David Lifodi: Donne ai tempi dell’oscurità

Norma Victoria Berti aveva 21 anni nel giugno 1976: l’Argentina era sprofondata nell’incubo della dittatura solo pochi mesi prima quando fu arrestata e condotta in un centro di detenzione clandestino. Liberata dopo tre anni di carcere, nel 1979, Norma fu costretta ad abbandonare definitivamente il suo Paese nel 1980 per le minacce ricevute a causa del suo rinnovato e costante impegno a fianco dei familiari dei desaparecidos, da allora vive in Italia. Vera Vigevani invece, sempre nel Giugno 1976, perse per sempre sua figlia Franca, inghiottita anche lei in un centro di detenzione e poi gettata in mare in uno dei tristemente noti voli della morte. Nata nel 1928 a Milano, fu obbligata ad abbandonare il nostro Paese nel 1938 a causa delle leggi razziali ed emigrò in Argentina, dove sarà costretta ad assistere alle persecuzioni di una delle più feroci dittature del Cono Sur latinoamericano: da allora aderì al movimento delle Madres de la Plaza de Mayo.

Le voci di Norma Victoria e Vera si sono intrecciate in occasione di uno dei tanti incontri organizzati in Italia dalla “24 Marzo Onlus”, una rivista on-line di informazione sulle iniziative che si svolgono in Italia sui desaparecidos in Argentina. A coordinare gli incontri in Toscana Amnesty International, che ha sostenuto e appoggiato la presentazione del libro “Donne ai tempi dell’oscurità” (Edizioni Seb, 2009, pagg.212), scritto da Norma Victoria Berti dopo aver raccolto le voci di alcune detenute politiche sopravvissute nell’Argentina della dittatura militare. Le testimonianze delle donne, spiega subito Norma, servono per trasmettere il proprio vissuto alle generazioni successive, in questo senso lei e Vera Vigevani si definiscono militanti della memoria, impegnate cioè a far si che il ricordo di quegli avvenimenti non resti confinato in una dimensione privata o comunque personale, ma possa comunicare frammenti di storia in grado di oltrepassare il presente. Da qui una sorta di processo volto alla ristoricizzazione del passato, ben racchiuso in quel “30.000 desaparecidos presentes, ahora y siempre” che risuona in tutte le manifestazioni e commemorazioni delle Madres de la Plaza de Mayo.

Le testimonianze raccolte da Norma analizzano in particolare due strutture di detenzione, il penitenziario di Cordoba (dove lei stessa ha trascorso buona parte della sua prigionia) e il carcere di Villa Devoto a Buenos Aires. La peculiarità del lavoro svolto da Norma sta nel racconto dei legami, delle relazioni e della solidarietà femminile all’interno di un’istituzione chiusa quale è il carcere, delle pratiche comunitarie fondamentali per non impazzire in un contesto di continua tensione e persecuzioni reali e psicologiche. Sepolte in una cella di due metri per uno, le detenute politiche riescono a costruire un universo di relazioni che metterà in difficoltà sia la giunta militare sia i singoli scagnozzi responsabili delle varie strutture penitenziarie, che spesso cercheranno di trasferire le donne da un padiglione all’altro per evitare la nascita ed il rafforzamento di solidi legami di resistenza attiva. Il paradosso, raccontano le testimoni, sta nella volontà dei militari di farle sparire dalla vita sociale e civile, invece le relazioni tessute tra le detenute, pur in condizioni drammatiche, permisero di vedere e capire la situazione socio-politica dell’Argentina profonda, che nemmeno loro stesse avevano compreso negli anni di militanza nelle organizzazioni rivoluzionarie. E’ per questo motivo, allo scopo di disarticolare una rete di relazioni e mutua solidarietà molto forte che, nel carcere di Villa Devoto, i militari tentarono di far nascere invidie, gelosie, tradimenti ed esasperare la conflittualità tra le donne offrendo loro la possibilità di leggere alcuni giornali, avere maggiori occasioni di incontro con i familiari, l’opportunità di praticare attività sportive ed una censura meno rigida sui pacchi ricevuti dalle detenute (soprattutto nella fase calante del regime), ma la loro strategia non dette risultati concreti poiché la divisione netta tra “irriducibili” e “recuperabili” di fatto non si creò. Le donne, ricorda Norma, furono quelle che si opposero maggiormente alla dittatura in una società immobile dominata dalla paura. Gli stessi militanti maschi chiesero alle detenute di tenere una linea meno dura in nome del realismo politico: questo permise alle donne di guardare con altri occhi ciò che stava accadendo intorno a loro. Percepirono la verticalità delle organizzazioni rivoluzionarie, le pratiche rigide ed improntate al maschilismo, infine compresero che non tutte le detenute politiche appartenevano alla sinistra militante che peraltro, all’interno del carcere, finì per ricreare le frammentazioni esterne scatenando divisioni politiche tra le stesse detenute. Molte di loro erano state incarcerate semplicemente per aver ospitato alcuni giorni un familiare, un amico, un conoscente al fine di salvarlo dai militari, altre erano cattoliche, alcune provenivano da famiglie molto modeste e non sapevano nemmeno leggere e scrivere. Di qui, per passare il tempo e non impazzire all’interno di celle minuscole dove trascorrevano 22 ore su 24 della loro vita in isolamento, nacque l’idea di tenere corsi di storia, di lingua, di alfabetizzazione, di teatro ecc.. per impegnare il tempo e non cadere nella depressione. Si parla con la vicine di cella, si ricicla quel poco che è possibile (ad esempio i pezzetti di sapone utilizzati come gesso), si condivide tutto, perfino i rumori degli scarponi dei militari erano riconosciuti con facilità da lontano per cui le detenute si passavano il messaggio del loro arrivo quando volevano nascondere qualcosa. E ancora: i compleanni delle detenute rappresentavano un momento atteso per giorni: nonostante un bilancio assai povero le detenute si ingegnavano preparando lavori manuali, disegni e canti per interrompere l’asfissiante routine della vita carceraria.

