Deprivare e privatizzare: Meloni su carcere e pene alternative
Mentre il suicidio di Lamin Sonko evidenzia il fallimento delle inumane celle CAR*, e mentre chiudono per inagibilità metà carcere di Sollicciano, si riapre per vie traverse la privatizzazione dell’esecuzione delle pene. Con interventi di Susanna Ronconi e Mauro Palma
(*) CAR sta per celle ad alto rischio suicidio, presenti in alcune carceri
Lamin Sonko
Parlando di informazione e disinformazione, conosciamo la brutta abitudine di manipolare l’opinione pubblica anche tramite la diversa scala di importanza data alle notizie, o agli sviluppi di una notizia. Qualcuno l’ha definita “asimmetria di risonanza”. Si tratta di quel fenomeno per cui viene dato grande spazio e clamore enorme ad una notizia, vera o falsa che sia, mentre quando la stessa viene smentita, o fortemente ridimensionata, lo spazio dato è spesso inesistente, o quantomeno marginalizzato. In maniera tale da non inficiare quanto affermato inizialmente.
Per Lamin Sonko è successo qualcosa di simile. Quando fu arrestato alla stazione di Milano, il 18 maggio scorso, il suo nome finì su tutti gli organi d’informazione con gran risalto: “Supera i varchi in stazione Centrale brandendo un machete, fermato col taser dalla Polfer”, titolava La Repubblica. Addirittura ci fece un post su Instagram il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: “Cittadino straniero armato di mannaia bloccato con il taser”.
Ognuno evidenziando quanto gli faceva comodo: l’utilità del taser; l’efficienza delle forze di polizia; il pericolo degli stranieri irregolari (specie se africani) nelle nostre città; la paura dei cittadini (in particolare chi frequenta luoghi come le stazioni) e quant’altro: “Nessun ferito, ma resta l’allarme sicurezza nello scalo ferroviario milanese “, ci informò Radio Lombardia.
Alcuni giorni fa Lamin Sonko, il trentenne originario del Gambia autore di quel gesto, si è suicidato nella sua “cella ad alto rischio suicidio”, le CAR appunto. Dal momento dell’arresto pare sia stato messo subito in una di queste celle a San Vittore (cella liscia, le chiamano, sorvegliate formalmente 24 ore su 24; di certo vuote di tutto, senza mobili e senza alcun oggetto, coi detenuti spesso lasciati con le sole mutande e senza possibilità di socializzare o uscire all’aria). Nel caso di Lamin Sonko pare, secondo testimonianze dei volontari della Casa della Carità che operano nel carcere milanese, che nei giorni precedenti gli fossero state negate piccole richieste, fra cui quella di poter parlare al telefono con la madre. Lamin era arrivato in Italia dopo essere passato per i lager libici, con tutto ciò che sappiamo questo possa comportare, e già prima dell’arresto pare fosse noto alla polizia proprio per altri episodi che avevano evidenziato soffrisse di scompensi psichici. Oltretutto non aveva più lavoro e il permesso di soggiorno scaduto. Naturalmente, in questi casi, ciò che sappiamo fare è prevedere “celle lisce” e deprivare di tutto.
Dichiara don Selmi, della Fondazione Casa della Carità “La domanda che ci facciamo è dunque perché una persona così vulnerabile si trovava in una cella e non in un servizio di cura?”
Qui alcuni dei pochi articoli che hanno riportato notizia e testimonianze.
