Difendere l’indifendibile – di Mark Adin

Certe persone ripugnano. Non fanno che insolentire e sputare veleno. Servi dei più forti, sicari, violenti. Eppure, in certe occasioni, li dobbiamo difendere. 

Capita di avere avversari, persino nemici, tanto odiosi da volerli morti. Ma c’è qualcosa destinato a prevalere su loro, sulla dialettica e su ogni altra possibile ragione: l’insopprimibile necessità di mettere al sicuro un principio di libertà, il bisogno di difenderlo, ad ogni costo.

E’ fatica, ardua fatica tutelare una persona abbietta, un porco.

Eppure non si può venir meno all’onestà intellettuale. Se ne prendono le difese quando cade vittima di un provvedimento che va contro il diritto della persona, del cittadino: difendiamo questo, non quello. Lo facciamo senza dimenticarci nulla, senza abbuonare conti. E’ bello poterlo fare, oltre che giusto: dà una certa soddisfazione.

Detto questo, se certe iene ritenessero di liberare la scena definitivamente, togliersi di mezzo, incidente o malattia, ci sentiremmo tutti più leggeri.

Difendiamoli pure, ma non perdiamo la speranza che se ne vadano dal mondo, che facciano posto, rispettando anche loro un principio: quello di igiene pubblica.

Tutto ciò in breve, che parlarne troppo manco ne val la pena.

Mark Adin

Redazione
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8 commenti

  • grazie Mark, in linea di massima hai ragionissima (per di più lo hai detto chiaro e anche questo del BEN PARLARE importa). Però bisogna, a volta, entrare nel merito. Certe difese possono essere malintese o corporative. Tu ti riferisci a una questione giornalistica e dici “parlarne troppo manco ne val la pena”. Sono d’accordo, io però ti ripongo il problema facendo un altro esempio. Anni fa sul “manifesto” Rossana Rossanda scrisse il suo disaccordo con alcune femministe che chiedevano (o chiedevano solo) di inasprire le pene per la violenza sessuale: la sua obiezione era – spero di sintetizzarla in modo corretto – “se noi vogliamo una società senza galere perchè sappiamo soltanto parlare di punizioni più dure?”. Molto spesso sono d’accordo con Rossanda ma in quel caso no: la strada per una società senza carceri è purtroppo molto lunga, io credo che sino a quando non ci saranno radicali mutamenti il depenalizzare certi reati (e quello della violenza sessuale in particolare che purtroppo viene sempre negato o sottovalutato per non dire forse che ha intorno a sè un grande “consenso” e aperte complicità a ogni livello) significherebbe sminurli o quasi legittimarli. Che poi la pena possa consistere in altro che stare in carcere tutto il giorno… è un altro e importante discorso.
    Non so se ho portato Mark (e chi legge) fuori tema ma ci tenevo a dirlo. A volte essere troooooooooooooooppo buoni è pericoloso.
    (db)

  • Il problema è poter definire incontestabilmente il confine tra libertà di parola ed insulto. È un confine molto labile, nebbioso, che sta nelle mani (nella testa) del giudice di turno, che si fa forse (inconsapevolmente?) influenzare dal suo credo politico. Forti di questo incerto confine, esseri subumani di altrettanto incerta coscienza ci marciano alla grande, salvo poi impersonare la figura del perseguitato, invocando la libertà di parola, se l’oggetto delle loro calunnie li cita in giudizio. Capita troppo spesso.

  • quindi ci tocca difendere sallusti? ma dai!
    non ce la posso fare!

  • Difendere gli indifendibili e’ una violenza cui sottostiamo portandone le stigmate.
    Dolorosissime chissa’ se ne derivera’ una sorta di beatificazione. Ne dubito. Moltissimo.

  • Questa volta non siamo d’accordo. Pronto a mobilitarmi contro ogni legge speciale che limiti la libertà di stampa, ritengo sacrosanto che essa sia soggetta alle leggi ordinarie a cui tutti siamo sottoposti.
    In caso contrario, stai tranquillo, si avvarrebbero dell’impunità per “sbattere – con ulteriore frequenza – il mostro in prima pagina”. E il mostro, il 99,9% delle volte sarebbe un povero cristo e non certo il detentore di un potere forte.
    A certe trasmissioni, tipo Chi la visto? manca solo la corda e il sapone per procedere al linciaggio in diretta.
    I titoli sul ballerino Valpreda li ricordo ancora.
    Sallusti faccia come Guareschi e approfitti della galera per migliorare, con paziente esercizio, il suo stile.

  • Gianrico Carofiglio, magistrato e senatore e scrittore, querela per 50.000€ tal Vincenzo Ostuni, editor e blogger e forse altro, reo di aver criticato il suo ultimo libro.

  • Carofiglio è membro di ben tre caste.
    Oltretutto e del PD, quel partito integralista di destra che, vorrebbe insegnare a tutti anche la maniera giusta di cacare.
    Comincio a rimpiangere Berlusconi ( e non è una battuta).

  • Mi chiedono di risalire alle “origini” della questione posta da Mark Adin e per farlo mi inviano la ricostruzione di Alessandro Robecchi (intitolata «Due o tre cosucce sul caso del martire Sallusti. E perchè non è il caso di piangere») del 26 settembre. La posto volentieri.

