e favolose carovane del sale che percorrevano il Sahel dal Mali all’Europa meridionale e all’Asia occidentale sono ora carovane di droga, diamanti e oro. Questo è ciò che ha finanziato Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), per esempio, allora sostenuta dai pazzi wahabiti dell’Arabia Saudita e del Golfo.

Dopo che la Libia è stata distrutta dalla NATO all’inizio del 2011, non c’era più “protezione”, così i salafiti-jihadisti sostenuti dall’Occidente che hanno combattuto contro Gheddafi hanno offerto ai contrabbandieri del Sahel la stessa protezione di prima – oltre a molte armi.

Le varie tribù del Mali continuano a contrabbandare allegramente tutto ciò che desiderano. AQIM continua a prelevare tasse illegali. L’ISIS in Libia si dedica al traffico di esseri umani e di stupefacenti. E Boko Haram sguazza nel mercato della cocaina e dell’eroina.

Esiste un certo grado di cooperazione africana per combattere queste organizzazioni. Esisteva un’iniziativa chiamata G5 Sahel, incentrata sulla sicurezza e sullo sviluppo. Ma dopo che Burkina Faso, Niger, Mali e Ciad hanno scelto la via militare, è rimasta solo la Mauritania. La nuova Junta Belt dell’Africa Occidentale, ovviamente, vuole distruggere i gruppi terroristici, ma soprattutto vuole combattere la FranceAfrique e il fatto che i loro interessi nazionali siano sempre decisi a Parigi.

Per decenni la Francia ha fatto in modo che il commercio intra-africano fosse molto limitato. Le nazioni senza sbocco sul mare hanno bisogno di vicini per il transito. Producono soprattutto materie prime da esportare. Non ci sono praticamente strutture di stoccaggio decenti, un’offerta energetica debole e un’infrastruttura di trasporto intra-africana terribile: è questo il problema che i progetti cinesi della Belt and Road Initiative (BRI) intendono risolvere in Africa.

Nel marzo 2018, 44 capi di Stato hanno ideato l’Area di libero scambio continentale africana (ACFTA), la più grande al mondo in termini di popolazione (1,3 miliardi di persone) e di geografia. Nel gennaio 2022 hanno istituito il Sistema di pagamento e regolamento panafricano (PAPSS), incentrato sui pagamenti in valuta locale per le aziende africane.

È quindi inevitabile che, più avanti nel tempo, si arrivi a una moneta comune. Indovinate cosa li ostacola: il CFA imposto da Parigi.

Alcune misure cosmetiche garantiscono ancora il controllo diretto da parte del Tesoro francese su ogni eventuale nuova valuta africana, la preferenza per le aziende francesi nelle gare d’appalto, i monopoli e lo stazionamento di truppe francesi. Il colpo di Stato in Niger rappresenta una sorta di “non lo accetteremo più “.

Tutto ciò illustra ciò che l’indispensabile economista Michael Hudson ha descritto in tutte le sue opere: il potere del modello estrattivista. Hudson ha dimostrato come il punto di partenza sia il controllo delle risorse mondiali; è questo che definisce una potenza globale e, nel caso della Francia, una potenza globale di medio livello.

La Francia ha dimostrato quanto sia facile controllare le risorse attraverso il controllo della politica monetaria e la creazione di monopoli in queste nazioni ricche di risorse da estrarre ed esportare, utilizzando manodopera schiava virtuale con zero norme ambientali o sanitarie.

È anche essenziale per il neocolonialismo di sfruttamento impedire a queste nazioni ricche di risorse di usare le proprie risorse per far crescere le proprie economie. Ma ora le tessere del domino africane stanno finalmente dicendo: “Il gioco è finito”. La vera decolonizzazione è finalmente all’orizzonte?

da qui

 

 

 

Come la dinastia Bongo ha tenuto in ostaggio il Gabon per 56 anni (per conto della Francia) – Enrico Vigna

 

Come la dinastia Bongo ha tenuto in ostaggio il Gabon per 56 anni (per conto della Francia)

 

Subito dopo l’annuncio ufficiale della vittoria di Bongo con il 64,27% dei voti, nella notte tra martedì e mercoledì, un gruppo di una dozzina di ufficiali è apparso sugli schermi del canale televisivo Gabon 24, dall’interno della stessa presidenza del paese.

Questo il testo integrale del primo comunicato letto da un colonnello dell’esercito regolare:

Il nostro bellissimo Paese, il Gabon, è sempre stato un’oasi di pace.

Oggi il Paese attraversa una grave crisi istituzionale, politica, economica e sociale. Siamo quindi costretti a constatare che l’organizzazione delle elezioni generali del 26 agosto 2023 non ha soddisfatto le condizioni per uno scrutinio trasparente, credibile e inclusivo tanto auspicato dal popolo del Gabon.

A ciò si aggiunge una governance irresponsabile e imprevedibile, che si traduce in un continuo deterioramento della coesione sociale, con il rischio di portare il Paese nel caos.

Oggi, 30 agosto 2023, noi, rappresentanti di tutte le  Forze di difesa e sicurezza, riunite nel Comitato per la transizione e il ripristino delle istituzioni (CTRI) a nome del popolo del Gabon e come garanti della tutela delle istituzioni, abbiamo deciso di difendere la pace con il porre fine al regime attuale.

A tal fine vengono annullate le elezioni generali del 26 agosto 2023 e i relativi risultati annullati. Le frontiere sono chiuse fino a nuovo avviso.

Tutte le istituzioni della Repubblica vengono sciolte: il governo, il Senato, l’Assemblea nazionale, la Corte costituzionale, il Consiglio economico, sociale e ambientale e il Centro elettorale gabonese.

Chiediamo calma e serenità al popolo, alle comunità dei paesi fratelli stabiliti in Gabon e alla diaspora gabonese.

Riaffermiamo il nostro impegno a rispettare gli impegni del Gabon nei confronti della comunità nazionale e internazionale. Popolo del Gabon, siamo finalmente sulla strada della felicità.

Possa Dio e gli spiriti dei nostri antenati benedire il Gabon.  Onore e lealtà alla nostra patria. Grazie. Il CTRI”.

Tra gli ufficiali in TV c’erano membri della Guardia Repubblicana (GR), un’unità d’élite e guardia pretoriana della presidenza riconoscibile dai suoi berretti verdi, oltre a soldati dell’esercito regolare e agenti di polizia. Dei quattro ufficiali superiori di primo grado, due erano colonnelli della GR e due colonnelli dell’esercito regolare…

continua qui

redaz
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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