Per cercare di dare qualche risposta ai perché di don Selmi, riproponiamo la lettura di due interventi recenti, di Susanna Ronconi e Mauro Palma, mentre dagli Stati Uniti, patria delle carceri private, arriva la conferma che, come in tutti i settori che vengono privatizzati, sono gli appaltatori a dettare le norme, anche su come vanno gestiti i detenuti (lo rivela The Washington Post due giorni fa: “L’ICE ha revocato le protezioni per i detenuti in seguito a una segnalazione privata da parte di un importante appaltatore”. washingtonpost ice-removed-detainee-protections-after-private-outreach-top-contractor)
Trattamenti alternativi e diritti umani
di Susanna Ronconi (contributo da Il libro bianco, introdotto dal seguente post su FB)
Il 10 giugno il Senato ha approvato la norma che istituisce un nuovo circuito di comunità terapeutiche per persone detenute con uso problematico di droghe. Contrabbandata come un risolutiva misura svuotacarceri (in realtà si parla di 500 posti su un bisogno stimato di 5mila), si tratta del primo significativo passaggio verso la privatizzazione della detenzione: non parliamo infatti di misure alternative al carcere con finalità di cura, ma di arresti domiciliari, dunque detenzione, in una struttura contenitiva, e di una gabbia di regole in cui il cosiddetto ‘trattamento terapeutico’ si fa ancillare alla espiazione penale, tanto da equiparare un episodio di riuso (meglio conosciuto come ‘ricaduta’) o di difficoltà a stare dentro i limiti del programma trattamentale, a una recidiva: cioè si paga la notoria traiettoria discontinua della ‘cura’ come fosse la commissione di un nuovo reato.
Si paga: vuol dire si torna in carcere e non si avrà una seconda volta questa ‘opportunità’.
Senza contare che tutto questo avviene dentro un approccio secondo cui l’unico ‘successo’ di un trattamento è la sola astinenza, e non quel ventaglio ampio e personalizzato di obiettivi che il diritto alla salute dovrebbe garantire. E secondo l’idea che se un percorso di cura non funziona la colpa è del soggetto, e mai di una cura che né è negoziata e negoziabile, né risponde al principio della libertà terapeutica.
In più, tutto questo non avverrà nel sistema consolidato delle comunità accreditate al sistema pubblico, ma attraverso un nuovo circuito creato ad hoc di comunità che garantiscano queste caratteristiche contenitive e detentive. Un obbrobrio normativo e terapeutico.
Due anni fa ne ho scritto, allora era solo un anteprima del Del Mastro, oggi è una norma e un sistema: ripropongo questa analisi, basata sulle raccomandazioni ONU sui diritti umani, analisi che dimostra come queste detenzioni, sotto il doppio cappio del controllo penale e di quello trattamentale, preparano una lunga lista di violazioni di diritti fondamentali.
Tutte le nostre reti per la riforma delle politiche delle droghe dovrebbero occuparsene seriamente. Susanna Ronconi su FB
L’articolo – Trattamenti alternativi e diritti umani – è contenuto nel Libro bianco del 2024, si può scaricare da qui: www.fuoriluogo.it
Carceri private, dal governo un’idea inaccettabile”, intervista a Mauro Palma
Intervista di Angela Sella all’ex garante dei detenuti, su l’Unità del 20 maggio 2026
Mauro Palma, matematico, giurista già presidente del Collegio dei diritti delle persone private della libertà personale, Gennarino De Fazio, Segretario della UilPf, giovedì scorso ha aggiornato la conta dei suicidi dall’inizio dell’anno a 24 e ha scritto che nelle nostre carceri ci sono 64.550 ristretti a fronte di 46.339 posti disponibili e 20mila agenti mancanti. La situazione è davvero così disastrosa?
Il dato fornito riflette la realtà. Alla data odierna il numero delle persone in carcere è quello riportato da De Fazio, i posti disponibili una ventina in più. Si sa che questo è un numero variabile perché in un patrimonio edilizio così ampio – i 189 Istituti – ci sono sempre nuovi spazi inagibili e altri in cui si completano dei lavori: resta il dato di una media di più di 4500 posti inagibili ogni giorno. Per capire però la fondatezza di molte affermazioni che vengono fatte istituzionalmente, meglio riferirsi ai posti ‘regolamentari’ prendendo la fonte ufficiale. Bene, al 31 ottobre 2022 quando il governo si era appena insediato questi posti erano 51.174; al 30 aprile il ministero ha certificato che erano 51.265. Quindi nei 1277 giorni di governo sono stati prodotti solo 91 posti regolamentari in più. Nel frattempo, il numero di persone detenute è aumentato di 8187 unità, che vuol dire una media di 6 persone e mezzo al giorno. I silenziosi numeri talvolta sono molto eloquenti e svelano tante bugie. Quanto agli agenti non ho il numero esatto, ma ho la consapevolezza di tanta difficoltà che il personale avverte operando sempre in numeri troppo limitati e con turni molto difficili.