Nonostante l’ideale di condivisione non venisse mai meno il carcere come tempo di vita negato finì alla lunga con l’incidere forzatamente sul già difficile equilibrio delle detenute: “fummo martirizzate fisicamente e psicologicamente… tutto ciò mise in crisi equilibri personali e familiari, spesso allontanò definitivamente le persone fra loro e negò esperienze di vita che non poterono essere recuperate”, racconta una di loro. Nel periodo successivo alla liberazione molte di loro vissero un’esperienza straniante, aumentarono le separazioni, dovute all’incapacità di ricostruire una relazione con il coniuge (in molti casi anche lui prigioniero e spesso torturato di fronte alla moglie), non fu semplice recuperare il rapporto con i bambini ancora piccoli (per coloro che li dettero alla luce in carcere ed ebbero la fortuna di non vederli finire in quel vero e proprio mercato di adozioni organizzato dalle classi sociali politicamente vicine alla giunta militare), rappresentò un’esperienza lacerante anche l’esilio o il vedere di nuovo i propri genitori, poiché da entrambe le parti si percepiva di aver perso anni di importanti esperienze e condivisioni.

Solo pochi giorni fa è scomparso Emilio Massera, personaggio di spicco della giunta militare e responsabile dell’Esma (la Escuela de Mecánica de la Armada), il più grande campo di concentramento di Buenos Aires. Avrebbe meritato la cadena perpetua, l’ergastolo, ma è riuscito a non farsi nemmeno un giorno di prigione. In Argentina aveva scampato tutti gli ultimi processi por demencia (seguendo la stessa strategia del compare cileno Pinochet), in Italia invece era stato sul banco degli imputati al tribunale di Roma per la scomparsa di tre nostri concittadini. “La memoria come pratica sociale”, scrive Norma Victoria Berti con la condivisione di Vera Vigevani, “ha bisogno di materiale e strumenti di supporto… perché essa non si realizza come registro spontaneo, ma è qualcosa che si costruisce a partire da una cornice concreta che la renda possibile: manifestazioni pubbliche, valori condivisi, commemorazioni, luoghi, date e monumenti”. Questo è il colpo più duro inferto quotidianamente ai repressori ancora in vita (anche se sono riusciti finora ad evitare il carcere) e a tutta quella zona grigia della società civile che si rese complice del golpe militare del marzo 1976.

 

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3 commenti

  • Savina Dolores Massa

    Ogni volta è drammatico ascoltare, ogni volta è doveroso diffondere.

  • Concordo con Savina e diffondo. E al di là della rabbia e del dolore che si provano leggendo questo articolo, non posso non augurarmi una solidarietà simile fra donne e perchè no anche con gli uomini nella lotta contro la violenza alle donne.
    Anche con uomini, sì, perchè siamo tutti delle persone e la violenza è un orrore che deve unirci.
    Grazie.

    elisabetta

  • Ciao, sono contento che abbiate apprezzato il senso del mio articolo, che era si quello di denunciare il dramma dei desaparecidos, ma soprattutto, in questo caso, quello di sottolineare la solidarietà tra le donne, il loro punto di vista sulla carcerazione e sul diverso modo di porsi di fronte alla brutalità della dittatura dell’universo maschile. L’autrice del libro, Norma Victoria Berti, lo ha messo in rilievo più volte durante il suo intervento: l’originalità di un punto di osservazione femminile, nelle difficoltà della detenzione e nelle sofferenze della tortura (fisica e, non meno odiosa, psicologica) mi sembrava un tema finora non troppo analizzato in merito ai fatti relativi alle noches tragicas del Cono Sur latinoamericano, per questo ho deciso di parlarne.

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