    Va bene, pare che tutto il mondo “intellettuale” italiano, con tutto il milieu giornalistico in prima fila, compatto e granitico, sia in grandi ambasce per il rischio che Alessandro Sallusti, oggi direttore de «Il Giornale» e al tempo dei fatti di «Libero», finisca in galera a seguito di una condanna per diffamazione. E’ confortante assistere a una così poderosa levata di scudi contro la restrizione della libertà personale, e dispiace semmai che tanta compattezza non si veda in altre occasioni. Tanta gente va in galera per leggi assurde e ingiuste – come circa tremila persone accusate del bizzarro reato di “clandestinità” – eppure la notizia è Sallusti. Bene, allora vediamola bene, questa notizia, al di là delle sentenze, delle polemiche, dei meccanismi della giustizia. Proviamo insomma ad applicare il vecchio caro concetto del “vero o falso?”
    Il fatto. Nel febbraio del 2007 una ragazzina di Torino (13 anni) si accorge di essere incinta. I genitori sono separati. La ragazzina (che tra l’altro ha problemi di alcol ed ecstasy) vuole abortire, ha il consenso della madre, ma non vorrebbe dirlo al padre (i genitori sono separati). Per questo si rivolge alla magistratura. E’ quanto prevede la legge: mancando il consenso del padre si è dovuto chiedere a un giudice tutelare, che ha dato alla ragazzina (e alla madre, ovviamente) il permesso di prendere una decisione in totale autonomia. Come del resto precisato in seguito, a polemica scoppiata, da una nota dettata alle agenzie dal Tribunale di Torino: «Non c’è stata alcuna imposizione da parte della magistratura».
    L’articolo querelato. Strano che, in tutto il bailamme suscitato dal rischio che Sallusti finisca in carcere, nessuno si sia preso la briga di ripubblicare l’articolo incriminato. Anche in rete si fatica a trovare la versione completa, anche se basta scartabellare un po’ nella rassegna stampa della Camera dei Deputati per trovarlo (andate qui e leggetevelo: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pa…). L’articolo («Libero», 18 febbraio 2007) è firmato con lo pseudonimo di Dreyfus (quando si dice la modestia) e racconta la vicenda in altri termini. La prosa maleodorante e vergognosa – un cocktail di mistica ultracattolica e retorica fascista – non è suscettibile di querela e quindi ognuno la valuti come vuole. Ma veniamo ai fatti. La vulgata corrente di questi giorni insiste molto su una frase, questa: «ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice».
    E’ vero. Si tratta di un’opinione. Scema, ma un’opinione. Disgustosa, ma un’opinione.
    Vediamo invece le frasi che non contengono opinioni ma fatti. Falsi.
    Il titolo, per esempio: «Il giudice ordina l’aborto / La legge più forte della vita».
    Falso. Nessun giudice ha ordinato di abortire.
    Altra frase: «Un magistrato allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto! – decretando l’aborto coattivo».
    Falso. Il giudice ha dato libertà di scelta alla ragazzina e alla madre.
    Ancora: «Si sentiva mamma. Era una mamma. Niente. Kaput. Per ordine di padre, madre, medico e giudice, per una volta alleati e concordi».
    Falso. Il padre non sapeva (proprio per questo ci si è rivolti al giudice) e le firme del consenso all’aborto sono due, quella della figlia e quella della madre.
    E poi: «Che la medicina e la magistratura siano complici ci lascia sgomenti».
    Falso. Complici di cosa? Di aver lasciato libera decisione alla ragazza e a sua madre?
    Ora, sarebbe bello chiedere lumi anche a Dreyfus, l’autore dell’articolo. Si dice (illazione giornalistica) che si tratti di Renato Farina, il famoso agente Betulla stipendiato dai Servizi Segreti che – radiato dall’Ordine dei Giornalisti – non avrebbe nemmeno potuto scrivere su un giornale il suo pezzo pieno di falsità.
    Non c’è dubbio che il caso della ragazzina torinese sia servito al misterioso Dreyfus, a «Libero» e al suo direttore Sallusti per soffiare quel vento mefitico di scandalo che preme costantemente per restringere le maglie della legge 194, per attaccare un diritto acquisito, per gettare fango in un ingranaggio già delicatissimo. Ma questo è, diciamo così, lo sporco lavoro della malafede, non condannabile per legge.
    Condannabile per legge è, invece, scrivere e stampare notizie false. Di questo si sta parlando (anzi, purtroppo non se ne sta parlando), mentre si blatera di “reato d’opinione”.
    Il reato d’opinione non c’entra niente. C’entra, invece, e molto, un giornalismo sciatto, fatto male, truffaldino, che dà notizie false per sostenere una sua tesi.
    Per questo la galera vi sembra troppo? Può essere. Ma per favore, ci vengano risparmiati ulteriori piagnistei sul povero giornalista Sallusti che non può dire la sua.
    PS – Un mio vecchio maestro di giornalismo, all’«Unità» (sono passati secoli, ma io gli voglio ancora bene), scrutava i pezzi scritti da noi ragazzini con maniacale attenzione. Quando trovava qualcosa di querelabile ci chiamava e ci diceva: «Vuoi che ci portino via le rotative? Vuoi che ci facciano chiudere il giornale dei lavoratori?».
    Nel fondo di oggi su «Il Giornale», Sallusti lamenta con toni da dissidente minacciato di Gulag, che non intende trattare per il ritiro della querela, che ha già pagato 30.000 euro e non vuole pagarne altri 30.000. Spiccioli. Ecco. Forse «portargli via le rotative», come diceva il mio vecchio compagno sarebbe meglio. Meglio anche della galera. Di molte cose abbiamo bisogno, ma non di un martire della libertà con la faccia di Sallusti.

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