Il Governo, col sottosegretario Mantovano, ha chiesto una accelerazione sul ddl “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti”. In più giovedì al Ministero della Giustizia verrà presentato il “Regolamento recante le disposizioni in materia di strutture residenziali per l’accoglienza e il reinserimento sociale dei detenuti”. Secondo lei sono strade efficaci per migliorare la situazione?
Preferisco considerare in modo distinto le due strade. Il Regolamento che sarà presentato proviene dal decreto-legge n. 92 di due anni fa. Un decreto annunciato come risolutivo, con enfasi ridimensionata già nello stesso giorno della sua approvazione. Offre la possibilità in sé accettabile di luoghi dove la detenzione domiciliare o altre misure possano essere eseguite anche da chi non ha un alloggio in carcere – e avendo condotto una politica di continua penalizzazione della miseria e dell’emarginazione sociale non si tratta di numeri piccoli. Tuttavia lascia aperte molte questioni: dal personale di vigilanza in questi luoghi ‘altri in un contesto di già forte carenza del personale, peraltro attinto dalle dotazioni dei nuclei di polizia penitenziaria degli uffici di esecuzione penale esterna, già carenti; affida a soggetti privati, tali essendo le realtà iscritte nell’elenco, la definizione di percorsi di rieducazione; non chiarisce nel bando il compenso che tali gestori riceveranno, cioè le rette e il carico. Molti dubbi, quindi.
Quanto all’altro provvedimento, ora in discussione in Senato?
I dubbi sono ben superiori, sia per le molte ambiguità nel testo, che gli emendamenti anche di area governativa non correggono, sia per il meccanismo con cui si prevede per un’ampia platea la sospensione dell’esecuzione della sentenza in previsione di una ‘detenzione domiciliare’ in strutture private accreditate.
Ci spieghi meglio.
Riguarda le persone con dipendenza da sostanze o da alcol con condanna fino a 8 anni (limite ridotto a 4 nel caso di reati connessi a organizzazioni mafiose). Il linguaggio è ambiguo perché a volte si parla anche di generico “luogo idoneo” diverso dalle strutture a tal fine accreditate, così come si introducono quelle classiche espressioni “ove opportuno” che lasciano aperta ogni possibilità. Dietro c’è sostanzialmente l’affidamento a privati di una funzione tipica del potere/dovere pubblico, quale è l’esecuzione penale. Inoltre, trattandosi di una misura sospensiva ma non di immediata applicazione, si aggrava fortemente il carico di lavoro della magistratura di sorveglianza e credo vi sia il concreto rischio di aumentare fortemente il numero dei cosiddetti “liberi sospesi”, cioè di coloro che attendono la decisione circa la propria condanna. In sintesi, oltre a non essere accettabile tale ampia delega a soggetti privati, che sono chiamati anche a compiti di particolare sensibilità quale la costruzione di programmi terapeutici socio-riabilitativi, vedo anche una aleatorietà grave in alcuni aspetti della norma stessa che può lasciare spazi attuativi inaccettabili o anche scarsa incidenza nel concreto. Insieme i due provvedimenti indicano la pervicace volontà di non seguire altre vie, almeno per sanare quell’emergenza che i provvedimenti governativi stessi hanno prodotto, e invece la ricerca di soluzioni privatistiche e capziose, forse pronti ad attribuire la loro difficile efficacia alla magistratura di sorveglianza che dovrà decidere su tutti questi provvedimenti sospensivi.
