Donne senza storia

di Monica Lanfranco

In una città del nord Italia, ad un corso di formazione sulle politiche di
genere che ho tenuto alcune settimane fa, una giovane donna, dirigente
sportiva, racconta una storia di ordinario sessismo.
Parte con calma, e dice che, recentemente, un suo superiore allenatore ha
detto davanti a lei, unica ragazza nella palestra piena di maschi, che
avrebbe dovuto smetterla di parlare di donne, diritti e cose del genere. “Le
donne non hanno fatto mai nulla di grande nella storia, tutte le cose
importanti sono state inventate e proposte da uomini. Voi sapete fare i
figli, e basta.”
Restiamo tutte ammutolite, e la giovane finalmente si permette quelle
lacrime di rabbia  umiliazione che ha trattenuto in palestra. Cambia la
scena, ma non il contenuto: questa volta sono in una scuola di Como, dove
Donne in nero e Ife hanno organizzato un incontro con due classi in un
liceo, di età compresa tra i 16 e i 18 anni.
“Come facciamo a sapere qualcosa sulle conquiste delle donne se non
conosciamo nemmeno i nomi di coloro che hanno fatto la storia, che sono
state importanti in tutti i campi e in ogni epoca?” .
“Hai ragione, rispondo. Proviamo insieme a verificare quanti nomi di donne
autorevoli riuscite a ricordare, dico alle due classi”.
Verrà fuori in pochi minuti che Grazia Deledda (premio Nobel per la
letteratura), Nilde Iotti (prima Presidente della Camera), Dacia Maraini
(autrice di fama mondiale) sono perfette sconosciute. Qualcuno ricorda Irene
Pivetti, invece della Iotti, alla stessa carica.
Riusciamo a stento a tirare fuori Hillary Clinton (non pervenuto il suo
cognome Rodham) e poi Rita Levi Montalcini; qualcuno evoca la cancelliera
tedesca, ma il suo nome non lo sanno.
Una ventina di anni fa, nella postfazione del mio primo libro Parole per
giovani donne- 18 femministe parlano alle ragazze d’oggi, Lidia Menapace
scriveva: “Trasmettere storie di  noi femministe è decisivo, altrimenti può
succedere – come già accadde all’inizio del secolo – che si perda persino la
memoria dell’evento e che tra alcune generazioni si debba ricominciare tutto
daccapo. Questo è infatti il potere simbolico del nome, dell’esercizio della
parola: trasmettere oggi nella nostra società è narrarsi, dirsi, obbligare
ad essere dette col proprio nome di genere. Finchè non abbiamo nome e non
possiamo trasmettere di noi individuati cammini il nostro posto nella storia
può essere solo legato ad eventi tragici, dolorosi, oppressivi”.
Venti  anni fa queste parole costituivano un monito e un programma per le
tante donne, tra le quali anche io, si sarebbero messe a disposizione per
lavorare in vari modi per la trasmissione dell’eredità femminista.
Essere oggi in una scuola superiore italiana e toccare con mano quanto
ancora pochissimo, per non dire nulla, sia passato della memorabilità delle
donne è allarmante.
Il sessismo è anche, e soprattutto, originato e alimentato dalla rimozione
delle personalità femminili che hanno lasciato traccia. Non bisogna mai
dimenticarlo.

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“Non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone”
Audre Lorde

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