Dossier FS 34: Futuro & Interplanet

Due miti di gioventù
di Mauro Antonio Miglieruolo

E ora alcune imperdibili chicche: le copertine delle due gloriose testate che hanno reso testimonianza sul valore della fantascienza scritta in Italia (dalle quali il titolo del post). Una fantascienza in erba, che compiva allora i suoi passi, ma già a un livello di eccellenza che poi, a causa delle scelte dissennate (o forse solo di pigrizia) che la gran parte dei curatori operò, non si è più riusciti a eguagliare. La cattiva fantascienza italiana venne in primo piano e fece agio su quella buona,

della quale continuarono a esservi buoni esempi, non
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Immagine ottenuta grazie alla collaborazione della solita Stefania Guglielman; nonché alla buona volontà di Miky1 (Michele Clerici)


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però più utilizzando la coppia di ottime vetrine che all’epoca la qualità di quei curatori (Lino Aldani e Sandro Sandrelli) riuscì a apprestare, ma qua e là, alla buona, come fortuna porta. Ma si sa, di questo i sublimi economisti (e sublimi imbrogliapaese) presentati ogni giorno dai media non parlano, in regime di libero mercato la moneta cattiva scaccia la buona (norma che è parte dell’ABC della materia dell’economia); e evidentemente non manca di avere il suo peso anche sul piano culturale (soggetto anch’esso alle regole del libero mercato, meglio se selvaggio).

Immagine ottenuta grazie alla collaborazione della solita Stefania Guglielman; nonché alla buona volontà di Miky1 (Michele Clerici)

Con queste due serie la fantascienza italiana parte grande, già adulta: possiamo pure dire concorrenziale rispetto alla fantascienza di origine anglosassone la quale però, già autocosciente da alcuni decenni, godeva dell’indubbio vantaggio di poter offrire un “deposito” di testi dai quali scegliere ciò che doveva essere pubblicato, inesistente a livello locale.

Immagine ottenuta grazie alla collaborazione della solita Stefania Guglielman; nonché alla buona volontà di Miky1 (Michele Clerici)

Non si è trattato, è bene precisarlo, di un fuoco di paglia. Alcuni tra gli scrittori presentati in quelle due testate hanno poi proseguito l’attività, raggiungendo in alcuni casi livelli (Lino Aldani) che hanno attirato su di loro l’attenzione di personaggi operanti all’esterno dello specifico ambito fantascientifico.
Mio eterno rammarico è non essere riuscito a arrivare in tempo per essere ospitato sulle pagine di Futuro (detta dai collezionisti Futuro Aldani). L’unico racconto di un certo interesse scritto da me all’epoca, era stato accettato da Lo Jacono per l’ultimo numero di Futuro, numero che poi non è più uscito (lo stesso racconto, Don Giovanni Minimo, che dopo quasi venti anni di ulteriore attesa, Malaguti ha finito con l’introdurre in uno dei numeri di Nova SF, prima serie). Potete immaginare la mia gioia di scrittore in erba, vedersi pubblicato su una rivista di così alto valore. E la delusione successiva quando seppi che la rivista era morta per sempre! Ma sono esperienze che temprano. Non in quanto scrittore, ma alla pazienza che ogni scrittore italiano deve saper fare maturare in sé per non dare in escandescenze.
Queste due non sono state le uniche testate di valore integralmente prodotte in Italia. Più tardi ne sarebbe venuta un’altra, Robot (curatori Curtoni e Mantanari). Eccellente anch’essa, ma meno generosa nei confronti degli autori italiani. Nonché, una seconda, Gamma, apprezzabile certamente, ma che non ha mai suscitato in me soverchi entusiasmi. Anche Gamma non è stata generosa con gli autori italiani. Come Robot non più di un racconto a numero, ma utilizzando criteri di selezione degli stessi non ben chiari.
Ambedue le testate hanno avuta una vita non brevissima (Gamma 28 numeri); tuttavia Robot, molti anni dopo la chiusura, ha potuto godere di una “ripresa” (vedi copertina del num 41), e dura tutt’ora.
Per quanto attiene invece a Futuro e Interplanet, concedetemi di esprimere l’opinione che molti forse non condivideranno, che ove fossero sopravvissute, la storia della fantascienza sarebbe stata diversa. Non posso dire quanto diversa, ma certamente migliore di quello che è stata. Ignoro gli ostacoli che ha incontrato la serie antologica Interplanet, ma so qualcosa di quelle che hanno travolto Futuro. L’aver fatto il passo più lungo della gamba. Aver presupposto un numero di lettori molto più grande di quello che effettivamente alla rivista è toccato. Lo so per averne ricevuto testimonianza diretta da Aldani medesimo che in paio di occasione se ne è lamentato. Aldani, più prudente, avrebbe voluto iniziare con una tiratura (mi sembra) di tremila copie; gli altri soci scelsero invece di stamparne dodicimila, la gran parte delle quali rimase invenduta. Era da immaginarlo. In quegli anni, con la concorrenza di Mondadori che, attingendo al “deposito” del quale ho accennato, proponeva il meglio del meglio della fantascienza disponibile; un prodotto di quella qualità, con persino qualche ricercatezza, non poteva pensare di imporsi su una vastità di lettori tanto grande (quelle dimensioni sarebbero poi state raggiunte da Robot e Gamma). Infatti non si è imposta. Fatale allora è stato lo spreco di risorse che ha portato in breve alla disgregazione del gruppo che la collana aveva promosso (Lo Jacono è stato l’ultimo a accuparsene).

Concedetimi la vanità di segnalare che in questo numero è stato pubblicato uno dei racconto che mi ha reso fanoso: Circe. Lo stesso racconto presente sul n. 41

Peccato. Futuro, continuando, si sarebbe ritagliato uno spazio e un ruolo di tutto rispetto anche fuori dal panorama culturale propriamente fantascientifico.
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(1) Nel corso della prima stesura avevo scritto “Viano”. Inconvenienti dell’età, ma anche della scarsa cura che ho della documentazione epistolare. Avessi almeno conservato la lettera con la quale Lo Jacono mi indusse a subdorare un possibile serio futuro per la mia carriera di scrittore!

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