Quanto all’altro provvedimento, ora in discussione in Senato?
I dubbi sono ben superiori, sia per le molte ambiguità nel testo, che gli emendamenti anche di area governativa non correggono, sia per il meccanismo con cui si prevede per un’ampia platea la sospensione dell’esecuzione della sentenza in previsione di una ‘detenzione domiciliare’ in strutture private accreditate.
Ci spieghi meglio.
Riguarda le persone con dipendenza da sostanze o da alcol con condanna fino a 8 anni (limite ridotto a 4 nel caso di reati connessi a organizzazioni mafiose). Il linguaggio è ambiguo perché a volte si parla anche di generico “luogo idoneo” diverso dalle strutture a tal fine accreditate, così come si introducono quelle classiche espressioni “ove opportuno” che lasciano aperta ogni possibilità. Dietro c’è sostanzialmente l’affidamento a privati di una funzione tipica del potere/dovere pubblico, quale è l’esecuzione penale. Inoltre, trattandosi di una misura sospensiva ma non di immediata applicazione, si aggrava fortemente il carico di lavoro della magistratura di sorveglianza e credo vi sia il concreto rischio di aumentare fortemente il numero dei cosiddetti “liberi sospesi”, cioè di coloro che attendono la decisione circa la propria condanna. In sintesi, oltre a non essere accettabile tale ampia delega a soggetti privati, che sono chiamati anche a compiti di particolare sensibilità quale la costruzione di programmi terapeutici socio-riabilitativi, vedo anche una aleatorietà grave in alcuni aspetti della norma stessa che può lasciare spazi attuativi inaccettabili o anche scarsa incidenza nel concreto. Insieme i due provvedimenti indicano la pervicace volontà di non seguire altre vie, almeno per sanare quell’emergenza che i provvedimenti governativi stessi hanno prodotto, e invece la ricerca di soluzioni privatistiche e capziose, forse pronti ad attribuire la loro difficile efficacia alla magistratura di sorveglianza che dovrà decidere su tutti questi provvedimenti sospensivi.
Al di là di eventuali ricorsi pendenti alla Corte Edu, tra gli esperti del settore circola sempre di più l’idea di riaprire la questione della sentenza pilota Torreggiani. Ci può spiegare in che termini?
Non è possibile una sorta di nuovo ciclo di ricorsi alle Corte Edu analogo a quella che ha preceduto la sentenza pilota nel caso Torreggiani. Perché esiste ora la possibilità di ricorso giurisdizionale – cosa che non c’era allora – e, quindi, è possibile ciò che la Corte classifica come ‘rimedio interno’. E alla Corte si può arrivare solo dopo aver percorso, inutilmente, tale via. Tuttavia, nel chiudere allora la questione Torreggiani (marzo 2016) il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa espresse “la propria fiducia nel fatto che le autorità italiane continueranno i loro sforzi per garantire condizioni di detenzione conformi ai requisiti della Convenzione”. Questo può indurre a riconsiderare la situazione da parte del Comitato per l’Esecuzione delle sentenze della Corte Edu. Anche perché alcuni degli elementi su cui si basava la decisione finale positiva riguardavano, oltre ai rimedi interni, il regime aperto introdotto, la sorveglianza dinamica, l’esistenza di un’autorità realmente indipendente (il garante nazionale), l’affidabilità del sistema informatico di analisi continua della situazione interna. Tutti aspetti che molti considerano siano ora quantomeno zoppicanti.
Mercoledì scorso è stata pubblicata sulla G.U. una ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Firenze che chiede alla Corte Costituzionale di consentire il rinvio dell’esecuzione della pena quando (come, nel caso di specie a Sollicciano) è eseguita in condizioni contrarie al senso di umanità. Se la Consulta si esprimesse favorevolmente quali sarebbero le conseguenze?
Qui si inserisce l’effettività di quel ‘rimedio interno’ a cui facevo riferimento: la Corte costituzionale dovrà misurarsi con l’impossibilità concreta di ottemperare a quanto disposto dalla magistratura di sorveglianza relativamente al provvedere a una detenzione in condizioni che non contrastino con i parametri dell’articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani. La sentenza poi potrebbe avere effetti di replica su molti altri casi, considerando che nel 2024 5837 persone hanno avuto il ricorso accolto per trattamenti inumani e degradanti.
Siamo ancora in attesa della Relazione annuale da parte del Collegio del garante dei diritti della persona privata della libertà personale. Che ne pensa?
So che è stata prodotta in questo aprile 2026 (io non la ho): riguarda il 2024.
da qui carceri-private-dal-governo-unidea-inaccettabile-parla-mauro-palma
Approfondinenti
Antigone. Decreto liberalizzazioni: il nostro NO alla privatizzazione delle carceri Roma, 31 gennaio 2012 il testo in pdf
Una tesi di laurea all’Università di Padova sulla privatizzazione delle carceri Levorin_Giulia.pdf
Privatizzazione oltralpe: Svizzera, aprile 2026: rsi.ch Iil-Vallese-apre-ai-privati





Sollicciano sotto sequestro, la gip chiude metà del carcere di Eleonora Martini
Il Manifesto, 17 giugno 2026
Inedita decisione del tribunale di Firenze che dispone il trasferimento di 250 detenuti. Su richiesta dei pm, la giudice ha ipotizzato reati contro le leggi sul lavoro. Un provvedimento senza precedenti nella storia recente d’Italia: la Gip di Firenze ha posto sotto sequestro più della metà delle sezioni del carcere di Sollicciano per le pessime “condizioni igienico sanitarie delle celle di detenzione e di alcuni spazi comuni”, ipotizzando violazioni delle norme sul lavoro e disponendo il trasferimento immediato dei quasi 250 detenuti che vivono in quelle condizioni disperate e che ora dovranno essere sparpagliati in fretta e furia in altri istituti. Non era mai accaduto prima, nel nostro Paese, e l’intervento apre la strada alla risoluzione giudiziaria dei problemi strutturali che affliggono tutto il sistema penitenziario italiano nell’inerzia del ministero di Giustizia.
Dopo i numerosi “ricorsi presentati ai magistrati di sorveglianza da vari detenuti” e in seguito alle “approfondite indagini” svolte dagli inquirenti, su richiesta della procuratrice capo di Firenze Rosa Volpe, la gip Agnese Di Girolamo ha emesso ieri un decreto di sequestro preventivo delle sezioni 1, 2 e 7 del reparto giudiziario maschile e delle sezioni 9, 10 e 12 del reparto penale maschile nonché della sezione “Accoglienza”. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non ha agito per tempo, limitandosi ad effettuare “ristrutturazioni di singoli reparti detentivi”, come ha spiegato in una nota, e ieri, preso alla sprovvista, ha tentato una giustificazione annunciando di aver proceduto il 15 maggio scorso ad aggiudicare la “progettazione dei lavori per la completa riqualificazione dell’istituto”, già finanziata con “la somma di 9 milioni di euro, a valere sul fondo previsto dalla legge di bilancio 2025”. “Lavori programmati”, ha precisato il Dap, in virtù dei quali “si è previsto un trasferimento di detenuti” in altri Istituti penitenziari “dove sono presenti sezioni o reparti di recente ristrutturazione, che consentono, ad oggi, di ospitare nuovi ingressi”. E non sarà facile trovarli.
La Casa Circondariale di Sollicciano, la cui pianta potrebbe ricordare il giglio di Firenze, è storicamente suddivisa in 13 sezioni principali, distribuite tra il reparto giudiziario maschile (8 sezioni), il reparto penale e la sezione femminile. Vi sono rinchiuse attualmente quasi 600 persone in tutto (comprese le 75 donne), a fronte di 361 posti disponibili. Il degrado della struttura era talmente nota da tempo – e denunciata da più parti, compresi i sindacati di polizia penitenziaria – che nel marzo scorso l’allora presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze, Marcello Bortolato, aveva rinviato alla Consulta la questione di legittimità costituzionale degli articoli 147 c.p. (differimento facoltativo dell’esecuzione penale) e 47-ter o.p. (sulla detenzione domiciliare) sollevata nel febbraio 2024 dagli avvocati Michele Passione e Nicola Muncibì sul caso di un detenuto costretto a vivere dal 2023 in “locali di pernottamento afflitti da copiose e frequenti infiltrazioni di acqua ed infestate da insetti e, in alcuni casi, da roditori e, per lo più, in condizioni igieniche gravemente compromettenti, oltre alla ristrettezza dello spazio in una camera detentiva di soli 9 metri quadri”. La decisione della Corte costituzionale è attesa per settembre.
Malgrado ciò, i sopralluoghi e gli accertamenti effettuati dalla squadra mobile, dalla Guardia di finanza e dalla Asl, i racconti dei “numerosi testimoni” e la “documentazione anche fotografica” raccolta, hanno convinto la Gip ad emanare il provvedimento, ipotizzando “reati contravvenzionali” per la violazione della legge a “Tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro” (D.Lgs. 81/2008), in particolare le norme “in materia di pulizia dei locali di lavoro, abitabilità dei dormitori e di impiantistica elettrica”.
Un provvedimento che per una volta mette d’accordo le associazioni che lavorano a difesa dei diritti dei detenuti e i sindacati di polizia penitenziaria. Parla di “svolta storica nella gestione delle carceri italiane” il segretario della federazione sindacale Fsa-Cnpp-Spp, Aldo Di Giacomo, che prevede come conseguenza del trasferimento dei detenuti “un effetto domino che porta al completo dissolvimento del sistema penitenziario”. “In tanti anni non avevo mai visto una cosa simile”, commenta a sua volta il Garante dei detenuti della Toscana, Giuseppe Fanfani, che rende merito ai magistrati per aver “messo il dito in una piaga a tutti evidente”. La Cgil di Firenze plaude la “decisione coraggiosa” della Gip ma chiede anche “la massima tutela per tutto il personale coinvolto”.
Sia sul piano dell’organizzazione del lavoro sia su quello della gestione dei detenuti”, secondo la Cgil tutti devono partecipare “ai tavoli che verranno aperti per affrontare questa crisi”. Drastica, infine, la posizione della sindaca di Firenze, Sara Funaro, secondo la quale il sequestro dimostra che “la situazione è arrivata oltre il limite” e che “il carcere di Sollicciano andrebbe chiuso, abbattuto e ricostruito”. “Cosa farà adesso in primo luogo il ministro Nordio e il governo che sinora hanno sempre negato l’evidenza dei fatti e che adesso sono chiamati dai magistrati a rispondere dei reati addebitati”, è la domanda articolata dal sindacato Spp ma che di fatto si pongono tutti.
“Il mondo può fare a meno di quasi tutte le carceri”. Parola di un ex direttore di penitenziari.
Intervista di Uma Sostmann, sul quotidiano tedesco Welt, alll’avvocato Thomas Galli, già responsabile di diversi istituti di pena in Germania, che è netto: le celle spesso provocano più danni che benefici. Ecco perché. Ripreso da La Repubblica
Lei chiede l’abolizione delle carceri. Perché?
«È diffusa l’idea che il carcere possa produrre effetti positivi. Dopo oltre venticinque anni di lavoro con persone che hanno commesso reati, sono convinto che sia falso. Le mie critiche sono evidenti e non sono nuove. Ma il sistema penitenziario è resistente al cambiamento ed è ormai fuori dal suo tempo. Nel corso della mia attività ho constatato una realtà: tornano sempre gli stessi uomini in carcere. Provengono quasi tutti dagli stessi contesti precari, socialmente svantaggiati e con bassi livelli di istruzione, e spesso hanno problemi di dipendenza. La detenzione li spinge ancora di più ai margini della società, immergendoli in una sottocultura. Una volta usciti, le loro possibilità di costruirsi una vita sono identiche, se non peggiori, rispetto a prima e molti finiscono per delinquere nuovamente. In questo modo il carcere ottiene esattamente l’opposto di ciò che dovrebbe ottenere. Nella teoria esistono diversi scopi della pena: punizione, deterrenza, protezione e reinserimento sociale. Nella pratica, però, la logica della punizione oscura tutte le altre. E questo deve cambiare, perché non funziona».
Ci sono altri aspetti che critica?
«Anche le famiglie di questi uomini soffrono enormemente a causa della detenzione, soprattutto i figli. Inoltre questi bambini hanno una probabilità più elevata di diventare a loro volta autori di reati e di finire in carcere. In altre parole: il carcere produce criminalità. Quando emergono nuove forme di criminalità, la risposta è sempre creare un nuovo reato o chiedere pene detentive più severe. Ma il problema non cambia. Anzi, come società finiamo perfino per rimuovere certi temi invece di affrontarli davvero: i colpevoli vengono rinchiusi e pensiamo che il problema sia risolto. Ma non è così».
Può fare un esempio?
«Stimiamo che oltre l’80 per cento dei casi di violenza domestica rimanga sommerso. Con la sola punizione non si va lontano. Dovremmo concentrarci molto di più sull’emersione dei casi e soprattutto sulla prevenzione. Minacciare il carcere a uomini adulti, spesso cresciuti in contesti problematici, serve a ben poco. Se osserviamo le biografie, che si assomigliano in modo impressionante, capiamo che bisogna investire molto prima, già all’asilo o al più tardi nella scuola primaria. Solo così si riduce davvero la probabilità che questi bambini prendano la strada sbagliata».
Ma con coloro che nonostante tutto finiscono per commettere reati bisogna pur fare qualcosa.
«La prospettiva delle vittime dovrebbe essere messa al centro: come si può riparare il danno? Soprattutto sul piano economico, l’autore del reato potrebbe essere chiamato a rispondere molto più di quanto avvenga oggi. Anche la mediazione può avere un effetto terapeutico per la vittima. Dall’altra parte, il responsabile è costretto a confrontarsi con ciò che ha inflitto a un’altra persona e aumentano le probabilità che sviluppi un autentico pentimento. Questo approccio viene definito restorative justice, cioè “giustizia riparativa”: non è sempre possibile, ma in molti casi sì. Si possono immaginare anche misure meno convenzionali. Se un piccolo delinquente ruba in un supermercato, il proprietario potrebbe chiedergli di trascorrere una giornata a pulire il negozio. Mi occupo spesso di casi in cui uomini finiscono in carcere per alcuni mesi per aver rubato ripetutamente merci del valore inferiore a dieci euro. Nessuno dei soggetti coinvolti riesce davvero a capire perché per questo si debbano passare mesi in prigione. Oggi il nostro unico modo per esprimere quanto riteniamo grave un reato è la durata della pena detentiva. È un approccio unidimensionale che dovrebbe diventare più complesso e flessibile».
Come potrebbe funzionare concretamente?
«La mia idea è la seguente: il tribunale continuerebbe ad accertare chi ha commesso il reato. Tuttavia non condannerebbe l’autore a una specifica pena detentiva, bensì lo collocherebbe in una sorta di “categoria di gravità”, in base all’entità del danno provocato. A seconda della categoria, si applicherebbe un catalogo di possibili misure: lavori socialmente utili, sorveglianza elettronica, programmi contro la violenza e così via. A decidere sarebbero professionisti come assistenti sociali e psicologi. Queste misure esistono già, ma vengono applicate soltanto in una minima parte dei casi. Circa la metà delle persone oggi detenute sta scontando pene pari o inferiori a un anno. Coloro che sono incarcerati per reati molto gravi e rappresentano un pericolo reale costituiscono soltanto una minoranza. Al massimo il dieci per cento dei responsabili di reati dovrebbe essere privato in modo significativo della libertà per proteggere la collettività, in alcuni casi anche a vita. Negli altri casi si potrebbero applicare restrizioni della libertà più sensate, come il braccialetto elettronico o, al limite, piccole strutture detentive decentrate, dove lavorare individualmente con i condannati in un regime più aperto».
Una valutazione e un accompagnamento così personalizzati non sarebbero estremamente costosi?
«Non necessariamente, ma le strutture dovrebbero cambiare. Gran parte del personale di sorveglianza nelle carceri diventerebbe superflua e potrebbe essere impiegata in altri ambiti. Nel lungo periodo si potrebbero addirittura risparmiare risorse. Chi oggi perderebbe il lavoro a causa della detenzione potrebbe continuare a lavorare indossando un braccialetto elettronico. Ciò comporterebbe minori costi per il welfare e maggiori entrate fiscali».
L’isola-prigione norvegese di Bastøy è spesso considerata un modello: i detenuti possono muoversi liberamente, utilizzare un telefono cellulare e svolgere diverse professioni. La Germania dovrebbe prendere esempio da quel sistema?
«L’idea che la società debba essere protetta ma che, al tempo stesso, il colpevole debba imparare a vivere in modo responsabile è fondamentale. I Paesi scandinavi hanno ottenuto grandi risultati con sistemi penitenziari molto più liberali. Il nostro sistema tedesco, invece, è l’esatto contrario della responsabilizzazione: dal momento del risveglio fino a quello in cui va a dormire, al detenuto viene sottratta ogni possibilità di decisione.
Invocare pene più severe permette di sentirsi dalla parte della giustizia. Anch’io provo questo impulso. Ma dovremmo tutti interrogarci criticamente: che cosa vogliamo ottenere con la pena? E questo obiettivo corrisponde alla realtà? Il carcere non è lo strumento più efficace per combattere la criminalità. Se si osservano i dati, la necessità di cambiare approccio appare quasi evidente».
Ma è anche una proposta realistica?
«Siamo sulla strada giusta. Esistono già alcuni tentativi, ad esempio, di depenalizzare il mancato pagamento del biglietto sui mezzi pubblici. Anche i direttori degli istituti penitenziari esprimono sempre più spesso critiche sulle debolezze del sistema. Tuttavia si tratta di un processo lento. È interessante notare che il desiderio di punizione delle vittime è spesso meno forte di quello dell’opinione pubblica. Anche l’idea secondo cui “dobbiamo punire severamente per rispetto delle vittime” merita quindi una riflessione critica. Tra gli assistiti che rappresento come avvocato, quasi nessuno sostiene che il carcere lo abbia portato a cambiare vita. Al contrario, è molto diffusa la sensazione di essere stati trattati in modo sproporzionato, e questo alimenta un allontanamento dallo Stato e dalla società. Mi capita spesso che dei genitori mi dicano di aver lavorato per decenni per lo Stato, ma di aver perso fiducia nelle istituzioni dopo l’incarcerazione del proprio figlio».
Questa sfiducia è giustificata?
«Una parte è inevitabile: quando lo Stato prende decisioni sulla mia vita, è naturale che io provi una certa resistenza. Ma un’altra parte, tutt’altro che marginale, deriva dal modo in cui funzionano concretamente gli istituti penitenziari. È difficile spiegare perché un detenuto possa vedere i propri figli soltanto due volte al mese. A chi giova? A nessuno. Considerare questa situazione ingiusta è comprensibile. Anch’io la vedo così».
(Copyright Welt/Lena-Leading European Newspaper Alliance)
Thomas Galli, avvocato, giurista, criminologo e psicologo – ha diretto istituti penitenziari in Germania per quindici anni: conosce quindi molto bene il sistema carcerario e, soprattutto, i suoi limiti. https://www.repubblica.it/esteri/2026/06/20/news/mondo_senza_carcere_pene_alternative_alla_cella_thomas_galli_continental_breakfast-425423269/